«CHE NE PENSANO I MIEI LETTORI»

+ 18

«Dal Cappello di Gia». La saga del romanzo erotico lesbo.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android). https://erosartmalie.wordpress.com/

Ragionando di Politica, Costume e Trascendente, L’EROS SAFFICO si svela nei toni più disinibiti e fantasiosi.

Annunci

«IL POTERE É TETRO: SORRIDIGLI»

+ 18

#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

Un passaggio tratto dall’Atto 3° della Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume 3

Qui, per chi ha difficoltà a leggere (oppure preferisce ascoltare):

… la donna veneziana pendeva dalle sue labbra: il suo animo era esultante per la consonanza che scopriva esservi sul piano ideologico. Sebbene le quattro donne fossero completamente spogliate, Gia era attratta più dalle sue parole, che dalle procaci, seduttive nudità che la circondavano. Rashida continuava a parlare: «Prima, io ho posto l’accenno alle armi, Gia; ebbene, una delle nostre è il sorriso: è dalla notte dei secoli, che il Potere è tetro; grigio, e finanche oscuro. Anche quando ti lusinga dandoti a bere di non esserlo, esso pretende che i tuoi unici sorrisi debbano rivolgersi a chi lo detiene, alle cose che fa, e a quelle che non vuole che siano fatte. Nella sua “Poetica”[1], che tratta della ”Commedia e del riso”, successivamente ripresa dal vostro Umberto Eco in “Il Nome Della Rosa”[2], Aristotele[3]ci ha insegnato che la gaiezza, sentirsi felici, sono odiosi al Potere: quando la gente ride, di conseguenza non prova angoscia; come potrebbe, il Potere, dominare senza infonderla? Tristezza, insicurezza, povertà, senso di colpa e disperazione: questi, sono gli elementi che costituiscono la trama su cui esso si regge!

Il nostro, invece, è il regno della letizia; da non confondere con la leggerezza. Noi siamo gaie, Gia; ma coscientemente. E non ci risparmiamo alcuno, dei piaceri che possiamo largire e concederci nella piena consapevolezza e accettazione di ciò che stiamo facendo. E neanche siamo vittime dei beceri sensi di colpa che affliggono i più; quelli che, schiavi, e spesso volontari, non hanno scoperto il loro diritto alla libertà.

É anche per questa ragione, che sui nostri volti vedrai sempre il sorriso; e neppure la vergogna, vi troverai, Gia: uno stato d’animo che c’è estraneo. Allo stesso modo in cui i nostri corpi sono sempre pronti all’invito gioioso, i nostri cuori sono volti all’accettazione e all’indulgenza. In questo stato di grazia, tuttavia, le nostre menti non sono distratte o ignave: sono all’erta, pronte ad affrontare le difficoltà in accordo con le nostre anime, che, gaie e frizzanti, sanno illuminare quanto di tetro potrebbe intristirle…  (Continua nel romanzo).

[1] Poetica, è un trattato di Aristotele, scritto a uso didattico, probabilmente tra il 334 e il 330 a.C., ed è il primo esempio, nella civiltà occidentale, di un’analisi dell’arte distinta dall’etica e dalla morale. Fonte: Wikipedia.

[2] Il Nome Della Rosa, è un film del 1986 diretto da Jean-Jacques Annaud, tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Eco del 1980.

[3] Aristotele, è stato un filosofo, scienziato e logico greco antico, noto come il “filosofo dell’immanenza”. Fonte: Wikipedia.

RAZZISTA, IO? Vergognatevi, e chiedete scusa!

+ 18

#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

Un passaggio tratto dall’Atto 3° della Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume 3

Qui, per chi ha difficoltà a leggere (oppure preferisce ascoltare):

… a imbrogliare le carte, sono davvero formidabili! Prendiamo ad esempio il gravissimo fenomeno dell’immigrazione dai paesi africani; non mica ti dicono, che una tal cosa risponde alle esigenze dei POTERI e della FINANZA INTERNAZIONALE, tesi a spazzare via i diritti dei lavoratori conquistati con anni di dura lotta allo scopo di rendere più ricchi coloro che già lo sono, e più poveri gli altri. LO SPACCIANO PER UNA QUESTIONE UMANITARIA! Certamente, che lo è divenuta, eccome! Una tal cosa, però, NON ne è LA CAUSA, ma è un’inevitabile conseguenza del loro satanico disegno politico.

