Nel Cappello di Gia

Che ne pensano i miei lettori.

 

La Saga.

MultiIcona per vol 4La saga «Dal Cappello di Gia» non è rivolta solo alle donne, ma anche agli uomini, i quali possono trarne degli utili spunti per non lasciare deluse le loro partner. Fuori dagli schemi, a tinte molto invereconde, nella saga è narrato un sesso lesbico che, pur moderatamente sadomaso e fetish, è sempre giocoso e gioioso. Nelle vicende, tutti i personaggi – donne – si muovono nell’invenzione retorica di un empireo saffico costellato da conturbanti giochi sadomaso dal potente profilo erotico, mai verosimilmente violenti, consensuali e condivisi, dove ogni desiderio è esaudito in una fitta coltre di beatitudine nella quale non vi è mai apologia della sofferenza o della violenza. Sono le vicende amorose di Gia Van Rollenoof, una giovane e affascinante donna veneziana che, da artista fotografa, per meglio esprimere senza alcun limite la propria creatività intorno all’Eros, ha poi scelto la scrittura. Discepola di Saffo, e, da buona veneta, anche di Epicuro, l’eclettica protagonista è costantemente protesa all’appagamento delle proprie pulsioni, più libidiche che sentimentali. Visionaria, dalla conturbante femminilità, pur licenziosa nei costumi sessuali, sono presenti in lei dei precisi contorni morali non viziati dal pregiudizio: infatti, all’apparente dissolutezza, lei oppone un tormento dell’anima e una brama interiore verso il trascendente. Dall’animo libero, per nulla condiscendente, frequentemente lei si scaglia in fondate, veementi considerazioni verso l’ingiustizia sociale e l’esercizio di poteri ingiusti. Fieramente lesbica, per promuovere i suoi romanzi, ma anche per stabilire delle “affettuose” amicizie femminili, lei è dedita a chattare sul web; ed è proprio dalla chat, che nasceranno le mirabolanti vicende amorose che, dalla sua Venezia, poi si svilupperanno in una sperduta Oasi di un Paese arabo, per dopo avere un seguito a Gasterij Kruisberg, una località vicina ad Amsterdam. É chiaramente un volo di esagerata fantasia, dove il corpo femminile è idealizzato come una fonte inestinguibile di delizie sessuali, dalla libido inesauribile e dalla sovrumana resistenza ai reiterati amplessi e fustigazioni. Tuttavia, si tratta sostanzialmente d’invenzioni con una funzione catartica. A voler definire in breve questo primo atto, che consta di oltre quattrocento pagine, si potrebbe dire trattarsi di una favola dove l’amore e il sesso, in maniera irreale, sono messi a nudo nella loro dimensione prettamente pulsionale, volutamente spogliati da ogni intrigo psicologico pseudo seduttivo, e raccontati in modo esplicito nella loro gratificante essenzialità erotica. Spoglia di sofismi introspettivi, si tratta perciò di una FIABA PER ADULTI dall’esito felice, costantemente permeata da impeti di donne verso altre di loro. Nel romanzo sono trattati contenuti sessuali espliciti, e perciò la vendita e la lettura sono rivolte a persone maggiorenni. Si avverte, inoltre, che la lettura non è adatta a persone dagli ortodossi sentimenti religiosi.

Chi è l’Avatar GIA.

Gia Van Rollenoof.sepia

Benché il mio cognome faccia pensare ad altro, io sono una donna veneziana che ha assunto il cognome della madre, il cui padre era olandese. L’ho fatto per prendere le distanze dal mio; d’origini pugliesi, quando, gli dissi di sentirmi lesbica, tale suo retaggio culturale tradizionalista si manifestò alla grande, giacché, incazzatissimo, mi cacciò.

E quindi, lasciata casa all’età di sedici anni, siccome ogni tanto qualcosa interviene a bilanciare la sfiga, ebbi la fortuna di vincere una borsa di studio che mi permise di vivere a sbafo per un biennio, diplomandomi in seguito come baccalaureato in un College internazionale all’estero, e più precisamente nel Regno Unito. Lavorando sodo, in seguito sono riuscita a laurearmi in psicologia, professione che non ho mai esercitato, ma che mi è stata e continua a essermi molto utile per altre faccende, tra cui ottenere la fica delle femmine che mi colpiscono, e che mi sforzo di portarmi a letto. E non vi sorprendete se, a ogni piè sospinto, mi sentirete citare la passerina; non è tanto di quella in sé che parlo, poiché prendo tale termine come un abbreviativo per indicare la bellezza e la sensualità di ciò che di più meraviglioso Dio, o chi per lui, ha creato: noi femmine.

