SESSO AMOROSO, O PRETTAMENTE LUDICO?

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 4° della Saga Erotica Lesbo 

che suscita emozioni anche in chi non lo è.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume 4

… non so se quell’impeto mi venne per compassione, simpatia, oppure per gratitudine; probabilmente, per tutte le cose insieme. Vista la mia del tutto assente propensione verso gli uomini, questo fa capire la grande stima che avevo, e che ancora ho per quell’uomo tanto diverso dai più che avevo conosciuto sino allora.

Giunsi persino a pensare che se nella vita avessi incontrato prima un uomo come lui, forse avrei potuto preferire delle scelte di vita diverse, magari essere bisessuale, giungendo alla considerazione che non importa quale sia il colore delle cose: ciò che conta, per bianche o nere che siano, è come esse sono dipinte la prima volta che ti sono presentate; insomma, mi convinsi che è sempre e soltanto una questione d’imprinting (1).

Ancora oggi, rivedo l’espressione triste che mostravano i suoi occhi quando mi parlava; povero Maestro mio, quanto gli doveva mancare la gnocca! E non solo quella; gli mancava al punto da desiderare di tramutarsi in una donna per averne almeno una sempre a disposizione: una bella, calda, paffuta, profumata e lacrimevole passerina da coccolare… la propria.

Gia, quanto sei maliziosa! Dovresti vergognarti di questi tuoi pensieri inverecondi: per quanto discreta e calma fosse la riflessione del tuo Maestro, la sua era afflizione bella e buona; e non si scherza sulla disperazione degli altri, specialmente quando le persone si ammirano o si vuole loro bene.

Tu guarda, a che tortuose vie possono portare l’amore mortificato e i desideri insoddisfatti. É come quando si ostacola il corso di un torrente: se è in piena, poi sfocia in una maniera che mai, ci si sarebbe potuto aspettare. E pensare che sarebbe bastato poco: rendergli l’amore che ha dispensato. Io mi domando e dico, ma colei con la quale ha avuto dei figli, che razza di donna è? Da cancellare proprio!

Naturalmente, io non ne posso essere certa; ma penso, tra le altre cose, che a quella scriteriata sia mancata la propensione ludica, la voglia e la capacità di giocare, e anche con il sesso, naturalmente. Ma io lo so, come spesso stanno le cose: a causa di una malintesa concezione dell’amore, sono tante, le femmine incapaci di fare sesso se non si sentono legittimate dallo stesso sentimento che le ha portate a sposarsi. Secondo me, quelle sono stupide due volte: in primis, perché dovrebbero gradualmente sostituire il fuoco dell’innamoramento con altri sentimenti, quali ad esempio, l’affetto e la complicità; e questo, specie in seno a un matrimonio. E che cavolo: non possono mica pretendere che dopo trent’anni di vita insieme le cose rimangano sempre le stesse. Un po’ di dinamismo cerebrale, e che cazzo!

La seconda ragione della loro stupidità, dicevo, sta nel fatto che non imparano a distinguere il sesso amoroso da quello prettamente ludico. E così non capiscono che alla lunga, la fica servirà loro soltanto per pisciare; il che, non è certo il massimo. Il gioco, dicevo: ecco, che cos’è che dovrebbero scoprire… e che cazzo! Ma stavolta, al quadrato.

Riflettendoci sopra, certo è che in quell’occasione l’intelletto del mio caro Maestro ha mostrato una formidabile capacità d’adattarsi ed evolversi: altri uomini, la gran parte, per paura di auto classificarsi e farsi catalogare come omosessuali, non avrebbe mai osato fare un’affermazione simile neanche a se stessi. Lui, invece, non si vergognava per niente nel parlarmene, né aveva timore del giudizio degli altri; e questo, ancora una volta dimostra la sua coerenza, il coraggio delle proprie idee.

In pratica, lui mi dette una fulgida dimostrazione di ciò che più tardi avrei studiato all’università: il principio di “ultra-stabilità”, per il quale, a fronte di accadimenti che provocano degli ostacoli insuperabili, le menti veramente intelligenti sono capaci di stabilire dei nuovi equilibri che ad altre meno attrezzate sono impossibili giacché… (Continua nel romanzo).

