FUORI DALLA FARETRA OGNI FRECCIA!

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

Un passaggio tratto dall’Atto 1° della Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

1°Atto Icona

… calmata, Roberta commentò: «Accidenti, come sono venuta! Una volta di seguito all’altra. Mai, mi era capitato in maniera tanto ravvicinata: che scopata da urlo! Adesso, che fai, mi sleghi? Così posso provarci a dedicarmi a te; non l’ho mai fatto a una donna, ma so cosa piacerebbe a me, e perciò…».

Un perfido sorriso rese ancora più sensuale il bel volto di Gia; non le permise di seguitare: «Non crederai che abbiamo terminato, amore. Poco fa, sarai pure venuta due volte; ma in un baleno. Tanto, da non darmi il tempo d’assaggiarti come avrei voluto: “Che bocca grande hai… è per mangiarti meglio”, rispose il lupo alla nonna di Cappuccetto Rosso; e questo bel faccino roseo che spunta dal cappuccetto, che vedo ancora pulsare impazzito, me lo voglio proprio sbafare con tutta calma. Perciò, stavolta, tesoro, tu non venire prima che io te lo permetta!» le intimò scherzosa, giocando sulle parole a indicare il minuscolo, infiammato glande clitorideo. Detto questo, come se fosse un’assatanata, vorace, la sua bocca andò a gustarsi la sua fradicia vagina, leccandole le piccole labbra e la clitoride, spesso affondando, e infradiciandola anche di più con la propria abbondante secrezione salivare, come se fosse una belva feroce a dilaniare la propria preda.

Mentre era intenta in quella rapace degustazione, si ricordò di Francesca…

Ma tu guarda, che passerina meravigliosa ha questa splendida femmina! Da far invidia anche al suo culo, se le due “grandezze” fossero confrontabili. Mi ricordo delle stuzzicate curiosità di Francesca, quando me ne parlava fantasticando come Roberta ce l’avesse; è delle giuste dimensioni, di colore chiarissimo come il mio, e non scurito, come spesso la gnocca si presenta. Ben polposa nelle labbra esterne e nel monte di venere, non grande come quella di Francesca, ha le rosee ali quasi perfettamente simmetriche, delle dimensioni giuste, non troppo spesse ma neppure sottili da non aver corpo ad afferrarle per tirarle con i denti sino a farla gridare. Mi chiedo come fa ad accogliere l’uccello del suo fidanzato, che, mi ha fatto capire, essere spropositato.

Non si vede neanche un’imperfezione cutanea o il più minuto peduncolo di carne anomala, cosa che non è frequente da trovare: e nel perineo, la fica si termina raccordandosi meravigliosamente con l’altro buchino, che si presenta regolare, soffice, e anch’esso perfetto nella sua geometria; da come osservo, si contrae ciclicamente, sincrono alle pulsazioni della stupenda, appetitosa fica che mi sto godendo. É stupefacente osservare come reagisce quando con il naso glielo presso e lo strofino; e che delizia, è l’aroma lievemente acre che sento qui: mi manda davvero in un’estasi mistica. Quando poi lo lappo con un massaggio labiale, ogni volta che la lingua glielo titilla con discrezione, i gemiti che lei manda, sono anche più forti. Che voglia avrei d’irrigidire la lingua e di violarne il mistero; ma è ancora prematuro.

La clit non è grossa, e dopo che ho incominciato a leccarla, si è visto, come il glande moriva dalla voglia di uscirsene dalla sua tana. Sì, questa ragazza dalla statuaria, carnale bellezza, è proprio una pietanza prelibata; ed io me la mangio senza tanti complimenti: in fondo, quando si è invitati a pranzo, sarebbe maleducazione fare tante cerimonie.

Tra i sonori schiocchi prodotti dalla bocca di Gia, si sentì il respiro di Roberta ritornare a essere affannato. La sua vagina, pulsante, gonfia e dilatata, ormai, altroché, se era scivolosa; la sua “Padrona” si unse due dita con lo stesso umore che era colato dall’attaccatura inferiore delle labbra vaginali raggrumandosi nell’ansa dell’ano, e quindi prese penetrarla, entrando e uscendo da lei, prima con ritmo lento, e poi più velocemente. Non più impedita, Roberta riprese a gemere forte; i suoi grandi capezzoli rosei si mostravano ritti. Gia non si perse l’occasione per renderli ancor più turgidi; mentre una mano non lasciava sconsolata la vagina, lei cambiò di posizione. L’altra mano a stringerle forte una mammella, stimolandole ciclicamente il capezzolo, si pose ad arco su di lei, e la sua bocca le succhiò a lungo l’altro bocciolo.