Per ritornare al tema, è stato grazie al mio caro Maestro italiano, che ho potuto lavorare come fotografa, e intraprendere così gli studi universitari; mai, io lo ringrazierò abbastanza per la formazione ricevuta. E non solo riguardo alla Fotografia, giacché, per tanti aspetti, lui ha sostituito quel padre che non avevo mai avuto, e che mi ha cacciata. Ormai presa quella strada, laureata, più tardi divenni un’apprezzata artista, riuscendo pure a vendere un numero cospicuo di opere fotografiche, cosa che, se facile all’estero, non è comune nell’italico ambiente in cui ritornai a vivere terminata l’Università.

Tuttavia, nonostante l’apprezzabile successo conseguito negli ambienti dell’arte fotografica, giacché quel modo d’esprimermi incominciava ad andarmi stretto, da qualche tempo ho messo da parte la Fotografia; e questo, perché ho scoperto che adoro scrivere, arte che non mi pone alcun limite. Su cos’è che scrivo? Sul tema che mi appassiona più di tutti: di noi donne che amiamo le femmine. I miei romanzi non sono pensati per delle educande, certo, ma sono franchi, diretti, e assolutamente privi di sottintesi; rispecchiano, infatti, il mio modo di rapportarmi agli altri.

E a proposito del “rimorchio”, com’è accennato più sopra, salvo che per qualche sfortunata eccezione, grazie a qualche entità divina, sedurre, per me non è mai stato un problema; e questo, talvolta, anche nei riguardi di donne che non hanno ancora scoperto quella che secondo me costituisce la voluttà più grande: amarci tra di noi. Al proposito, anche se io mi considero ben lontana da ogni forma di misticismo, ho di me stessa un’idea quasi missionaria: se posso, e senza forzarle, mi piace convertire alla mia “religione” le femmine che mi colpiscono; e parlo della professione di fede migliore… quella attribuita a Saffo, è ovvio.

Riguardo a quanto ho appena dichiarato, perdonatemi se appaio presuntuosa nell’affermare che questo mi riesce pure bene; e non perché io sia particolarmente valente: giacché sono tante, le stronzate che certi uomini fanno a noi donne, io ho gioco facile.

Per perseverare in questo breve e vanaglorioso racconto di me, abbiate pazienza se sto ancora a scassarvi le palle o le ovaie, a seconda che siate maschi oppure femmine, ma ciò serve a dare una chiave di lettura dei miei romanzi, che mi rispecchiano…

Benché mi consti d’essere considerata molto femminile, sin dalla mia infanzia io mi sono sentita volta alle cose palpabili della vita, evitando ogni sorta di superflua masturbazione. Parlo di quelle mentali, s’intende, perché, riguardo alle altre, io non ho nulla contro questa sublime pratica cui sono orgogliosamente dedita quasi giornalmente, e specie quando non ho una fidanzata, oppure un’affettuosa amica di letto. Detto in breve, non mi va di sprecare la mia vita, che, per quanto potrà essere lunga, per me, sarà sempre troppo breve.

Certo, io riconosco che il mio senso pratico sia da attribuire alla parte maschile che emerge in me; ma chi, al mondo, può dirsi completamente privo delle tracce del sesso opposto al proprio? Probabilmente, è proprio per questo, che a me piace amare in maniera assai poco spirituale e romantica; tantoché, in amore e nel sesso, io vado subito al sodo. In breve, odiando, come dicevo, le inutili perdite di tempo e ogni altro fronzolo, io mi comporto sempre in un modo molto, molto materiale. E con tutta probabilità, insieme alla mia femminilità, e mi dicono, fascino, è proprio questa mia caratteristica alla determinazione, che mi rende capace di sedurre pure delle donne convintamente eterosessuali, traendone, oltre che piacere carnale, anche tanta soddisfazione morale.

E non è un caso, che io usi questo termine che a molti potrebbe sembrare improprio, poiché della moralità io ho un concetto che, se personale, è molto chiaro; detta a soldoni, la cosa può così essere spiegata: nell’opulenta e demograficamente esuberante società occidentale, la sessualità non dovrebbe più essere concepita tanto per la riproduzione della specie, quanto per il puro sollazzo; e quindi, giacché praticarla tra persone di sesso diverso comporta l’eventualità di procreare, oppure dei rischi per la salute in seguito all’assunzione di anticoncezionali chimici, secondo me è meglio darsi ai più appaganti, voluttuosi, rapporti omosessuali. Giudiziosamente protetti, s’intende.