  1. Imprinting, apprendimento primario.

 

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VORREI RINASCERE DONNA; MA IN SAFFICHE VESTI.

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Un passaggio tratto dall’Atto 4° della Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia».

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… dopodiché, con uno sguardo che mi entrò sino in fondo all’anima, aggiunse qualcosa che al momento mi sorprese non poco, e sin quasi a imbarazzarmi: «Sai Gia, ti confesso che io t’invidio molto; e non soltanto perché sei innamorata e non ti fai sfuggire la tua felicità, ma anche per un’altra questione».

Non compresi la ragione per la quale il mio Maestro esprimeva quell’apprezzamento proprio a me: pur orgogliosa d’esserlo, oltre che una gran porca, io mi consideravo un’irriducibile ribelle, e l’ultima a poter suscitare degli elogi, specie da parte di un uomo. Al mio sguardo stupito quanto interrogativo, sereno, lui si aprì in una confessione molto intima. «Perché tu sei ciò che io da qualche tempo vorrei essere… ben sapendo che mai potrò: una donna che ama le femmine» mi disse.

«Che fosse diventato gay?», mi chiesi in un primo momento. Al mio sguardo, che “meravigliato” sarebbe stato dire poco, soprattutto perché ricordavo le sue occhiate, che pur discrete, entravano di tanto in tanto a visitare il décolleté di noi ragazze, sorridendomi, lui continuò a spiegarmi: «Non ti sorprendere, Gia; non è ostico da spiegare. Da capire, però, forse lo è; tuttavia, sono certo che tu abbia l’intelligenza, i mezzi culturali, e la sensibilità per comprendere. Lo vorrei per una ragione analoga a quella che mi ha portato a scegliere d’essere un professore; in altre parole, il desiderio d’emulazione scatenato dall’ammirazione».

Fu lì, che io capii meglio la sua opera ultima in tema di Fotografia. Pur valente in molti generi fotografici, quali il Paesaggio, il Reportage, e così via, lui era diventato famoso per la creazione di una serie di opere fotografiche che rappresentavano la bellezza e la sensualità femminile come mai io avevo potuto vedere prima di allora. Lo aveva fatto usando la tecnica fotochimica, e non digitale; e questo aggiungeva del pregio al suo lavoro anche perché si trattava di opere uniche, che mai più si sarebbero potute replicare. E una tal cosa, in Fotografia, non è usuale, giacché da sempre la sua principale caratteristica è stata l’infinita possibilità di riprodursi. Ricordai che cosa lui disse durante una delle lezioni: «In Fotografia, se non trovi il modo di rendere preziosa la tua opera anche per il mercato dell’arte, la tua soddisfazione non potrà essere molto grande.

Ricordate sempre: chi compra arte, dato per scontato che l’ami, e questo solo raramente è vero, esige pure che il suo sia un investimento che duri nel tempo».

Continuò a spiegarmi: «Come ti dicevo, quando si ammira qualcuno, prepotente, ti nasce dentro l’ambizione d’assomigliargli; ebbene, questo desiderio può giungere sino al punto da volersi identificare in lui, in lei, oppure in qualche cosa che ne discende. Ed io, Gia, ammiro e amo le donne a tal punto, che talvolta mi piace immaginare d’essere una di loro; e ciò, per provare i sentimenti e le sensazioni che loro sentono, anche carnali, e in tal modo comprenderle meglio e poterle amare ancor di più. Non mi fraintendere: nella mia immaginazione, o nella vita reale, questo non significa per niente che io mi senta, sia, o desideri essere gay; vuol dire semplicemente che sogno, in un’altra vita, d’essere donna per amare le donne: esattamente come te, Gia. E questo, proprio perché, sentimentalmente e sessualmente, io non potrei essere attratto da niente di diverso dalla femminilità.

