LA LEZIONE PRIVATA.

#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 7° della Saga Erotica Lesbo 

che suscita emozioni anche in chi non lo è.

Presto nelle librerie.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume 7

…. «Potrei raccontarvi di quando impartivo delle lezioni private, se volete».

«Lezioni, di che cosa: di scopate?» s’intromise Nahed, sfacciata come sempre.

«Che scema, sei. Se pur le scopate ci sono state, non era quello, il tema. Insomma, appena iscritta all’Università, per sbarcare il lunario, pagare i libri, le tasse universitarie e così via, fare soltanto la fotografa, non bastava. E così, decisi d’apporre un avviso nella bacheca di un liceo ad indirizzo linguistico non molto lontano da casa mia. Mi telefonò una signora cui servivano delle lezioni d’inglese per la figlia; stabilito il prezzo, e così via, all’ora convenuta mi presentai all’indirizzo che mi aveva dato.

Non vi dico che casa! Un attico sul Canal Grande, con una terrazza enorme che dava sulla Piazza San Marco, proprio di fronte alla Basilica. Suonai, mi rispose una fresca voce femminile: “Sei Gia? Sali, dai, vieni all’ultimo piano”. Mi aprì il grande portone in ferro battuto finemente lavorato, entrai in un immenso atrio, e presi l’ascensore; suonai, e mi aprì la ragazza. “Benvenuta; entra pure”, mi disse, “Mia madre si scusa se non c’è; è dovuta partire in fretta per Mestre a causa di una questione urgente; una delle solite: soldi. Comunque, mi ha lasciato questa busta per te”.

Guardai per vedere se ci fosse un messaggio; c’era soltanto la cifra concordata per un primo pacchetto di dieci lezioni. La ragazzina, veramente molto carina, era vestita succintamente: senza le scarpe, calzava dei vivaci calzerotti a strisce bianche e rosse, le lunghe gambe sode uscivano da dei jeans stretti e cortissimi, la cui tela di cotone s’infilava nella passera mostrandone lo spacco; sopra, indossava un leggero top azzurro che ogni suo movimento lasciava intravvedere persino i grossi boccioli rosei. Biondissima, di statura media, portava due lunghe e graziose treccine d’oro annodate con degli anelli elastici azzurri, che mettevano in risalto le sue orecchie assai ben proporzionate».

«Quanti anni aveva» chiese Nahed.

Quando glielo chiesi, lei mi disse d’averne compiuti diciotto due giorni prima; ma, credetemi, non ne mostrava più di sedici, e francamente, al momento non ci credetti».

«L’hai scopata?» chiese ancora Nahed

«E aspetta di sapere! Sempre lì, tu vai a parare… tutto e subito; e che diamine!».

«Se così non fosse stato, perché ci racconteresti di questa storia proprio mentre siamo a smanettarci la patatina in nome di una fantomatica Dea dell’Amore che non esiste?». Mentre lo diceva, lo sguardo si spostò a Rashida.

«Nahed, sei impossibile! E smettila! Oltre a essere una miscredente, ci togli tutto il piacere del racconto. Non darle bado, Gia; continua, per favore» intervenne, decisa, la moglie.

Il rimprovero sembrò servire, perché la ragazza non insistette.

«”Felice di conoscerti, Laura” la salutai; così, si chiamava.

“Che dici, incominciamo subito?” spinsi io, desiderosa di finire in fretta per dedicarmi ad altro.

“Per me va bene”.

“Allora, prendi libri e quaderni, e sediamoci a un tavolo per lavorare” replicai io.

“Libri e quaderni sono in camera mia; vieni, seguimi”. Le tette, gliele avevo già viste; a seguirla nella stanza, aveva un culetto che m’ispirò moltissimo. Intenzionata a comportarmi con serietà, nondimeno, non feci nulla per farle capire che mi piaceva.

«E tu, com’eri vestita, Gia?» chiese Nourhan.

«Era estate, e faceva caldo: un top chiaro, abbastanza scollato ma non indecente, su cui indossavo una leggera maglia azzurra con le maniche a tre quarti; e poi, una minigonna non troppo castigata. Sotto, come sempre, niente reggiseno e mutandine; calze di nylon, neanche a parlarne, con quel caldo. Per riprendere, entrate in camera, vidi che il letto era disseminato di libri e quaderni: “Stavo facendo la brava, Prof; come vedi, stavo studiando inglese. Senti, se per te è lo stesso, invece che sederci a un tavolo, cosa che mi riporta alla mente la scuola, perché non ce ne stiamo più comode? Qui, dico, dove c’è già tutto quel che serve”.