D’altro canto, chi mi rimprovera di non essere “morale”, non sapendo, mi dona un grande complimento: che cos’è la moralità, se non una reazione all’insicurezza? E della mia identità lesbica, io sono assolutamente certa.

I casi di “conversione spirituale” di cui mi sono occupata nella mia non troppo lunga vita, trentasei anni, sono stati numerosi; tuttavia, il maggior successo l’ho avuto con le femmine “timorate di Dio” e sature dei pregiudizi inculcati loro. Proprio così: il pregiudizio. Perché se questo ti dà delle effimere sicurezze, allo stesso tempo ti rende debole; e se tu sei capace d’abbatterlo, ti ritrovi un’anima da rimettere insieme, la quale può diventare molto bella, e finalmente divenire propria, e non altrui.

Tra le altre vicende amorose che ho avuto il piacere di vivere, alcune me ne sono capitate con delle donne convinte d’essere “etero”; delle belle femmine, certamente, ma dal carattere remissivo, e molto deluse dalla loro vita riguardo ai “ritorni” ricevuti per bilanciare i loro cosiddetti “sacrifici”. Tali miei “rimorchi” hanno avuto successo a prescindere dal desiderio che poteva provenir loro dalle suppliche di quello che io considero costituire il centro dell’universo: la nostra passerina. Mi è capitato spesso, infatti, di trovarne di convinte che il gentil sesso debba essere fragile, così come da millenni ci è stato scolpito nel cuore e nella mente.

Principalmente a causa dei condizionamenti religiosi, che ti promettono un adeguato premio nell’aldilà commisurato ai sacrifici che sei stata capace di fare “nell’al-di-qua”, mi ricordo di quella mia amica che un tempo ho portato sulla retta via; sedute al Gran caffè Quadri di piazza San Marco, nella mia amata Venezia, lei mi diceva: «Gia, io non mi ci raccapezzo più; ma ti rendi conto? Sono rimasta vergine sino ai venticinque anni; e questo, con la speranza di donarmi pura quando avrei trovato l’amore vero, l’uomo della mia vita. Quando, però, credevo che fosse arrivato, quello lì, altro non ha fatto, che darmi sofferenza. Eppure, in considerazione della rinuncia, un po’ di felicità me la sarei pur meritata; ti pare? E allora, perché la vita è così ingiusta? Perché ho dovuto soffrire?».

Ricordo che le chiesi: «Secondo te, chi avrebbe dovuto compensarti?».

«Non lo so: il destino, o Dio. O almeno così mi hanno fatto credere».

«E se Dio non esistesse? Oppure, se avesse altro di più importante di cui occuparsi? Delle bazzecole, sai… quali le guerre, le stragi del terrorismo islamico, i bambini denutriti o ammalati, l’ebola; oppure occuparsi di coloro che nel nostro Paese sono dediti al malaffare, sperperando e rubando il denaro pubblico. Che so, i politici corrotti, i faccendieri, e così via» la incalzai io.

Lo sguardo smarrito, ricordo che lei si domandò e mi chiese: «In confronto a quanto di più tragico accade nel mondo, io lo capisco, che queste mie fisime possano apparire futili; nondimeno, secondo te, tutte le rinunce che ho fatto sarebbero state vane?».

«No, tesoro; perché, escludendo Dio, sulla cui esistenza non scommetterei, ti rimane sempre il destino. In ogni caso, tu devi comprendere che non si tratta di qualcosa che ti viene da chissà dove, di definitivo e immutabile; la sorte che ci spetta è sempre transitoria, e siamo noi a determinarla, capisci? Non devi dare ascolto a quei beoti che dividono il mondo in due categorie: i vincenti e gli sfigati. Tu guarda, come tale idiozia si sia andata consolidando negli US; tant’è, che verso chi è definito “sfigato” c’è anche una sorta di disprezzo. E così, oltre il danno, c’è pure la beffa. E c’è un’altra cosa che tu devi considerare: quest’atteggiamento sociale è talmente dannoso, che il più delle volte gli sfortunati sono tali soltanto perché si convincono d’esserlo.

