PARA-CLERICALI E PARA-C…

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

Un passaggio tratto dall’Atto 4° della Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

4°Atto Icona

… s’è schifato pure un Papa; ed è probabile che sia stato proprio per questo, che ha presentato le dimissioni da Pontefice, accontentandosi della carica di Papa Emerito, e lasciando il suo posto al bravo Papa Francesco. Tale inusitato gesto ha suscitato un notevole scalpore, giacché prima, nella millenaria storia della Chiesa Cattolica, una tal cosa era accaduta soltanto una volta. Secondo me, lui l’ha fatto per rappresentare nell’unico modo possibile il proprio sdegno, la propria impotenza a intervenire allo scopo di raddrizzare le storture di una parte della curia che certamente non seguiva, e non segue, il verbo del loro Dio.

Ma tu guarda che degenerati: degli uomini di Chiesa, a macchiarsi di tali infamie! I bambini, bisogna lasciarli in pace, e rispettare la loro infanzia; e che cazzo! Non si ruba loro l’unica età limpida, felice, per insozzarli con la merda del mondo, maledetta sia la miseria e coloro i quali sono responsabili di tali misfatti… fanculo!

Se poi ti professi anticlericale, la gente, ossia i famigerati “benpensanti”, anche ti guarda di storto e con sospetto; si chiede: “Non sarà mica bolscevica, o peggio ancora, anarchica, o persino pronta per divenire una Foreign Fighter?“. Io mi domando e dico, come si fa a non esserlo, anticlericali, con tutte le puttanate che tanti di loro hanno combinato nei secoli dei secoli? Non io, ma loro, dovrebbero essere guardati male: e anche chi finge di ignorarle, queste infamie; ossia quella specie di “para-clericali” che li proteggono. Quelli che sanno con precisione dove stanno i propri interessi, e che più di para-clericali, si dovrebbero appellare dei “para-culo”.

Nell’infinita sapienza accumulata e tramandata nel corso dei secoli, quei clericali che si sono macchiati di tali infamie, lo sanno bene, che è esattamente il senso di colpa, la consapevolezza nel commetterlo, a rendere il “peccato” maggiormente attraente: è anche per tale ragione, che si sono inventati la confessione; per ripulirsi, e poi ritornare a peccare ancora con rinnovata soddisfazione… (Continua nel romanzo).

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DA COME MI ESPRIMO, POTREBBE SEMBRARE CHE IO SIA FISSATA SULLA…

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Book7

… e poi, in quel periodo neanche volevo che dei pensieri materiali mi attraversassero la mente: com’era bello stare insieme! Non c’era sera che non facessimo all’amore, e spesso anche il mattino, appena svegliate; ricordo ancora come se fosse ora, il modo in cui lei mi affrontò in uno di quei risvegli: «Gia, com’è che ti sei fissata con il sesso, tanto da scriverne? C’è anche dell’altro, nella vita; non credi?».

Da convinta idealista qual era, a lei riusciva ostico entrare nel mio ordine d’idee su tale tema. Neanche tentai di spiegarle che sia in Fotografia, che in letteratura, a muovermi era sempre la mia libido; e una tal cosa mi andava pure bene per il mio lavoro, poiché ne traevo la dovuta ispirazione che mi faceva divenire molto creativa. In fotografia, io mi ero specializzata in sensuali immagini di nudo femminile, mentre, per la letteratura, era il genere erotico, che io avevo scelto: il nesso comune? É facile: alla fine, spogliando le cose di quanto superfluo, si trattava sempre di quello, ossia della bellezza femminile; e per parlar chiaro, della fica. Tuttavia, giacché mi si sente pronunciare molto spesso tale termine, ciò potrebbe apparire per ciò che non è: un’ossessione.

E quindi, è meglio mettere in chiaro le cose: non è vero che io riconduca le donne solo a quella, naturalmente; il mio, è soltanto un modo per semplificare, per rappresentarci in tutta la nostra quintessenza, che è tanto più complessamente articolata.

Giacché questi erano degli argomenti che avevano un valore per me e non per Céline, ritornando all’oggetto delle mie brame, per convincerla che la fica va messa sempre in primo piano, e qui il significato da attribuire al termine è “scopare”, pur sviluppandolo un po’ diversamente, cercai di usare l’argomento che con Catalina era stato efficace: «Amore, come sai, se non la affronti per le corna, la vita può essere amara; e allora non ci sei che tu, a darti quelle piacevolezze che la possono migliorare…(Continua nel romanzo).

LA CAUTELA DEL PORCOSPINO.

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Book3

… «Io non sono disinvolta come te, Gia: non ce la farò mai» mi piagnucolò.

«Nulla è impossibile, se si desidera abbastanza, amore» le risposi, cogitando nel frattempo intorno ai miei piani.

Come si risolse poi la faccenda? Che io dovetti sostenere un ruolo da ruffiana! Una sera, a cena, fui io a sedurla al posto suo, per dopo esserne ripagata condividendola con lei per un’altra settimana, e quindi, gradualmente sfilarmi da quel rapporto a tre. Loro due si completavano a meraviglia, ed io non volevo sobbarcarmi anche le eventuali paturnie della nuova arrivata. Perché è così, che funzionano le cose: appena conosciute, alle prime scopate, tutto va a meraviglia; ma poi, prendendosi una maggiore confidenza, incominciano a saltare fuori le magagne. Per averti dato la fica, ritenendo di averne il diritto, ti sommergono della loro merda, soffocandoti. Comunque, rimasi contenta: come si dice, ero riuscita a “Prendere due piccioni con una sola fava”.

Una volta sciolte sul piano sessuale, per Catalina fu facile confessarle che oltre che a essere felice di scopare con lei, anche la amava: da lei avrebbe avuto quello che io mai sarei stata disposta a darle, ossia, il romanticismo come lei lo intendeva.

