A PROPOSITO DI GIUSTIZIA.

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«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 5° della Saga Erotica Lesbo 

che suscita emozioni anche in chi non lo è.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume 5

… che d’altronde, fu proprio con quell’esperienza, che io compresi come mai, nei secoli, il mestiere del muratore è stato imposto agli schiavi, oppure ai sottomessi dai potenti. Cazzo, io mi domando e dico, perché, invece che alle persone oneste e di buona volontà, non riservare i lavori di fatica e nocivi ai delinquenti e ai politici collusi, che, se beccati… in altre parole, quasi mai, se gli va male se ne stanno belli e beati a soggiornare in carceri dotati di ogni comodità. E questo, a spese di chi? Di quegli stessi muratori che pagano le tasse, e che di conseguenza li devono pure mantenere in carcere. Se invece, come di solito avviene, a loro le cose vanno meno male, sono assegnati a dei servizi sociali di comodo, oppure agli arresti domiciliari nelle loro principesche magioni. Coglioni che non sono altro; loro, e tutti quelli che rendono possibile tutto questo!

Quando nei Balcani c’era l’ex Jugoslavia di Tito, correva voce che per guadagnarsi il pasto quotidiano, i carcerati dovessero scavare e movimentare ogni giorno quattro metri cubi di terra o di ghiaia. E giacché un metro cubo di quel materiale pesa intorno ai duemila e quattrocento chili, a me pare che stiamo parlando di un’adeguata e meritata fatica; o no? Ossia, di una lezione veramente utile per coloro che, avidi quanto indolenti, pur di non lavorare, rubano. Lo so bene, che il carcere dovrebbe assolvere anche a una funzione rieducativa; ma giunti al terzo grado di giudizio, quando sei certo che quel tal criminale sia davvero colpevole, perché non far soffrire lui, invece di chi non ha altre colpe, se non d’essere nato povero o sfortunato? E se ne vada pure a fanculo chi ti giudica giustizialista quando, esasperata, prorompi in questo tipo di discorsi! Se l’esagerazione è sempre sbagliata, così è pure per lo stupido pietismo ipocrita; e che cazzo!

Riguardo a quei poveretti destinati a compiere dei lavori pesanti e nocivi in cambio di pochi soldi, quel che mi fa sempre incazzare, è la diffusa concezione che per i miseri il destino non cambi; io, però, lo so di chi è la colpa: di quelli che hanno importato dagli US la diffusa concezione, di origini bibliche, della predestinazione.  Idea che ovviamente è piegata ai loro sordidi interessi.

Secondo un diffuso modo di pensare di tanti nordamericani, la gente si distinguerebbe in due categorie: i cosiddetti “vincitori” e gli altri, che contano meno della cacca; ovverossia, i “perdenti”. Che stronzata galattica! Se è comprensibile che ciò valga per gli yankee, che in fatto di cultura, nella loro generalità, non è, che siano proprio… (Continua nel romanzo).

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VOGLIA DI MATERNITÀ.

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… Rashida, però, aveva qualcosa da obiettare: «Gia, tu lo sai chi io sia, e come la pensi in merito alla condizione ingiusta in cui ci troviamo noi persone omosessuali; ebbene, se per quanto riguarda i matrimoni io mi trovi d’accordo con te, pur tuttavia non sono d’accordo sulla prospettiva di un’omo genitorialità. Al più, io potrei accettare l’adozione, giacché questa sarebbe preferibile rispetto a lasciar crescere un bambino in un istituto. E perdonami se dissento in una maniera per niente velata; ma la mia anima è svelata a te, e conoscendo la tua, io sono certa che tu apprezzerai la mia franchezza».

L’avvenente e fiera donna veneziana fu molto stupita da quell’affermazione; era da moltissimo tempo che la sua penna si batteva contro quello che considerava essere un ributtante pregiudizio e la privazione di un giusto diritto. Contrariata, per la prima volta lo sguardo risentito, lei obiettò: «Mi stupisci! E perché mai dovrebbe esserci negata la gioia di far nascere una creatura? Anche tu credi a quella cazzata che vorrebbero farci bere i soliti “benpensanti”, secondo cui avere due mamme o due papà influenzerebbe l’armonia psicologica e le future scelte sessuali o identitarie dei bambini?».

Lei avvertì la sua contrarietà; comprese, e non si risentì. Per nulla seccata, con un sorriso comprensivo, in una serena dialettica prese a spiegarle come la pensasse in merito: «Fai torto alla mia intelligenza, Gia; la ragione per la quale io sono contraria, giacché il pretesto cui tu alludevi è palesemente strumentale, non è certo quella. Perché, se così fosse, oltre a quelle sessuali e identitarie, anche altre preferenze ne deriverebbero; e quindi, la scelta degli studi, della professione, e così via. Inoltre, come ben sappiamo, è infrequente che i figli seguano le orme dei genitori. Al contrario, per un principio di auto affermazione, loro propendono per delle scelte diverse rispetto a quelle dei padri e delle madri.

E d’altro canto, la maggior parte delle persone gay, come noi due, non ha forse avuto alle spalle una famiglia che non lo era? No, Gia, la mia preoccupazione va ai bambini, che in questo mondo malato sono gli unici ad avere diritto a ogni considerazione. Loro, Gia, vanno tutelati, amati e rispettati di là delle nostre preferenze, dei nostri bisogni ed esigenze; e non usati.

Guardati dentro: il nostro desiderio di sentirci madri e allevare dei figli, più che a loro, serve a noi stesse; per tale ragione, non è esagerato definire egoistico il nostro bisogno di donne. Lo capisco dal tuo sguardo, come tale affermazione ti sconcerti; tuttavia, ascolta il mio punto di vista, e se alla fine non sarai d’accordo, se le tue argomentazioni in antitesi mi convinceranno, tu lo sai, che io sono sempre pronta a rivedere le mie posizioni.