E perciò, se ti è chiaro che in questo momento il tuo destino sono io, gioia mia, ebbene, togliamo il sedere da qui e trasferiamoci a parlare nel mio appartamentino; dopodiché, esaurite le parole, scopiamoci in letizia sino a scoppiare. Il destino, comunemente inteso, non c’entra una beneamata minchia, giacché, a costruirlo, è soltanto la nostra volontà e la nostra voglia di averci… bella figa del mio cuore.

Sai tesoro mio, per bene che possa andarci, tu devi considerare che dopo averci strizzato tette e culo e stantuffato per qualche minuto, con gli uomini, tutto si termina in un baleno; e questo, sempreché gli si rizzi, beninteso, cosa che non è per niente scontata, e che costringe noialtre a fare pure le crocerossine per consolarli della figuraccia. A differenza di loro, che spesso neanche mostrano di sapere come funzioni, tanto per dire, una cosina chiamata clitoride, oppure punto “G”, tra noi donne il rapporto può essere lunghissimo, piacevolmente estenuante, e quindi l’orgasmo diventa qualcosa di veramente speciale. Oltretutto, non avendo i loro limiti, dopo non molto tempo, noi possiamo ricominciare daccapo. E giacché spesso mi dico, “Nessuno sa fare sesso con me, meglio di me”, allora, chi più di una donna, nella fattispecie io, sa come far salire in paradiso un’altra? Ovverossia te, amore.

Sai, lo dico sempre ai miei amici maschi: per rimorchiare di più e meglio, voi dovreste frequentare un master tenuto da un’esperta femmina lesbica; me, per esempio.

Per ritornare all’argomento topico, tesoro, se per caso tu dovessi tirarmi fuori la questione del pene, che noi donne fortunatamente non abbiamo, ebbene, dovresti considerare che tutta quella prosopopea che loro hanno con riguardo a quell’antiestetica prominenza, spesso pure molto modesta e immutabilmente floscia, è del tutto infondata. Pensaci… di prominenze, noi donne ne abbiamo ben undici: dieci dita e la lingua; e quindi, rispetto a loro, una soltanto in meno. E neanche ho messo in conto i nostri maliziosi piedini. Si tratta di ben poca cosa, ti pare? Tuttavia, a differenza degli uomini, noi abbiamo tanta più fantasia nell’usarle, le nostre sapienti prominenze. E se questo non ci dovesse dare una sufficiente sensazione di pienezza nella penetrazione, giacché le abbiamo minute, possiamo sempre usare una mano intera; con grazia, s’intende.

Vedi, dolcezza, in un mondo talmente popolato, che non ha più un gran bisogno della procreazione, sentirsi ed essere omosessuali, o almeno “bi”, secondo me è l’atto d’amore più solidale e sublime verso l’Umanità; e adempie pure la saggia, buona, esortazione del Cristo, che dice, “Ama il prossimo tuo come se fosse te stesso”. In effetti, amando una persona simile a te, con un corpo non tanto diverso dal tuo, è come se, in maniera traslata, ti stessi amando da te; con il vantaggio, però, di goderti le vibrazioni di un’altra carne. E come dicevo, neanche pongo l’accento su degli altri vantaggi: grazie alla conoscenza profonda del sé, rispetto alle tue attese e alle tue reazioni psico-fisiche, chi, più di una persona dello stesso sesso, ha la sensibilità e la sapienza per far godere un’altra? Sempreché, oltre ad avere la gnocca vivace, a costei funzioni anche il cervello. Naturalmente, affinché tutto ciò funzioni, ci deve essere attrazione; dimmi, amore, io ti attraggo?».

«Sei bella, Gia; molto. E anche se mi considero etero, non lo posso negare».

«Vedi? Questa è un’altra rilevante differenza tra noi e loro: mai, anche se è falso, un uomo etero ammetterebbe di provare attrazione fisica per un altro; e questo, perché sono sempre a confliggere tra di loro, con la conseguente necessità di dimostrarsi più forti, cosa che mal si concilia assoggettandosi a farsi penetrare oppure, inginocchiati, a regalare un bocchino. Noi, invece, giacché più intelligenti e sensibili, siamo pacifiche, e non subordiniamo l’attrazione a tali meschinerie.