E giacché è inevitabile che tu ti senta minacciato nel tuo spazio vitale di cittadino italiano, ti mettono in condizione di sentirti in colpa, spacciando quella che è una vera e propria COSPIRAZIONE INTERNAZIONALE con qualcosa che non c’entra per nulla; e lo sai come fanno? In una maniera semplicissima, ti rivoltano la frittata, confondendo le menti della gente; cosa che si può ravvisare in una semplice frase del tipo: “Siccome siete contro gli immigrati, rendetevene conto, e fate un esame di coscienza: vi comportate da razzisti, e pure da neo-fascisti”.  Mentre, corretto sarebbe dire che NON SI É CONTRO GLI IMMIGRATI, i quali, poverini, non portano colpe se non quella d’essere degli sfortunati in cerca di una via di scampo, MA CONTRO L’IMMIGRAZIONE ORGANIZZATA, che è cosa ben diversa. Qualcosa che non fa di te, né un razzista, e tanto meno un fascista… (Continua nel romanzo).

DANZA DEL VENTRE.

+ 18

#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

Un passaggio tratto dall’Atto 3° della Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume 3

… Nahed si scosse; sempre dolcissima, la musica incominciava a scandirsi in un ritmo incalzante. Indotta da quella melodia, oltre che a muoversi, lei prese a danzare per davvero. I suoi movimenti si fecero flessuosi; se quelle movenze ricordarono a Gia una danza del ventre cui aveva assistito tanto tempo prima nel proprio Paese, la travolgente e sensuale bellezza di quella giovane, aggiunse alla danza un indescrivibile fascino.

Continuando a danzare, Nahed si tolse uno per volta i veli, infine rimanendo con un bolerino verde smeraldo, sul davanti fittamente decorato da arabeschi, e fitto di lapislazzuli. Una larga gonna dello stesso colore e similmente decorata, sostenuta da un unico bottone all’altezza dell’ombelico, le nascondeva precariamente il ventre privo di ogni lingerie. Folgorata dalla sua straordinaria quanto inconsueta bellezza, quando Gia la vide senza l’hijab, rimase senza fiato: il suo capo, rasato a zero, metteva ancor più in risalto il volto da bambina dai lineamenti perfetti, che faceva a pugni con le fattezze carnali da giovanissima femmina in sboccio.

Le movenze di Nahed si fecero via via oltremodo sensuali; intanto che la musica aumentava il suo ritmo, anche i movimenti divennero più conturbanti. Ben presto, il suo corpo apparve argento fuso, e la sensualità della scena che si svolgeva davanti ai propri occhi, trascinò Gia in un vortice d’estremo turbamento: trovava nella giovane donna una sorta di spontanea “animalità” selvaggia che la eccitò da morire. Guardandola, avvertiva la libidine assalirla inesorabilmente, e come sempre le accadeva in casi simili, percepiva la sua bramosia nuovamente scivolarle lenta e copiosa lungo le cosce…

Che femmina stupenda! Senza l’hijab e con il capo rasato a zero, il suo volto è anche più bello. Solo le donne che hanno un viso da sogno com’è il suo, possono permetterselo. I lineamenti sono assolutamente perfetti, e quegli occhi grandi, specie nel modo in cui mi guardano, mi fanno sognare e vibrare. Quando l’avevo vista in fotografia e in video, aveva dei capelli splendidi, neri come la notte, che le arrivavano in fondo alla schiena, a baciare quel sederino pieno, pronunciato, stupendo; se ciò sia umanamente possibile, a capo rasato, lei è anche più splendida!

Sarà anche perché Nourhan mi ha imposto la quarantena, ma adesso vengo… e senza neanche toccarla; quant’è sensuale, che fascino conturbante. E che dire, di quella luce un po’ perfida che ha nello sguardo? Da quello che si può capire, nuda come mamma l’ha fatta, dovrebbe essere un bijoux: me la vedo proprio, con una sferza in mano, intenta a frustare una bella femmina… me, magari. Quanto vorrei, che lo facesse: dovrebbe essere una furia scatenata, che mi fa venire a ripetizione accarezzandomi soltanto con la sua frusta e il tono della voce! Avanti, Gia, ora devi calmarti; in ogni caso, non mettiamo limiti alla provvidenza, diamo tempo al tempo, e chissà che quanto io brami non si avveri.