Sorprendendo Roberta, che era sul punto di giungere nuovamente all’acme, di colpo Gia smise ogni stimolazione; si spostò per ritornare alla posizione precedente, con il viso di fronte alla vulva. Leccandosi le dita abbondantemente cosparse del filamentoso muco vaginale della giovane, le riportò nella vagina; questa volta non riprese con l’alterno movimento, ma, arcuandole, incominciò a stimolarla vicino all’uretra, dove i suoi polpastrelli percepivano un lieve rigonfiamento. Intanto, saltuariamente, la sua lingua ritornava a essere operosa sulla clitoride. Aumentò il ritmo della stimolazione del punto G, e non ci volle molto, perché Roberta, serrandole il capo tra le ginocchia, urlando e divincolandosi, le inondasse il volto con una serie di potenti spruzzi di color paglierino. Dopo qualche tempo, ritornata più lucida, la ragazza chiese: «Quello che ancora ti cola sulla faccia, spero non sia pipì; è così?».

Portando la lingua a leccarsi le labbra, con un sorriso pago, lei: «No di certo, amore; anche se m’immagino che la tua pipì sia deliziosa, questo tuo cum è certo più buono… lo trovo dolce».

«Lo immaginavo: tu sei riuscita a farmi eiaculare. Che figata!  É squirt[1], vero? L’avevo visto fare nei filmetti porno che ero abituata a guardare; ma pensavo che fosse una messa in scena. Se tu sapessi, Gia, prima di conoscere te, quante volte ci ho provato da sola; ma senza mai riuscirci. Dimmi, com’è il sapore? Fa schifo? Quello delle mie solite secrezioni lo conosco, e non mi dispiace; ma questo no» chiese, incuriosita.

Continuando a leccarsi sensualmente le labbra, a raccoglierne quanto ancora ne era rimasto, lei: «Schifo? Che dici mai; te l’ho detto: è speciale. É difficile da descrivere a parole, perché non mi viene in mente nulla che gli assomigli. Adesso te lo farò assaggiare; anche se sono riuscita a prenderlo quasi tutto nella bocca, ne ho ancora tanto sul viso. Che forza! Sei stata come un idrante; fortuna che sono riuscita a chiudere in tempo gli occhi». Sorridendo intrigante, seguitò: leccami, forza!».

Curiosa, Roberta le lecco con avidità il volto, quindi commentò: «Non è male; preferirei però che fosse il tuo; dio mio, Gia, che cosa mi hai fatto provare stanotte! Adesso, mi rendo conto: in vita mia, non ho mai goduto tanto. La cosa più stupefacente, però, è che mi sento come liberata da qualcosa che m’imprigionava; da dei tabù, credo».

«“Ti ho fatto provare”, dici? Non dovresti coniugare i verbi al passato prossimo. Pensando che io abbia finito, ritorni a sbagliare, tesoro; la notte è lunga, e per te sarà un orgasmo dopo l’altro, senza fine. Domattina io ti porterò in tempo al tribunale, questo è sicuro; ma non altrettanto certo sarà, che tu sia in grado di seguire a modo la lezione. Adesso ti libero da come sei; dopo, tu voltati, mettiti in ginocchio, allarga bene le cosce, e stai rilassata con il capo sul cuscino, che ritorno a legarti con le calze nella nuova posizione».

Mentre, lasciva, la assecondava, Roberta si mostrò ansiosa: «Gia, non te la prendere se te lo dico; quel che mi stai facendo vivere mi piace moltissimo, ma sono preoccupata. Se vengo tante volte, mi gioco in una notte sola tutte le frecce che mi rimangono nella faretra[2]!».

«Stai tranquilla, che poi sarò io, a colmare di nuovo la tua accattivante, capace, faretra» replicò Gia, ridendo mentre, significativamente, le toccava a piena mano la vagina, muovendogliela. Lei aveva compreso che probabilmente alla ragazza erano state raccontate delle colossali fandonie intorno agli orgasmi; ma non era quello, il momento adeguato per affrontare il tema. Quell’argomento, tuttavia, fu ripreso in occasione di un viaggio che le due donne fecero più tardi, insieme a Mara e Francesca, nel divenire della loro più profonda conoscenza carnale.