“Ok, per me va bene” risposi. E quindi, prendemmo a lavorare.

Per tutelarmi da qualche imprevista evenienza, chiesi: “Senti, Laura, scusami se te lo dico, ma i conti non mi tornano. Dici d’avere diciott’anni, e allora, com’è che frequenti ancora la seconda classe del tuo liceo linguistico, e non la quarta?”

“E’ facile, Gia: sono un’incallita ripetente”, dopodiché, lanciando uno sguardo nella mia scollatura, riportando gli occhi ai miei, aggiunse, molto suadente: “E quindi, una cattiva ragazza”. La faccenda non mi sfagiolava, e vista la piega che stava prendendo la cosa, ritornai a dirle: “Ne mostri sedici, però!”.

“Non mi credi, vero, Prof?”. Replicò, sbarazzina; si alzò, e corse a prendere qualcosa. Ritornata: “Ecco, tieni, questa è la mia carta d’identità; controlla pure”.

“Scusami tanto, Laura, ma io sono abituata a sapere esattamente con chi ho a che fare; quando ho parlato con tua madre, lei mi ha soltanto informata su quale classe frequenti, e non mi ha detto quanti anni hai. Bene, chiarito tutto, ora incominciamo”.

“Agli ordini, Prof”, mi rispose simpaticamente lei, buttandosi sul letto a pancia in giù di fronte al libro di grammatica inglese con cui voleva darmi a bere di stare a misurarsi.

La ragazzina se ne stava con il libro aperto davanti al viso, e una matita per segnare quello che le indicavo; mi ero tolta le scarpe, e seduta, con le gambe piegate sotto il sedere, io ero costretta a starle molto vicino per indicarle dove fare attenzione, e spesso le mie tette, senza che in me vi fosse l’intenzione, le sfioravano una spalla nuda».

«”Senza che in me vi fosse l’intenzione”! A chi vuoi darla a bere, Gia?» commentò ridendo Nourhan.

«Dico davvero! Stavo per iniziare un’attività per me nuova, e volevo farmi una buona reputazione, ma la piccola mi stava mettendo davvero a dura prova!».

«Va beh… fingiamo di crederci. Continua, così vedremo chi ha ragione».

«Notai che spesso lei ritornava a buttare lo sguardo nella mia scollatura, che in virtù della posizione, quando mi chinavo, mostrava anche i capezzoli. Piegandomi di più per scrivere qualcosa, talvolta una mia tetta le sfiorava il viso, e non potevo evitare che il mio profumo le andasse alle narici».

«A quel tempo ti profumavi, Gia?» chiese Rashida.

«No, tesoro; parlavo del mio profumo naturale, di femmina con la passera perennemente allertata. Come ho detto, ero senza le mutandine, e inoltre, per il gran caldo, avevo le tette sudate; per cui, per l’aria, doveva esserci un buon mix di me».

«Mi sento più confortata, Gia; come sai, noi apprezziamo soltanto i profumi che la natura ci ha dato in quanto donne».

«Ok, vado avanti; faceva caldo, e scusandomi con lei per la pausa, mi levai di dosso la maglia azzurra, che pur leggera, mi faceva sudare. Seduta sulla sponda del letto, notai che i suoi occhi, invece che andare al libro, mi stavano osservando; chiesi: ”Come mai mi stai fissando? Intanto che finisco di togliermi la maglia, tu manda a memoria quel che si diceva; l’ora che tua madre ha pagato, corre in fretta, ti pare?“.

La ninfetta: “Sei molto bella, Gia; anche se ho capito che sei brava insegnare, non sembri per niente una Prof”.

Ve lo devo confessare: anche se non lo davo a vedere, sarà stato anche a causa del caldo, ma la ragazzina mi stava turbando non poco. Riprendemmo, ma a un certo punto, quando l’esortai a ripetere la coniugazione di un verbo, lei: “Lo vedi, Prof? Mi riesce difficile! In questo, io non sono mai stata brava”. Dopo una pausa, guardandomi la bocca come se avesse voglia di baciarmi, aggiunse: “Sono altre, le cose che vorrei; in questo momento, almeno”.

Non lo disse esplicitamente, ma voi, a che cosa avreste pensato lei si stesse riferendo?».

«Beh, più chiaro di così! Mancava solo che te la sbattesse in faccia» osservò con buonsenso Nourhan.

