LA BUONA AZIONE.

#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dal Libro 8° della Saga Erotica Lesbo 

Presto nelle librerie.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume8

… «Beh, tutto qua? Non dico che la storia non mi abbia divertita, ma non vi ho trovato nulla di quel che preferisco. Adesso, narracene una tu, Gia; per favore. Magari ci racconti di quando vi siete portate a letto qualche gentil donzella; se avete spesso accennato a questo, poi ci avete raccontato ben poco», la esortò Nahed.

Le due donne si guardarono, e Nourhan: «Che ne dici, amore, di raccontar loro di Mila? Ma stavolta fallo tu, che sei più brava».

«Va bene; durante il soggiorno a Tarvisio di cui raccontava Nourhan, incuriosite, ci recammo nella vicina Austria, a Villach, dove avevamo saputo che nella periferia c’era un altro bordello di classe con annesso wellness center. Volevamo renderci conto da vicino come funzionasse: vedere il traffico, capire com’erano le ragazze e da che tipo di uomini il bordello fosse frequentato, loro età, la condizione sociale, e così via.

Ovviamente, l’ingresso alle donne era vietato, per cui, giunte nel parcheggio, rimanemmo in macchina a osservare che cosa sarebbe successo. La struttura avrebbe aperto alle dodici, e così noi arrivammo un quarto d’ora in anticipo; la prima cosa che notammo, furono le ragazze: giovani e belle, oltre il vetro dell’ingresso, potemmo vedere che, avvolte in un asciugamano bianco, facevano la fila alla cassa per pagare.

La cosa ci sembrò strana; al momento, ci chiedemmo: ma non sono qui per guadagnare? Solo più tardi, sapemmo che la cosa funzionava così: pagavano un ingresso di ottanta euro che dava loro diritto di mettere in mostra la merce. L’importo copriva le consumazioni analcoliche al bar, l’uso delle camere al piano superiore per trombare con i clienti, e l’accesso al buffet per pranzo e cena.

Infatti, poi sapemmo che l’organizzazione non entrava nel loro rapporto con i clienti, i quali versavano il convenuto cash direttamente alle ragazze; e perciò, il profitto della struttura era costituito dai biglietti d’ingresso di clienti e ragazze, oltre che dalle consumazioni alcoliche».

«E gli uomini che avevate visto entrare, Gia? Che tipi erano?», chiese Rashida.

«Di ogni età; dalle targhe, potemmo capire che per la maggior parte si trattava d’italiani, e dal tipo di automobile, che appartenevano per lo più alla classe medio-bassa. Insomma, ormai soddisfatta la curiosità, ce ne stavamo per andare, quando si avvicinò all’auto un energumeno ben vestito; dalla targa dell’auto doveva aver pensato che entrambi fossimo italiane. In un italiano ciancicato dall’accento slavo, chiese: “Che ci fate qui da mezzora? Se dovete entrare, fatelo; qui è proprietà privata, e non ci potete stare. Comunque, se siete qui per lavorare, la tariffa giornaliera è di ottanta euro, buffet compreso; e se volete, potete affittare una stanza nella dependance. Soltanto per dormire, però; per lavorare, dentro, ci trovate le stanze apposite, ognuna dotata di letto rotondo e doccia. Trovato un cliente, prima di salire, prendetevi gli asciugamani bianchi che trovate arrotolati e disseminati un po’ dappertutto nei mini-box; usateli dapprima per coprire il piano del letto, e poi per pulire quel che avrete sporcato, e infine, per asciugare il vano doccia e il pavimento”.

«Fu evidente che ci avesse preso per delle prostitute; ringraziai. Naturalmente, Nourhan non aveva potuto capire nulla; le dissi: «È meglio se smammiamo da qui, perché non tira aria buona; poi ti spiego». E quindi, ingranai la marcia, e uscimmo dalla proprietà privata; percorso neanche mezzo chilometro, questa qui mi disse che doveva fare la pipì, e allora…».

«E che sei, Nourhan? Una fontana? È la seconda volta, nei racconti, che saltano fuori le tue irrimandabili impellenze», la schernì Nahed.

«Certo, bambina; però, quando mi viene di farla, non c’è volta che tu non m’implori: “Dalla a me, Nourhan; per favore!”. Forza, Gia, continua, che la bambina ha bisogno d’entrare in tiro», replicò lei, tra il serio e il faceto.