Quella notte finì in un’apoteosi, quando Gia pensò…  (Continua nel romanzo).

 

[1] Squirt, in lingua inglese significa “zampillo”, “schizzo”; nella fattispecie, si riferisce allo spruzzo prodotto nell’eiaculazione femminile, spesso indicato impropriamente anche con il termine “cum”.

[2] Faretra, è un astuccio atto a contenere frecce o dardi per archi o balestre. Può avere diverse forme ed essere portato appeso alla cinta, alla sella di un cavallo, o sulla schiena. Fonte: Wikipedia.

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NON È BENE PRESENTARSI A MANI VUOTE.

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1°Atto Icona

… nei loro incontri periodici nella casa di campagna, per non presentarsi a mani vuote, non c’era una volta che la giovane coppia d’innamorate non preparasse qualche amorevole sorpresa per Gia. Per esempio, in uno di quei week-end, quasi neanche entrate in casa, giunte in cucina, in fretta e furia Francesca si spogliò; rimasta con le sole mutandine indosso, la esortò: «Forza Gia, muoviti, fallo anche tu». Era ormai da parecchio tempo che lei non la appellava più “mamma”, e raramente l’aveva fatto alla presenza di Mara.

«Perdiana, la tua fidanzata è di fretta oggi, eh? Arrapata come si mostra, dovreste fare più sesso, voi due» commentò allegra Gia, rivolta a Mara. Quest’ultima si divertiva sempre moltissimo a prenderla benevolmente in giro; replicò: «Avrà le sue buone ragioni, Gia; e dai, non farti pregare! Ascoltala, e non fare la suocera; sei sempre a rimbrottare! Anzi, no; aspetta, che preferisco essere io a spogliarti; è da un mese che non ti vedo, e ho tanta voglia di te, del tuo odore di buono, che mi manca» aggiunse con voce carezzevole e pregna di libidine. Intanto che da dietro le baciava un orecchio, le sbottonò e tolse la camicetta, poi le sganciò il reggiseno; afferrate le sue candide e piene mammelle, se ne riempì il palmo delle mani solleticandole con gli indici le punte dei capezzoli che istantaneamente si ersero, quindi, la sua bocca corse al collo, a baciarla anche lì. Davanti a Francesca sorridente, Gia voltò il capo, e le loro labbra s’incontrarono.

Dopo un lungo e sensuale bacio, Mara le slacciò la gonna; giacché non portava le mutandine, tranne che per le calze, la giarrettiera e le scarpe, che aveva indossato prima di partire da Venezia, Gia rimase nuda di fronte a Francesca.

Quest’ultima, indicando con la mano il proprio inguine: «Ho una sorpresa carina per te, ed è proprio qui; ma se ti sbrighi, però. Togliti anche le calze, forza!» la sollecitò. E quindi, in un’offerta della polposa vagina dalle grandi ali, che tanto ben depilata sembrava essere seta, sfilate pure le mutandine, lei si ripiegò supina sulla tavola da pranzo non ancora imbandita, nella stessa sconcia posizione cui era usa quando c’era Veronica. Altrimenti occupata, però, Gia non aveva guardato dalla sua parte.

Così come allegri erano i loro rapporti carnali e sentimentali improntati al poliamore, anche l’atmosfera continuava a essere briosa e incline a un costante, benevolo sfottimento reciproco; occupata a togliersi le calze di nylon e la giarrettiera, Gia non le aveva ancora visto la vulva nuda. Piegata verso il basso, intenta a sfilarsi le calze, con lo sguardo alle proprie gambe le rispose: «Che la tua fica sia ammaliante, non ci sono dubbi, Francesca; la tua fidanzata ripete sempre che hai le ali così grandi e turgide, che sembrano dare il “welcome” alla sua bocca: ma in quanto alla sorpresa, amore, pregiandomi d’averla frequentata quasi come se fosse la mia, che altro potrebbe essere?».

Infine completamente nuda, la sua attenzione andò a lei che stava languidamente sdraiata sul tavolaccio, a trattenersi le gambe ripiegate; stupita, esclamò: «Che hai la? Poverina; dovrai sentire un gran dolore alla patatina».

«Che la mia passera ti piaccia, è palese, Gia; infatti, ogni volta che me la guardi, ti esce una rima» replicò lei, carezzandosi maliziosamente il basso ventre.

Eccitatissima, lei: «Non la devi maltrattare, sai? Anche se sei fidanzata con questa seducente figa che ha ripreso a palparmi le tette da dietro, quella mi serve ancora».