In totale franchezza, Gia, la sola idea di un rapporto ravvicinato di tipo sessuale con un altro uomo, mi disgusta a morte; perciò, ho fiducia che tu abbia capito appropriatamente il senso di questa mia confidenza: come vedi, anch’io ho i miei segreti, che nel mio caso, tuttavia, sono soltanto dei sogni».

Concluse raccomandandomi: «Mi auguro che serberai per te questa mia confidenza; non perché io me ne vergogni, intendiamoci; ma l’intelligenza è un bene in via d’estinzione, ed io non so, oltre a te, quanti sarebbero in grado di capire astenendosi dallo specularci sopra malignamente. E specie quei miei detrattori, scontenti di come io la pensi in tema di pedagogia. Nei loro riguardi, io non ho più alcuna compassione, e quando capita, li massacro come si meritano; con le parole, beninteso. Nei riguardi di quest’ottusa umanità che mi contorna, la mia pazienza è ormai esaurita, Gia; e gli idioti non mi fanno più pena, ma unicamente disprezzo, poiché hanno buttato alle ortiche il dono che pure loro hanno avuto: l’intelletto».

Io non so se lo fece per porre l’accento su quanto mi aveva chiarito, cioè, che lui non si sentiva per nulla omosessuale, o se fu per un riflesso condizionato; ma all’ultimo, intanto che mi parlava, notai che impercettibilmente, e accorto a non mettermi in imbarazzo, il suo sguardo ogni tanto cadeva sulle mie labbra e dentro la generosissima scollatura. Ero giovane e inesperta, ma compresi perfettamente il senso vero di quella sua confidenza, e capii anche quant’era grande, in quell’uomo non più giovane, il desiderio d’avere un fresco corpo femminile da poter toccare, accarezzare e amare; un anelito che, evidentemente, era rimasto insoddisfatto da parecchio tempo. Ancora oggi, io la avverto, quella forte vibrazione del suo desiderio inespresso; non per me in particolare, ma per una qualunque ragazza giovane e bella.

La profonda tristezza che colsi in lui per quell’amore che si meritava e che non gli era stato reso, malinconia che dopo era sfociata in quel desiderio quasi assurdo, mi commosse moltissimo. Al punto che, se lui non fosse stato assolutamente rispettoso per la mia persona, e se io non fossi stata preoccupata di ferire la sua sensibilità e i suoi principi, mi sarei offerta di fargli un regalo: dargli quello che più desiderava, farlo entrare nella mia scollatura; e non soltanto con gli occhi. Insomma, del sesso completo, di sicuro no; ma gli avrei offerto la possibilità d’accarezzare il mio corpo nudo, e gli avrei donato pure qualche… (Continua nel romanzo).

 

INSEGNARE, NON È UNA MISSIONE.

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Volume 4

… dopo aver rassicurato il mio Maestro riguardo alla discrezione, volendogli esprimere la mia gratitudine per la sua comprensione e rispetto, lo feci in una maniera non diretta; con uno sguardo di gratitudine, misto a un’ammirazione che si poteva leggere con molta evidenza nei miei occhi e nel tono della mia voce, gli volsi una domanda. Sebbene entrambi fossimo italiani, con lo scopo di migliorare l’apprendimento della lingua, ma anche per una forma d’educazione verso gli altri, noi eravamo abituati a parlare in lingua inglese anche tra connazionali; come lui ci aveva incoraggiato a fare sin dal primo incontro, chiamandolo per nome[1], gli chiesi: «Come hai fatto per giungere a essere quello che sei, un bravo insegnante, e non solo?».

«Tu credi che io lo sia? Io non ne sono poi tanto convinto; comunque, bontà tua, ti ringrazio. Se è come dici, la risposta è semplice, Gia: lo sono proprio perché non mi riconosco delle grandi capacità, e per questa ragione mi sono dovuto sempre impegnare molto.