E dunque, da psicologa, e quindi da esperta dei comportamenti umani, tu m’insegni che, oltre ai tratti genetici, l’altro fattore che condiziona fortemente i comportamenti e gli orientamenti, sia l’ambiente con i suoi condizionamenti; e questo vale particolarmente per le persone in crescita. Ora, siamo schietti: tu, lesbica come lo sono io, per il solo fatto di preferire le donne agli uomini, ti senti d’essere maschile?».

«Tu vuoi scherzare, Rashida?» le rispose seria, proponendosi di seguitare per precisarle come dovesse intendersi correttamente il proprio “sentirsi” lesbica; ma Rashida si riprese la parola, includendo se stessa in quelle precisazioni: «Non ne avevo il minimo dubbio, Gia; è da femmine, che noi amiamo le donne, e non perché ci sentiamo, o vorremmo essere degli uomini. Anche se omosessuali, donna e uomo, com’è bene che sia, rimangono sempre diversi tra loro, non solo nel corpo, ma anche nello spirito; orbene, giacché noi ben sappiamo quale influenza formativa abbia la famiglia per un bambino, se tu fossi stata allevata da due donne, oppure da due uomini, in ogni caso ti sarebbero mancati quegli esempi che ti avrebbero fornito l’occasione di scegliere così com’è stato.

Se adesso io ti chiedessi, e non lo faccio perché la risposta sarebbe scontata, “Invece che una madre e un padre, avresti preferito avere due madri?”, probabilmente tu, omosessuale femmina, d’impeto mi risponderesti di sì. Tuttavia, rispondimi onestamente: la tua risposta sarebbe la stessa, se io ti rivolgessi l’identica domanda, ma riferita a due padri, invece che a due madri?».

Cazzo! A questo non avevo mai pensato! Ha ragione lei: considerato quello che ho avuto io, la sola idea di due padri mi fa schiattare; e non è stato certo perché volessi assomigliare a lui, che io sono lesbica, ma piuttosto perché ho amato mia madre. E giacché mio padre si comportava da stronzo pure con lei, tale amore non mi è provenuto solamente per solidarietà o compassione: che io voglia ammetterlo oppure no, questo è stato anche per quanto da lui io ho geneticamente assorbito riguardo all’attrazione verso le femmine.

E dunque, devo convenire con Rashida: di là del deprecabile comportamento che mi mostrò quando feci coming out[2], lui è stato importantissimo per me quantomeno per farmi conoscere, e quindi rifiutare gli uomini, portandomi così a preferire le femmine. Con due padri invece di uno, ma senza madre, probabilmente gli uomini li avrei conosciuti anche di più, e quindi li avrei ancor più disprezzati; ma di certo non avrei potuto conoscere a fondo le espressioni dell’animo femminile, insegnamento che mi è venuto dalla mamma.

E in aggiunta, anche se lo vorrei, io non posso negare che per certi miei comportamenti e impulsi, in me ci sia pure mio padre, il quale, nel bene e nel male, mi ha conferito qualcosa che mi ha completata, come il pragmatismo e la tenacia, ad esempio. Che donna, è Rashida! In quattro e quattr’otto, in due parole, lei ha smontato una convinzione e una posizione che mi portavo dentro da anni.

Una volta spiazzate le sue reazioni precedenti da quel semplice ragionamento della Decana, convinta dalle riflessioni che lei le aveva indotto, rispose: «Madre, non serve che tu aggiunga altro; come te, io adoro i bambini, e al punto da volere il loro bene prima che il mio. E quindi, stanne certa, ho capito le tue ragioni, che faccio mie. Anche se fin da bambina io ho pensato che un giorno avrei portato nel grembo un figlio, tuttavia capisco che ogni scelta comporti delle rinunce. Anche se non mi sarà facile, io rimuoverò dal mio cuore la mia aspirazione: il sogno della gestazione e del parto».

Nella risposta che le diede, Rashida fu molto misteriosa e avara di spiegazioni: «Non farlo, Gia; i sogni non vanno mai rimossi. Chi può mai sapere, che cosa ci riserva la Provvidenza?».

«Che cosa vorresti dire?».

Quanto Rashida le diede, non fu una precisa risposta, che pur aveva: «Niente di specifico, Gia; ma è sempre sbagliato dare per scontata la vita che ci attende». Lei giunse persino a pensare che Rashida potesse alludere all’eventualità che, di là della sua scelta, un dì lontano lei non potesse resistere all’impulso, decidendo così di farsi comunque inseminare; ciò nonostante, com’era suo costume, non insistette a chiedere quello che non le era detto spontaneamente.

Era da qualche tempo che le premeva di porle una domanda, e anche per distrarla da quegli sconsolati pensieri intorno alla condizione femminile, Gia pensò che quello fosse il momento adatto: «Sei stata davvero molto chiara ed esauriente su tutto, Rashida; ma ritornando a Nahed, spiegami una cosa che non ho capito. Insomma, per la confidenza che c’è tra di noi, a questo punto io sono certa di potertene parlare in tutta franchezza. Si tratta di questo: quando io e lei eravamo in intimità, a un certo punto mi ha sorpreso una sua frase; tua moglie mi ha detto, “Gia, mi piacerebbe essere allattata da te”. Io, insomma, tu mi capisci, ho pensato che fosse un modo inconsueto per farmi intendere che avesse voglia di succhiarmi i capezzoli; io ben volentieri ho attratto il suo volto al mio seno, ma lei, pur attaccandosi a me e succhiandomi, quando, alternandosi all’altra tetta, ha potuto parlare, ha aggiunto, “E sono certa che un giorno lo faremo”.