La sua ex “bambina” aveva le labbra esterne della vagina strettamente serrate da una grossa pinza a molla, del tipo di quelle usate negli uffici per tenere insieme degli spessi fascicoli di carta. Protendendosi ancor di più, in maniera da stare con il pube ben sollevato, lei: «Ormai ti conosco a fondo Gia, e so cos’è che a te piace di più dopo la fica. Il cioccolato. Ed io te li ho entrambi preparati come si deve, sì per farteli gustare insieme. Adesso, però, toglimi questa stramaledetta pinza che mi porto da quasi due ore, che mi sta ormai facendo troppo male. E muoviti a favorire, che il tempo stringe; nel mio fornetto caldo, il cioccolatino che vi ho infilato due ore fa si sta liquefacendo. Mi tiene pure la pipì; ma non la posso fare».

«Che tesoro, sei. Grazie, amore; in ogni caso, che fretta c’è? Tanto, da lì non può mica uscire. Per mal che possa andare, mi toccherà un “disgraziato destino”: farmi una deliziosa mousse. E non sarà per nulla sgradito, per le mie labbra e la lingua, esplorare ogni tuo anfratto, cercando il cioccolato sino alla fine del tunnel» la minacciò bonariamente.

La schermaglia era iniziata; Francesca: «Intanto, per mettere i puntini sulle “K”, la mia passera non è, né un anfratto, né una galleria. Inoltre, se la mia fica è grande e pure profonda, tu, Gia, sei consapevole d’avere la lingua abbastanza lunga unicamente per ciarlare; e non per leccarmela sino in fondo… come vorrei che tu facessi» la sfotté.

«Ma le dita sì, amore; e se non dovessero bastare quelle, ci andrò con tutta la mano».

«Te la imbratteresti di cioccolato».

«Certo, ma sai che goduria, dopo, leccarmi le dita? Specie a causa di quell’altro buon saporino con cui è mischiato».

«Guarda, che è cioccolato fondente, e non al liquore» finse di non capire lei, per tirare quel gioco che la divertiva.

«Non quello del “suo” liquore, ma del tuo». Dopodiché, immerse il capo tra le sue cosce spalancate, costringendola a cambiare timbro. Infatti, ben presto, alle parole si sostituirono i sonanti ansiti di voluttà che Gia, alacre, le andava strappando.

Intanto che, il capo affondato nel grembo di Francesca, la sua ex mammina era intenta a deliziarsi il palato, dietro di lei, ormai smaliziata, tenendo ben allargate le sue natiche e ogni tanto rifilandole un forte sculaccione, Mara andava compiacendosi di leccarle con dovizia la vagina, talvolta spingendosi sino al tremulo anello appena scurito dell’altra sua guaina. Dopo averla preriscaldata e lubrificata a modo oralmente, sfrontatamente lei infilò due dita unite nell’ano dilatato, che le risucchiò; allo stesso tempo, con le dita dell’altra mano, aveva preso a sollecitarle sapientemente la clitoride. Infine, la sua bocca ritornò a essere operosa nella vagina: intanto che la lingua slappava[1] e affondava, i suoi denti le morsero le labbra interne, provocandole un acuto grido.

Alla fine di quella piacevole scarrozzata in gruppo propedeutica a ben altri piaceri, allegra, Gia commentò: «Siete veramente delle sconsiderate! Neanche una doccia, mi avete lasciato fare, sudata com’ero per il viaggio che abbiamo fatto in macchina. Almeno Francesca sapeva anche di cioccolato, ma io avrò puzzato come del pesce marcio!».

«Perché, Gia, tu volevi forse che io rinunciassi ai tuoi sapori più marcati e quindi gustosi?» la rintuzzò Mara, che ormai, svezzata a dovere, come lei, estimava gli aromi intimi femminili più decisi.

Rivolta a Francesca che si stava levando dal tavolo da pranzo, Gia: «Mi compiaccio, amore; hai tirato su proprio bene la tua fidanzata. Hai sentito com’è diventata insolente?».

Scherzando ma evocando una verità, lei replicò: «Io non ho alcun merito, Gia; come noi, lei era già una gran porcellina, solo che ancora non lo sapeva. In ogni caso, la responsabilità è soltanto tua. Infatti, secondo te, io da chi avrei imparato? E in particolare, per quanto attiene il concetto di “educazione”, secondo il quale si deve tirar fuori quello che già stava dentro la testa, per dopo, una volta riordinato, rimetterlo dentro». Gia non commentò, ma dentro di sé si sentì molto fiera della sua…  (Continua nel romanzo).