Da adolescente, io non ero tanto bravo a scuola, soprattutto perché non ero motivato; tra gli altri insegnanti meno avveduti, ebbi tuttavia la fortuna d’incontrarne alcuni intelligenti, verso i quali io provai una grande ammirazione per il modo in cui sapevano farmi amare le loro materie. E come talvolta succede, da quell’ammirazione scattò forte in me la molla dell’emulazione; fu così, che già da allora io decisi quel che sarei stato da grande: un docente che si sarebbe sforzato al massimo per farsi comprendere intorno alle cose che avrebbe insegnato. E questo, andando controcorrente riguardo all’impostazione di gran parte dei miei colleghi, spesso sprovveduti in tema di pedagogia e di psicologia, e aggiungo, anche arroganti, i quali ritengono che la scuola debba costituire una sorta di competizione finalizzata a far emergere i più intelligenti e astuti dalla massa di quelli che lo sono meno.

A questo proposito, ti voglio raccontare un episodio curioso: devi sapere che per un periodo della mia vita ho insegnato ai bambini della scuola media primaria. Ebbene, in un consiglio di classe, un’oca giuliva mia collega ebbe a dichiarare con enfasi: «Eh… è proprio vero. che la nostra è una missione!». Cara Gia, non riuscii proprio a trattenermi; incavolato, e si vedeva, replicai: «Missione, un piffero! Il concetto di “missione” implica il “volontariato”; ma tu, come noi tutti qui, percepisci uno stipendio pagato dai cittadini, e perciò non ti è chiesto di fare la missionaria, bensì di operare con professionalità». Neanche dire che, increduli, gli altri mi fissarono con gli occhi sgranati: evidentemente non ero stato gentile nel dichiarare una verità che li metteva in crisi.

Ritornando al tema del dovere di un insegnante a seguire particolarmente quei suoi allievi che non ottengono un grande successo scolastico, c’è da rilevare che in un “range” di normali capacità psichiche, per come insegna una buona pedagogia, non esistono persone più o meno intelligenti, ma soltanto motivate, oppure no; e quindi, è soprattutto sui fattori stimolanti, che un bravo insegnante dovrebbe lavorare.

In aggiunta, diversamente da loro, io ritenevo, e tuttora sostengo, che oltre a conoscere a fondo la materia che gli compete, un educatore debba innanzitutto saperla insegnare; essere un formatore, insomma: sapere, non significa di per sé saper insegnare. Ero fermamente convinto, e rimango di quest’idea: se non soffrono di gravi handicap o malattie, tutti gli studenti sono sempre in grado di comprendere; e non soltanto alcuni. E allora, una volta preparato il terreno motivazionale, il compito dell’insegnante dev’essere innanzitutto quello di farsi capire, e di adoperarsi per accompagnare chi gli è affidato sulla via della crescita; e non di metterlo in difficoltà. Io non amo molto il termine “insegnare”; preferisco “educare”, che in soldoni, dal latino significa “tirar fuori” quel che c’è già, destrutturarlo, ricomporlo, e poi ricacciarlo nel contenitore dove stava prima, ovverossia, in quello dell’altrui intelligenza».

«E dimmi, come hai potuto apprendere tutte quelle cose che conosci e che sai fare? Non soltanto, tu sei un artista e un maestro di fotografia: hai pure una cultura enciclopedica! A volte, sembra che tu ci stia parlando di fotografia, di Teoria della Conoscenza, e delle Tecniche di Comunicazione, ma in realtà, ci stai anche insegnando filosofia, psicologia; e neanche dico del resto. E per quanto riguarda le… (Continua nel romanzo).

[1] Chiamare per nome, come ben si sa, per esprimere il rispetto, in lingua inglese non si usa dare del “voi”, forma che non esiste, e quindi, per farlo, al nome si antepone “Sir”, oppure “Madame”. In realtà, in origine, “you”, corrispondeva all’italiano “voi”, poiché il pronome personale di seconda persona singolare era, “thou”; ma, poi, gradualmente è stato sostituito da “you”.

PIÙ CHE DETTO, L’AMORE VA DIMOSTRATO.