Memore dell’opportuna osservazione di Rashida, lei passò a narrare al presente: «Ok, amore; vado. Vedo che c’è un posto di ristoro con dei tavoli all’aperto; entriamo, e dal parcheggio andiamo a sederci a uno dei tavoli. Mentre Nourhan scappa alla toilette, al tavolo vicino viene a sedersi una giovane e bella ragazza: irriducibile nel rimorchio, le spedisco un sorriso cui lei tenta di rispondere; ma ha il viso bagnato di lacrime. Intanto, Nourhan ritorna; arriva la cameriera in costume tirolese, prende l’ordinazione, poi va al tavolo della ragazza, la quale con un cenno le fa capire che non vuole niente.

Era quasi l’una, e un po’ d’appetito c’era. Intanto che aspettiamo che la cameriera ci porti quanto ordinato, sentiamo che la ragazza ha preso a singhiozzare; mi volto, la guardo, mi si stringe il cuore, mi alzo dalla seggiola, e vado da lei. Le faccio una leggera carezza sui lunghi capelli neri, poi la induco a sedersi con noi; lei è fragile, e non si oppone. Arriva la cameriera con dei fumanti piatti; ordino che ne porti un altro, e pure un bicchiere. Chiedo in inglese alla ragazza: “Che cosa bevi?”.

“Non ho di che pagare”, mi risponde, con un accento perfetto nella stessa lingua.

“Non ti devi preoccupare; se non ti offendi, ci fa piacere averti per ospite”, replico io.

“Grazie; accetto. A questo punto la mia dignità se n’è andata a finire sotto le scarpe! Vi ho visto arrivare; siete italiane, è vero? Se preferisci, possiamo parlare nella tua lingua, che conosco bene”, mi risponde, asciugandosi le lacrime con uno dei tovaglioli di carta che trova sul tavolo.

“Io sono italiana, veneziana, per la precisione; mi chiamo Gia. Mia moglie, invece, è egiziana, non parla ancora bene l’italiano, e perciò è meglio se continuiamo a parlare in inglese. Lei si chiama Nourhan”, dico io.

Un timido sorriso affiora sul suo bel volto; non sembra sorpresa, che io abbia specificato d’essere sposata a Nourhan: “Piacere, io sono Mila; e sono bulgara. Grazie del pranzo che hai ordinato anche per me. È da ieri, che non butto qualcosa nello stomaco”, dice.

Benché curiosa di conoscere le ragioni della sua disperazione, rimando le domande a più tardi, a stomaco pieno. Senza che io entri nel dettaglio del cibo e delle bevande, insomma, pranziamo insieme; intanto, tra le chiacchiere, chiedo: “Bulgara di dove, esattamente?”.

“Vengo da Bistritsa, a sud di Sofia, vicinissima ai Sette laghi di Rila; un posto molto bello che non avrei dovuto lasciare”, risponde, mentre di nuovo delle lacrime prendono a scorrere sul bel volto. Sono io, stavolta, ad asciugargliele con un sorriso.

Terminiamo di pranzare con un eccellente strudel di mele, una specialità austriaca; ormai qualche chiacchiera sui generis c’è stata, e mi sento di chiederle: “Vuoi dirci le ragioni della tua tristezza? Ma soltanto se ti va; non vogliamo forzarti”.

“Non so se lo sappiate, ma qui vicino c’è un bordello in cui sarei dovuta andare a lavorare per la prima volta; ma non sono riuscita a sopportare lo schifo, e di nascosto me ne sono scappata da quello che mi ci ha portata”.

“Vuoi dirci di più?”, chiede Nourhan.

“Lì dove vivo, ero fidanzata con un ragazzo, il quale un anno fa è emigrato qui, in Austria; un mese fa ritorna, e mi dice: “Partiamo insieme; io mi sono fatto una posizione, e ho trovato un lavoro anche per te”. Sapete, nel mio Paese l’economia è a rotoli, e ammesso che tu trovi un lavoro, è comunque pagato da fame. Io parlo correntemente cinque lingue, e avevo pensato che si trattasse di un lavoro onesto, tipo la traduttrice, oppure qualcosa d’affine; arrivata qui, però, lui mi dice che il lavoro sarebbe stato fare la prostituta, e che i lauti guadagni li avremmo divisi a metà. Mi spiega anche che io sarei stata la quinta delle quattro ragazze che già vi lavorano grazie a lui; in breve, oltre alla proposta indecente, mi ha preso pure per scema, perché non ci voleva una mente sopraffina, per capire che di mestiere lui fa il pappone, e che non mi considerava più la sua ragazza, ma un mero investimento da far fruttare.