 

[1] Slappare, è un termine dai molteplici significati; infatti, può riferirsi a una tecnica chitarristica, oppure al picchiare (prendere a sberle), e come in questo caso, leccare (termine onomatopeico).

MALINCONIA.

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1°Atto Icona

… in quel momento, una voce nell’altoparlante della stazioncina annunciò che il suo treno avrebbe ritardato di mezzora; svelta di riflessi, Gia la afferrò per mano, e di corsa la condusse alle toilette. Entrate in una libera, la indusse a sedere sulla tavoletta del water, quindi si accucciò e le sfilò le mutandine; quindi, prese a leccarle la vagina, e quando questa fu ben dilatata e lubrificata, a poco a poco le infilò dentro gli slip, completamente. Dopodiché, fece lo stesso con se stessa, la indusse ad alzarsi, e occupò il suo posto, sedendo: «Amore, questa è l’ultima volta che possiamo farlo; dai, scopati in fretta sulla mia coscia nuda, e vieni, che dopo ti sfilerò le mutandine dalla fica e me le terrò per ricordo. Così, quando sarò ritornata a casa, odorandole e pensando a te, mi masturberò a ripetizione. Lo stesso potrai fare tu con le mie, che dopo mi toglierò da dentro per regalartele, ben odorose di me».

Nel frattempo che lei obbediva all’ordine, anche i sensi di Gia non furono indifferenti, e lei si bagnò moltissimo, intridendo le mutandine portate nel grembo. Quando Francesca, trattenendosi dal gemere troppo forte, fu venuta, Gia sfilò dalla propria vagina le mutandine che vi aveva infilato e gliele donò. Con gli occhi lucidi, lei disse: «Che bel regalo, Gia; grazie. Senti, perciò che sia più bello, sincronizziamoci; dimmi a che ora lo farai, così, in treno, occultando le mani sotto la giacca, lo farò anch’io pensando a te».

Tenendosi teneramente per mano, uscirono dai bagni; dopo averle impresso un bacio, mentre stava salendo in carrozza, Francesca le disse: «Gia, anche se in questo mese grazie a voi io sono cresciuta e non sento più il bisogno di qualcuno che mi faccia da mamma, tu sarai sempre nel mio cuore; e anche Veronica. Aspettami, perché mancano solo tre mesi che io ritorni a Venezia; intanto, per dirla a modo tuo, tu scopa più che puoi, e qualche volta pensa a me, che anch’io lo farò… compreso lo scopare» terminò allegra.

«Farò di più, amore: anche se avessi una stratosferica figa a disposizione per consolare la mia patatina, qui, davanti a te, sul mio onore, io prendo l’impegno di masturbarmi almeno una volta a settimana usando le mutandine pregne del tuo odore mentre penso a te».

Il treno si stava muovendo; dal finestrino Francesca le gridò: «Gia, anch’io lo farò; oggi facciamolo a mezzanotte nel letto; ma ogni giovedì, alle undici di sera, lo faremo incontrandoci in video chat. Siamo d’accordo?».

«Ok, amore; tutti i miei giovedì sera saranno tuoi. A presto!» rispose, ma il vagone era ormai troppo lontano.

Con le ultime immagini del treno in lontananza, un senso di vuoto la prese; infilò la mano nella borsa ad avvertire il contatto di quel soffice cotone semitrasparente ancora fradicio. Incurante di chi le stava intorno, estrasse le mutandine di Francesca e se le portò al volto ad annusarle, e intanto delle lacrime andavano bagnandole il volto.

Lasciata da entrambe le sue amanti, Gia si sentiva troppo malinconica, e doveva sfogarsi in qualche modo: con il suo fuoristrada percorse quel lungo e accidentato tratturo di sempre alla velocità della luce, sbattendo di qua e di là, tanto che, distratta, s’impantanò nel fango. Inserite le quattro ruote motrici e il blocco del differenziale, ne venne fuori senza che fosse necessario usare il verricello. Fu quell’accidente, a farle cambiare idea; con un paio di manovre azzardate, rischiando d’impantanarsi nuovamente, fece dietro front e ripartì a razzo. Non ritornò nella casa di campagna: sarebbe stato troppo desolante vedere quel luogo senza di loro. Se ne tornò a casa sua, a Venezia.