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… non aveva certo finito, perché, dopo una lunga pausa, lui seguitò: «Sono più grande di te, e perciò, permettimi di darti qualche consiglio, Gia. Non dare troppa importanza a quello che dice la gente, e sii sempre come vuoi essere: se sei onesta con te stessa, e se come ti conduci non porta nocumento a nessuno, credimi, è in ogni caso la scelta migliore. Lascia correre libera quella bambina che vive e che sarà sempre in te insieme alle sue pulsioni, che in un sentimento sincero e consapevole, sono sempre innocenti. Non scordare mai, inoltre, che la tua vita ti appartiene, e che nessuno ha il diritto d’importi nulla che abbia a che vedere con essa e con quel che vuoi essere». Dopodiché, per rendere più leggero il discorso, sorridendomi, aggiunse: «Con riguardo a quanto ho dichiarato giorni fa intorno al senso estetico delle donne, per quanto ti riguarda, ritiro quanto avevo affermato. Ti sei scelta una fidanzata molto carina; complimenti. Vi auguro, insieme, di non negarvi alcuna felicità, poiché non potreste più ritornare indietro».

Doveva avere una gran voglia di sfogarsi con qualcuno intorno a qualche cosa, perché, quando io pensai che lui avesse finito di parlarmi, invece, continuò; e ancora oggi, quando ci penso, mi sento lusingata che si sia aperto con me: «Sai Gia, io ti ammiro; perché, quando la felicità ti si presenta, tu non ti fai scappare l’occasione d’afferrarla. Giacché siete giovani, e quindi ancora in tempo, se me lo permetti, vorrei darti un’altra raccomandazione: non conducetevi come purtroppo ho fatto io, che ho trascorso la maggior parte della mia vita volto agli altri, a chi mi era, e ancora mi è caro, disponendomi con un amore totale al loro servizio, e ricevendone poco in cambio. E non mi aspettavo poi molto: una carezza, un sorriso; insomma, mi sarebbe piaciuto che talvolta fossero stati loro, a cogliere i miei bisogni e i miei desideri: in altre parole, ricevere almeno un minimo d’amore “dimostrato”, più che soltanto raramente “detto”.

Ti conosco, e so che tu sei una ragazza sensibile e intelligente; non ci sarebbe neppure bisogno che io te lo raccomandassi, ma lo faccio lo stesso: nell’esternare l’amore e i tuoi sentimenti, non essere mai avara. Ti potresti trovare accanto chi, pur provando del sentimento per te, a causa del proprio carattere chiuso, mettendo le mani avanti e dichiarandosi “irreversibilmente timido”, quel sentimento, che a monosillabi sostiene di provare, non te lo dimostrerà mai neanche a morire; ne parlo con cognizione di causa. Bella posizione di comodo, dico io, aspettare che l’iniziativa sia sempre l’altro a prenderla! Io credo che questa sia la peggiore delle situazioni in cui si possa trovare chi vuol bene: e quindi, non essere mai parsimoniosa di parole, di carezze, di sorrisi e d’affetto; cerca d’intuire e di scoprire quali siano i desideri della tua compagna, e offriti con entusiasmo e generosità a esaudirli.

Sii tu, per prima, a lasciare libero corso ai tuoi impulsi, e non aspettarti che lo “start” venga dagli altri: e se non ti senti ricambiata abbastanza, non esitare a dirlo, poiché sono i silenzi, a disseccare anche il più splendido degli amori. E se anche questo non serve, fin che sei in tempo, cambia partner: anche la pazienza dei santi, non è infinita».

Scorsi nel mio Maestro una tristezza sconfinata, che mascherata dal tiepido sorriso, esondava dal suo animo sofferente come se con lui il destino fosse stato molto ingrato. Ecco, che cosa mi sembrò volesse dirmi: «Soltanto una cosa, io avrei voluto… ascoltarlo, quell’amore per me di cui non conosco il “rumore”». Lui, però, non era persona avvezza a scaricare sugli altri le proprie tristezze; e non lo disse. Capii che ne aveva parlato soltanto per… (Continua nel romanzo).

AMORI DI GIOVENTÙ.