Prima mi ha fatto sostenere gli esami del sangue e la visita medica obbligatoria per le prostitute, dopodiché, mi ha portata qui, ha pagato gli ottanta euro dovuti per esercitare; io, però, dopo una mezzora passata in spogliatoio, mi sono rivestita, sono sgattaiolata via, e adesso sono qui. Poiché di sicuro lo stronzo è legato alla malavita locale, ora io non so più che fare; ho paura che mi trovi e che mi riempia di botte costringendomi a fare quello che non voglio. Però, sono senza un soldo, vestiti, e così via; adesso capite, perché mi avete vista in un lago di lacrime”.

Guardo Nourhan, che commossa, quasi stava per piangere; poi chiedo a Mila: “Hai con te il passaporto?”.

“Insieme al permesso di soggiorno e il certificato medico, è l’unica cosa che quello lì non ha potuto portarmi via, poiché il bordello, che impropriamente chiamano “Centro Wellness”, pretende che le ragazze abbiano con loro quei documenti in caso di verifiche della polizia”.

Guardo di nuovo Nourhan, e c’intendiamo al volo: “Bene”, dico. “Leviamo alla svelta il culo da qui, e tu vieni con noi; ok?”.

“E dove? Non ho un soldo”.

“Adesso, non ti preoccupare; facciamo alla svelta, che dio non voglia che quel delinquente ti trovi”.

Salite sul mio fido fuoristrada, ce ne ritorniamo a Tarvisio, in Italia.

Arrivate al nostro hotel, non hanno stanze libere; non voglio, però, trovargliene una in un altro, perché la vogliamo sorvegliare; Villach non dista molto da dove eravamo noi, e volevamo evitare che quello stronzo la trovasse. La stanza è grande, e chiedo che aggiungano un letto singolo. Timorosa, Mila obietta: “Ma voi state insieme; io vi sarò d’impiccio”.

“Ti dà fastidio sentirci scopare?”, chiedo diretta, tanto per sondare.

“Figurati! A casa mia vivevamo tutti in una stanza, e fin da piccola, le mie sorelle ed io abbiamo dovuto abituarci a sentire mia madre e mio padre. Era per non mettervi in imbarazzo”.

“Tranquilla, bambina; ci vuole ben altro, per imbarazzarci”, rispondo.

La sera a cena, dopo avere tracciato una strategia per sistemarla a Venezia, prendiamo a parlare del più e del meno; ritornando sul discorso del sesso, lei: “Sapete, al proposito, non è che io sia mai stata una santerellina; il sesso mi piace, e lo pratico sin da quando avevo sedici anni. Una volta è capitato pure che quello stronzo mi forzasse a farlo insieme a un’altra ragazza.

Fare sesso con una femmina, mi era anche piaciuto; ma prostituirmi, però, assolutamente no! Forse è proprio per questo, che quel coglione aveva pensato che io potessi accettare senza oppormi; sapete, specialmente nei paesetti, da noi le donne sono considerate alla stregua di vacche, e poco importa agli uomini dei loro sentimenti. Il rispetto, poi! Neanche sanno che significa; si prendono quel che vogliono, e se non ci stai, sono botte. E poi, cazzo, ho studiato, faticato per mantenermi agli studi, riuscendo pure a laurearmi; e per che cosa? Per fare la puttana? Se fottere non mi dispiace, la mia dignità non la voglio vendere!”.

“Brava Mila; ti ammiro. E parlo anche a nome di mia moglie”, la conforto.

“E la magistrature e la polizia, che ci stanno a fare?”, chiede Nourhan.

“Capirai! Purtroppo, è una questione di cultura; per loro, le donne sono tutte puttane. Escluse le madri e le sorelle, si capisce”.

Ed ora che il prologo c’è stato, ritorno a raccontare al passato: arrivata l’ora d’andarcene a letto, di là delle sue rassicurazioni, di comune accordo Nourhan ed io ci accontentammo di fare le nostre cose in maniera silenziosa; lei era stanca e depressa, poverina, e ci pareva brutto che assistesse al nostro divertimento.