Romanticismo… roba da femminelle senza un minimo di carattere! A causa di quanto sto per dichiarare, qualcuno potrebbe dire che io sia cinica e persino malata nella zucca. Che a me non sconfinferino troppo le stronzate sentimentalistiche e pseudo morali, dopotutto, non è cosa che io trovi strana oppure disdicevole. Per come si sono messe le cose in questa nostra Società, dove Dio è personificato dall’Efficienza, dal Successo e dal Denaro, non c’è da stupirsi se la normalità è di rimanere e di sentirsi soli, una conseguenza che anche un cieco avrebbe visto. Tu guarda, qual è il destino della gran parte degli amori e dei matrimoni: dopo qualche anno di miele, spesso sfornando anche degli innocenti mocciosi, il “Grande Amore” finisce, con le gravi conseguenze che tutti sanno; e specie per i figli. 

Io, però, ho risolto alla base tale problema; ho scelto di vivere in un allegro e mutevole sodalizio di “Anime Sole”; il che vuol dire: il mio cuore non lo spartisco con nessuno, e nemmeno con quelle cui, per scoparmele, dichiaro a piè sospinto, “Ti amo”.

In effetti, a differenza di altre solitudini, quelle improduttive e quindi sciocche, la mia non è per nulla malinconica, ma rappresenta la mia ricchezza, la quale mi permette d’essere invulnerabile al dolore. E il bello è, che non mi sento per niente sola; infatti, quando ho bisogno, che so, di un consiglio, oppure di consolazione, è a me stessa, che io mi rivolgo. E ve lo assicuro: non potrei trovare di meglio. Infatti, con riguardo a me, non c’è al mondo un giudizio che valga più del mio; e questo, mi rende sicura e forte. Invero, chi potrebbe conoscermi meglio di me?

Qualcuno potrà muovere delle critiche al mio carattere, dicendomi che sono “poco femminile”; se ciò fa loro piacere, che critichino pure, e intanto, io fotto. Anche per quanto riguarda la cosiddetta “Arte della seduzione”, devo dire che secondo me, si tratta soltanto di una scocciante perdita di tempo, inutile, e quindi stupida. In effetti, a quella, io preferisco anteporre il suo fine, ossia, la scopata. Ed è lì, che io ci metto ogni mia risorsa, anche di tipo culturale, oltre che fantasiosa.

Riguardo alla storia con Catalina, alla fine di quel periodo, piacevole soprattutto per l’inaspettato, quanto gradito breve ménage à trois, quando ormai ebbi svezzato e liberata dalle proprie “vergogne” la “cucciolina”, io decisi di togliere l’incomodo, e di lasciare da sole le due colombelle per volarmene da Celine.

Con l’oriunda cubana, la frusta e il “pee-drink” mi erano mancati tantissimo; tuttavia, salutandoci all’aeroporto, senza grande entusiasmo io la invitai a venire da me a Venezia: non si può mai sapere, in un periodo di magra, anche lei sarebbe potuta andare bene per portare della consolazione alla mia fica. E specie se ci fosse venuta con la sua nuova fidanzata, la quale era pure lei una gran figa… e di sicuro più intelligente e disinibita; tant’è, che non rimase certo sconcertata, quando, quella prima sera, io la indussi a fare del sesso a tre. E riguardo a Catalina, avrei continuato come faccio sempre con le donne piene di paturnie: avrei continuato ad accoppiarmi con lei con la stessa cautela che usano i porcospini per non pungersi…  (Continua nel romanzo).

I FILM A CONTENUTO EROTICO

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4°Atto Icona

… tuttavia, quel ménage ormai incominciava ad annoiarmi un po’, soprattutto perché, pur credendo di aver svezzato Catalina su parecchie cose, ne saltava fuori sempre una nuova. Un giorno mi chiese: «Gia, perché non andiamo qualche volta al cinema; o almeno vediamoci qualche bel film per TV rimanendo per tutto il tempo abbracciate, senza spogliarci… almeno sino a quando non finisce».

Tipico di lei! Quella lì, era cresciuta a latte e TV; e perciò, mettendoci insieme anche la parrocchia che aveva frequentato da piccola, si capiva, quanto tutto questo l’avesse rimbecillita. Le risposi seria: «Cinema? Televisione? Una cazzo di scatola elettronica che pretende di muovere le mie emozioni? No, grazie! Quelle, io preferisco che sia la vita reale a darmele, amore; e non qualche imbecille che lo fa per quattrini. E se le emozioni che preferisco, la vita non me le dovesse dare di suo, ebbene, me le andrei a cercare da sola, anche se di notte, con il lanternino! Di fronte a un monitor, al massimo, io sono disposta a godermi quelle strafighe da sballo, altere ed elegantemente porche, di qualche film di Andrew Blake[1], per farmi venire qualche nuova ispirazione; per il resto, la TV, io la guardo solo per i programmi d’attualità. Riflettendo, vi è anche un’altra eccezione: lo splendido film di Julio Medem “Room in Rome”, che vede le due fighe galattiche, la russa Natasha e la spagnola Alba, trascorrere una splendida notte d’amore.

Quelli che ho citato, Catalina, sono tra i pochi registi di film sexy che, ancorché uomini, io apprezzi: di là dell’ottima regia, come della bravura, bellezza e prorompente sensualità delle attrici che scelgono, della fotografia magnifica, delle ambientazioni eleganti e raffinate, quello che maggiormente apprezzo nei loro film, è che non vi si trovano mai drammi, e soprattutto, pornografia della morte; ossia, prevaricazione, violenza e sangue. Vi è solo del puro, sano, e conturbante erotismo. Guarda gli altri, anche nei film di successo: all’Eros, ci devono immancabilmente mischiare Thanatos[2], e così, va a finire che neanche te li godi!