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… giovani com’eravamo, non ci bastava mai. Pur stanchissime per l’intensa giornata di lavoro, di sera, in compagnia degli altri, dopo che c’eravamo a lungo lanciate degli sguardi carichi di promesse, noi non vedevamo l’ora di ritornare nella nostra stanza, il nostro nido d’amore. Di solito, incominciavamo con un appassionato tribbing che ci faceva sentire vicine nella carne, e quando sopravveniva quell’univoco primo orgasmo che non ci permetteva di cavalcare ancora più a lungo, al pensiero che tutto potesse essere già finito, io mi ritrovavo quasi disperata. Tuttavia, eravamo tanto affiatate, che ci sembrava d’essere plasmate in un corpo solo.

Il primo amplesso era da noi concepito come un “tenero sbocco d’amore”: se si svolgeva con un tribbing[1], e non con uno scissoring[2], era bellissimo guardarci negli occhi mentre le nostre passerine si baciavano scambiandosi i collosi fluidi, con le mani che accarezzavano l’una all’altra le mammelle gonfie. Era anche divertente, poiché, innamorate, la voglia di venire insieme era forte, e allora, mentre ci dava dentro di fianchi e reni, l’una indagava di continuo l’espressione dell’altra, accordando il proprio piacere con il suo. Giovani e frizzanti nel carattere, spesso questa diventava una sorta di sfida, facendoci esplodere non soltanto in un orgasmo, ma spesso pure in scompiscianti risate… unica espressione sonora che, oltre alle chiacchiere, c’era consentita in quell’austero convento.

Dopodiché, da appassionati sbocchi d’amore, la cosa si mutava in gaudio allo stato puro. Insomma, entrambe centrate sulla sostanza delle cose, noi saltavamo la solita regola secondo la quale prima ci sarebbero dovute essere le coccole e le blandizie utili a scaldarci il cuore e a eccitarci: il cuore era già caldo di suo, la gnocca pure, e quindi, perché non scaricarci subito per poi fare ogni cosa per bene e con calma, tirandola il più a lungo possibile? Come dicevo, eravamo tanto affiatate, che ci sembrava d’essere plasmate in un corpo solo; allora, senza una parola, non paghe, dopo una breve tregua noi riprendevamo a darci dentro con maggiore passione, veemenza e fantasiosità, dedicandoci alternativamente l’una all’altra in sfiziosi giochini. Alla seconda, e spesso anche alla terza volta, era sempre più bello, perché la voluttà durava anche di più: ci piaceva molto, farci travolgere da quell’intenso flusso di sensazioni che ci sembrava non dovesse finire mai.

Tra risatine e qualche parola porca, il capo affondato tra le cosce dell’altra, osservando continuamente dal basso la sua espressione, ci piaceva da matti capire quando lei era in “zona rossa”; allora, perfidamente, moderavamo le nostre blandizie per poi ritornare ciclicamente a riportarla sulla sommità. E un tal gioco, sino a quando lei, soffrendo come… (Continua nel romanzo).

[1] Tribbing, è una forma di sesso lesbico in cui una donna strofina la vulva con-tro quella di un’altra, per un’ampia stimolazione reciproca della clitoride. Fonte: Wikipedia.

[2] Scissoring, dall’inglese “scissor” che significa “forbice”. É una posizione del sesso lesbico, attuata con le due partner disposte in senso opposto e con le gambe a forbice, in maniera che le loro rispettive vagine possano trovarsi a stretto con-tatto, così da potersi agevolmente sfregare.

 

SUMIKO, IL MIO INCANTEVOLE #SUSHI.

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… e lei? Come lo ricordo, il mio profumato fiore del Sol Levante: Sumiko, l’affascinante giapponesina. Un anno più di me, bella come non mai, più alta rispetto a me, slanciata, con un seno più piccolo del mio che mi riempiva a meraviglia il palmo delle mani, lei aveva un sorriso bellissimo, seducente, che mi travolgeva: bastava che mi guardasse con quei suoi grandi occhi allungati… che di per sé erano un invito, e già un torrente impetuoso prendeva a scorrere tra le mie cosce. In tema d’esondazione esagero, naturalmente; ma lo dico tanto per dare l’idea di quanto lei riuscisse a eccitarmi.