«Vai per gradi, figlia mia; e non tralasciare nulla, che ascoltarti, si addice in quanto di sacro, sia voi che io, siamo occupate» le raccomandò la Santa Madre. In quelle occasioni rituali, Rashida amava sentirsi appellare così. Tuttavia, un attimo dopo, molto meno curiale, lei aggiunse: «Adoro questo tuo indugiare sulle sfumature, Gia; è persino più erotico di quando entri nei particolari più inverecondi. Infatti, a ben guardare, figlie mie… la vedete la mia clit? Quella che a voi tanto piace onorare, come se ne sta ben ritta? Spetta a te, Gia, che “lei” continui a mostrare il suo compiacimento; riprendi, ti prego».

«Vedete, sulle prime, io mi sentii un po’ in imbarazzo; per la deontologia, capite? Ma poi, avreste dovuto essere lì: dai miei, i suoi occhioni grandi andavano alle mie labbra tumide, per poi ritornarvi. Ora, ditemi: lei era un bijou fresco, innocente… come resisterle?».

«Sempre le ragazzine, ti vai a cercare. Guarda me! E in quell’occasione, sei stata anche pedofila… sedici anni!» la provocò Nahed, un po’ gelosa.

Non l’avesse mai detto! L’atmosfera si raggelò; sapendo come la pensasse intorno alla pedofilia, preoccupata, aspettandosi la sua violenta reazione, Nourhan s’interruppe dall’accarezzarsi ciclicamente la clitoride, e volse lo sguardo alla moglie, la quale, portando via immediatamente la mano dalla propria vagina, forzò Nahed a girarsi verso di lei; puntando gli occhi nei suoi, veemente: «Pedofila, io? Non ti permettere, sai! Se è da una vita, che combatto quegli infami scellerati, uomini o donne che siano! E se scoparti, per te significa questo, allora, con la mia fica tu hai chiuso! E per inciso, tanto per mettere le cose in chiaro, oltre che scema, sei pure distratta: l’avevo ben detto, d’avere verificato che Laura avesse diciott’anni compiuti, e quindi, che fosse maggiorenne».

Neanche Rashida, se la sentì d’intervenire: né da moglie, e nemmeno nel suo ruolo comunitario di Santa Madre. D’altra parte, che cosa avrebbe potuto dire? Calò un pesante silenzio, e delle lacrime presero a scendere dagli occhi della sventata ragazza ventenne, la quale capì d’averla fatta grossa. Singhiozzando, avvilita: «Gia, perdonami; non parlavo sul serio. Volevo soltanto scherzare, prenderti per il culo, come facciamo sempre per divertirci; ma capisco, che non avrei dovuto scherzare su questa cosa. Ti prego, non essere arrabbiata con me».

Rashida lanciò uno sguardo a Gia, come a esortala a passarci sopra; la donna veneziana rifletté, e capì che Nahed, se pur avventata, era in buona fede. «Abbracciami, mascalzona, che resettiamo tutto con un bacio». Interrompersi nella masturbazione rituale, che loro definivano “l’Amor di sé”, era severamente proibito dalle regole della Santa Comunità, e chi di loro, per una qualsiasi ragione l’avesse fatto, sarebbe stata costretta a confessarsi al più tardi nel giorno successivo, e quindi a subire il castigo comminato quale penitenza. Quando le due si avvinsero in un lungo e carnale bacio, la Santa Madre, però, non obiettò nulla; temendo di far peggio, anche Nourhan si guardò dal metter becco.

Quando i corpi si divisero e gli occhi si guardarono, la Santa Madre: «Figlie mie; ora che tutto è stato chiarito e il malinteso risolto, riprendiamo con la sacra funzione del vespro: toccatevi, figlie mie, e non abbiate timore a venire più volte. Lo sapete, che questo onora la nostra Dea. Gia, mentre ti accarezzi, vorresti riprendere? Come vedi, quella che tu una volta hai definito un sacro Totem,  così come è stato per il nostro spirito, si è depressa, ed ha un urgente bisogno di ritornare al suo splendore». Nel dirlo, il suo sguardo si volse alla propria vagina.

«Volentieri, Santa Madre. Insomma, care consorelle, quegli occhi mi fecero perdere il controllo; le dita di una mia mano andarono alla spallina del suo top, e come attratte da una calamita, seguirono con tocco di farfalla quel percorso sulla sua pelle bollente, setosa come la superficie d’una pesca. Mentre le dita continuarono ad esplorare nella scollatura, i nostri volti si accostarono, e fu inevitabile baciarsi». Ancora un po’ incavolata per l’infelice uscita di Nahed, la volle provocare per vedere se lei si fosse pentita sul serio; infatti, seguitò: «Oddio, ragazze! Ancora adesso, conservo la sensazione di quella fresca, virginale dolcezza; dal suo caldo e sodo seno, la mia mano migrò al collo, tra le sue treccine d’oro, e l’accostai nuovamente alla mia bocca vogliosa. La sua mano si poggiò sulla mia coscia nuda, che accarezzò per un breve istante: sentii una scarica elettrica. Il bacio non finiva mai; mentre la mano le avvolgeva la guancia, la mia bocca andò dietro il suo orecchio e il lungo, sensuale collo, a riempirli di piccoli, appassionati baci. Gli occhi chiusi, una sua mano andò alla mia spalla nuda; poi le bocche si rincontrarono, e si fusero in inviluppo di calde, serpentesche lingue».