Quella sera lei fece violenza a se stessa e ai propri sentimenti: la malinconia che l’aveva presa, era assolutamente insopportabile. Se ne andò nella movida veneziana decisa a rimorchiare una femmina qualunque, che le facesse scordare l’abbattimento di cui era preda. Sebbene lei non impazzisse per l’abitudine orientale dello scambio delle salive appreso da Sumiko al tempo del College, dal solito locale, al “Trombador”, si portò a casa il risultato: una giovane e frizzante giapponesina venticinquenne che parlava a malapena l’inglese; ma non furono tanti, i discorsi che le loro bocche, in ben altro impegnate, dovettero pronunciare. A mezzanotte in punto, lei lasciò di stucco la sua conquista, perché, senza darle più bado per una buona mezzoretta, gli occhi chiusi, con il pensiero che andava alla sua “bambina”, prese a masturbarsi usando le sue mutandine. Alla fine, neanche riprese a fare sesso: causa la malinconia, il suo interesse scemò.

Per stordirsi, Gia non aveva badato a quanti bianchetti avesse bevuto, e neanche si ricordò d’usare il “Dental Dam”, tantoché, il giorno successivo, quando la sua conquista, incavolata, se ne fu uscita da casa sbattendo la porta, tra un atroce mal di capo, adirata, disse a se stessa…

Scema che non sei altro! Ti è piaciuto farti la passera della bella figa dagli occhi a mandorla che ti sei portata a letto, vero? Ora vai a rifarti tutti gli esami, e dopo vai pure a trovare la tua amica ginecologa. Se dopo averti visitato e letto l’esito delle analisi, come il solito lei ti proporrà di portarti nella stanza accanto per mangiare la tua, di fica, allora potrai startene tranquilla; altrimenti… addio sogni di gloria! Cazzo! E poi ho la pretesa d’insegnare ad altri come ci si debba comportare nel sesso. Ma è colpa del mio cuore che piange: dio, quanto mi mancano! Di là del sesso splendido, neanche mi ero resa conto, d’essermi innamorata per davvero; e poi, quegli imbecilli avversi al poliamore, dicono che non si può essere innamorate che di una sola persona per volta: vadano a dirlo a chi pratica la poligamia, tipo i mussulmani; cazzo!… (Continua nel romanzo).

 

 

 

CREATIVITÀ.

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… a notte tardissima, quando già facevano capolino le prime luci dell’alba, a un passo dall’addormentarsi, con la bocca a un centimetro dall’orecchio di Francesca stesa accanto a lei, nel ruolo di brava madre putativa Gia le fece notare: «Lo vedi, amore? Tutto, si può fare; ma con buon senso. Il che significa in primo luogo rispettare quel che di più prezioso noi abbiamo: il nostro corpo. Lo rovineresti, tu, il giocattolo che più ti gratifica?».

«Sai qual è la cosa che più mi affascina di te, Gia? Tu non dici mai di no, come sarebbe usuale comportarsi da parte di un genitore vero; e questo, anche se non sei della mia stessa idea. E l’amore che mi porti, si ritrova anche nei tuoi sforzi per cercare un modo accettabile per appagare ogni mio desiderio. Sebbene ora io sia certa d’essere cresciuta, insisto comunque a concepirti come se tu fossi, oltre che amante, la cara mammina putativa di sempre. Mi hai convinta, mia Gia; stanne certa: non mi bucherò, non mi rifarò le tette, e neanche mi farò mai dei tatuaggi».

Tuttavia, la fervida fantasia di Gia non si fermò a quello, perché, da fanatica del bricolage qual era, né inventò un’altra delle sue, che sperimentò prima su se stessa e dopo, soddisfatta, propose alle altre: procurate delle siringhe usa e getta prive degli aghi, infilò sul loro mantello cilindrico due o-ring, quegli anellini di gomma, spessa ed elastica, impiegati come guarnizioni per le attrezzature subacquee. Dopodiché, poggiata l’imboccatura del cilindro a contenere un proprio capezzolo, tirò il pistone, il quale, creando il vuoto, lo ingrossò a dismisura; quindi, eccitata da morire, fece scorrere l’anello di gomma strillando dal dolore quando questo, superata la plastica della siringa, mordace, le strinse fortemente la carne mantenendoglielo gonfio da sembrar scoppiare.

Con le lacrime agli occhi, ma soddisfatta per il pulsante dolore auto-procurato, che le trasmise delle vibrazioni assai piacevoli ai genitali, lei fece lo stesso sull’altro capezzolo, e quindi, giacché si era tanto eccitata, piangente, si masturbò con gran passione, usando all’inizio le proprie lacrime per scivolare meglio con le dita nella vagina.