Tu lo sai meglio di me, quanto tua moglie possa essere deliziosa con quella sua boccuccia assassina; insomma, mentre le sue dita mi titillavano a meraviglia la clit, la linguetta svettante e alacre che si alternava alle gonfie labbra sui miei capezzoli, mi stava mandando in orbita. In ogni modo, tra uno spasimo di piacere e l’altro, sorpresa, io trovai la lucidità per chiederle, “Amore; ma cos’è che stiamo facendo adesso, allora?”. Lei è rimasta sul vago, e per la prima volta si è mostrata molto, molto misteriosa, devo dire. Sai Rashida, per principio non mi va di forzare la volontà degli altri, e allora non ho insistito; ma io ti giuro che a questa cosa ci penso continuamente, e non so spiegarmi che altro lei volesse intendere».

«Non te lo poteva dire, Gia: avrebbe infranto una delle nostre regole; e la Comunità, con i suoi codici, viene prima d’ogni cosa, amore e sesso compreso. Questo, è un altro argomento su cui dovrai essere informata e istruita; ma non è opportuno che… (Continua nel romanzo).

[1] Stepchild Adoption, in lingua inglese significa “Adozione del figliastro”.

[2] Coming out, espressione usata nel mondo LGBT (acronimo utilizzato come termine collettivo per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) per dichiararsi apertamente omosessuali. Deriva dalla frase inglese “coming out of the closet” che significa uscire dal ripostiglio o dal nascondiglio, ma letteralmente uscire dall’armadio a muro.

AMORE E INNAMORAMENTO.

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Volume 5

… e dunque, eccoci al punto; tra le altre cose che ti ho sentito dire stamattina, richiamo una tua affermazione: “Questa passione che nutro per Nahed, non mi fa sentire stupida”. Questo mi è piaciuto molto poiché la gente che non capisce, mia cara Gia, è convinta che quello che ingenuamente chiama “amore vero”, quello tsunami che impedisce persino d’usare il cervello e che toglie loro persino l’appetito, porti alla felicità. Sto parlando di quelle persone che per tutta la vita inseguono ciò che mai potranno raggiungere; ossia, l’amore ideale, che è solo un’illusione, poiché nei fatti non esiste se non in forma temporanea, e certamente non eterna. Se non sono stata abbastanza chiara, io mi riferisco all’innamoramento, Gia; fenomeno destinato a sopirsi per poi inesorabilmente scomparire.

Purtroppo, loro non sanno che l’innamoramento è un impulso che nasce nella parte più primordiale, e quindi sprovveduta, del cervello; ignorano che esso spicca il volo sulle ali di un’esaltazione, piume trattenute da cera, che come quelle di Icaro, sono fatue. Ebbene, proprio per questo, quello che gli ingenui considerano essere uno stato di grazia, non può in nessun caso durare a lungo. Tuttavia, anche se numerose volte mortificata, quella gente continua a insistere pedissequamente nella propria stupidità.

Il meccanismo di tale impulso, che certo non si può definire un comportamento intelligente, Gia, è piuttosto semplice, e giacché tu sei una psicologa, ti sarà facile convenire con quanto dico. In breve: quando la serotonina[1] scende dall’alto nel corpo, così com’è per le droghe, giacché la cosa al momento è piacevole, dopo non si può più fare a meno della condizione d’innamoramento. Tuttavia, allo stesso modo degli stupefacenti, se poi ciò viene a mancarti, tu precipiti in uno stato di profonda depressione; e già questo la dice lunga sul tema. E non basta, poiché vi sono delle altre considerazioni che vanno messe in conto: in genere, l’infatuazione nasce da dei vuoti affettivi, ed è proprio per questo, che essa porta in sé una preesistente angoscia, la quale esiste ancor prima della gratificazione. E siccome l’angoscia è di per sé un sentimento fastidioso, se non finanche doloroso, tu capisci da te, che anche ciò che scaturisce da essa non può che esserne congruente».

Qualcosa di quel ragionamento, a Gia non filava giusto…

Il suo, però, è un falso sillogismo[2], poiché secondo me non è sempre vero, che l’innamoramento nasca da carenze affettive; tuttavia, non credo che lo abbia fatto per manipolarmi. Prima di contestarglielo, vediamo un po’ dove lei voglia andare a parare.

Intanto, Rashida continuava a spiegare il proprio punto di vista: «Se a questo aggiungi che, per quanto durevole, la condizione d’innamoramento è sempre provvisoria, allora non si può non dedurre che anche la felicità che te ne viene sia tale. Se infine capita che non sia stata tu a mettere fine a quell’amore, ma l’altra, ebbene, è anche peggio, poiché, dopo, ti devi sorbire anche lo strazio della tua anima. Tu che ne pensi di questa mia visione, Gia?».

Di là dell’incongruenza rilevata, lei rimase ammirata per quel suo atteggiamento, che più che di una rivale in amore, assomigliava a quello di una madre desiderosa d’accertarsi in quali mani stava per mettere la propria figlia; le fu chiaro, quale fosse la ragione per la quale Rashida aveva improvvisamente deviato per affrontare tale argomento, e non poté evitare di sentirsi nuovamente colpevole. Per attenuare il proprio rimorso, volle capire in quale modo quella magnifica donna sarebbe stata capace di sopportare un divorzio da Nahed. Non le rispose, ma chiese: «Per te, Madre, l’amore che cos’è?».

Prima di rispondere, la Decana fece una lunga pausa, durante la quale cercò in se stessa una risposta che fosse sincera, e che allo stesso tempo potesse divenire propria; e questo, per lenire l’intimo, suo dolore. «É facile, tesoro mio: l’amore è quella serenità che ti viene da una vita vissuta in una condizione d’equilibrio emotivo, senza tensioni negative, dove ogni tuo desiderio spirituale e carnale possa essere soddisfatto pienamente in una perfetta armonia con il mondo esterno a te. Per me, l’amore siete voi tutte, amate figlie mie».

