SVAGHI ROMANI.

#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dal Libro 8° della Saga Erotica Lesbo 

Presto nelle librerie.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume8

… «Ok, sarà un po’ lungo da raccontare, ma l’avrete voluto voi. Ero a Roma per trattare la pubblicazione della mia Saga Erotica Lesbo «Dal Cappello di Gia» con un ricco editore che l’avrebbe pubblicato in Russia… previa traduzione, si capisce. Mi colpì la bellezza di quella che credetti essere la segretaria: un pezzo di figa che neanche vi dico. Naturalmente, discutendone, senza che il mio interlocutore me lo chiedesse, io dichiarai apertamente che sono lesbica, e che questo era ovviamente congruente con il contenuto dei miei romanzi.

Sapete, non lo feci perché io me ne volessi vantare, o per altre ragioni: era importante che io lo dicessi per dare un contributo di credibilità a quel che scrivo. Notai che la strafiga mi guardava con interesse; naturalmente, una volta stabilito tutto, prima d’andarmene, lasciai il mio nuovo numero di cellulare, così che mi potessero ricontattare. Infatti, avevo da poco cambiato gestore telefonico. Vedete, avevo insistito molto per seguire il lavoro di traduzione, così da evitare che venissero commessi degli errori d’interpretazione.

Due giorni più tardi, il portiere mi informò che nella hall una persona chiedeva di me, e che si trattava di una donna, il cui cognome mi è ancora oggi impossibile da ripetere; io risposi di farla salire nella suite che occupavo, pagata da loro, naturalmente. Non vi dico la sorpresa, quando vidi che si trattava della strafiga che tanto mi era piaciuta; “Sono Anastasiya, la traduttrice”, mi disse, sfoderando un ammaliante sorriso che mi sciolse. Ragazze: avrà avuto venticinque, ventisei anni al massimo, alta poco meno di un metro e ottanta, i capelli castano chiaro raccolti a chignon, due tette che facevano a pugni con l’elegante tailleur, due gambe tornite che inducevano il fondato sospetto di due cosce splendide, delle eleganti scarpe dal tacco alto a calzare; insomma, davanti a quella sfolgorante bellezza, io rimasi senza fiato.

Dopo essersi presentata, lei: “Preferisce che si lavori qui, oppure nei nostri uffici, signora?”.

“Anastasiya: mettiamo subito le cose in chiaro. Per te, io sono soltanto Gia; e spero sia lo stesso per quanto ti riguarda”.

L’accento con cui parlava perfettamente in italiano, contribuì a farmi accendere. Chiesi: “Se per te va bene, possiamo lavorare qui. Prima d’incominciare, desideri che faccia portare su qualcosa da bere?”.

Poggiando il suo notebook sulla scrivania, lei: “Una coca cola magari, grazie”.

Ordinata e consegnata la bibita, prendemmo a lavorare, e fui contenta nel constatare che era molto brava; siccome mi stava arrapando da matti, io speravo che leggendomi per tradurre, lei si eccitasse. Se fu così, non lo seppi, poiché, imperturbabile, lei non si esprimeva se non per chiedere dei chiarimenti.

Dopo tre ore di lavoro in cui fui stordita dal suo eccellente profumo, io: «Penso che per oggi possa bastare, Anastasiya; adesso, prendi qualcos’altro… di meglio? Non mi dire di no, sai!”.

“Beh, Gia, adesso, fuori dal lavoro, perché no?”

“Hai delle preferenze?”.

“Fai pure tu; mi fido” mi rispose in un luminoso quanto seduttivo sorriso.

Non aspettai un attimo: immediatamente telefonai per farmi portare dello champagne e degli stuzzichini. Uscito il cameriere, ci accomodammo sul terrazzo; erano le nove di sera, e Roma appariva in tutto il suo splendore di luci.

Mentre, sorseggiando e spiluccando, le chiedevo di parlarmi di lei, Anastasiya non poté non accorgersi di come la stessi guardando, specie quando cambiava posizione nell’accavallare le lunghe gambe. Uno sguardo complice corse; avevamo terminato, chiacchierato, e pure bevuto. Lei: “Penso, Gia, che tu abbia da lavorare, e non voglio rubare il tuo tempo. Ci vediamo qui domani alla stessa ora, sul tardi? Sai, quello della traduttrice, è il mio secondo lavoro, poiché il primo, quello che svolgo di giorno, è di segretaria della produzione”.

“Hai fretta?” chiesi.

“No; è soltanto che non volevo farti perdere del tempo”.

“Alziamoci, forza, avviciniamoci alla ringhiera, e godiamoci lo spettacolo che sta davanti ai nostri occhi. Ti piace Roma, Anastasiya?”.

