LEGITTIMA DIFESA.

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 6° della Saga Erotica Lesbo 

che suscita emozioni anche in chi non lo è.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume 6

… ritornata in bici al campeggio, dopo un paio di giorni che me ne stavo lì beata, al mare, insomma, incominciai ad annoiarmi. Già mi frullava per il capo di riprendere il mio peregrinare, quando, verso sera, vedo finalmente arrivare qualcuno: erano due belle ragazze giovani, una mora e l’altra biondissima, con le bici stracariche di bagaglio».

«E poi tu vuoi farci credere che non sei sempre in cerca di fica fresca» la interruppe di nuovo Nahed.

«Ascolta, tesoro; prima d’incontrare Rosina alla masseria, non scopavo da più di un mese, ero stanca di farmi dei ditalini, e dovevo rifarmi del tempo perduto; non per me, credimi, ma per la mia povera Iolanda cui voglio molto bene per le gioie che sa darmi. E quindi, benché di recente non mi fossi fatta mancare nulla con la bella massara, se anche quelle due avessero avuto, che so, quaranta o cinquant’anni, sarebbe stato lo stesso. Purché fossero belline, almeno, s’intende».

«E quelle, lo erano?».

«Per niente. Nel senso che erano delle strafighe; adesso, però, Nahed, lasciami continuare con la storia, altrimenti perdo il filo. Uscita dal camper, vidi che si guardavano un po’ in giro per decidere dove sistemare le loro tende. Quando mi notarono, mi chiesero in inglese: “Ti dispiace se ci accampiamo qui, vicino al tuo camper? Questo posto è così deserto, e non vorremmo che qualche malintenzionato ci facesse una brutta sorpresa. Infatti, siamo già rimaste scottate”.

Naturalmente, non chiesi loro a che cosa si riferissero; oltre a essere prematuro, la tenda ancora da montare, non era neppure il momento adatto. In ogni modo, mie compagne di vita e di piaceri: dispiacermi? Figuriamoci! Con uno dei miei migliori e più invitanti sorrisi, mentendo, risposi: “Oltre al piacere della vostra compagnia, per le stesse vostre ragioni anche a me fa comodo non starmene isolata».

«Perché hai detto “mentendo”, Gia?» chiese Nahed.

Lei sembrò essere spaccona: «Beh, è già quando ho raccontato delle serate al “Trombador”*, che ho spiegato come mi regolo in certi casi».

«E che cosa faresti se qualche testa di cazzo tentasse di derubarti, o peggio, violentarti?» chiese Rashida.

«Amore, come ho già spiegato, mirerei ai coglioni oppure agli occhi, o entrambe le cose. E comunque, viaggiando da sola e percorrendo dei territori talvolta sperduti, specie in Calabria e Sicilia, mi ero premunita».

«Avevi un’arma?» chiese Nourhan.

«Certamente; ma non una pistola oppure un fucile. Portavo con me tre cose; un Taser[1], uno spray al peperoncino, e una micidiale arma d’autodifesa che mi ero costruita da sola per quando andavo per boschi».

«E cioè?».

«Avevo modificato un mono-piede fotografico, un attrezzo che sostituisce il treppiede, inserendo alla sua base un grosso e appuntito scalpello da muratore in acciaio temprato, mascherato da un tubo d’alluminio. Alla sua sommità avevo poi avvitato un blocchetto d’acciaio del peso di un chilo che lo trasformava pure in una micidiale mazza. A vederlo, sembrava un normalissimo mono-piede, ma svitato il tubo d’alluminio, poteva essere usato come un micidiale strumento di difesa e anche d’offesa. Ho dovuto fare così, ossia, camuffarlo da mono-piede, poiché è proibito portarsi addosso delle armi. Infatti, da noi, soltanto i mascalzoni possono circolare armati, mentre la gente onesta deve rimanere indifesa».

«Mitico!» esclamò Nahed, ammirata.

Rinforzata da quel plauso, la donna veneziana: «E a proposito di armi, nel mio bel Paese, quando capita che dei ributtanti farabutti tentino d’entrare in casa d’altri con lo scopo di rubare o violentare, anche se sei in regola con il porto d’armi, se gli spari per difenderti e lo uccidi o ferisci, è probabile che sia tu, a finire in carcere, e non l’infame farabutto; e se sopravvive, oppure se muore e la famiglia si costituisce parte civile, gli avvocati ti spogliano di ogni tuo bene: bella giustizia, no? Ma se invece puoi dimostrare che in una botta d’angoscia, fuori dal lume della ragione, hai usato la prima cosa che ti è capitata in mano all’unico scopo di difenderti, le cose possono mettersi meglio. Allo scopo, sia a Venezia, che al casolare, in camera da letto ho delle mazze da baseball complete di cappellini della squadra degli New York Yankees, di cui mi fingo tifosa, ma che in realtà non cago per nulla. Li faccio passare per degli oggetti d’arredamento appesi alla parete. Ritornando al mono-piede di cui parlavo, con la faccenda di un’esagerata protezione della fauna promossa dagli animalisti più estremi, molto in voga nel mio Paese, dovete sapere che nei boschi di montagna, oltre che incontrare dei farabutti, ormai, non è improbabile incocciare in un orso oppure in un lupo, e avere con me quell’attrezzo, mi fa sentire sicura».

«Un orso è grosso e forte, Gia; veramente, tu credi che si farebbe impaurire da una lancia o da una mazza?» osservò Rashida, scettica.

«Dipende dalla tecnica che usi».

«E sarebbe?».

Se sei attaccata da un orso, non devi scappare, perché ti raggiungerebbe e sbranerebbe; quel che devi fare, è di accucciarti e di mantenere poggiata a terra la lancia. Quando arriva l’orso e sta per caricare, lesta, tu devi sollevare inclinata la lancia in maniera che l’orso s’infilzi grazie al suo stesso peso. E quindi, devi correre; molto: superare il record mondiale dei cento metri piani anche se sei in salita. Comunque, non è detto che così tu possa salvarti la pelle: potrebbe scoppiarti il cuore» terminò, scherzando.

«Dov’è che hai imparato queste cose, Gia?» chiese, non più scettica, Rashida.

«Da nessuna parte; come dice sempre il mio caro Maestro, la conoscenza sta intorno a te, basta che tu la sappia vedere e farla tua».

«Citi sempre il tuo Maestro, Gia; come mai?».

«Beh, ve ne avevo già parlato a lungo; comunque, è strano: pur non essendo legati che da una profonda, sincera intesa e amicizia, non so come, ma lui è riuscito a infondere in me la sua conoscenza, esperienza, e saggezza, ossia, ciò che mai ha potuto fare con chi gli era più vicino. Per questo, io lo porterò sempre nel mio cuore. Ragazze, qui si svicola! Mi sembra che si stava parlando d’altro; ossia, di gnocca».

«Hai ragione, Gia, per favore, riprendi con la storia».

Dove eravamo arrivati? Ah, sì; a quando mi hanno… (Continua nel romanzo).

[1] Taser, acronimo di Thomas A. Swift’s Electronic Rifle, è un dispositivo classificato tra le armi da difesa «meno che letali» che fa uso dell’elettricità per paralizzare i movimenti del soggetto colpito facendone contrarre i muscoli. In italiano è anche nota come “pistola elettrica”, “storditore elettrico” o “dissuasore elettrico”. Fonte: Wikipedia.

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