«Gia! Sono venuta! È stata colpa tua, e non soltanto delle mie dita» annunciò al mondo Nahed.

«Ben “arrivata”, allora, gioia. Ora puoi prendere il prossimo autobus» la sfotté lei, che ancora non aveva ben digerito il qui pro quo di prima.

«E se vengo ancora prima che tu abbia finito di raccontare?».

«Non sei tu, quelle che ripete all’infinito che puoi venire quante volte ti pare? Se capita, prendi un altro autobus, allora. Un consiglio, comunque, te lo do: fai l’abbonamento mensile, che così risparmierai».

«Chi credi di prendere in giro? Vai a fare in culo, Gia».

«Magari più tardi… nel tuo».

«Sempre disponibile, per una trentaseienne che ama i sederini delle giovinette… come me, che sono ventenne». La ragazza fu accorta, perché se dopo la breve pausa non avesse aggiunto quella coda, di sicuro la donna veneziana se la sarebbe presa di nuovo.

«Nahed, se hai finito di provocare Gia, noi vorremmo sentire il resto» la esortò Nourhan.

La donna veneziana riprese: «Quel bacio ci riscaldò; senza staccare la bocca dalla sua, le sfilai le spalline del top, e le sue giovani mammelle piene poterono finalmente respirare un’aria di libertà. Se le tette erano a mela, come le mie, i capezzoli assomigliavano molto ai tuoi, Nahed, poichè erano grossi, e svettavano su delle areole molto gonfie. Con delicatezza, presi a stringere e ad accarezzare quei polposi frutti dai turgidi apici mentre le nostre bocche talvolta si staccavano per guardarci negli occhi, per poi ricongiungersi.

Sarà stato perché appariva appena adolescente, ma io mi sentivo attraversare il corpo da incontrollati brividi. Entrambe sedute sul letto, le nostre cosce a sfiorarsi, la mia mano corse a un suo fianco, a percorrerne la sinuosa linea; eravamo andate troppo avanti per fermarci: senza smettere d’accarezzarla e baciarla, mi rialzai sulle ginocchia, la indussi a fare come me, e mentre le mani si beavano delle sue mammelle palpeggiandone le coppe, anche la mia bocca corse ai suoi seni, a suggere quei rosei, grossi fragoloni. Mi accorsi che mentre la accarezzavo e succhiavo, il suo sguardo andò al proprio seno, come se fosse stupita delle sensazioni che le andavo elicitando; leccandola con avida dolcezza, spesso i miei occhi andavano ad incontrare i suoi.

“Ti piace così?” chiesi. In un ansito, lei: “Gia, tu mi fai diventare matta; mai, avrei pensato che una donna mi avrebbe fatto sentire ciò che sto provando. Com’è dolce!”. “Se vuoi, ma soltanto se lo vuoi tu, dopo potrai farlo a ma, tesoro”, dissi. Incoraggiata per come reagiva alle blandizie, ai succhioni e alle leccate, aggiunsi dei piccoli morsi; lei prese a gemere anche più forte.

Era arrivato il momento d’osare di più: le sfilai dal capo il top. Inginocchiate sul letto, una di fronte all’altra, anche le sue mani presero a farsi attive, correndo dalla schiena, ai fianchi, e infine, al mio sedere. Con dolcezza, senza che le bocche si staccassero, la indussi a portare una coscia di là della mia, e anch’io mi tolsi il top scollato tenuto su dalle spalline sotto la quale, per mia abitudine, non indossavo nulla. Il suo sguardo concupito andò alle mie mammelle libere; strettamente avvinte, i seni a sfiorarsi e a premersi, le mani d’entrambe corsero lungo i corpi, a far propria la carne fremente dell’altra».

«Anch’io sono arrivata, Gia; ora mi tocca prendere un altro autobus per ritornare alla stazione di partenza, e quindi ripartire per la stessa meta» gemette Nourhan, ancora palpitante per l’orgasmo. Quando si fu acquietata: «Scusate se ho interrotto; riprendi, Gia, ti prego».