“Non soltanto Roma, Gia; il tuo Paese è molto bello… e caldo; non come da noi, a Pietroburgo”.

Eravamo una di fianco all’altra; le afferrai una mano, e la strinsi nella mia. Lei si voltò, e mi guardò negli occhi: dio, che bocca, donne mie! Due labbra gonfie che da sole mi facevano volare. Fu impossibile resistervi. Osai: guardandola, avvicinai la bocca, e le mie labbra sfiorarono le sue; lei non si ritrasse. Le sciolsi i capelli: “Sei bellissima”, le dissi; però, non andai più in là.

Lei: ”Gia, io non sono…” mi disse.

“Lesbica, tesoro?”.

“Già”.

“Ecco, come vedo la cosa: io sono una donna, e pure tu; ci siamo conosciute, abbiamo lavorato insieme, abbiamo bevuto, e per tutto questo tempo, tra noi, sono corsi degli sguardi. Che importanza può avere se siamo due donne? Non puoi negare, che ci sentiamo attratte l’una dall’altra; oppure, ho preso un abbaglio?”.

“Te lo devo dire, Gia: traducendo, prima mi sono eccitata; ed è a causa tua. Mi capita spesso, di tradurre delle cose erotiche, ma gli autori certo non corrispondono ai personaggi. Tu, invece, sei esattamente quella che ti descrivi: una donna molto seducente… e intrigante. È la prima volta, in vita mia, che guardo così una donna, Gia; e mai prima d’ora, una donna ha guardato me come fai tu. Che cosa trovi in me di diverso dalle altre che sicuramente hai conosciuto?”.

“Tesoro, ogni donna è unica. E tu sei un incanto”» risposi.

Seguì un lungo silenzio in cui non furono le parole a parlare. Si era alzato il vento, e suoi lunghi capelli si muovevano talvolta a rivelare e tal altra a nascondere il turbamento che mostrava il suo viso.

Mi sorprese: “Ti piacerebbe vedermi nuda, Gia?”.

Assentii con un moto; per l’emozione, mi si era strozzata la voce in gola.

Lei si portò all’indietro i lunghi capelli, poi: ”Qui?”, chiese con la voce che sembrò il soffio della brezza del mattino.

“C’è vento; entriamo dentro” riuscii a risponderle. La bottiglietta della Coca Cola vuota doveva essere per lei un feticcio, perché la afferrò mentre, mano nella sua, io la conducevo dentro, nella stanza da letto illuminata dai soli abat-jour. Stavamo una di fronte all’altra; guardandomi, lei si sollevò da sotto il lungo vestito, e se lo tirò su; io l’aiutai a sfilarselo dal capo. In reggiseno e mutandine nere a contrastare la pelle diafana, alla fioca luce delle abat-jour, lei era uno spettacolo. L’atmosfera si era fatta molto tesa; notai che tentennava: in una delicata carezza, le sfiorai un fianco, e le sfilai le mutandine. Notai con sollievo che l’aveva depilata; mi inginocchiai come a pregare di fronte a una sacra reliquia, le sfiorai con le labbra la florida vagina, ma appena un po’. Mi sollevai in piedi, e continuando a guardarla negli occhi, mi sfilai il tailleur, che cadde a terra; sotto, non portavo nulla. Notai che lei, un sorriso intrigato, mi guardava il corpo; mi disse: “Sei molto bella, Gia”.

“Disse la Venere Callipigia[1] a Saffo” scherzai. Eravamo a un passo dalla pediera del letto: lei fece una lenta piroetta, come a volersi mostrare anche dietro. Aveva un culo magnifico, di quelli che io definisco a mandolino; si voltò verso di me, come ad aspettare qualcosa. Mi avvicinai sino a che i nostri corpi non si toccarono. Lei era parecchio più alta di me, e i miei seni le arrivavano alla pancia; mi staccai da lei, le afferrai una mano, e la condussi alla sponda del letto. Ci salimmo, e lei si rannicchiò come a stare in posizione fetale; leggera, la mia mano prese ad accarezzarla. Notai che era ancora tesa; “Tranquilla”, le dissi, “È tutto ok”. Distesa di fianco a lei, tirai su il lenzuolo, a coprirci: desideravo che lei sentisse il calore che le trasmetteva il mio corpo ignudo, e che familiarizzasse con il mio femminino odore. In breve tempo, sentii il suo alito confondersi al mio, e le sue labbra cercare la mia bocca; prendemmo ad accarezzarci il viso e i capelli: fu molto tenero.