Il mattino successivo, partimmo per Venezia: non volevo rischiare che il figlio di puttana ci trovasse. In meno di tre ore arrivammo a casa, e già nel tardo pomeriggio portammo Mila in alcuni negozi a scegliersi qualche vestito, della biancheria, e quant’altro le potesse servire; ti ricordi, Nourhan, di com’era contenta?».

«Altroché, Gia; “Siete i miei angeli”, non si stancava di ripetere, abbracciandoci e baciandoci castamente. Com’era affettuosa, non è vero, amore? Ti ricordi come la dovevi esortare a spendere di più? Per non pesare, sceglieva quel che costava di meno. È stato veramente bello, farle vedere come al mondo c’è anche della gente buona: poverina, con tutto quel che di terribile aveva passato!».

Gia si riprese la parola: «Come già abbiamo avuto occasione di dirvi, l’appartamento di Venezia è molto piccolo, e farci stare un altro letto nella stessa stanza nostra, non è possibile. D’altro canto, in attesa di una sistemazione, lei sarebbe rimasta con noi un periodo abbastanza lungo, e dopo i primi giorni, ritornare a stendere una branda sul pavimento della cucina, proprio non ci andava.

Nourhan ed io eravamo a confabulare per trovare una soluzione; ma lei capì, e ci tolse dall’imbarazzo: “Qui non c’è spazio abbastanza, e come abbiamo visto, in soggiorno una branda impiccia non poco; infatti, per spostarsi da una parte all’altra, bisogna fare dei salti. Se non vi do fastidio, da stanotte potrei dormire con voi”, ci disse. Evidentemente, qualcosa doveva frullarle per il capo, perché appresso chiese: “Ci avete mai dormito in tre? Femmine, voglio dire”. Il tono e l’espressione, ci fecero capire che si stava offrendo a noi.

Era bellissima, e molto desiderabile; fui io a risponderle. Vedete, giacché si trattava dell’antifona di una scopata, desideravo che non ci fossero degli equivoci; lo feci in italiano: “Credi che ne saremmo imbarazzate, Mila? È capitato spesso; ma tu non ti devi sentire in debito di nulla”.

“Anche se vi meritereste che io mi dessi a voi per mera riconoscenza, non è per questo, Gia; dopo la pessima esperienza con gli uomini, da qualche giorno… e anche di notte, mi frulla per il capo di cambiare. Pur tanto differenti, voi siete entrambe molto belle, mi piacete molto, e forse potreste aiutarmi a capire se faccio la cosa giusta per me; naturalmente, sto parlando di puro e semplice sesso, e non d’altro… cosa che non mi permetterei mai. Infatti, non voglio in nessun modo entrare nel rapporto tra te e tua moglie, e combinare così dei casini a chi voglio bene”.

La sua risposta era stata chiara, e mi piacque molto; d’altro canto che altro ci si sarebbe potuto aspettare da una ragazza sensibile e intelligente come lei?  Ritornai a parlare in inglese affinché anche Nourhan capisse: “Se è così, bambina mia, hai trovato le persone giuste”.

“Sai, Gia, quando mi avete conosciuta, come avete visto, ero molto depressa; ma ora, grazie a voi, la ruota ha preso a girare nel verso giusto. Vi voglio bene; posso baciarvi? È da qualche giorno, che lo desidero… specie quando di notte vi sento dal soggiorno”.

Le tre bocche si unirono, e la sua era un vero burro; ti ricordi, Nourhan?».

«Deliziosa proprio; e che bene, sapeva baciare! Fu molto dolce; anche la scopata che ne seguì prima di cena, dico».

«Non l’hai descritta, Gia; com’era?», chiese Rashida.

«Vent’anni compiuti, alta un metro e sessantacinque circa, aveva dei capelli lunghi, neri e lisci: una vera seta!».

«E poi?», chiese Nahed, a ben altri dettagli interessata.

«Carnagione tendente all’olivastro, vellutata; un fisico snello ma pieno dove importa, delle lunghe gambe che era un piacere percorrere con le labbra, delle cosce piene, e delle tette a mela non grosse ma carnose, molto belle, a completare il menù. Contenta?», la provocò.

Non poteva mancare la solita seguente domanda della ragazza: «E la fica? Depilata, pelosa, scura, chiara, le labbra piccole, grandi, a trombetta, la clit minuta, rilevata, e così via. Diteci, dai!».

«Ma Nahed! Se lo vogliono, saranno loro a dircelo; non ti pare?», la riprese Rashida.