«Sostenendola per le reni, la indussi ad adagiarsi, e senza smettere di guardarci negli occhi e di baciarci, mi accostai sopra di lei, con le mie cosce tra le sue, scostate, ad accogliermi. Voi ben sapete, quanto importante sia il bacio, e specie con chi è giovane e poco o per niente esperta. Lei supina, dalle labbra la mia bocca prese a migrare nuovamente al suo seno, mordicchiandole ancora i rosei, rilevati boccioli. Mentre le mie mammelle le accarezzavano il pancino, lei ansimava; era giunto il momento di capire quanto fosse bagnata, e che sapore avesse. Mi tirai su, sulle ginocchia, e le sfilai i cortissimi jeans: portava le mutandine, e la cosa mi fece gioco, perché, dopo avergliele sfilate, fradicie come ormai erano diventate, notai che la piccolina ostentò un momento d’imbarazzo. Mi portai quella tenue stoffa alle narici per odorarla, e poi alla bocca per leccarla là, dov’era fradicia: la mia espressione d’infinita estasi, rassicurò la cucciolotta».

«A me, non mi hai mai chiamata così affettuosamente; eppure, anch’io sono piccola» riprese a sclerare Nahed, mostrando un’espressione tra il corrucciato e il faceto. In realtà, lei non parlava seriamente, poiché la voleva soltanto provocare.

«Dovresti aprire le orecchie, oltre che la passera: “Cucciolotta”, non l’ho detto a lei, ma ho usato il termine parlandone a voi. E comunque, tu non sei piccola, ma giovane; hai vent’anni già compiuti, Nahed!».

«Ma che dici! Se voialtre mi chiamate sempre “la nostra piccolina”!».

«Sei tu, a volerlo, e noi ti accontentiamo… piccolina!» la redarguì la moglie. Dopodiché: «Forza, Gia, non darle bado, e continua, che anch’io presto onorerò una prima volta la Dea… se non ci saranno altre interruzioni a causa di questa birbante, naturalmente; mia moglie non la vuol capire, che ci vuole almeno un po’ di concentrazione perché la gnocca risponda a modo».

Mentre Gia stava per riprendere il racconto, la ragazza: «Boh, scopare con una che, pur maggiorenne, frequenta ancora la seconda liceo! Non sei tu, quella che ripete sempre che la fica non basta, e che ci vuole pure l’intelligenza? E non dico altro, sennò t’incazzi di nuovo». Fu chiaro a tutte, che lei era preda di un attacco di gelosia. Anche se ancora dovessero divorziare dalle loro attuali mogli per poi sposarsi, lei la considerava già sua.

Seguendo la raccomandazione della Santa Madre, Gia non replicò, e riprese: «Dicevo… vedendomi odorare e leccare le sue secrezioni vaginali, mostrando per di più un sublime rapimento, la ragazza mise a tacere il proprio pudore; sapete, era la prima volta che si sarebbe giaciuta con una femmina, e perciò non poteva sapere che si tratta di quanto di più inebriante ci sia al mondo per l’olfatto e per il gusto. Notai con piacere, salvo un vezzoso ciuffetto biondo poco più su della clit, che lei era ben depilata; tuttavia, siccome nulla si fa senza uno scopo, le chiesi: “Hai un ragazzo, oppure una ragazza, Laura? Se ti depili, ci sarà pure una ragione”.

“Lo faccio perché mi piace accarezzarmi di fronte allo specchio; e così si vede meglio che cosa succede. Io sono vergine, Gia”, mi rispose.

Dio, com’era tenera! “Stai tranquilla, se sei vergine, con me, tale rimarrai” dissi per rassicurarla, mettendo in conto di farla venire con un orgasmo che fosse soltanto clitorideo.

“Che vuol dire? Che la cosa finisce qui… così?”, mi chiese, con un’espressione imbronciata.

“Figurati, tesoro; tu lascia fare a me, che rimarrai contenta; sono, oppure no, una tua insegnante? E da tale, non sarebbe bene dare il cattivo esempio sottraendosi dal terminare il compito”. Quando le ebbi tolto anche le calze multicolore, lei si adagiò supina, ed io, con infinita delicatezza, mi misi sopra di lei, riprendendo a baciarla. Le sue  calde e setose cosce spalancate mi accolsero frementi, le sue mani andarono alle mie natiche; i nostri seni a premersi e strofinarsi, io continuai a baciarla con sagace passione. “Mi piace molto, la sensazione dei nostri seni a baciarsi, Gia, e specie i capezzoli a toccarsi. Prima di oggi, non avevo mai conosciuto una tale sensazione”, mi disse, in un ansito. La mia bocca a percorrere la celeste via che porta alla fica, le baciai il pancino, l’ombelico, e scendendo ancora, l’interno delle cosce. Infine, la mia bocca prese a dispensarle le delizie più intense; lei si rialzò sui gomiti, e mentre la facevo godere, prese a guardare, come per capire come facessi, per imparare. Ogni tanto la mia bocca smetteva, e mentre la guardavo negli occhi, le dita di una mano prendevano a titillarle il pistillo già infiammato. Non volevo, però, che lei venisse in fretta, e perciò, sovente, la mia bocca si attardava a mordicchiarle ancora la carne delicata e sensibile all’interno delle cosce, sino ad arrivare in prossimità della polposa vagina, ma senza comprenderla.