«Questo lo capisco, Madre… Rashida; ma non credo che ciò valga anche per la tua Nahed; è così?».

«Non vi è dubbio che sia così, mia cara Gia; nondimeno, tu devi comprendere che al fuoco dell’innamoramento si deve far seguire il balsamo dell’amore, dell’affettività, così da giungere a una condizione d’armoniosa perfezione, quale c’è adesso tra me e Nahed, e com’è stato in passato con tua moglie Nourhan, quando noi eravamo sposate. E questo, è un consiglio che passo anche a te riguardo a mia moglie… che in un tempo non troppo lontano sarà la tua», terminò con quella parentesi, generosamente, quanto profeticamente.

Gia pensò…

Dio! Oltre che gran fica… e quando dico “grande”, si deve intendere anche in senso letterale, che straordinaria donna è lei: generosa, veramente magnifica. Di là della debolezza intorno a qualche suo passaggio, devo convenire che sa coniugare con notevole armonia la saggezza con il sentimento: devo riflettere con attenzione intorno a quanto mi ha detto. L’avessi pensata in questo modo ai tempi di Angela[3], non avrei sofferto le pene dell’inferno; cazzo!

Appresso, Rashida riprese: «E ora, Gia, sul tema dei…(Continua nel romanzo).

[1] Serotonina, comunemente nota come “ormone del buonumore”, è un neurotrasmettitore sintetizzato nel sistema nervoso centrale, nonché in cellule  nell’apparato gastrointestinale. La carenza di serotonina può causare depressione, attacchi di panico, emicrania, ipertensione e insonnia. L’eccesso di serotonina, invece, può portare a intossicazione, nota come sindrome serotoninergica. Fonte: Wikipedia.

[2] Sillogismo, è un ragionamento fondato sulla logica: da certe premesse, si traggono certe conclusioni. Queste ultime non sono necessariamente vere, perché tutto dipende dalle premesse: “Tutti gli uomini sono intelligenti; io sono un uomo e perciò sono intelligente”… che non è detto, poiché la premessa è falsa. In questo caso si ha un falso sillogismo.

 

[3] Angela, personaggio che compare nel primo atto del romanzo “dal Cappello di Gia”.

PROFUMI DEL SUD.

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… come ti dicevo, dalle alte dune di sabbia orlate di vegetazione rada ma odorosa di spezie e inframezzata da spinosi cardi, la spiaggia era bellissima, e assolutamente deserta; pur estendendosi libera per decine di chilometri, i miei parenti sceglievano sempre lo stesso posto. Pavidi nel loro rapporto con il mare, loro sostenevano che più in là ci fossero dei “gorghi”; e per avvalorare la loro credenza, raccontavano che addirittura un bue ne fosse stato risucchiato, annegando. La verità è, che i miei parenti maschi erano dei valenti agricoltori, allevatori, cacciatori, ma con il mare avevano ben poco a che vedere. Neanche i pescatori, là, sapevano nuotare.

Io mi domando e dico, ma come si fa? Era loro, il mare più bello del mondo, e solo i più bravi e “temerari” sapevano nuotare? Che poi, nuotare: nel senso che a malapena riuscivano a galleggiare, boccheggiando impauriti; avventurarsi dove “non si toccava”, era considerato un atto di notevole coraggio dai giovani, e di somma sprovvedutezza dagli anziani, colà detentori esclusivi della saggezza.

Pur piccolina, a me questo sembrava quasi inconcepibile, poiché già allora io nuotavo come un pesce; tant’è, che poi, da più grande, al College e anche dopo, per lungo tempo praticai pure la fotografia subacquea, rimpiangendo quel mare tanto limpido, di smeraldo, che nei miei sogni rivedevo spesso. E se devo dire il vero, credo sia stata quella, la ragione per la quale, molto più tardi, decisi di fare un reportage fotografico sulle coste del sud Italia, includendo nel viaggio una lunga tappa anche lì. Tuttavia, rimasi profondamente delusa, poiché la bellezza selvaggia che ricordavo era ormai scomparsa.

Per ritornare al racconto, ricordo che tranne mia madre e le mie zie settentrionali, cui la cosa era perdonata giacché “nordiche”, le donne non portavano il costume, ma si bagnavano con tutti gli abiti addosso; rigorosamente di colore nero, naturalmente, per evitare le “audaci e scostumate trasparenze”. Grazie al secolare, battente condizionamento della Chiesa Cattolica, lì c’era una concezione molto rigida intorno alla moralità; quando ci si cambiava per indossare i costumi da bagno, a noi bambine era frequente sentirci dire dalle zie, “nasconditi le vergogne”. Eppure, non è, che loro non scopassero; tant’è, che le coppie sfornavano in media una decina di figli: sarà stato forse a causa del retaggio fascista, che esortava a “dare figli per la patria”? Nella mia mente le vedo ancora, quelle sagome nere le quali, giunte dove l’acqua non era più profonda che quaranta o cinquanta centimetri, si accucciavano per bagnarsi di più… e, probabilmente, per liberarsi dalla vescica ben stimolata dalla frescura dell’acqua.

E ora, pian piano, arriviamo alla fatidica lavanda; ti parrà stupido, Rashida, ma il profumo di Nahed richiama in me una serie di ricordi e di sensazioni che apparentemente nulla hanno a vedere con quelle profumate infiorescenze: tra poco te ne spiegherò la ragione; ma prima, voglio farti capire quanto, ancora oggi, contino per me le atmosfere felici che vivevo da bambina…

“Vieni qua, Gia, assaggia quanto sono buone le cozze patelle”. Eravamo andati al mare, e la zia Immacolata, coltello in mano, staccava dalle rocce dei frutti mono-valva, che a gustarli, mi pareva fossero il “cibo degli Dei”. Fu già da lì, credo, che imparai ad amare il profumo di fica.