Non sono buoni a farne uno, sia pure a contenuto sexy oppure erotico, se non ci cacciano dentro inganni, angoscia, psicosi, brutalità, stupri e altre amenità simili. Come se, per volere del destino, si trattasse di reazioni inevitabili scatenate da quella che è definita spregiativamente “fornicazione”. Raramente, il sesso è raccontato come dovrebbe essere: privo di tensioni, sereno, e senza il benché minimo accenno alla violenza. E quando non è quest’ultima a farla da padrona, allora entra in scena il “comico”, se non il “paradosso”. É tra questi due poli opposti, che di solito il sesso è narrato nei film cosiddetti erotici; un’assennata via di mezzo: mai! E la ragione per la quale quei film hanno pure successo, è probabilmente dovuta al condizionamento proveniente dalla cosiddetta “morale comune”, in virtù della quale il sesso, faccenda quanto mai “sporca e peccaminosa”, si merita che gli sia associato il “castigo”.

Devo però dire che, oltre a Andrew Blake e Julio Medem, anche Aurelio Grimaldi mi è piaciuto per il suo film “L’educazione Sentimentale di Eugénie”[3], e non tanto per le scene erotiche, quanto per il contenuto filosofico»…  (Continua nel romanzo).

[1] Andrew Blake, è un regista e produttore statunitense di film per adulti che di solito includono fetish, bondage e lesbismo. Elevati sono i valori  di produzione e rigorosa è la stilizzazione artistica e tecnica. Il suo stile è stato paragonato a quello della moda del famoso fotografo Helmut Newton. Fonte: Wikipedia.

[2] Thanatos, in psicoanalisi, Eros e Thanatos sono rispettivamente la pulsione di vita e la pulsione di morte (Todestrieb), che Sigmund Freud tratta nel 1920 in “Al di là del principio di piacere”. Fonte: Wikipedia.

[3] L’educazione sentimentale di Eugénie, è un film erotico del 2005, diretto da Aurelio Grimaldi, e ispirato a “La filosofia nel boudoir” di De Sade, in una versione assai edulcorata. Attraverso il viso “acqua e sapone” della giovane attrice Sartini, il regista celebra una sessualità solare in una versione del racconto meno fosco del controverso autore francese De Sade. Il regista si guarda bene dall’approfondire il pensiero del singolare “tutor”, in realtà incline alla dissolutezza e crudeltà, elementi che ben si manifestano nel libro fino all’apoteosi finale, tutt’altro che edulcorata. Fonte: Wikipedia.

NESSUNO APPARTIENE A QUALCUNO.

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4°Atto

… parlando a proposito di quelle che vivono illudendosi d’essere intelligenti, mi ricordo di una alla quale, prima di darmela, piaceva fare la preziosa. Stanca di dover ogni volta combattere per convincerla ad ammollarmela senza fare tante storie, una sera la affrontai con un, “Beh, dimmelo chiaro: vuoi trombare, o no?”. Quasi incazzata, lei mi rispose: «Per te, c’è solo il bianco o il nero, Gia… hai mai sentito parlare delle cinquanta sfumature del grigio? Se mi vuoi, mi ci devi portare a poco a poco». Dio, quanto mi fece incazzare! E specie perché quella non era farina del suo sacco, ma solo un parafrasare il titolo del romanzo di una scrittrice mia concorrente! Mentre la gran generalità delle altre femmine, e specialmente le etero, propende per i brodi lunghi zuppi di romanticherie del cazzo, io mi rendo conto che in questo sono un po’ maschile: giacché non amo perdere il mio tempo, che è vita, mi piace andare per le spicce proprio per dedicarlo a fottere, piuttosto che a cianciare. Ditemi voi, se questo sia un difetto!

Le peggiori “frantuma-minchie”, tuttavia, sono quelle che non si accontentano di quanto, pur con tanta generosità, tu sia disposta a dar loro, e pretendono di più! Invece di ringraziarti, e ripagarti per quel sentimento che nessun medico ti ha ordinato di volger loro, vogliono ghermirti, fagocitarti anche l’anima: nella loro malata concezione del sentimento amoroso, quelle streghe pretenderebbero di possederti completamente; e non tanto nel corpo, cosa che potrebbe anche andare, ma nello spirito e nei pensieri. Pretendendo che tu facessi tue le loro malate concezioni esistenziali, quelle lì ti vorrebbero come un doppio esterno di loro stesse, insomma.

A loro non basta possedere te: vogliono pure il totale controllo sulla tua volontà; decidere del tuo destino. In breve: appropriarsi globalmente della tua vita. E tu non devi esitare a dir loro: «Vuoi divorarmi? Accomodati: ma è solo della fica, che dovrai accontentarti; e perciò, incomincia a darti da fare, che se riuscirai a farmi venire come dio comanda, dopo ti darò la pagella».

Loro neanche lo capiscono, che non si dovrebbe mai dire, e nemmeno pensare, “Tu mi appartieni”, ma, casomai, “Io sento d’appartenerti”.

E comunque, non c’è speranza: dopo reiterati tentativi per fagocitarti nelle loro intricate masturbazioni mentali, che nel loro intento vorrebbero essere sentimentali ed esistenziali ma che nella sostanza sono delle cagate belle e buone, nell’inutile, ultimo tentativo di riuscirci, lo sai che fanno quelle tipe lì? Usano il ricatto: pensando che quella sia l’arma migliore per incastrarti, improvvisamente prendono a negarti la fica. Neanche se ne rendono conto:  quando hai capito che si vogliono impadronire di te, ai tuoi occhi la loro passera prende a puzzare come il pesce marcio, e il desiderio più ardente che hai, non è quello di copularle, bensì di scappartene il più lontano possibile.