Negli scanditi, armoniosi movimenti di Nahed, talvolta si mostravano i suoi prominenti e puntuti seni che, liberi, si scuotevano come a volersi togliere di torno l’effimero mascheramento di quell’impalpabile stoffa, a tratti rivelandosi in tutta la loro orgogliosa bellezza. Il ritmo della musica aumentò ancora; a Gia fu anche più chiara la ragione per la quale, quella in cui Nahed era impegnata, sia chiamata “danza del ventre”. Quei sensuali movimenti rotatori scanditi del bacino, a tratti aprivano il lunghissimo spacco della gonna, e oltre a far intravedere le lunghe e affusolate gambe dalle cosce piene e dalla pelle tesa, in un gioco di “vedo e non vedo” mostravano il grembo nudo misteriosamente oscuro, su cui gli occhi di Gia si fissavano incantandosi, ansiosi di svelarne i misteri.

Vicinissima a lei, Nahed non lasciava i suoi occhi per un attimo: era uno sguardo intenso, il suo; carico di provocazione. Quasi fosse Salomè a irretire Erode per ottenere la testa di Giovanni Battista, sicura di sé, lei sembrava quasi sfidarla a resistere alla propria sfolgorante bellezza e al proprio fascino irresistibilmente carnale. Gia ne rimase ammaliata con tutta se stessa: stregata, sentì un irreprimibile desiderio di toccarla, stringerla, averla. Se per varie ragioni non fosse stato disdicevole, senza por tempo in mezzo, avrebbe incominciato a stringerla in una corte serrata.

Senza lasciare per un attimo i suoi occhi, con l’eleganza che le proveniva dalla propria fresca spontaneità e da una sensualità animalesca, la giovane femmina fece in modo che il bolerino si sfilasse d’indosso, finendo sul pavimento. A quel punto, scuotendosi al ritmo della musica, furono le mammelle, minute ma non piccolissime, a forma di pera, piene e dalla carne ferma, tirate all’insù come a offrirsi a lei, che fecero perdere Gia, la quale rimase inesorabilmente irretita da quel fascino tanto insolito. Nel vederla danzare, lei si sentiva oltremodo eccitata; nella sua mente, soltanto il desiderio, governava ormai i suoi pensieri, che si accavallavano ciclici, tautologici…

Oddio, che fiore raro! Che tette magnifiche: non grandi, e in perfetta proporzione, veramente stupende! Hanno proprio la forma che piace a me; dovrebbero essere durissime: quando lei si scuote, quasi neanche si muovono.

Quanto mi piacerebbe, io supina, a sentirmele viaggiare per massaggiarmi dall’alto della schiena sin al paffuto delle chiappe, con un capezzolo a esplorarmi nel profondo del solco. E che buon profumo, arriva da lei; di lavanda, direi: il mio preferito. Al solo guardarla, io mi sento la Iolanda e il cuore perdersi in un brodo di giuggiole: soltanto il mio cervello è in disaccordo, poiché, pensando a mia moglie, il mio saggio grillo parlante[1] mi sta dicendo che sono un’impenitente fedifraga. Già lo so: con lei, scopare non mi basterà.

Quanto mi piacerebbe, galoppare insieme a questa meraviglia per le sconfinate praterie del piacere, senza mai arrivare a una meta: cavalcare, cavalcare, e ancora cavalcare, senza mai fermarsi. Ed io, stolta, che pensavo che fossero le parole, il mezzo più potente per infiammarmi la fantasia; guardala, Gia: da sola, la sua immagine ti sta aprendo uno squarcio tra le porte di un paradiso che ancora non conosci. E figuriamoci il suo contatto… avvertire il suo fiato confondersi al mio..

Straordinariamente tentatrice e maliziosa, Nahed continuava a guardarla negli occhi, facendole intendere chiaramente che era soltanto per lei, che stava danzando. La musica aumentò ancora una volta nel suo ritmo: con naturalezza e un’eleganza che neanche fece intravvedere il gesto, anche la gonna finì sul pavimento. Al confluire delle brune cosce nervose, una riccioluta, fitta selva oscura apparve in un’allettante provocazione a dipanare il mistero del suo ventre: un’ineludibile offerta a cogliere…  (Continua nel romanzo).

[1] Grillo Parlante, personaggio immaginario del romanzo di Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio.

NOMI E SOPRANNOMI.

+ 18

#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

Un passaggio tratto dall’Atto 3° della Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume 3

… quel suo modo di comportarsi come se fosse un battitore d’aste impegnato a magnificare degli oggetti, era dovuto all’entusiasmo sin troppo cristallino: Nourhan andava descrivendo la donna come se Gia non avesse occhi per vedere e animo per apprezzare, come a presentarle un’opera d’arte che, per quanto preziosa, pur sempre rimane un oggetto.