“Mettici un po’ di limone, Gia; così si disinfettano”, mi esortava, come se si trattasse di qualche cosa di contaminato; figurarsi, se poteva esserci qualche pericolo per la salute, con quel mare limpido che c’era, e con la totale assenza d’industrie nel raggio di trecento chilometri.

Tra l’altro, Rashida, pensa tu all’amore dei genitori per quella figlia cui appiccicarono quel nome, che al tempo stesso era un augurio di merda: Immacolata, nel senso “d’intonsa”. Io mi domando e dico: ma come si fa? Cucito indosso un tale nome, pur sposata e madre… e quindi “peccatrice” per essersi gustata un pene, quella povera donna timorata di Dio, invece che in accordo con le loro vergini madonnine, si sarà sentita colpevole. Addolorata, Immacolata, Incoronata, Assunta, Annunziata, Incatenata, Ausiliatrice, e via dicendo. Pensa a tutte le povere donne i cui genitori, per onorare la loro Madonna, hanno affibbiato un nome simile da portarsi indosso per la vita. E neanche parlo di altri nomi assurdi che si usano nel meridione d’Italia: Carmela, Concetta, Filomena, e così via.

Ritorniamo, però, alle sensazioni che conservo, e che in qualche caso non sono piacevoli da ricordare: oltre alle cozze patelle, c’erano anche i ricci di mare, molto buoni da mangiare, che si consumavano direttamente sulla spiaggia; anche quelli “disinfettati” con il limone, naturalmente. Il ricordo è particolarmente vivo poiché, rotolandomi giù per le dune di sabbia, una volta capitai su di un cumulo di gusci vuoti di riccio mangiati da chissà chi e lasciati là, conficcandomi nella coscia una congrua quantità di neri aculei: un dolore acuto e amaro che ancora ricordo, ma anche una complicazione, poiché essendo piuttosto fragili, si rompevano a filo di pelle, e diventava ostico estrarli.

Fortunatamente c’era la zia Immacolata, quella di cui parlavo prima, per sua buona ventura non più vergine, moglie dello zio Elia, che abile sarta, con infinita pazienza da parte sua, e con altrettanta sofferenza da parte mia, usando un ago prese a estrarmeli uno per volta; cosa che andava fatta, altrimenti, putrefacendo, l’aculeo avrebbe provocato un’infezione. Per disinfettarmi non usò il limone, ma un antisettico, diceva lei, più efficace: la mia stessa pipì. Come vedi, Rashida, anche da quelle parti l’essenza profumata dei nostri corpi era fondatamente tenuta in alta considerazione: ma soltanto quella dei bambini, che era definita “santa”.

Andare al mare, per le donne era anche una buona occasione per raccogliere dalla vegetazione profumata delle dune di sabbia i “cuzzieddi”: delle bianche e squisite lumachine che sarebbero state cucinate nel sugo rosso. Quelle erano diverse dalle “patedde”, sempre lumache di taglia piccolina, ma con la “panna”, ossia, un velo di bianco muco essiccato che ne ricopriva l’ingresso. Dal guscio di colore terreo, ancora oggi quei gasteropodi sono molto estimati nella cucina locale, e nei mercati paesani si vendono a più di venti euro al chilo».

Raccontando, a Gia s’illuminava il viso, rendendo in tal modo Rashida partecipe del suo entusiasmo: «E le “chianchiarelle”? Quant’erano buone! Si tratta della pasta di farina integrale di grano duro, che da quelle parti era sempre fatta in casa, naturalmente; e la preparavano in due formati: i “ricchiteddi”, che sarebbero le orecchiette pugliesi ormai note a tutti, e i “pizzicarieddi”, una specie di fusilli. Io, bambina, assistevo affascinata a quelle preparazioni anche perché, affamata e golosa, ne pregustavo la scorpacciata che ne sarebbe seguita. Ricordo l’abilità, e soprattutto la velocità con cui le zie la preparavano; per fare le orecchiette, loro usavano la punta di un coltello per dare la forma, e per i pizzicarieddi, un ferro a sezione quadrata, chiamato, “firricieddu”.

In tema di cibo, cara Rashida, da quelle parti la carne rossa si mangiava pochissimo; sarà stata questa, la ragione per la quale buona parte dei miei parenti era di bassa statura? Per un insufficiente apporto di mioglobina[1]? Boh! La cacciagione, i conigli e il pollame, invece, non mancavano; tuttavia, talvolta si mangiava la carne d’agnello, e nel prepararlo alla brace, le mie zie erano delle maestre. Anche se sulla nostra tavola la carne non era un alimento molto frequente, le altre preparazioni, cucinate con i prodotti dei loro raccolti, non la facevano di certo rimpiangere: quei piatti erano davvero squisiti, Rashida. Quanto il buon Dio concedeva loro di raccogliere… pomodori, peperoni, zucchine, melanzane, e così via, le brave massaie lo preparavano in una maniera davvero magistrale; si sarà forse trattato di suggestione, ma è così, che io ricordo.

E lo sai, qual era la specialità che più mi è rimasta impressa? Era chiamata la “puccia alla vampa”, una tipica preparazione povero-contadina d’antiche origini, probabilmente antesignana della più famosa pizza alla napoletana; non ti dico che gusto a mangiarla, specie dopo una corsa in bicicletta o delle scatenate battaglie nell’acqua di mare con i miei cuginetti. Pur somigliando alla pizza, secondo me aveva un sapore diverso e molto più ghiotto; fatta cuocere nel forno di pietra alimentato da fascine, terminata la cottura, era poi farcita al suo interno con ricotta piccante, pomodori, olive o altro: per questo, era chiamata “alla vampa”, nel senso di “avvampata” dal fuoco.