Per venire a noi, amore, e non uso a caso il verbo “venire”, che prelude a un auspicabile evento a brevissimo termine che ci riguardi, scopare tra donne è sempre molto, molto piacevole; e cosa di non poco conto, è pure rasserenante. Infatti, non comporta alcun pericolo o ansia di rimanere incinta, e neppure dei possibili rischi conseguenti all’assunzione di pillole varie. Scoparci tra noi è soave, profondamente empatico, e soprattutto, come dicevo, non implica un legame di prevaricazione o dominazione… sempre che tu non ti accompagni con una stronza che, convinta d’essere un maschio, a tale si atteggi, magari attrezzata con un pene di gomma. E quanto dico t’induce il sospetto di come, parlando di lesbiche, non si debba mai generalizzare, poiché ve ne sono di vario tipo: quelle che, amando le femmine, tali rimangono felici d’esserlo; come me, ad esempio. E poi ve sono delle altre, che mostrano delle gravi crisi d’identità di genere.

Tuttavia, gioia mia, anche nel caso nostro, purtroppo, non tutto è sempre “rose e fiori”: ci sono donne e donne. Ecco, tanto per farti un esempio… quanto mi stanno sulle ovaie quelle di noi che, appena possono, usano la banale frase, “Al femminile”! E quindi, “Un romanzo al femminile”, Una “iniziativa al…”, e così via. Perché non dire, semplicemente e più chiaramente, “Un romanzo scritto da una donna”; e che cazzo! Che minchia vuoi rimarcare: che esistano delle donne che lo sono, ma che non lo sembrano? E questo, al punto che lo devi specificare? Francamente, mi sembra una colossale stronzata; anche perché ciò è ambiguo. In effetti, detto così, quello che scrive “al femminile” potrebbe pure essere un uomo; ti pare?

Non c’è davvero limite alla stupidità umana; guarda, per esempio, il vezzo di certe vetero femministe di volgere in maniera inappropriata il genere di alcune parole: la ministra, la direttora, la sindaca, e così via. Per coerente reciprocità, anche i gigolò dovrebbero allora chiamarsi “prostituto”, “puttano”, “bagascio”, eccetera, no?

In quanto alla sofferenza, che tu mi dici d’aver ricevuto soprattutto dagli uomini, tesoro, devi renderti conto che essa fa parte della vita: a ogni buon conto, sappi che io conosco un modo per far sì che quella sgradita sia sostituita da un’altra, che invece è molto arrapante».

Non le dissi subito a che cosa mi riferissi, poiché la moderata, sublime fustigazione erotica, impartita e subita, gliela feci conoscere più tardi, quando divenimmo delle affettuose, abituali amiche di letto con un elevato grado di confidenza e intimità, anche intellettuale.

Quando, tempo dopo, noi fummo in più completa sintonia, lei mi confessò che il suo uomo le rimproverava di non essere abbastanza sexy. La cosa mi sorprese non poco, poiché oltre a essere una gran figa, sensuale, lo era; eccome! E se a dirlo è una donna come me, parecchio difficile, questo non può che essere vero. A delle mie domande più precise, lei mi confidò che quello lì aveva delle difficoltà d’erezione, al che compresi ancor meglio le ragioni di quell’aggressività che mostrava nei riguardi della poverina che io mi stavo facendo alla faccia sua. Me ne vanto poiché sono dell’opinione che chi non merita, non debba avere; oppure debba, ma nulla di meno di quelle grandi corna che si merita.

A tale proposito, devo rilevare che farsi una donna sposata, a patto che il marito non venga a sapere che tu sei lesbica, è un bel vantaggio. Infatti, in genere, l’amicizia tra donne non è osteggiata, ci si può frequentare con grande facilità, e con un occhio attento agli orari, si possono pure rendere più lunghe le corna del marito, scopando nel suo stesso talamo nuziale. Io vado molto orgogliosa di questo, poiché, allentata la tensione psichica delle mogli grazie alle sublimi scopate, mi riconosco il merito d’aver salvato più di un matrimonio.

Ritornando a quell’impedimento comune a tanti maschi… di quando non gli si rizza, oppure dal non riuscire a mantenere abbastanza a lungo l’erezione da soddisfare la loro femmina, ci sono alcuni uomini che per costruirsi un alibi cercano un capro espiatorio colpevolizzando la loro donna; e un siffatto imbroglio non è infrequente, purtroppo. È simile a come accadeva un tempo, quando si attribuiva alle donne la causa di non avere dei figli, o di non averli avuti maschi. Quelli lì, dovrebbero invece rivolgersi a un andrologo, oppure a uno psicologo; non credete?