Tuttavia, quando sei attratta da una che ti guarda con gli occhi irresistibilmente appassionati e languidi, dovresti starci anche più attenta: invece che voglia di scopare, quegli sguardi potrebbero significare un compiacimento delle proprie deviate paturnie sentimentali, che lei vorrebbe partecipare a te. É arduo, a volte, comprendere per tempo il pericolo che stai correndo: quello che stringi tra le braccia e le cosce, un morbido e sensuale corpo di donna, in realtà è una granata già innescata per disintegrarti in mille pezzi. Se te ne accorgi, c’è un unico modo per difendersi: quando hai capito come stanno le cose, meglio presto che tardi, senza perifrasi devi dir loro: «Amore, quella che tu credi essere tua, è la mia vita; se la tua l’hai perduta, ebbene, là c’è la porta. Prendi le tue cose e vattene! Vai a cercarla… che, averla smarrita, non è una buona ragione per prenderti la mia. E ricorda: nessuno appartiene a qualcuno.

Un’ultima cosa… fammelo, questo grande piacere: non ritornare mai più da me a fracassarmi la minchia!».

Da più giovane, romantica e sicuramente ingenua, una volta ci sono cascata: in nome di un amore che non si capiva che cosa fosse e come si manifestasse, quella stronza avrebbe voluto impadronirsi di me nella mia totalità. Che poi, anche nel sesso, faceva semplicemente pietà: mano nella mano, bacini “smack”. E lacrime! Figurarsi, se con me avrebbe funzionato: le uniche donne in lacrime che io sopporto, sono quelle che piangono contente sotto la mia frusta.

In ogni giorno che il Signore, bontà sua, mandava in terra, lei si creava un nuovo problema che tale non era, se non nella sua zucca. E il sesso? Anche a causa della pudicizia ipocrita: poco, e da schifo! Parole? Pure quelle, poche; in pratica, solo le mie. Mai, che lei mi sorprendesse: si aspettava che ogni iniziativa partisse sempre da me; tranne quanto riguardava i suoi personali bisogni, naturalmente, giacché, senza lavoro, la sostenevo anche materialmente. D’altro canto, una ciofeca[1] così, chi l’avrebbe mai assunta, se non per fottersela? E ci sarebbe comunque rimasto male.

Quando stava per andarsene, in un rigurgito di patetica fierezza, lei proclamò, “E in quanto ai soldi che hai speso per me, non temere, che te li restituirò appena posso”. Sai quanto mi fregava del denaro; il mio desiderio più vivo, era che lei se ne andasse via; e subito. Tuttavia, non mi lasciai sfuggire l’occasione per prenderla per il culo, “Non ho dubbi, tesoro; infatti, è impossibile che tu lo faccia prima di poterlo fare”. Ma, stupida com’era, non credo che abbia capito l’assurdità insita nelle sue stesse parole vacue.

Io lo capisco, che sta nell’ordine naturale delle cose che una donna sia predisposta, e quindi incline, a “prendere”: ma una tal cosa funziona soltanto per quelle che hanno a che fare con degli uomini; e questo dovrebbe riferirsi nell’ospitare, cioè “prendere” il loro membro nella fica, o in altro diverso buio recesso. Tuttavia, in virtù di una tale predisposizione, fraintendendo, molte di loro ritengono di essere nel pieno diritto di succhiare l’uomo sino a esaurirlo. Se lo facessero solamente al loro uccello, andrebbe pure bene; ma quelle che stanno con me, non si dovrebbero approfittare della mia “carità cristiana” per prendersi la mia vita, e succhiarmi anche l’anima. Cazzo!…  (Continua nel romanzo).

[1] Ciofeca, letteralmente è la parte inferiore del carciofo con le prime foglie, tuttavia, dal gergale napoletano, non significa solamente schifezza, ma anche qualcosa riuscito male, dalla quale ci si aspettava di più, per poi rimanere delusi.

DOVA VA LA FOTOGRAFIA?

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… fortunata, per vivere lei non aveva bisogno di lavorare, e, pur non ritenendosi un’artista, si dava un gran da fare per scrivere recensioni, organizzare vernici, eventi, e altre cose di questo genere. Ricordo la proposta che mi fece riguardo alla possibilità di allestire una mia mostra fotografica a Calgary, la città dove lei vive: «Mi piace quel che scrivi e come lo fai Gia, ma amo troppo le tue fotografie di surreale nudo femminile! Per quelle esasperazioni nelle forme, per le incredibili trasfigurazioni che hai operato, esse sprizzano una potente sensualità. Giacché non hai usato Photoshop, e le hai stampate in camera oscura da negativo ai sali d’argento[1], ancora non riesco a capire come tu possa esservi riuscita. Di certo, si può dire che tu sia stata un’antesignana di Photoshop, giacché, al tempo, questo software neanche esisteva. É proprio un peccato che, giunta a tali livelli, tu lasci: sei volubile, tesoro. Da dov’è, che arriva questo tuo ultimo amore per la letteratura, oltre che per me?».

Eravamo entrambe abbandonate, prone sul letto, a riprendere fiato dopo l’ultima copula, aspettando che il desiderio rifiorisse. Le nostre bocche vicine quasi a sfiorarsi, la sua mano mi scorreva lungo la spina vertebrale, dolce e lenta, dal collo sino al coccige. Mugolando per il piacere, sottovoce le risposi: «Tante, possono essere le ragioni che ti muovono a scrivere; è sempre per te che lo fai, questo è certo; nondimeno, se scrivi anche per partecipare con sincerità ad altri le tue sensazioni e le emozioni che provi, allora, io sono convinta che la tua opera abbia una valenza positiva anche per chi ti legge.

Inoltre, se in ciò che scrivi ci cacci dentro le tue opinioni, e se non lo fai con l’unico scopo del profitto o per altri intenti edonistici, insomma, se tutto quello che butti giù ti viene quando occhi, cervello e cuore scattano all’unisono, secondo me, la tua, diviene un’opera generosa, e per questo apprezzabile. Questo non è dissimile da quanto dichiarava un certo Henry Cartier-Bresson[2] riferendosi alla Fotografia, in quello che lui chiamava “l’attimo decisivo”. É ben vero, Céline, che anche con la Fotografia ero mossa dagli stessi sentimenti di adesso; ma vuoi mettere l’enorme potere che ha la scrittura rispetto a quella? Ho un unico rammarico: di non averlo scoperto prima; ma sono ancora giovane, ti pare?».