Un’altra cosa mi sovviene alla mente: loro amavano moltissimo consumare i cosiddetti “lampascioni”, dei bulbi che si raccoglievano durante l’aratura dei campi, ed io ne andavo matta, tanto, che la prima volta esagerai nel mangiarne. Non ti dico che avvenne quella notte: a causa del meteorismo che mi procurarono, mancò poco che io entrassi in orbita extra terrestre!

«Vuoi dire pancia gonfia e puzzette, Gia?» chiese Rashida, ridendo.

«Puzzette? No, amore: dei terrificanti boati da arma biochimica!».

«Davvero? Con quel culetto così carino che dovevi avere da piccola… con quella meraviglia che ancora ti porti dietro, mi sembra quasi impossibile!» commentò lei, divertita.

«Cara Rashida, anche nel caso del sedere, può manifestarsi il paradosso dell’insostenibile leggerezza, anzi, “pesantezza” dell’essere[2]».

Alla “colta” risposta, entrambe scoppiarono in una risata; dopodiché, Gia riprese il suo racconto: «Con i greggi di pecore e di capre che c’erano da quelle parti, non ci mancava mai del buon formaggio. Ricordo che il mattino ci portavano le “pampanelle”, una sorta di latte cagliato che era servito in grandi foglie di fico odorose: quant’erano buone! Forse fu da lì, che incominciai a provare un’attrazione irresistibile per i fichi, e quindi, per quella nostra amabile fonte di delizie che porta lo stesso nome volto al femminile: la fica».

Un’altra risata divertita di Rashida accompagnò quella sua facile battuta; ormai lanciata, Gia non si fermava, e con toni entusiastici continuò a parlare di quello spaccato della propria infanzia…

«Ricordo con quale orgoglio i miei familiari e parenti parlavano dei loro prodotti alimentari. Di solito, a pranzo, era servita la pastasciutta rigorosamente fatta in casa: le chiancarelle, appunto; ma condite con la “cacio ricotta”, ossia, una ricotta di pecora molto stagionata, che era grattugiata sul sugo di pomodoro fresco. Oppure, la pasta era condita con la “ricotta forte”, una specie di salsa densa, costituita esclusivamente da ricotta moderatamente piccante. Erano squisitezze che oggi io sarei molto felice di proporre a voi; purtroppo però, sembrano essere introvabili sul mercato.

Nei caldi pomeriggi d’agosto, non si capisce stanchi di che cosa poiché in quel mese la campagna non richiede troppo impegno, quelli che noi bambini appellavamo “i grandi”, ossia gli adulti, andavano a riposare. Nel frattempo, noi ragazzini, sia maschi che femmine, andavamo a saccheggiare le provviste di Tex Willer[3] e del Grande Black[4] dei nostri cugini più grandicelli. Intanto che leggevamo avidamente quei fumetti immaginando di trovarci nel Far West, o nelle distese messicane, facevamo progetti avventurosi per il dì che sarebbe seguito. E quando il nuovo giorno arrivava, il mattino, quel simpaticone di un mio caro zio organizzava il drappello dei “soldati” che si sarebbe occupato di rifornire il “fortino” di acqua: in fila indiana, ciascuno con un secchio in mano, via, giù al pozzo a riempirli, al suono fischiato dell’inno delle giacche blu, l’esercito nordista americano.

Gemma ci seguiva sempre; ma, dispiaciuta di non saper fischiare, abbaiava: era una bella cagna da caccia, bianca e pezzata in nero, intelligente e affettuosa; tra i tanti cani che c’erano là, io le ero affezionata da morire».

Pur mostrando interesse per quei racconti, erano ben altre le cose che Rashida voleva comprendere; amabilmente la esortò: «Mi avvince molto, questo tuo racconto, Gia; ma ancora non capisco cos’abbia a che vedere con questo tuo sviscerato amore per il profumo di lavanda».

«Te lo dicevo, Rashida; ti parrà strano, ma ogni volta che lo avverto, nelle narici come nel cervello, l’odore intimo di tua moglie mi riporta le immagini del tempo di cui… (Continua nel romanzo).

[1] Mioglobina, è una proteina globulare la cui funzione specifica è quella di legare reversibilmente l’ossigeno. Fonte: Wikipedia.

[2] L’insostenibile…, è un romanzo di Milan Kundera, scritto nel 1982 e pubblicato per la prima volta in Francia nel 1984. All’origine dell’insostenibile leggerezza dell’essere vi è, per Kundera, l’unicità della vita: ovverossia, ciò che avviene una sola volta, è come se non fosse accaduto mai. Estremizzando l’argomento, il contrasto tra la sfuggente evanescenza della vita e la necessità umana di rintracciare in essa un significato, si risolve in un paradosso insostenibile. Fonte: Wikipedia.

[3] Tex Willer, è il protagonista del fumetto Tex, creato da Gian Luigi Bonelli e Aurelio Galleppini nel 1948 e tuttora pubblicato da Sergio Bonelli Editore. Fonte: Wikipedia.

[4] Grande Blek, noto al pubblico anche con il nome di Blek Macigno, è stato un fumetto italiano di grande successo del gruppo EsseGesse, formato dai tre sceneggiatori e disegnatori piemontesi, Giovanni Sinchetto, Dario Guzzon e Pietro Sartoris. Fonte: Wikipedia.

GLI ZII D’AMERICA.

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«Dal Cappello di Gia».