La donna veneziana rimase non poco imbarazzata; di un colpo i suoi occhi si appropriarono della sua, se pur giunonica, armoniosa bellezza. Fu colpita moltissimo da quella sua particolarissima clitoride, che, parzialmente scoperta dal prepuzio, svettava come se fosse un minuscolo pene eretto; ma, immediatamente dopo, il suo sguardo ritornò alle pupille di Rashida. Non conosceva il carattere di quelle due donne, e non voleva rischiare d’offenderne i sentimenti. Per tale ragione, espresse la sua sincera ammirazione rimanendo sui generis: «Io sono davvero toccata dal tuo splendore; soltanto guardarti, mi toglie il respiro. Sono senza parole, Rashida: sei proprio un incanto, e la video-chat non ti rendeva giustizia».

Donandole un sorriso, con un’espressione interrogativa sul volto, lei si rivolse a Nourhan: «Nourhan… “ciccina”? What does this mean?».

A quella sua espressione stupita, lei sorrise divertita: «Le nostre amate kos[1], la fari[2]… la pussy[3] insomma, amore; com’è chiamata affettuosamente dalle parti di Gia».

Trattandosi di un tema che le stava particolarmente a cuore, allegra, la moglie s’inserì in quelle impudiche facezie; non le sarebbe dispiaciuto improntare il loro rapporto a una simpatica leggerezza già dal bell’inizio: «A dire il vero, da noi vi sono numerosi modi per definire quel che io considero stare al centro d’ogni cosa, ovverossia, la vagina». Seguitò, alternando l’inglese all’italiano: «Tuttavia, si usa comunemente chiamarla anche “fica”, “passera”, “passerina”, oltre a infiniti altri nomignoli non sempre carini.

Comunque, io penso che “passera” non sia un termine confacente a definire le più graziose; infatti, il pesce così chiamato, da cui essa sembra prendere il nome, è piatto, mentre io adoro quelle che sono bene in carne: da “ciccia”, cicciotte, appunto… e quindi, “ciccina”. Per amor di precisione, a proposito dell’appellativo di genere “ittico”, le cose non sono chiare, poiché con il termine “passera” s’indica anche un uccello il cui nome ben si attaglia all’oggetto del nostro discorrere, che sarebbe la cosiddetta passera scopaiola[4]. Tuttavia, trattandosi, appunto, di un “uccello”, non vorrei che si confondesse con qualcos’altro che riguarda i maschi, e che nulla ha a che fare con la patatina: non con la nostra, fortunatamente».

Su quel panegirico della vagina, una risata accumunò le donne; dopodiché, Rashida, sorridendole maliziosa: «Se è così, mia cara Gia, riguardo a quella che tu chiami “ciccina”, io sono dell’idea che qui, con noialtre, il tuo tatto non rimarrà per niente deluso riguardo a com’è che ti piacciono… come hai detto tu, cicciotte» le rispose, con un sorriso complice.

Sino a quel momento muta, la più giovane delle due, Nahed, colei che tanto aveva stupito e ammaliato Gia, in un inglese perfetto che non portava alcun accento della propria lingua madre, esclamò: «How beautiful… ciccina! It’s so musical, full… very soft, delightful!». Mentre parlava, incalzato di continuo dalla ritmata musica che avvolgeva l’aria, il suo corpo si muoveva armoniosamente. E Gia volava… (Continua nel romanzo).

 

[1] Kos, vagina in egiziano.

[2] Fari, vagina in arabo formale.

[3] Pussy, vagina in lingua inglese.

[4] Passera scopaiola, è un uccello che presenta aspetti particolari nel comportamento riproduttivo. Le femmine spesso si accoppiano con più maschi. Particolare importante del comportamento, è quello che compie il maschio il quale, prima dell’accoppiamento, colpisce in maniera delicata e ripetuta, con il proprio becco, la zona esterna dell’organo sessuale femminile. Ciò fa sì che, se la femmina si è da poco accoppiata con un altro maschio, essa estrometta il seme appena ricevuto cosicché l’attore ultimo possa sostituirvi il suo. Fonte: Wikipedia.

IMMORALE, o AMORALE?

+ 18

#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

Un passaggio tratto dall’Atto 2° della Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume 2

… e del resto, noi lo sappiamo: non vi è dubbio alcuno, che la percezione olfattiva  renda il rapporto anche più arrapante.