«E bella, amore: sei tanto bella. In ogni modo, io resto dell’idea che tu faccia male a “lasciare” in qualcosa in cui sei brava» mi rispose intanto che una sua mano, pizzicandomi amabilmente le vertebre, mi procurava delle piacevolissime sensazioni. Ne avevo proprio bisogno: a differenza di Céline, mai, da Catalina mi era arrivato qualche guizzo cultural-amoroso che mi sorprendesse.

Pur sollecitata a volgere altrove il mio pensiero, le spiegai quali altre considerazioni mi avevano mossa nella mia scelta: «Tuttavia, vi sono delle altre ragioni che mi hanno convinta a lasciare la Fotografia per la Letteratura, Céline. Per incominciare, la paranoia! Dunque… tu sfogli le pagine di qualche autorevole “magazine” di fotografia, vedi un’immagine scialba, vuota di significati e priva di qualsiasi impatto emozionale, e, dopo, se ti rimane ancora la pazienza per andarti a leggere il commento di chi l’ha recensita, è anche peggio: migliaia di parole per raccontare pretestuosamente che cosa si “dovrebbe” trovare in quella tal immagine, e quali  sensazioni o emozioni essa ti “dovrebbe” scatenare. Che minchia[3] c’entra coniugare i verbi al condizionale? O c’è, qualcosa, oppure non c’è; e che cazzo! Io mi domando e dico: se c’è bisogno della stampella dello scrittore, non sarebbe meglio cestinarla, quella misera opera, quella cosa non dissimile da una merda di cane? E questa, non è l’eccezione, sai; ma la regola!

Non ti dico, poi, le baggianate che si leggono in quei vacui romanzi d’accompagnamento! Con l’eccezione dei presenti, di te, amore, sembra che i critici si lancino a vedere quello che non c’è allo scopo di attribuire a delle immagini insignificanti il valore aggiunto che, invece, non hanno, ammantando le più scialbe e deprimenti con delle pretestuose attribuzioni che, secondo loro, le renderebbero innovative nel linguaggio: se, sopra a uno scatto di merda, devo anche scriverci un romanzo, tanto vale che mi dia alla letteratura; non ti pare? Io lo capisco, che alcuni credono che in fotografia sia stato già detto tutto; ma, sant’Iddio, un po’ di fantasia, perdiana! Sai lo strazio, quando ti rendi conto che le “nuove proposte”, quando non siano del tutto incomprensibili persino a chi le promuove, son sempre quelle? Ossia, scopiazzate l’una dall’altra, o dalle opere dei Grandi della Fotografia.

Quand’ero a lavorare nel Burkina Faso, mi ricordo che, ogni mattina, ci dicevamo, “Alla fine di questa giornata, dovremo aver piantato almeno un chiodo”: per dire, che è inutile parlare, se le parole non portano a qualche cosa che si possa toccare, o che prima non c’era; a un risultato concreto, insomma.

Tu, che ti occupi d’Arte, lo sai meglio di me: affinché ci sia il successo, un Fotografo ha bisogno della concomitanza di tre elementi. Vediamoli: il primo, consistente nell’appoggio di un bravo gallerista; il secondo, di una critica positiva e intelligente. Anche l’ultimo, e fondamentale elemento, però, ci dovrà pur essere; cazzo! Il pregio dell’opera in sé! Nel contenuto e nella forma, no? Sono molto disillusa, sai? E non ti dico la malinconia delle nuove tendenze: io lo capisco, che per raccontare qualche cosa di nuovo alle volte si possa smarronare; ma questo non deve diventare la regola.

Fortunatamente, a rendere alla Fotografia la dignità che le compete, vi sono ancora dei bravi Fotografi; come Sebastião Salgado[4] , che, secondo me, è il “poeta del reportage”».

Ormai insieme da circa due settimane, ci comprendevamo alla grande anche nel sesso; gioiosa e impudica come non mai, affondando tra le mie chiappe, Céline prese a titillarmi deliziosamente il buchino, che, tremulo, si offrì schiudendosi. Tra un colpo di lingua e l’altro, mugolando per il piacere, io mi preparavo a godere appieno quel paradiso in cui mi stava conducendo: lo sapevo, che da lì a poco lei mi avrebbe fatto sentire stupendamente riempita e dilatata. Interrompendosi, la voce più sensuale che mai, lei commentò: «Come in tutte le tue cose, tu sei sempre appassionata; al punto di divenire talvolta poco flessibile e persino intollerante».

Avvertivo la sua lingua picchiettarmi dentro; poi, ancora una volta s’interruppe per dirmi: «Ideologicamente, tu sei un’integralista, Gia! Se, per le altre faccende che ti riguardano, tu sapessi essere aperta ed elastica come lo sei nel sesso, e non mi sto riferendo specificamente al tuo culetto che, ansioso, sta invocando il mio piccolo pugno, io sono certa che ti butterebbe molto meglio. Avevi ragione a dire che, per avere successo nell’arte, servono le tre condizioni che indicavi; tuttavia, mia cara, ne serve anche una quarta: il lavoro di un valente intrallazzatore, il quale faccia credere al mondo che la tua opera, indipendentemente da com’è, abbia un alto valore.