Poi, sentii la sua mano andare dalla mia spalla agli occhi, in una carezza tenerissima: ragazze, c’era davvero da innamorarsene».

«E lo sei rimasta? Dico, innamorata» chiese Nourhan.

«Sai, tesoro, in quei momenti è inevitabile che accada; ma poi, si tratta di rivedere le cose fuori dall’influsso dei sensi e della tenerezza. Non mi è certo accaduto qualcosa di simile a quel che sentivo per te». Immediatamente pentita per avere usato il tempo al passato, lei avrebbe voluto che la lingua le si fosse mozzata un attimo prima. Ormai, però, era troppo tardi:

Infatti, Nourhan, con un filo di voce: «”Sentivo”, Gia?».

Fu costretta a mentirle: «Tesoro, ma che dici mai? È sulla sbagliata coniugazione di un verbo inserito in una storia, peraltro anch’essa del passato, che tu metti in dubbio l’amore che ti porto?».

«Scusami Gia; è… che ti amo tanto; e il solo pensiero che io ti possa perdere, mi fa andare fuori di testa» rispose lei, che comunque non si bevve la giustificazione. Pur sapendo che presto lei l’avrebbe lasciata per fidanzarsi con Nahed, non aveva saputo smorzare il suo sentimento; infatti, più volte lei si era detta: “Mi sento come un ammalato che pur sapendo di dover sopportare un intervento chirurgico, sino a che non si trova sul lettino della sala operatoria, rimuove dalla sua mente quel che accadrà. Poi, però, quando capisce che il tempo è arrivato, sprofonda nella paura più terribile”.

Nessuno notò il sorriso di compiacimento che per un solo istante mostrò il volto di Nahed.

Rashida, che ben si era resa conto di che cosa veramente fosse accaduto, cercò di sviare la conversazione: «Gia; quello che ci stai raccontando, forse è il più bello dei tuoi racconti: una storia d’amore bellissima, tenera. Ti prego, continua».

«Anastasiya fu dolcissima: le nostre gambe nude a incrociarsi sotto le lenzuola, per un lungo tempo mi godetti le sue tenere carezze senza che lei facesse nulla per esortarmi a ricambiarle. Come una gattina, io facevo le fusa; da cacciatrice, per così dire, ero divenuta preda della sua dolcezza e del suo morbido tepore. Poi, non ricordo più che successe, perché, così coccolata, mi addormentai».

«Non l’hai neppure scopata?» chiese Nahed, un po’ delusa per l’assenza di particolari eccitanti.

Piccata, Gia: «L’ho premesso, che si tratta di una storia un po’ lunga, tesoro; ma se vuoi, la posso risolvere in quattro parole, e terminare di raccontare. Eccole qua: “Sì, l’ho scopata”. E con questo, la storia finisce».

«E non t’incazzare! Mannaggia, quanto sei permalosa stasera! Che c’è: ti stanno per venire le mestruazioni anzitempo?».

In realtà, la donna era piombata nel malumore a causa dell’involontaria gaffe con la moglie. Si sforzò di governare le proprie emozioni: «Scusami se sono stata brusca, Nahed; anzi, scusatemi tutte. Non so che cosa mi abbia preso, ma non so perché, stasera dico delle cazzate una dietro l’altra».

«Non ti devi scusare, Gia; come dicevo, la storia che ci stai raccontando, smuove i più profondi sentimenti presenti in tutte noi, e questo ci rende particolarmente sensibili e reattive… a parte Nahed, che se non sente pronunciare la parola fica ogni cinque secondi, non è contenta. Non ti vogliamo forzare, ma se te la senti, non lasciarci a metà».

Benché la sua natura impulsiva quanto impertinente l’avrebbe portata a reagire insultando la moglie, molto soddisfatta per come Gia si era espressa con riguardo all’amore portato a Nourhan, Nahed pensò bene di tacersene.

Rabbonita soprattutto per effetto delle parole di Rashida, la donna veneziana aveva ripreso con il racconto: «Dicevo, che mi ero appisolata; ma dopo solo qualche minuto, mi svegliò la suoneria di un cellulare; lo cercai, e vidi che non era il mio. Neanche mi resi ben conto che Anastasiya non c’era più: era stata una giornata molto faticosa, e mi sentivo distrutta; vinta dal sonno, mi rimisi a dormire. Dopo un po’ di tempo un bussare alla porta mi svegliò. “Chi è?” chiesi. “Anastasiya”, sentii rispondere. Definitivamente sveglia, e ormai lontana da me ogni speranza, mi dissi: “È ritornata soltanto per riprendersi il suo cellulare”.