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… ritorniamo a quel tempo: mio nonno amava le proprie radici meridionali, e le aveva conservate intrattenendo delle buone relazioni con quei parenti che, a differenza di lui, non erano riusciti, o non avevano avuto il “coraggio”, di partirsene dal paesello. Tra l’altro, secondo me infondatamente, lui era ammirato o invidiato da chi, rimasto in paese, non conosceva le difficoltà della vita in un nord metropolitano.

Erano dei tempi molto diversi da adesso, Rashida; ricordo, quando d’estate partivamo in un lungo viaggio in treno per raggiungere il paesino, che per sdebitarsi di un’ospitalità che poteva durare finanche tre mesi, la mia famiglia si portava dietro delle ingenti scorte di caffè e cioccolato per contraccambiare la lunga accoglienza. Insomma, era un po’ simile a come facevano nel dopoguerra le truppe alleate per ingraziarsi le popolazioni; con la differenza che quest’ultime, oltre a quanto dicevo, per contropartita alle donne italiane che gliela ammollavano, aggiungevano delle sigarette estere, delle calze velate, e del chewing gum.

Rashida, che la ascoltava con notevole interesse, la interruppe: «Come fanno ora quelli che voi chiamate “extracomunitari”? Quando ritornano qui, in Africa, per le cose che raccontano, si fanno apparire per degli “zii d’America”, Gia».

«Rashida: altro, che degli zii d’America! Poveretti: ormai sbarcati in tanti, in Italia lo spazio si è fatto stretto. Tu non hai idea di quali difficoltà loro incontrino da noi; se donne, spesso sono costrette a prostituirsi, se uomini, o si adattano a quanto imposto da degli abominevoli approfittatori, tipo lavorare sotto il sole cocente a raccogliere pomodori per dieci ore, o più, per un misero compenso, oppure tentare di valicare i confini che i nostri partner europei, molto “solidali” e propensi “all’accoglienza”, tengono sbarrati. E di questo e altro, dobbiamo ringraziare coloro che nel recente passato hanno firmato la Convenzione di Dublino, e in tempi più recenti i coglioni che hanno accettato l’accordo per l’Operazione Triton, in virtù della quale tutti gli extracomunitari salvati dalle quindici navi che pattugliano il Mediterraneo, sono fatti sbarcare unicamente nei porti italiani. Il risultato è, che il business dei migranti è divenuto più redditizio rispetto a quello delle droghe pesanti, e così, le organizzazioni criminali ci marciano alla grande. Ma lasciamo correre, che sennò m’incazzo verso i soliti noti, ossia, i politici “lungimiranti” di casa nostra, e poi mi viene la malinconia.

Per ritornare a cose più liete, ti dicevo, da bambina ormai grandicella e molto curiosa, quando gli adulti chiacchieravano, io avevo sempre le orecchie in tiro: “Ormai, non si lavora più con la zappa, ma con la parola e la penna; tuttavia, per questo occorre studiare, e per voi è difficile. Invece al nord…” sentivo dire dai miei familiari che, per prestigio, magnificavano la loro posizione sociale, come se il mestiere del mio nonno, o dei miei zii, fosse quello del farmacista o del notaio. Evitavano, però, di raccontare con obbiettività quanto la vita non fosse per niente facile nelle città del nord.

Era anche divertente ascoltarli, poiché… (Continua nel romanzo).

IMPASTO PER PIZZA.

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Volume 5

… Gia non si era bevuta la storiella che le aveva sciorinato prima; ciò nonostante, riguardo a come l’aveva appellata, non stette a ricamarci sopra, e specie perché presa a causa delle delizie che ancora la aspettavano, un cui anticipo non si fece attendere. Dopo qualche tempo che le due donne se ne stavano abbracciate, infatti, con un tono di voce basso, che tradiva il suo eccitamento, Nahed:

«Gia, ti piace la pizza fatta in casa?».

«Certo, è gustosa. Le scopate ti hanno fatto venire fame; è vero, amore? Se è così, scendiamo giù e facciamo colazione; tuttavia, mettersi a impastare una pizza proprio adesso, non so se…».

«L’impasto che usiamo fare qui è speciale, Gia; adesso io mi distenderò, e tu ti sistemerai di tre quarti rispetto a me, inginocchiata a cavallo di una mia gamba, con la ciccina a stretto contatto di una mia chiappa; mentre con le mani mi lavorerai l’altra strizzandomela per bene… come se tu stessi lavorando un impasto per pizza, scopati sul mio culetto. Di tanto in tanto potresti pure affibbiarmi qualche forte sculaccione».

Piacevolmente sorpresa per quella fantasticheria erotica cui mai prima aveva pensato, già eccitata, lei: «Certo è, che non mancate di fantasia, voi, femmine arabe».

«Taci, e fai come ti dico, che ti piacerà; e non andarci piano a lavorarmi la chiappa con le mani, che a me un po’ di dolore piace».

Mentre, tra gemiti e grida di piacere, era impegnata a “impastare” l’amante, nei lascivi pensieri della donna veneziana…

«Un po’ di dolore, tu dici, bellezza? Vedrai se sarà poco, quando, come mi hai chiesto, ti farò guizzare sotto la mia sferza».

Quel dissoluto proponimento fu distratto, perché certamente Nahed non se ne stava inoperosa; infatti, muovendo ritmicamente il sedere, lei coadiuvava a meraviglia lo strusciarsi dell’amante. A un certo punto, senza fermarsi dal trarre piacere, portata all’estremo, Gia implorò: «Fermati Nahed… se fai così verrò in un baleno!»

«Dammi degli sculaccioni ancor più forti, allora; il mio piccolo culetto non t’invita a farlo? Dio… che delizia, Gia: incanalato nel solco delle chiappe, percepisco colarmi il tuo copioso cum sul buchino più piccolo. Adesso mi concentro: me lo faccio rilassare e poi contrarre, così da inglobare in me il più possibile della tua spremuta di fica».