Ma così è, di solito. D’altro canto, poverini, in fondo bisogna pure capirli: rispetto a noi, che se siamo secche basta usare della saliva o del lubrificante, a loro servirebbe il gesso a presa rapida, e quindi, il loro compito è sempre arduo; e un tanto, sia nello scopare, che a mantenere viva l’autostima.

Per riprendere con il mio egocentrismo e parlare di me, con riguardo alle cose che nel sesso mi eccitano di più, ebbene, sì, lo confesso: è il profumo di donna. Alle prime esperienze omosessuali, giunte al punto topico, è piuttosto comune che qualche mia amica di letto all’inizio si ritragga. Ecco, quel che mi capitò qualche anno fa con una giovane trentenne sposata che mi ero portata a letto…

«No, Gia; per favore, togliti da lì con il capo. Usiamo solo le mani, dai; accarezziamoci soltanto».

«Perché?».

«Per l’odore; anche se non me l’ha mai detto esplicitamente, mio marito mi ha fatto intendere che io ho un odore forte e sgradevole, e quando gli viene la voglia di… insomma, di pasteggiare, lui tira fuori la scusa che gli piace farlo solamente sotto la doccia con la schiuma. In ogni caso, io l’ho capito, che gli fa schifo, e che il suo è unicamente un patetico escamotage. D’altra parte, io lo comprendo: neanche a me piace il suo odore, e specie il sapore del suo sperma… quando lui mi chiede di fargli un bocchino con l’ingoio».

«Cucciolina mia! Come gran parte degli uomini, pur ciondolandogli tra le cosce, il tuo maritino non capisce un beneamato cazzo. Accoglimi nel tuo grembo, cuore mio, non resistermi, che il giardino più fragrante sta chiamando le mie narici a riempirmi i polmoni, e la mia bocca a saziarmi del nettare più squisito che mai, mi sia stato dato di gustare.

E tu, amore, se la voglia di succhiarlo non viene da te, e lo fai soltanto perché lo ami e ti senti nella sua carne, non sottostare alle sue insane voglie: fatti valere, ribellati; oppure, con o senza grazia, mandalo a fanculo. Lo capisci, che quello è un segno di disprezzo verso di te? Spruzzare il viso della propria donna con lo sperma, simbolicamente equivale a considerarla inferiore, di proprietà, e da soggiogare insozzandola. E lo stesso è, quando ti chiede d’ingoiare la sua schifezza; in quel momento, ma anche dopo, tu sei solamente una schiavetta al suo servizio, da umiliare, e con la quale combinare ogni porcheria gli passi per l’ottuso cervello. Se è vero che in amore sia tutto legittimo, se ti piacesse, tutto andrebbe nel modo giusto; ma in tal caso dovresti essere tu a invitarlo, e non lui a chiederlo e persino a insistere».

Lasciando da parte le varie vicende, tante, per ritornare a quello che mi piace fare, devo riconoscere che, in genere, io sono molto soddisfatta della mia “missione” verso le donne coniugate e no; infatti, se certamente lo faccio per me stessa, per godermi la loro passerina dico, io so che ciò è pure per il loro bene: dopo essere passate per il mio letto e la mia amorevole sferza, che incoraggio pure a usare su di me, quelle donne si riscoprono a essere delle persone nuove, più sicure di se stesse, e cosa più importante, dimostrano d’aver capito quel che veramente vogliono essere, ovverossia, delle donne libere; e questo, prima di tutto, dai preconcetti, oltre che da uomini prevaricatori, o peggio, prepotenti e violenti.

Giacché ho citato la sferza, qualcuno potrebbe avere l’impressione che io sia una deviata sadica pervertita; anzi no, giacché nei romanzi, non solo la impartisco, ma anche me la prendo volentieri, è meglio dire sadomasochista. Per sgombrare il campo da equivoci, vediamo un po’ di far la quadra su tale faccenda…

Lasciando da parte la mia vita reale, che è faccenda che non interessa, nei miei racconti i lettori troveranno in maniera ricorrente la pratica di una blanda fustigazione, che talora lo diviene anche meno; e questo, in armonia con la passione suscitata nelle protagoniste. Io spero, e ne sono certa, che i miei lettori mostrino la perspicacia per capire che si tratta di una metafora. E così è pure per le invereconde “effusioni fluide” che ricorrentemente compaiono, le cosiddette “Docce dorate” e i “Pee-drink”, che altro non sono, se non degli escamotage per arricchire il repertorio della suggestione erotica: pur con le dovute variazioni, la scopata, alla fine, sempre quella è; e quindi, per chi scrive di queste faccende evitando psicodrammi e insulse romanticherie, vi è bisogno di rimpinguare il “range”, per così dire, carnale.