«Se non lo spiegano, come me la posso figurare mentre, ascoltando, continuo con il ditalino?».

Con un sorriso di tollerante sopportazione, Nourhan: «Depilata, certamente; altrimenti, come si sarebbe potuta presentare ai clienti del bordello? Comunque, nei primi giorni in cui stava con noi, non si era depilata, e il pelo riprendeva a crescere. Abbiamo rimediato Gia e d io. E ora passiamo all’anatomia: le labbra, le aveva grandi e brune… fai conto all’incirca come le mie e le tue, e la clit, consistente e molto oblunga, a differenza della tua, mostrava appena il glande, che era quasi completamente ricoperto dal prepuzio: Ti basta, o devo parlarti pure del fegato e della milza?».

«No; voglio sapere anche del culo, e dell’odore e sapore della passera».

«Un culo da risvegliare i morti, bambina; alto, sodo: molto, molto bello. Per quanto concerne le proprietà organolettiche della patatina, pur non essendo una femmina di mare, sapore e odore erano molto vicini a quelli della mia Gia… che tu conosci bene».

«Tuttavia, se non di mare, lei era una femmina d’acqua; infatti, come accennavo, Mila era nata e aveva vissuto in un paesino vicinissimo ai Sette laghi di Rila», completò l’informazione Gia.

«E poi, come sono andate le cose con lei?», domandò Rashida, incuriosita dal suo destino.

«Nei primi tempi, ottenuto un permesso di soggiorno, le trovai un impiego di traduttrice al tribunale; laureata, oltre all’inglese, il tedesco e l’italiano, lei parlava correttamente in quasi tutte le lingue slave, e poiché c’era bisogno di tradurre le deposizioni degli immigrati irregolari accusati di qualche reato, mi fu abbastanza facile farla assumere.

Tuttavia, poiché si trattava di un lavoro temporaneo, successivamente, grazie a una mia ex amica di letto, riuscii a farla assumere in una grossa ditta d’import-export del vicentino. Adesso è parecchio tempo che non ci sentiamo, ma so che è riuscita a comprarsi un appartamentino, e che sta bene. Ora lei vive a Verona, la città famosa per aver dato i natali a Giulietta e Romeo.

«Grazie a voi, lei è diventata lesbica, oppure è rimasta bisessuale?», chiese ancora Rashida.

«Per quanto ne so, si guarda bene dal frequentare degli uomini; e la posso capire. Fino a quando siamo rimaste in contatto, mi consta che si accompagni soltanto a delle femmine», le rispose Gia.

La domanda non poteva mancare: «L’avete portata al casolare?», chiese Nahed.

Fu Nourhan a risponderle; sì, certamente, ma non le abbiamo nemmeno accennato a quel che intendi. Poverina, aveva già sofferto tanto; Gia ed io, non ce la sentimmo».

«Magari le sarebbe piaciuto», insistette la ragazza.

«Proveniva da un percorso di prevaricazione, violenza e dolore; oltre che di disillusione. Come credi che l’avrebbe presa? Di sicuro, avrebbe pensato che quel che avevamo fatto per lei, sarebbe stato per soddisfare le nostre voglie. No, piccola, a queste cose ci si deve accostare con l’animo disteso, e in pace con te stessa e gli altri; altrimenti, con la coscienza, proprio non ci siamo».

«Sì, credo che tu abbia ragione, Nourhan. Non ci avevo pensato; avete fatto la cosa giusta», convenne la giovane.

«Care sorelle, avreste dovuto vedere; pensate, poiché egiziana, lei mi chiamava “La mia bella Cleopatra”. Che tenera!».

«È vero, Nourhan; lei era davvero dolcissima. Pensate: aveva insistito per dormire di fianco a noi, ma sia a Nourhan che a me, faceva piacere averla in mezzo; era morbida, aveva un buon odore, e questo ci faceva addormentare bene. D’altro canto, se avesse dormito di fianco, sarebbe stato come se avesse voluto privilegiare una di noi due».

«Sì, hai ragione, Gia; pensate che cosa ci diceva spesso: “Siete voi, le donne sposate; baciatevi, accarezzatevi e scambiatevi le coccole, che al resto penso io”. E come, se ci sapeva pensare! Ti ricordi, Gia?».

«Era veramente bello addormentarsi con lei; non era soddisfatta se non ci avesse fatte venire per almeno due volte».

Giunse la terza domanda scontata di Nahed: «E con… (Continua nel romanzo).

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