Anch’io, sapete, facevo fatica a resistere; così, decisa a farla venire una prima volta, detti lo start alla mia vorace bocca; ancora i gomiti poggiati al letto, i seni che sembravano anche più belli e pieni in quella posizione semi eretta, le areole e gli annessi capezzoli inturgiditi, lei prese prima ad ansimare e gemere, e poi a gridare, stringendosi spasmodicamente una mammella. Né la mia lingua e né le labbra, però, si arrestarono, e come a infliggerle un inesorabile tormento, continuai sino a che lei non venne una seconda volta. La sua mano libera andò ai miei capelli, ad accarezzarmeli, come a ripagarmi con affetto per il piacere che le stavo infondendo. “Ti piace così, tesoro? Guarda che non smetterò tanto presto”, chiesi retorica.

“Mi fai morire, Gia; adesso voglio farlo anch’io a te… almeno provare, visto che non l’ho mai fatto”.

“Tempo al tempo, gioia”.

“Ma non ti stanchi, a farlo così a lungo?”.

In parte, mentii: “Guarda che non lo faccio soltanto per te, ma anche per me: sono troppo golosa del rosolio che mi stai donando!”. E ritornai a mangiarle con passione la patatina. Una sua mano cercò una mia, e me la tenne, stringendomela forte per tutto il tempo; il suo gonfio Monte di Venere si alzava ed abbassava ritmicamente, e vidi che incominciava ad avere delle altre contrazioni. Gli occhi nei suoi, la mia lingua prese a svettare velocemente, e spesso tutta la mia bocca andava all’intera vulva, ad aspirarla e leccarla incessantemente. Un’espressione tra lo smarrito, lo stupito e il godereccio, le illuminava il volto ogni volta che, accasciata sul cuscino, di scatto si tirava nuovamente un po’ in su a guardare quello che le andavo facendo. La ragazza aveva veramente una fica da sogno, e la mia bocca assassina gliela faceva sbocciare in tutta la sua carnale magnificenza. Infine, gridando come una forsennata, lei venne una terza volta.

«E com’è stato per la tua ninfetta, anch’io, Gia; e già il terzo autobus, che tu mi fai prendere!» gridò Nahed, mentre un convulso orgasmo ancora l’agitava.

Contenta dell’effetto sortito con il proprio racconto, la scrittrice veneziana continuò: «Quando Laura si calmò, ingoiato tutto quel che la mia bocca poteva avere, dopo un’ultima leccata di temporaneo commiato, mi rialzai dalle sue cosce spalancate. Anche lei si tirò su, e ritornammo a baciarci; in una brevissima sosta, chiesi: “Baciandomi, lo hai sentito nella mia bocca, il gusto della tua patatina, tesoro?”.

“No, ma mi aspetto di conoscere il tuo” tornò a chiedere. Io indossavo ancora la minigonna, me la sfilai, e lei credette che stessi offrendo la mia passera alla sua boccuccia d’oro; ma non fu così. Quando me la vide, commentò, “Che bella, è; meglio della mia”. “Non bestemmiare, tesoro; ogni gnocca è unica, e non si possono confrontare”.

“Grazie della dritta, Prof”, rispose lei, spiritosa. Ci baciammo ancora, e poi la indussi a starsene supina; accolsi una sua morbida e setosa coscia tra le mie, e sostenendomi con le braccia poggiate dietro la mia schiena sulle lenzuola, feci baciare le nostre passerine bollenti.

“Avverto che sei in un lago, cara Prof” mi disse la cucciolotta, quando ebbi ben spiaccicato la mia Iolanda alla sua.