Nuda com’ero, mi levai dal letto e le aprii: bella come in un sogno, mi disse: “Gia, sono qui per il telefono; ti ho svegliata? Mi spiace. Sono stanca, e desidero andare a dormire nel mio albergo”.

Ancora stordita per il risveglio: “Non importa, entra; prendilo, è ancora sotto il letto, là, dove ti è caduto. Che cosa è successo tra noi per farti andare via?”.

Con un dolce sorriso, lei: “Niente di cui rimproverarci”. In quel momento, sentimmo qualcuno che stava per entrare nel corridoio; ero completamente nuda. La afferrai per mano: “Entra” le dissi.

Quando fu dentro: “Il tuo telefono sta ancora qui” le ripetei. Lei si accucciò per prenderlo: il suo splendido culo che faceva la guerra al vestito, ritornò a riscaldarmi. Quando si rialzò, io, languida la stavo guardando; anche i suoi occhi, corsero sul mio corpo nudo. Fu tenera, mi afferrò il capo, e mi baciò prima su un occhio, e poi sull’altro. I sensi d’entrambe si riaccesero; le sue difese caddero: forse pentita d’avermi lasciata senza una parola o riga, ritornò a spogliarsi. Rimasta in reggiseno e mutandine, senza cessare un attimo di puntare i suoi occhi nei miei, si distese supina sul letto, come a offrirsi a me; io le andai sopra, fra le sue gambe a ricevermi. Le tolsi con smania il reggiseno, e la mia lingua e le labbra presero a percorrere la sua pelle, dall’ombelico al solco dei seni, alla gola. Lei inarcò il capo, mettendo in mostra il miracolo del suo lungo collo; ormai prese da un’irrefrenabile smania, in fretta le sfilai le mutandine nere: lei mi coadiuvò sollevando il sedere.

Le mani e la bocca presero a percorrere una delle sue lunghe gambe, arrivando alla coscia; le mani sotto il capo, lei attendeva fremente. Non dovette aspettare nulla, poiché, mentre i miei morbidi seni penduli le accarezzavano il torso, la mia bocca li coadiuvava a farla vibrare; lei prese a ad ansare. La mia bocca viaggiava dalla sua, al collo, all’orecchio; le gambe si aprirono a chiamarmi. Le mani ad accarezzarla ovunque, la mia vagina ebbe il piacere di conoscere la sua; e non è stato un caso, che io abbia usato il termine piacere. Una mia mano scese tra l’umidità dei nostri sessi; presi a farci godere, privilegiando la sua, di voluttà. Gli ansiti si trasformarono in gemiti; la sua bocca, aperta, chiamò la mia: la sua mano corse al mio ventre, a darmi lo stesso suo piacere. Fu fulmineo, ma molto intenso: venimmo in men che non si dica. Durante il post coito, lei: “È stato dolce, Gia”.

“È stato, tesoro? Abbiamo soltanto incominciato; la notte è lunga. Tu, però, non scappartene più”.

“Sarò anch’io, una delle tue storie, Gia?”.

“Puoi scommetterci, tesoro; e dovrai pure tradurla in russo”.

“Non ci mettere il mio nome, però; quel che è accaduto e accadrà stanotte, rimanga tra le mura di questa stanza”.

“Tranquilla, amore; non uno, dei nomi che troverai nei romanzi che tradurrai, è quello vero; adesso, che ne dici di divertirci un po’?”.

Insomma, ragazze, per farla breve, presi a farle conoscere alcune delle delizie che ci sono ben note. Verso mezzanotte, telefonai al portiere chiedendo che ci portasse nella suite una cena fredda e un’altra bottiglia di champagne. Allegre, nude com’eravamo, cenammo in terrazza: era estate, e faceva caldo; sotto di noi campeggiava il Colosseo illuminato da una luce calda, e tutto ciò contribuiva a riscaldare i nostri cuori. Mangiando con appetito, lei: “Non ci posso credere… sono stata con una donna”.

“E che sensazione ne hai ricavato, Anastasiya?”.

“Dolce; mi è mancata, però, la penetrazione, e quindi, il piacere vaginale. Ma capisco, che questa sia cosa che posso avere soltanto da degli uomini”.

Benché avessi uno strapless con me, preferendo farle conoscere il sesso più propriamente femminile, non lo volli usare; e neanche volevo spaventarla con un fisting vaginale. Per lei era la prima volta, e dovevo procedere a poco a poco.

Terminato di mangiare, ritornammo a letto; dopo averla iniziata al sessantanove…»

Nahed la interruppe: «Che sapore aveva la sua passera sovietica, Gia?».

Lei scoppiò a ridere: «Ma quand’è che sei nata? La Repubblica Sovietica, l’URSS[2], si è dissolta nel 1991, tesoro».