Quella sera, dopo cena, nel salotto, rilassate e pronte per il solito rito, intanto che si toglievano di dosso magliette e calzoncini, lei: «Amori miei, beh, ve lo devo proprio dire; io sono innamorata pazza di voi due. Trovo che questo nostro poliamore[1] sia meraviglioso. É per questo, che il mio pensiero è sempre volto a escogitare qualcosa di nuovo che possa darvi gaudio, ossia, godere sempre di più; ed eccola, l’ultima mia trovata, che vi propongo». Dopodiché, offrì alle compagne uno spettacolo imprevisto: ormai nuda, davanti a loro lei si applicò gli anelli, e se li tenne addosso per tutto il tempo dell’abituale masturbazione plenaria, ricavandone un grande appagamento, che non fu soltanto sessuale, poiché rimase molto gratificata per il feed-back che le venne dalle amanti, le quali, stregate dalla sua espressione di sofferente gaudio, insistettero per provarci. Specie Francesca, che, con gli occhi spalancati per il bramoso stupore, commentò: «Anch’io voglio provare a farlo, ossia, bagnarmi la fica, invece che con la saliva, con le lacrime salate, come stai facendo tu. Oddio, Gia, che goduria dev’essere! Guardandoti, m’immagino la delizia che starai provando: soffrire nel sentirti dolere i capezzoli come se qualcuna te li stesse trafiggendo, e allo stesso tempo, godere come una matta.

Che scema sono stata quando ho pensato di bucarmeli; per provare più piacere ci sono tante e tali cose innocue che si possono fare in alternativa, che francamente non riesco a comprendere come ragionano coloro i quali non rispettano il proprio corpo».

Gia non si scordò di quel che lei aveva detto, poiché il giorno seguente, fuori dai giochi erotici, glielo ricordò: «Vedi, amore? Ho apprezzato moltissimo quel che hai detto ieri notte. Giacché presto lo sarai, ebbene, è alla futura psicologa che lo spiego con termini tecnici. Questo modo di ragionare, che si può pure usare per la risoluzione di problemi di diverso tipo, si chiama “de-strutturazione del pensiero”, e si oppone alla cosiddetta “fissità funzionale”. In pratica, consiste nella capacità di vedere le cose in una funzione diversa da quella che solitamente hanno. Per essere più chiara con un esempio, in caso di bisogno, un pesante fermacarte può essere impiegato come un martello, oppure il manico di uno schiaccianoci può servire per aprire il coperchio bloccato di un vasetto in vetro per le conserve. Ebbene, con le clip a fungere da pinzette l’altra notte, e con le siringhe a servire da mini pompa d’aspirazione ieri, io ho fatto né più né meno che la stessa cosa.

Questo modo di porsi di fronte a quel che non si risolve da sé, sta alla base di quello che nella psicologia della Gestalt[2] viene definito “pensiero produttivo”, che, per i non addetti ai lavori, può approssimativamente tradursi come “creatività”».

«Gia: se avessi avuto te come insegnante all’Università, sarebbe una manna del cielo. Nel spiegare le cose, tu hai un dono: la semplicità; ossia, rendere facile quel che è difficile. Perché non insegni?».

«Grazie per l’apprezzamento, tesoro; di là del precisare che per un periodo della mia vita ho insegnato, come sai, non si può fare tutto, e ora io preferisco scrivere di grandi scopate tra noi donne. E adoro farlo in una maniera talvolta “porcaiola”».

«Tu non scrivi per nulla in modo “porcaiolo”! Sei sempre elegante; e se pure qualche volta nei tuoi romanzi compare un termine volgare, questo non disturba, poiché lo fai soltanto quando è necessario, e non per compiacertene, così come fanno gli idioti».

«Ecco, come sono debellate l’ignoranza e l’idiozia! Che bello sarebbe, se ci fossero in giro più persone colte e sveglie come te, dall’anima splendida come la tua, e last but not least, come sei tu, delle grandi fighe»… (Continua nel romanzo).