E perciò, riguardo alla terza, ciò che tu fai, secondo me, il valore ce l’ha; per la prima e la seconda ci sono io, e, per la quarta, se ti concentri su come sto “intrallazzando” in questo tuo lato più profondo, capirai che, invece… pure! Giacché promuovere l’arte e gli artisti è il mio mestiere, tu lascia che degli intrighi sia io a occuparmene: allora, la vogliamo fare questa mostra?» mi spronò, intanto che, con due dita, affondava sfrontatamente in me, facendomi gridare di piacere mentre io, ciclicamente, contraevo il mio buchino per trattenerla in me, rilassandomi e distendendo i miei tessuti, aspirandola in me, anelando di avvertire presto il suo dolce pugno dilatarmi forte il mio roseo anello, per poi, ben dentro di me, sentirlo muovere con dolcezza ad accarezzarmi le viscere. Neanche finii di desiderarlo, che tutto divenne realtà; ormai ben dentro di me, anche lei attizzata come non mai, s’interruppe dal parlare delle mie opere fotografiche. Ammirata, esclamò: «Che hai qui, un’idrovora? Mi sento risucchiare dentro la mano intera: fermati dall’aspirare, non vorrei entrarci con tutta me!» scherzò.

Céline lo sapeva, quanto io amassi la beatitudine che mi stava donando; allegra, ancora una volta mi prese in giro: «Caspita, Gia! Hai uno sfintere esterno davvero poderoso… mi stai stritolando il polso!».

Incerta se fosse la mia mente o piuttosto la mia fica a farlo, in un sospiro di voluttà, io risposi: «Che vuoi, amore: è questione del mio reiterato esercizio, e anche di un certo signor Kegel[5], i cui insegnamenti sono veramente preziosi; e non soltanto per averti dentro di me, ma anche per permetterti di deglutire comodamente tutto ciò che il mio ruscelletto è capace di darti per spegnere la tua sete».

La sua bocca a riempirsi della mia passerina congestionata, il suo polso mi era entrato dentro per intero, e lo sentivo muoversi amabilmente da dentro a fuori, a dilatarmi ciclicamente quello che prima era uno stretto pertugio, ma che ormai era divenuto un tunnel ad attraversare le colline delle mie chiappe; le mie mani a stringermi forte le tette sino a farmi male, con quella incessante voluttà che Céline mi stava infondendo, per ben altre ragioni che non le mie foto, degli urlati “sì” presero ad uscirmi a getto continuo dalla gola: in quegli istanti gloriosi, io avrei acconsentito a qualsiasi cosa lei mi avesse chiesto.

Se, al momento, la proposta di fare una mostra fotografica mi tentò, più tardi, lontana dagli orgasmi, giacché il mio interesse era ormai irreversibilmente volto alla letteratura erotica, ci ripensai, e la cosa non andò in porto.

Io sarò un’inguaribile idealista e anche un po’ scema, ma rifuggo dagli inganni e dalle bugie: secondo me, se successo dev’essere, che sia per il merito di quanto sono capace di fare al meglio. Oltretutto, mi sarei dovuta sobbarcare un costo eccessivo per la spedizione assicurata delle opere dall’Italia, e questo, dai miei calcoli, non avrebbe compensato i vantaggi d’immagine ed economici che ne avrei potuto trarre.

Céline insistette parecchio per farsene carico lei; ciò nonostante, io non volli accettare: mi sarebbe sembrato di approfittare. Già lei mi ospitava, e, ogni volta, nei ristoranti, al caffè o in discoteca, con un suo “Sei mia ospite, Gia”, nonostante le mie resistenze non c’era verso che io riuscissi a pagare. Soffrivo, per questa cosa; e, far pesare su di lei anche quell’onere, mi avrebbe ferita nella dignità.

E poi, in quel periodo, neanche volevo che dei pensieri materiali mi attraversassero la…(Continua nel romanzo).

[1] Sali d’argento, Fotografia ai sali d’argento, ossia, analogica. È così chiamata poiché l’elemento sensibile è costituito da alogenuri di quel metallo deposti in microscopico strato sul supporto di acetato costituito dalla pellicola. Nota dell’Autore.

[2] Henri Cartier-Bresson, (Chanteloup-en-Brie, 22 agosto 1908 – L’Isle-sur-la-Sorgue, 3 agosto 2004) è stato un fotografo francese ed è considerato un pioniere del foto-giornalismo, tanto da meritare l’appellativo di “occhio del secolo”. Teorico dell’istante decisivo in fotografia, ha anche contribuito a portare la fotografia di stampo surrealista (ispirata a Eugène Atget) a un pubblico più ampio. Fonte: Wikipedia.

[3] Minchia, è un termine adoperato frequentemente nella lingua siciliana, nei dialetti calabresi, nel dialetto salentino e nel dialetto gallurese per indicare il pene; è passato poi a essere espressione di esclamazione, di disprezzo, di apprezzamento o di stupore. Fonte: Wikipedia.

 

[4] Sebastião Salgado, (Aimorés, 8 febbraio 1944) è un fotografo brasiliano che ora vive a Parigi. Dal 1993 al 1999 Salgado lavora sul tema delle migrazioni umane. I suoi reportage sono pubblicati con regolarità da molte riviste internazionali. Fonte: Wikipedia.

[5] Kegel, dal nome del dott. Arnold Kegel che li ha ideati, gli esercizi consistono in semplici contrazioni volontarie, attuate per esercitare i muscoli del pavimento pelvico. Fonte: Wikipedia.

MAGIE TRIESTINE

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Un passaggio tratto dall’edizione 2017 dall’Atto 3° della Saga Erotica Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android)

3°Atto Icona

… tuttavia, se ne tacque, poiché non voleva suscitare del compatimento nei propri confronti. Nourhan chiese: «Anche se a Venezia ne abbiamo spesso parlato, non te l’ho mai chiesto, Gia; anche lui è veneziano come te?».