«Sfacciata di una ragazzina: sei una bella porcellona, però; te le meriti proprio, le “carezze” che vado infliggendo a questo tuo spudorato, arrogante culetto… che d’altronde mi porge un invito cui non si può resistere».

Dopo che nella “cavalcata” condita da numerosi intercalari piuttosto inverecondi Gia se ne uscì da un nuovo… (Continua nel romanzo).

E BASTA, CON LA FRETTA!

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Volume 5

… Gia si sentiva avvolta da una sensazione di benessere infinito: le sembrava di trovarsi in una dimensione di beatitudine celeste dove l’orologio del tempo si era fermato. Quelle carezze a lei donate, dolci, prive d’ogni impellenza, che oltre a infonderle dell’intenso piacere carnale le comunicavano l’amore provato per lei dalle due donne, ebbene, tutto ciò la faceva sentire in un paradiso. Il gioioso furore che spesso lei metteva negli amplessi consumati con la moglie Nourhan, là, non la prendeva per nulla. La calma e la serenità con cui quelle delizie erano a lei dispensate, le infondevano una sensazione di pace che la trasportò in una dimensione onirica, dove tutto si svolgeva in maniera soavemente irreale. Anche i suoi pensieri fluttuavano…

E tu, presuntuosa, che ti credevi d’essere una perfetta e rodata amante!  Devi convenire che ne avevi, di strada da percorrere, mia cara. Che pace, che benessere c’è qui: è il “tempo senza tempo”, che scorre dolcemente tra i piaceri. Non è tanto per la loro sagace abilità nel far vibrare un corpo di donna, ma per come sanno modulare le blandizie, mantenendomi in una condizione d’impagabile esultazione dei sensi senza per questo farmi venire.

Com’è delizioso lasciarsi cullare dalle dolci sensazioni che questi miei due angeli mi stanno regalando: le loro carezze, le posso sentire tanto intensamente; piacevolmente… e godermele una a una. Non che l’esempio calzi molto, poiché qui si tratta di goduria vera; ma è come se al mare, d’estate, invece che stancarmi velocemente nuotando tra le onde, io me ne stessi immersa per ore nel bagnasciuga a godermi le dolci carezze della risacca rinnovarsi di continuo, mentre il sole non si stanca mai di baciarmi. E senza che per questo io debba morire dal caldo e tuffarmi ripetutamente in mare a cercar sollievo, che nel caso del sesso, corrisponderebbe a venire.

Noi occidentali non abbiamo capito nulla: sempre di corsa, e per che cosa? Per avere, possedere, e ancora avere: sempre di più. Se, com’è vero, il Paradiso è il tempo che si ferma, lo scorrere lento di un bel sogno, un soave turbamento senza fine, allora io mi chiedo: perché mai ci dovremmo affrettare?

E in tale sciagurata maniera, invece, si è estesa la frenesia dei tempi persino nell’amore, che in tal modo non è più tale: venire, venire, e ancora venire! Quando si è venute, poi, è tutto finito. E allora si ricomincia, per poi di nuovo venire, senza mai sentirsi in Paradiso: almeno non come accade a me adesso. Ah, che gioia infinita mi sta regalando la Provvidenza: che mai avrò compiuto di buono, per meritarmi tanta delizia? Che dolce, è questa tappa della mia vita.

Ben presto, a loro si unì anche la moglie. Non era stato un caso, che all’inizio lei se ne fosse rimasta in disparte: desiderava si creassero le condizioni per favorire nelle tre donne una conoscenza vieppiù intima.

Le musicali voci di Nahed, Nourhan e Rashida, carezzevoli, accompagnavano quei suoi calmi e rilassati ansiti di piacere, a tratti interrogandola: «Ti piace in questo modo, amore? Sei rilassata? Come ti senti? Diccelo, se ti senti venire, sai? Non vogliamo che il primo orgasmo si manifesti tanto presto: desideriamo che tu viva in una dimensione di godimento che sembri non avere mai fine».

“Come mi sento”, mi chiedono questi miei tre amorini? In Paradiso! Che altro?

Pensò Gia: con quelle tre grazie che si dedicavano a darle quel rilassante ma intenso piacere, lei era come una gatta a fare le fusa. Di tanto in tanto, tra un sospiro e un ansito, la sua voce, appena un fiato, lo esprimeva tutto, quel suo stato d’animo: «Amori, amori miei, mie regine dell’amore e del piacere, in quale altro misterioso e splendente Eliseo[1], voi mi state conducendo? Mai, nella mia vita, io mi sono sentita così paga, felice. Qui con voi, non vi è spazio, non vi è tempo; vi è soltanto la dolce, soffusa e discreta vibrazione dei vostri cuori grandi, delle vostre mani sapienti, delle vostre bocche insaziabili, e dei vostri profumati fiati… a far risuonare tanto voluttuosamente le sensibili corde della mia anima, del mio corpo e del mio piacere… che si svolge in un calmo e sopito delirio senza fine».

Abbandonata a quei piaceri che il suo spirito e il suo corpo, beati, andavano godendosi con la riposta speranza che non terminassero mai, Gia sentì una piacevole frescura inumidirle il grembo, allontanandola da un orgasmo che sentiva imminente.

«La frutta, amore: te n’eri scordata? Rashida aveva preso un fico d’India già sbucciato e molto maturo; con un movimento incessantemente… (Continua nel romanzo).

[1] Eliseo, luogo nel quale dimoravano, dopo la morte, le anime di chi era amato dagli dei. Un luogo in cui per i mortali la vita è bellissima, mai toccata da neve e pioggia, né dal freddo. I Campi Elisi si presentano come immensi campi fioriti dove si vive perennemente sereni. Fonte: Wikipedia.