[1] Poliamore, è un neologismo che esprime il concetto di “amori molteplici”. Il termine esprime è la posizione filosofica che ammette la possibilità che una persona abbia più relazioni intime (sentimentali e/o sessuali) contemporaneamente, nel pieno consenso di tutti i partner coinvolti, in opposizione al postulato della monogamia sociale come norma necessaria. L’idea di relazione poliamorosa non include dunque i rapporti caratterizzati da clandestinità, come quelli adulteri. Il consenso delle parti implica una necessità di comunicazione trasparente tra i partner e un rispetto dei sentimenti di ognuno. Fonte: Wikipedia.

[2] Psicologia della Gestalt, (dove la parola tedesca Gestalt significa forma, schema, rappresentazione), detta anche psicologia della forma, è una corrente psicologica riguardante la percezione e l’esperienza. L’idea fondamentale dei fondatori della psicologia della Gestalt è che il “tutto” sia diverso dalla somma delle singole parti. Fonte: Wikipedia.

LO SPECCHIO DELL’ANIMA.

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1°Atto Icona

… Intanto che loro due davano seguito allo scostumato proponimento, Gia, che si era divertita molto ad ascoltare tutto quel lungo, indecente discorso, allegra, per la prima volta mise bocca: «Sai, Francesca, io sono molto d’accordo con quanto Veronica dice a proposito del culo; e oltre a quel che lei ha ben spiegato, sono convinta che esso rivesta una fondamentale importanza anche per conoscere di che pasta siano fatte le donne. Mi spiego: quelle che, come noi, l’hanno bello, sono generose, mentre le donne segaligne, dal culo stretto e sciatto, è meglio lasciarle perdere; infatti, sono maligne, maldicenti, impiccione, egoiste. Insomma, non esagero se dico che, al pari degli occhi, il culo sia uno specchio dell’anima»…  (Continua nel romanzo).

ELOGIO DELLE BASSE NOBILTÀ.

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

Un passaggio tratto dall’Atto 1° della Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

1°Atto Icona

… rassicurata, lei ritornò nel giocoso e libertino ruolo della bambina. Non aveva ancora finito d’interrogare, perché, dopo una pausa, chiese a Veronica: «Senti mamma, spiegami una cosa… per me e Gia, che siamo a ricevere le tue deliziose attenzioni, è facile; ma tu, dove la trovi la pazienza di stare a leccarci per ore? Non ti stufi?».

«Proprio per niente, piccina; al contrario, mi piace. Hai mai pensato che il deretano sia la parte più affascinante e gradevole del nostro corpo? Sedendo, ci fa stare comodi, e rotondo com’è, ci ricorda la madre di tutti noi, la Terra. Inoltre, se per qualche ragione cadiamo al suolo, scusami per il bisticcio di parole, ma è lo stesso culo, a “pararci il culo” da guai peggiori. Non parliamo poi dei piaceri che ci dà nel sesso. Io ne farei una divinità da adorare da mane a sera, e baciando il vostro, è esattamente questo, che faccio. A conti fatti, se ci pensi bene, non vi è quella gran differenza con la bocca che usi per mangiare e baciare: entrambe costituiscono degli imbocchi di una stessa via, quella da cui passa il nutrimento del corpo; non ti pare?».

«Bella questa! Ho capito che tu tiri l’acqua al tuo mulino; ma non sono la stessa cosa, perché se quella con cui ti bacio è un ingresso, l’altra è un’uscita».

«Non è mica detto. Come sai, anche dall’altra bocca si può entrare». Commentò maliziosa, e seguitò con quella sua personalissima teoria: «E se devo dirla proprio tutta, io preferisco baciare quella. Pensaci: quando sei a baciare, in genere te ne stai con gli occhi chiusi, no? E allora, se non mi è dato di vedere il tuo bel faccino, l’altra sensazione che m’intenerisce proviene dalle carezze. Allora, io dico, invece che il volto, non è meglio accarezzare delle morbide chiappette?».

A quel punto, la bambinetta scomparve nuovamente ed emerse la studentessa di psicologia; divertita, Francesca replicò: «Tu, Veronica, sei tutta fuori! Per giustificare la tua spiccata propensione per il culo, tireresti in ballo anche i santi; ma lasciamo stare. Sai Veronica, anche se sostenere il ruolo della bambinetta mi riscalda la fica, io non sono una sprovveduta; quando si fa qualcosa per qualcuno, questa non è altro che una proiezione dei propri desideri, ed è chiaro come il sole, che anche a te piace da morire essere leccata lì. Dai, graziosa cagnolina, adesso mettiti a quattro zampe, che ti darò un dolcetto; ma non per ore come fai tu, sai, perché dopo un po’ io mi stufo»… (Continua nel romanzo).