No, lui è di Trieste, una splendida città dove, natura, cultura e arte si fondono in un mix che ti fa esultare l’anima. Giacché essa dista appena centocinquanta chilometri da Venezia, spesso io ci vado per rilassarmi. Sai, a viverci, pur bella, talvolta Venezia ti stufa; e specie quando piove, oppure è immersa nella nebbia. A Trieste, invece, non sai che cosa sia la melanconia. Se ti piace il mare, vi trovi le spiagge rocciose, come pure quelle sabbiose, a Grado, una splendida e rinomata località che dista appena quaranta chilometri dal capoluogo giuliano, prima della quale trovi delle incantevoli oasi naturalistiche, come, ad esempio, l’Isola della Cona, oppure le foci del fiume Isonzo, storica linea di fuoco durante la prima guerra mondiale.

Se in un tal giorno, invece, preferisci la montagna, a due chilometri puoi trovare la famosa Val Rosandra, un’incredibile località, che, appena fuori dagli insediamenti industriali, ti appare d’incanto come uno splendido luogo dalle caratteristiche prettamente montane, con due erte catene rocciose collinari, che però sembrano essere montuose, entro le quali c’è pure una cascata, che poi diviene un torrente. Su quelle scoscese pareti, è zeppo d’amanti dell’alpinismo, i quali si esercitano nelle loro scalate. Lì, vi trovi pure i resti di un antico acquedotto Romano. Sapete, a ridosso della città, che si sviluppa su ben diciassette colli, vi è pure un vasto altipiano chiamato “Carso”: non vi dico, quanto sia piacevole per gli occhi e lo spirito farvi delle escursioni.

E neanche parlo del famoso Castello e parco di Miramare, magione di Massimiliano d’Asburgo, arciduca d’Austria e imperatore del Messico. E mi fermo qui, perché sarebbe lungo da raccontare quale paradiso sia Trieste per chi ami la storia, l’arte e la cultura. E se la tua voglia è di sciare, d’escursionismo impegnato, oppure d’arrampicare, non hai che da percorrere pochi chilometri per trovarti nelle Alpi Giulie. A Trieste, io ci vado molto spesso, in particolare d’estate, quando sono in viaggio per arrivare sulle isole croate, dove c’è un mare d’incanto costellato da miriadi d’isole; un paesaggio davvero favoloso. Inoltre, incollata alla città, vi è la Slovenia, splendido Paese, dove posso sbizzarrirmi tranquillamente con l’off-road, senza che nessuno venga a rompermi le ovaie, com’è invece in Italia, Paese zeppo di divieti di ogni tipo.

Se le fighe che ci trovi in quella splendida città sono da sballo e… molto aperte, e lo dico riferendomi alle loro cosce, tuttavia, c’è un’unica cosa che non mi va tanto dei triestini: la loro scarsa propensione al cambiamento, che si manifesta pure quando, negli uffici, sei in cerca di qualcosa. In quelle occasioni, il più delle volte ti senti dire, “No se pol!”[1].

É possibile che si tratti di un marcato, nostalgico retaggio della tradizione conservatrice austro-ungarica; ma, probabilmente, è proprio per questo, che la città e dintorni si sono mantenuti privi di efferati sconvolgimenti.

Riguardo alla mentalità conservatrice cui ho accennato, di là di tale tendenza, al centro di traffici grazie al suo porto, storicamente ricca di diverse etnie, Trieste ha sempre avuto una vocazione cosmopolita: pensate che, oltre a quelle cattoliche, vi sono ben quattordici chiese di religioni diverse. Sia detto senza offesa: ben altra cosa, rispetto al Paese mussulmano in cui ora ci troviamo; vero? Malgrado io non mi professi credente, mi piace pensare che anche questo sia un segno di civiltà, oltre che di libertà e democrazia.

Venendo ad argomento anche più interessante, ovverossia, il sesso, ebbene, a Trieste neanche si vedono per strada delle prostitute, poiché la mercificazione del loro corpo avviene esclusivamente negli appartamenti. E così, se non la sostanza, almeno il decoro di facciata è rispettato. A prescindere da questa nota di costume, con riguardo al sesso più raffinato, non vi dico quali atmosfere si respirino per chi sappia capire dove si trova e come ci si debba muovere. Tutto avviene nei circoli chiusi di strette élite “culturali” a orientamento artistico, dove, per entrarci, devi essere presentato da amici, e mostrare di avere una mentalità molto, molto aperta. Naturalmente, quando ci sei, non è di sesso in senso stretto, che s’incomincia a parlare; ma questo diviene un’inevitabile conseguenza delle situazioni pregne di sensualità che di solito si vengono a formare, le quali fanno nascere un feeling seduttivo con qualche artista che ti piace; femmina, s’intende. In ogni caso, se devo essere sincera, io frequento tali compagnie soltanto sporadicamente, poiché, come avrete capito, a me piace dire pane al pane e vino al vino, e sono contraria a quei ghirigori cervellotici pseudo culturali che alla fine si terminano a letto, certamente, ma con dei percorsi talmente arzigogolati, che il più delle volte ti fanno passare la voglia di trombare.

Comunque, se devo essere sincera, io frequento tali compagnie soltanto sporadicamente, poiché, come avrete capito, a me piace dire pane al pane e vino al vino, e sono contraria a quei ghirigori cervellotici pseudo culturali che alla fine si terminano a letto, certamente, ma con dei percorsi talmente arzigogolati, che il più delle volte ti fanno passare la voglia di trombare.

In ogni caso, mentre da noi, a Venezia, questo non è possibile, a Trieste, e precisamente sulla costiera triestina, si può fare del naturismo al mare. Due sono i luoghi dove questo è tollerato; uno è denominato “La Costa dei Barbari”, che è frequentata da maschi gay che mal sopportano la presenza di femmine. Infatti, anche se si tratta di lesbiche, e quindi omosessuali, non è infrequente che rivolgano loro delle ingiuriose invettive, spingendole così ad allontanarsi. Il secondo, invece, è frequentato da ogni genere di persone, e non vi avviene alcuna forma d’intolleranza. Naturalmente, questi siti non sono autorizzati formalmente; ma poiché la tradizione è ormai più che trentennale, le autorità si astengono dal muovere delle contestazioni.