«Perché ridi: pensi che io non lo sapessi? L’ho detto soltanto per scherzare. Allora, la sua patonza?».

«Era autentica fica DOC, amore».

«Ma il gusto, io volevo sapere».

«Tutti i gusti, tesoro».

«Ah… quando non vuoi, non c’è verso! Continua, dai, che adesso mi vado finalmente riscaldando; fin qua, erano tutte romanticherie del cavolo».

Rashida: «Ma Nahed! Gia ci sta beneficiando di una bellissima storia d’amore, e tu? Avanti, Gia; non le dare bado».

«Dicevo, dopo che lei ebbe assaggiato la mia patatina, la portai a eiaculare. Gridando come una pazza, il suo potente spruzzo mi dilavò come se fosse un nubifragio. Alla fine, mortificata: “Gia; mi vergogno da morire. Non mi era mai capitato, che mi scappasse la pipì facendo sesso”.

Ridendo, ne raccolsi un poco dal mio viso e glielo portai sotto le narici: “Ti sembra che ne abbia l’odore, tesoro?”.

“E allora, che cos’è?”.

Le spiegai; dopodiché riprendemmo. A un certo punto lei mi chiese: “Sai che cosa mi piace?”.

“Dimmi, tesoro”.

“Hai forse un vibratore? Se mi metti qualcosa dentro, verrò meglio”.

“Io non uso vibratori; ma non ne avrai bisogno, perché adesso ti farò provare il miglior orgasmo che tu abbia mai avuto” risposi, contando di sollecitarle la cervice.

Lei: “Io mi conosco; che ne dici, della bottiglia di coca cola?”.

La cosa non mi sconfinferava molto, ma la accontentai; se non altro, affinché lei potesse capirne le differenze. Voi sapete che quelle particolari bottigliette hanno nel mezzo un rigonfiamento; ebbene, bagnata, lo era già, guardandola per carpirne la reazione, allungata di fianco a lei, un braccio sotto le sue spalle, le puntai l’imboccatura alla passera. Lei ebbe un sussulto; ruotando con lentezza la bottiglia, come ad avvitarla, presi ad affondargliela. Quando la sezione bombata fu completamente dentro di lei, presi a muoverla su e giù, senza smettere di ruotarla. Poi, chiesi: “Di più?”.

“Sì, per favore. Riempimi”.

Le dita sul culo della bottiglia, gliela affondai quasi completamente, dopodiché ripresi il movimento di dentro e fuori. Gridando, lei ebbe un altro orgasmo. Ormai educata all’amore saffico, decisi di tirar fuori lo strapless; una mezzoretta dopo che fu uscita dall’ultimo orgasmo, tempo in cui avevamo ripreso ad accarezzarci e baciarci, dissi: “Come ti dicevo, vibratori non ne ho poiché non li approvo; tuttavia, ho qualcos’altro”.

“E sarebbe?”.

“Aspetta un attimo, che ti faccio vedere”. Mi allontanai verso un cassetto, e mostrandole la schiena, mi infilai il plug in fica. Mi voltai, e lei: “Non ci posso credere! E quant’è grosso… proprio come piace a me; tu, però, dicevi di non averne”.

“Infatti, è vero; non mica è un vibratore. Come lo vuoi, tesoro? Alla missionaria, oppure alla pecorina?”.

“Entrambi, Gia; se vuoi, poi lo indosso io”.

Quando toccò a lei d’indossarlo: “E tu, come lo vuoi?”.

“Nel culo, tesoro: sodomizzami”.

“Ma è grosso, Gia; ti farò male”.

“Tu sputaci sopra, è non ti preoccupare, che il mio culetto sarà contento”.

Alla fine, mi confessò: “Io sono ancora vergine; da quelle parti, intendo”.

“E vorresti provare?”.

“Sono curiosa, sì; ma ho paura che faccia male. Quel buchino è molto stretto!”.

“Beh, hai appena visto, con quale facilità il mio sederino l’abbia fagocitato; e qui, c’è la tua Gia. Se lo vuoi, non ti devi preoccupare, perché, modestamente, sono un’esperta; te lo preparerò a modo, e quel che sentirai, sarà soltanto un piacere nuovo”».

«Come ha reagito, Gia?» chiese Nourhan.

«Come una matta! Tant’è, che nei successivi incontri per le traduzioni, occasioni in cui alla fine scopavamo, lo pretendeva»… (Continua nel romanzo).

 

[1] Venere Callipigia, ossia, Venere dal bel sedere. N.d.A.

[2] URSS, acronimo che sta per Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. N.d.A.

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