A prescindere della questione che si tratta di diffuse pratiche para-erotiche dei cui video è pieno il porno-web, nel caso dei miei romanzi, questo è pure un traslato, un’efficace invenzione per raccontare qualcos’altro che travalica il racconto apparente: la vocazione a donarsi e a possedersi all’estremo, senza compromessi di sorta; e un tanto, oltre ogni ragionevole limite che, nella realtà, invece, è assennato porsi. Soltanto per fare un esempio, per dare un riscontro materiale alle frasi d’amore del tipo, “Ti amo tanto, che ti mangerei, così da averti dentro di me”, e non cadere in qualcosa che richiami il cannibalismo, che altro rimane, se non i fluidi? Da qui, come si diceva, il “Pee-drink”, e la “degustazione” di svariati umori corporei.

In ogni caso, riguardo al sadomaso, benché nel mio romanzo si tratti di un’allegoria, va rilevato che è abbastanza verosimile accreditargli lo scatenamento di una potente carica libidica; infatti, è provato, attraverso un moderato dolore, che sia possibile raggiungere un’elevata euforia erotica. In effetti, attraverso le pratiche BDSM, tra le quali la fustigazione, il soggetto rilascia dopamina, neurotrasmettitore legato a sensazioni di piacere ed euforia, segno concreto di un esaltante piacere sessuale.

Tuttavia, nei miei romanzi il senso si ritrova in quel che ho appena detto: si tratta di pura invenzione. E non potrebbe essere diversamente, giacché, come avverto nelle “Note dell’Autore”, per resistere ai loro reiterati, amati supplizi, le eroine dei miei racconti dovrebbero essere costituite non di carne, ma di titanio, oppure di carburo di tungsteno. Trattandosi di romanzi che di frequente si spingono sino a una sorta di Fanta-sesso, non mancano certo le esagerazioni, come ad esempio le improbabili manifestazioni fluide dell’eccitamento delle protagoniste, che tanto frequenti e abbondanti, nel reale riguardano un numero di donne assai limitato. Immaginaria, è pure l’Oasi Africana cui mi riferisco negli atti successivi al primo, che, così com’è descritta per la sua geo-conformazione e fertilità, non potrebbe esistere.

Io non mi aspetto che i miei romanzi siano considerati delle somme opere dell’Arte Letteraria; tuttavia, come potrete costatare, sono scritti con uno stile scorrevole, sobrio, e si fanno leggere volentieri. E cosa che per me è molto importante, benché essi trasudino sesso a ogni pagina, mai, sono gratuitamente volgari; e questo, perché io sono dell’opinione che, se il sesso è qualcosa di sublime e nobile, tale debba essere anche il modo di raccontarlo.

Riguardo a qualche parolaccia che vi si trova qua e là, per darne giustificazione riporto un passo che troverete in uno degli atti della Saga…

Con gli occhi che ancora lanciavano saette, Gia: «Mi si perdoni lo stile scurrile del mio colloquiare; ma è funzionale all’efficacia della comunicazione e alla sintetica rappresentazione dei concetti che vado esponendo… porco Adamo!».

Ridendo, Rashida chiese: «Perché mai inveisci contro chi, si dice, essere stato il primo uomo al mondo? Quello del Giardino Terrestre?».

«Non sarebbe ora che anche loro avessero la loro parte? Ovverossia, gli uomini. Da che mondo è mondo, si è sempre sentito imprecare “Puttana Eva”, ed io penso che si dovrebbe incominciare a pareggiare i conti».

Certo, dato il mio temperamento tutt’altro che mansueto, quando sono indignata per qualcosa, non è raro che il mio intercalare presenti spesso delle esclamazioni non propriamente ispirate al “bon ton”. Tuttavia, considerati i tempi che viviamo e quel che si sente dire anche fuori dalla fascia protetta per TV, credo proprio che mi si possa perdonare.

Nel prendere commiato, auguro alla vostra fantasia di librarsi alta, e di viversi in gaiezza un’esperienza di lettura che, se emozionante, mi auguro sia serena e catartica.

Vostra Gia.

 

 

 

 

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