Al riguardo, c’è stato un episodio curioso che mostra come i triestini non si fermino dinanzi a nulla pur di starsene comodi: probabilmente durante l’inverno, quatto quatto, qualcuno ha pensato di ricavare sulla barriera rocciosa frangiflutto delle piazzole di cemento corredate con dei comodi tubi di plastica per infilarvi degli ombrelloni parasole. Giacché non sono pochi, i quintali di calcestruzzo che hanno gettato, devono avercelo portato con un’imbarcazione, così da compiere il blitz nel minor tempo possibile.

É evidente, come la cosa sia illegale; io mi trovavo proprio lì con una mia amica triestina, di letto, naturalmente, quand’è arrivata la guardia costiera. Erano tre giovani ufficiali intorno ai trent’anni, che molto educati, fingendo d’essere indifferenti a guardarci nude, ci hanno chiesto gentilmente di spostarci per scattare delle fotografie da allegare alla denuncia d’abuso edilizio a carico d’ignoti.

Mentre erano intenti a farlo, si avvicinò un tipo con un orribile uccello pendulo a forma di becco d’aquila, il quale, mostrandosi incazzato, rivolto agli ufficiali, esordì: “Fate bene a buttare giù tutto! E io credo di sapere, chi sia il responsabile di questo deturpamento alla natura”. Per atto dovuto, uno degli ufficiali gli chiese di farne il nome, ma questo tirò il culo indietro, rispondendo che non ne era sicuro al punto di poterlo testimoniare in un tribunale.

Ora, io mi domando e dico, che fastidio danno quelle comode piazzole? Prima, ci dovevamo frantumare le tette e le chiappe contro le irte punte degli scogli; cazzo! Un premio, avrebbero dovuto dare a chi ha fatto completamente gratis quell’opera benemerita; è non, invece, muovergli una denuncia. É proprio vero, che il mondo è popolato da degli imbecilli. Quando, educatamente, posi a quel cretino la domanda, “Ma che fastidio ti danno? Si sta così comodi!”, quello rispose, “Non si deve in alcun modo modificare quello che la natura ha creato”. Lanciando un’occhiata ai suoi piedi, sfortunatamente incrociando il suo deforme pendente, replicai, “Allora, non dovresti neppure indossare i sandali, coglione, perché sono di plastica; anche quella rovina l’ambiente, e più ancora del cemento”.

Per passare ad altro argomento, a tutto quanto ho detto riguardo alle condizioni atmosferiche, devo aggiungere che secondo me Trieste è migliore di Venezia; infatti, non appena accenna a piovere, ecco che arriva la cavalleria: un vento impetuoso, che spazza via ogni cosa, smog compreso. Si tratta della famosa Bora[2], sempre pronta a riportare l’azzurro nel cielo… oppure in agguato a romperti la minchia[3]; infatti, per chi non c’è abituato l’esperienza può essere scioccante, perché questa arriva a soffiare persino a centosettanta chilometri orari, con dei picchi che sono giunti a duecento dodici. E neanche vi dico quante buffe scene si possano vedere per le vie quando, insieme alla bora, c’è la neve e le strade divengono gelate. Mi raccontava il mio caro Maestro, che, una volta, scivolando trasportato dal vento, quasi gli capitò di baciare un baffuto carabiniere! Infatti, con il cocktail bora-ghiaccio, non c’è verso né di starsene in piedi, né di mantenere una direzione, tant’è, che la città è piena di catene, o simili appigli, cui afferrarsi».

Nourhan: «E perché, tanto bella e interessante come dici, non mi ci hai mai portata?».

«Amore: non mi sembra, che ci siamo fatte mancare qualche cosa; non ti pare? In ogni caso, quando ritorneremo a Venezia, e spero, insieme a Nahed e Rashida, senz’altro vi ci porterò: là ho delle amiche che sarebbero molto felici di ospitarci e di fare sesso insieme. Rashida, tu pensi che sia possibile che tu e tua moglie veniate da me per un lungo periodo? Come ti avrà raccontato Nourhan, nel casolare abbiamo tutto lo spazio e il confort che vogliamo… e pure il nostro luna park, in cantina».

Nourhan non lasciò a Rashida il tempo per rispondere, poiché, piena d’entusiasmo, perorò l’invito di Gia: «Come vi raccontavo per telefono quand’ero a Venezia, dovreste veramente vedere, consorelle care, che roba ha messo su in cantina Gia; e non soltanto lì. Godersi i supplizi in quel luogo tanto ben attrezzato, è qualcosa che non si può raccontare.

«Grazie per l’invito, Gia. Ci penseremo, ma dopo che la mia Nahed si sarà laureata» rispose Rashida, seguitando: «Di là dell’accattivante affresco che hai fatto su Trieste, il mio pensiero ritorna alle pene del tuo sfortunato Maestro; pover’uomo; quando si dice l’ingiustizia! In ogni caso, è l’eccezione, a confermare la regola, Gia; e certo, io non metto tutti gli uomini nello stesso mazzo.

Comunque, riferendomi a quelli che sarebbero da rieducare, nei casi che citavo, che non si può negare che…(Continua nel romanzo).

[1] No se pol, nel dialetto triestino significa: è vietato.

[2] Bora, è un vento continentale, secco e molto freddo, che può divenire furioso e turbolento. Nasce nell’altopiano Carsico, per poi tuffarsi nel mare Adriatico. La Bora è dovuta essenzialmente alla configurazione geografica molto particolare della città. Infatti, Trieste si colloca fra l’estremità di un mare relativamente caldo che s’inoltra nel continente, ed un elevato e freddo retroterra con un valico aperto sul golfo della città. Questa situazione produce le condizioni per la formazione di forti differenze di temperatura e di pressione atmosferica, per cui ne possono conseguire frequenti e intensi deflussi di masse d’aria dal retroterra al mare.