Baciarla, era struggente, tant’era bello sentirmi sulle mie, le morbide e calde labbra di lei. Per legge di compensazione, Dio le aveva donato dei capezzoli stupefacenti, grandi e gonfi, scurissimi, che risaltavano meravigliosamente sul latteo seno: veramente divini da far intirizzire con la lingua, e succhiare. E non era certo quella, l’unica delle sue grazie: una pelle super chiarissima, più ancora della mia, e tra le cosce candide, un delizioso boschetto corvino, con il vello che sembrava essere stirato, tanto era allisciato.

In genere, io preferisco la fica spoglia, perfettamente depilata; ma la sua, sembrava quasi che fosse pettinata. Spesso mi divertivo a sbattere Sumiko sul letto per farle la messa in piega a “spina di pesce”: bagnandola con la saliva, con la lingua le facevo la scriminatura nel mezzo, beandomi gli occhi e lo spirito dell’incantevole visione della rosea fessura che traspariva, via via enfiandosi e dilatandosi, tumida e vogliosa delle mie umide premure. Una volta, scherzando, le dissi che continuando in quel modo, io mi sarei ammalata, come dicono da noi a Venezia, del “male del gomitolo”, quello che incoglie i gatti per la loro abitudine ad allisciarsi il pelo con la lingua. Le proposi, perciò, di depilarla; ma lei, con quel suo sempre presente candido e seduttivo sorriso, non volle farlo, e declinò la mia offerta senza nulla volermi spiegare. Eppure, a leccarsi e suggere con tutto comodo la mia gnocca ben spoglia, lei mostrava di gradire! Ancora oggi, io non ne ho capita la ragione: sarà stata di ordine culturale, religioso, o altro?

Quando, con la voglia di lei schizzata a mille, io nutrivo il mio desiderio alla sua fonte, baciandola là, ricordo ancora con nostalgia il suo penetrante e conturbante profumo, che mi riportava il sushi. L’abbondante scambio delle salive, era una delle cose che più la arrapava; ed io, pur preferendo altri suoi fluidi, mi adeguai. Baciava divinamente, e quando mi leccava e succhiava, era persino diabolica: dotata di una straordinaria sensibilità femminile, bravissima a cogliere le mie vibrazioni, mi portava più volte al labile confine con l’orgasmo, per poi diminuire la stimolazione, producendosi in una serie di delicati bacini sul Monte di Venere e all’interno delle cosce, e poi ritornare a farmi morire ancora. E così avanti anche per un’ora, sino a quando la imploravo di farmi esplodere.

Quel suo particolare modo, lento e fluttuante, di modulare la voluttà, cosa che però m’infondeva senza lasciarmi alcuna tregua, era una dolce  (Continua nel romanzo).

LA #PARTICELLA DI DIO.

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… spostando il discorso da quel che tu sei, o saresti, caro Dio, e per rimanere sul piano delle cose carine, oltre a te, mi fanno specie pure gli scienziati: è da sempre, che gli uomini sono protesi al conseguimento della felicità, e neppure la scienza si sottrae a ciò. Alla fine, la loro ricerca è orientata proprio a questo: attraverso la scoperta di come si sia formata la vita, comprendere dove stia la felicità. Poverini, non serviva Jim Baggott per giungere alla scoperta della “particella di Dio”, il cosiddetto Bosone di Higgs: per scoprire come si sia formata la vita sul nostro pianeta, e quindi giungere alla gioia, sarebbe bastato guardare attentamente tra le cosce di una qualunque femmina, meglio se figa.

E a proposito di gnocca, giacché non soltanto dovrebbe essere apprezzata, ma persino celebrata, perché, invece che festeggiare la giornata della donna, non s’istituisce la “giornata della fica”? Porta gioia, genera la vita: a me sembra che almeno un modesto riconoscimento se lo meriti, no?… (Continua nel romanzo).