“E che credi, che prima io sia stata indifferente? È una benedizione, che sia così; scivoleranno meglio”. Una mia mano corse alla coscia che stava a contatto della mia passera, e la trassi per aderirle ancor di più; con un continuo lavoro di reni, incominciai a strofinarmi a lei, e pur inesperta, lei imparò subito che cosa doveva fare: fu un tribbing da ricordare, care ragazze mie! Venimmo insieme, e dopo, ritornai a baciarla; fuori di sé, Laura: ”È stato bellissimo, Prof; siamo state una stessa carne; non pensavo, tra femmine, che si potesse trombare tipo come con i maschi”.

“Sbagli a dire, tesoro: non come, ma mille volte meglio” volli precisare.

“Gia, tu, ci sei mai stata con un maschio?” mi chiese.

“È proprio per questo, che amo le femmine. Oltretutto, anche se difficilmente loro saprebbero farti godere, potresti rimanere incinta” risposi. Insomma, sorelle care, come Santa Madre Chiesa insegna, non si deve mai perdere l’occasione per fare del proselitismo, e così convertire delle povere anime alla nostra fede; e l’argomento della fortuita inseminazione, gioca sempre bene, giacché poggia sull’angoscia.

“Riguardo al tuo entusiasmo per com’è andata la scopata, non per mortificarti, tesoro, ma oltre a quel che hai provato, ci sono molte altre cose che ancora non sai; e se vorrai, io sarò felice d’insegnartele… insieme all’inglese, si capisce”.

“Lo voglio, Gia; davvero!”.

“Volevi conoscere il sapore della mia patatina, è vero, amore di ragazza?”.

“Rimarrei delusa del contrario, Prof”».

«E quindi, le hai fatto conoscere anche il sessantanove, immagino; vero, Gia?» chiese Nourhan.

«Certamente; comunque, ora è inutile che io mi attardi su questo, poiché, ormai svezzata, potete capire da sole come la ragazzina reagì; in maniera eccellente, direi. Piuttosto, voglio passare a quel che avvenne dopo, perché fu molto tenero».

Nourhan: «Siamo tutte orecchie, Gia».

«E fica, giacché è quella, che Gia ci muove con i suoi racconti» aggiunse Nahed, da quella gran sfacciata che era.

«Bene; le avevo promesso che non l’avrei sverginata, ma in attesa d’una presa di coraggio, un pochino di penetrazione ci poteva stare. Prima d’incominciare, per metterla a proprio agio, le spiegai: “Come avevo promesso, non ti sverginerò, Laura; nondimeno, ti farò provare anche la penetrazione”.

“E come?” chiese lei, stupita.

“Tu usi gli assorbenti interni, vero? Quelli più piccoli con il filo”.

“Per forza; altrimenti, come faccio quando ho allo stesso tempo l’ora di ginnastica e le mestruazioni?”.

“Bene; allora, tu saprai che l’imene non chiude tutto, altrimenti, da dove uscirebbe il sangue mestruale? Ebbene, un mio dito non è più grosso di un assorbente”. Detto questo, mentre la mia bocca riprese a lavorarle la clit, con cautela presi a penetrarla. Sembrò impazzire: una volta venuta, però, accadde qualcosa che non mi aspettavo. Dopo che di Motu Proprio mi ebbe baciata, “Gia… prendimi. Per davvero, però; e non soltanto con un misero dito”.

Ragazze, lo capite? Senza batter becco, mi era offerta una giovanissima vergine su di un piatto d’argento; voi che avreste fatto?».

«A me non è mai potuto capitare; l’ho data, e mai ne ho presa una vergine» si lamentò Nahed.

«Quando ci siamo sposate, neanch’io ho avuto questo piacere con te, Nahed; non che m’importasse, ma tanto per mettere i puntini sulle “I” intorno alle tue futili pretese» la riprese Rashida.

«Boh, non importa; tanto, qui, nessuna di voi mi capisce. Volete soltanto la mia passera; continua, Gia».

«E dai, amore; che dici mai! Lo sai, che ti amiamo» la confortò la donna.

«Sì, certo, scopando; a nessuna di voi, però, e nemmeno a mia moglie importa che cosa io abbia dentro. Anche la mia mamma, mi ha abbandonata quand’ero piccola; ma lasciamo stare. Dai, Gia, dicci com’è andata a finire, che poi risolviamo le mie paturnie come il solito: scopando variamente in allegra compagnia. Come con l’alcol; soltanto che invece di bere per dimenticare, per farlo, qui da noi si scopa con la moglie… o con chi capita, meno con chi vorresti. Che palle!».