In ogni modo, non va ignorato che in questo giocano un ruolo anche i condizionamenti di varia origine che ci portiamo dietro, i quali, per legittima reazione, c’inducono a trovare una sacrosanta compensazione nella trasgressione; e mi riferisco alle persone le quali, come noi, hanno uno spirito libero».

Quando Gia si lanciava in quel tipo di filippiche, spesso le sue parole assumevano un tono solenne e ispirato; e neanche mancavano dei termini tipicamente evangelici, retaggio dell’educazione religiosa ricevuta nella tarda infanzia. Rossa in volto, lei seguitò: «E in quanto alla vergogna, è “in verità, che io ti dico” quel che invece siamo; ovverossia, delle “Donne dalla Sognante innocenza”. Infatti, pensaci bene, Nourhan: noi amiamo e non odiamo, rispettiamo e non prevarichiamo, facciamo il nostro dovere di cittadini e non rubiamo; e allora, saremmo noi delle peccatrici sporcaccione, delle viziose, soltanto perché ci piace scopare con fantasia? E allora, perché Dio, o chi per lui, ci avrebbe dato la Iolanda? Soltanto per orinare e figliare?

In quanto alla “Sognante Innocenza”, o se vuoi, “Fantasiosità”, perché credere in quello che proclamano i cosiddetti “moralisti”… che poi, giudicandoci immorali, mostrano d’ignorare l’abissale differenza che c’è con il termine “amorale”. Rifiutando le loro becere regole dogmatiche, casomai, è questo, che noi saremmo; e giacché civicamente noi siamo delle brave persone, nel nostro caso il termine assume una connotazione positiva, e non dispregiativa.

Te lo devo dire, mia diletta: tra di noi c’è una totale empatia anche su questi temi, e non c’è sera, che io non ringrazi il destino per averti incontrato. Per piacermi, una donna deve avere almeno tre qualità: bellezza esteriore ed interiore, sorriso, accoglienza. Se poi lei è anche intelligente e intrigante, allora mi ci posso pure innamorare, oltre che scoparci: è per questo, che io ti amo, mio dolce amore».

La moglie non poté resistere: si avvinghiò al suo corpo, cercò la sua bocca, e le due amanti si fusero in un lunghissimo bacio. Dopo qualche tempo, Nourhan: «Ti prego, Gia, continua con quel che dicevi».

«Come ho detto, non voglio annoiarti ancora, amore».

«Non sei per niente noiosa, Gia; stupiscimi ancora, ti prego».

«Ok, amore; l’avrai voluto tu. Per riprendere con il discorso delle nostre amate cosine… (Continua nel romanzo).

QUANDO IL FETICISMO PORTA MALE.

+ 18

#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

Un passaggio tratto dall’Atto 5° della Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia» (In corso d’ultimazione).

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume 5

… hai voglia di raccontarmi un episodio, Gia?» chiese lei, non tanto per la curiosità, ma per avere l’occasione di conoscerla meglio.

«Ve ne sarebbero molti, Rashida; ma ti parlerò di uno di quelli dove mi sono presa una bella rivincita…

E dunque, era da un bel po’ che stavo chattando con un tale pakistano che si era dichiarato, essere una ragazza, il quale mi aveva pure spedito delle sue fotografie; false, è ovvio. Insomma, un bel dì, dopo che avevamo passato un po’ di tempo a parlare, e intanto a masturbarci, quello lì, dichiarandosi innamorato di me, in un impeto di sincerità mi confessò il suo inganno.

Neanche posso dire quanto rimasi incazzata! Tuttavia, volendogliela far pagare, al momento non mostrai la mia rabbia; anzi, lo incoraggiai, lusingandolo, dicendogli che se avessi conosciuto prima qualcuno come lui, forse io sarei potuta uscire dalla mia “malattia”, come quello stronzo aveva definito l’omosessualità.

Quell’allocco ci cascò come un merlo, ed io continuai ancora per qualche sera a chattare con lui, intanto cogitando intorno a come mi sarei potuta prendere la mia legittima vendetta. Neanche dire che quantunque fingessi di godere, ormai ogni eccitamento sessuale era ben lontano da me. In ogni modo, quello lì, infiammato dalle mie strumentali, bollenti parole di chat, mi confessò che era colpa mia, se lui era stato indotto a masturbarsi. Alla fine di quella serata, con un tono che avrebbe voluto essere scherzoso, ma che invece era da patetico imbecille, mi chiese, “Per rimediare alla tua colpa, credo che tu dovresti spedirmi le mutandine che hai ora indosso; così, come sono adesso, sai, ben intrise del tuo cum: me le merito, no? Infatti, è grazie a me, se godendo ti sei sbrodolata”. Lì per lì non gli risposi, ma l’embrione di un’idea incominciò a frullarmi per il capo».