A sentirla, a Rashida si gelò il sangue; non fu facile per lei nascondere la grande pena che l’incolse. In effetti, Nahed non ne poteva più d’aspettare: ormai, sposarsi con Gia, era diventata un’ossessione. Oltre a questo, il suo malumore era dovuto a delle gravi carenze affettive, che affondando nell’infanzia, non erano ancora state risolte; infatti, ogni tanto, pensando alla morte della madre avvenuta quando lei aveva soltanto pochi anni d’età, capitava che lei perdesse la sua abituale spudorata allegrezza.

Con il muto linguaggio degli occhi, nella riposta speranza che ciò potesse alleggerire la pesante cappa che era scesa, Nourhan fece capire a Gia di riprendere con il racconto.

«All’offerta della bella studentessa, io replicai: “Sei sicura di volerlo fare, Laura? Non è, che dopo te ne pentiresti? Non perché io non voglia, giacché mi faresti un regalo unico, ma prima che a me, mi piace pensare a te”.

“Senti, Gia; vediamo le cose come stanno: sono grande, ormai, e ho diciott’anni; prima o poi dovrà capitare. Voglio che sia tu; la mia insegnante… sporcacciona”. Naturalmente, lo disse in senso buono, per scherzare; poi mi chiese: “Mi devo preparare a sentir male… Prof?”.

“Che tenera sei, tesoro; stai tranquilla, che ci andrò con cautela. Incomincerò come prima, con un dito; poi, sentendo come reagisci, entrerò con due, e continuerò fin che ci ti abitui, e così avanti, sino a che avrai un orgasmo vaginale, e non come gli altri, clitorideo”.

“È più intenso?” mi chiese ancora.

“È diverso; tuttavia, dipende da donna a donna; sarai tu, a decidere che cosa sia meglio”.

“E per te, com’è?”.

“Per quanto mi riguarda, mi piace averli entrambi; ma ci sono anche delle altre possibilità molto sfiziose che potrei farti conoscere se continueremo a frequentarci; se ti va, si capisce, perché mai, io ti forzerei ad avere un qualsivoglia tipo di relazione che in qualche modo abbia a pesarti”. Dopodiché chiesi: “Hai degli asciugamani da mettere sopra le lenzuola?”.

“Ora li vado a prendere; ce n’è un armadio pieno”.

Ritornata, li disponemmo per non macchiare di sangue le lenzuola, e lei vi si sdraiò supina, i piedi appoggiati sugli asciugamani, a ginocchia piegate e con le gambe allargate, pronta per essere penetrata da me. Mentre ormai aperta, la mia mano scivolava agevolmente dentro di lei, premendole talvolta il punto G soltanto per farla godere e senza ancora portarla a squirtare, tra i gemiti, lei: “Ho sanguinato molto, Gia? Nella posizione in cui sono non posso vedere”.

Per non interrompere il climax, mentii: “Pochissimo, tesoro”. Meno male che avevo pensato a proteggere le lenzuola, altrimenti, al suo ritorno, la madre se ne sarebbe accorta. Neanche dire, quando uscii dalla casa, che portai con me gli asciugamani, e li lavai a casa mia nella lavapanni; glieli avrei ridati il giorno successivo, e considerata la gran scorta di cui mi aveva accennato, la madre non se ne sarebbe nemmeno accorta».

La Santa Madre: «Come andò a finire, Gia? Dicevi che la sua mamma ti aveva pagato in anticipo per dieci lezioni. Non credo, una volta ritornata, che voi due abbiate avuto il coraggio di scopare ancora a casa sua».

«Infatti, Rashida; non ci ritornai più, a casa sua. Con la bella Laura ci accordammo perché lei venisse a lezione da me; per giustificarlo, alla madre lei snocciolò una frottola che concordammo per non essere scoperte: le disse, poiché la sua scuola era vicino a casa mia, che per lei sarebbe stato più comodo, finite le lezioni, venire a ripetizione da me, dove avrebbe anche pranzato. E così, quando veniva, dopo mangiato, per un’ora facevamo seriamente la lezione, e nell’altra scopavamo come conigliette infoiate. Pensa che la madre insistette per pagarmi un sovrappiù per i pasti, cosa che rifiutai decisamente».

«Figlie mie, i nostri doveri li abbiamo assolti più volte; è tempo che ci si ritiri» dispose la Santa Madre. Poi, mentre si allontanava, volgendo il capo all’indietro, rivolta a Nahed e a Gia: «Voi due, lo sapete che domani vi dovrete confessare? Non s’interrompe l’Amor di sé!».

«Sì, Santa Madre, e non aspettiamo altro che poterci mondare alla prima stazione del santo percorso di sofferenza» rispose Gia, ridendosela dentro.

«Idem» si accodò, laconica, Nahed, lanciandole uno sguardo non propriamente amorevole… (Continua nel romanzo).

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