«Come sai, Gia, io non sono avvezza al turpiloquio; ma in quel caso, anch’io l’avrei fatto; quello lì, doveva veramente essere un emerito coglione».

«E anche uno stronzo emerito, appunto! Per continuare con la storia, tu lo sai, che io adoro mangiare il pesce e i crostacei; ebbene, il giorno successivo, al ritorno dalla pescheria dove mi ero recata per comprare dei mitili per poi cucinarmi un’impepata di cozze, pestai accidentalmente una cacca di cane davanti all’ingresso di casa.

Rimasi molto contrariata, e imprecai mentalmente contro quegli incivili dei padroni, i quali non avevano fatto il loro dovere raccogliendola in un sacchettino per poi gettarla nella spazzatura. Mentre stavo ripulendomi la scarpa sullo spigolo di un gradino, senza peraltro riuscirvi completamente, l’idea della sera precedente si perfezionò: prima d’entrare nel mio appartamento, mi tolsi entrambe le scarpe, indossai dei guanti di plastica, poi tolsi le ultime tracce di cacca usando un paio delle mie mutandine proprio in corrispondenza di dove, solitamente, le persone poco pulite lasciano un “cioccolatino”. Dopodiché, prese dalla spesa tre cozze, le avvolsi nella sottile stoffa, e infine misi il fagottino in terrazzo, dove lo lasciai per ben tre giorni sotto il sole a marcire». Non riuscì a proseguire, perché Rashida, immaginando il possibile divenire di quella storia, scompisciata, scoppiò a ridere come una pazza.

Tenendosi una mano a comprimersi il basso ventre in corrispondenza della vescica, la avvertì: «Gia, se adesso me la faccio addosso, è colpa tua!».

La donna veneziana seguitò a raccontare: «Insomma, al primo pomeriggio del terzo giorno, non ti dico l’olezzo che si levò quando, indossati dei guanti di plastica, aperte le mutandine, tirai via le cozze per impacchettare il “sensuale feticcio” in un sacchettino a tenuta stagna, così da spedirlo all’indirizzo di quell’imbecille. Sembrava l’odore di una femmina d’orango che, scopata a ripetizione da trecento maschi, non se l’era lavata da tre anni!».

In mezzo a una sonora risata, Rashida: «E come lo sai? Ti è mai capitato d’incontrarne una, Gia? Non di orango, intendo, ma una donna poco pulita» precisò, con tono scherzoso.

«No, grazie a Dio! E spero che qualcosa del genere non avvenga mai. Per mia fortuna, le amanti che ho avuto erano tutte delle persone ben educate e civili».

«Avanti, dimmi com’è andata a finire, che oltre ad essere incuriosita, mi sto divertendo un mondo».

«Una quindicina di giorni dopo, lui mi cercò in chat, e con tono appassionato proclamò: “Gia, mi hai fatto un grande regalo, cui non ho potuto resistere. Non te lo nascondo: appena ho ricevuto il pacco, mi sono masturbato massaggiandomi con le tue meravigliose, fragranti mutandine, sborrando in quelle per sposare i miei fluidi ai tuoi. Io… io ti amo, Gia!”.

Fu lì, che mi presi la mia rivincita, perché non ha senso colpire se la vittima non avverte la sofferenza; gli digitai: “Sono felice per te, amore; tuttavia, ti consiglio di andare a farti degli esami del sangue, tesoro. Gli escherichia coli presenti nella merda di cane, così come i voraci batteri prodotti dalla marcescenza dei mitili, non devono aver fatto un gran bene al tuo fottuto uccello!”. E chiusi la chat, bloccandolo, allo scopo di non averlo più tra le ovaie».

Tra le crasse risate, Rashida commentò: «Hai fatto bene, Gia; se l’era ampiamente meritato. Ma non hai avuto timore di qualche sua ritorsione?».

«E che cosa avrebbe potuto fare? Denunciarmi perché si era fatto delle seghe con delle mutandine infette? Quelle, portavano la firma, “Simone Pérèle”[1]; e non mica la mia! Oppure, avrebbe potuto prendere un aereo dal Pakistan, venire a Venezia, individuarmi tra migliaia di persone, e quindi uccidermi?».

 

[1] Simone Pérèle, è una Brand di biancheria intima francese creata nel 1948. Fonte: Wikipedia.