ADORAZIONE.

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 6° della Saga Erotica Lesbo 

che suscita emozioni anche in chi non lo è.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

MultiIcona 1 Atto 5

… Nourhan riprese a raccontare; e intanto per la mente di Gia scorrevano le immagini di un’altra splendida ed estenuante vacanza al mare da loro trascorsa in seguito; era come se, con quella reminiscenza, lei stesse rievocando con delle inflessioni, talvolta liriche, i felici momenti passati insieme con la moglie…

È ormai lontano nel tempo, ma, come se fosse ora, la memoria di quei dolci momenti è presente in me; è il ricordo di quella mattina, quando, eccitate come due bambine alla scoperta di un nuovo gioco, nell’assolata spiaggia dal mare di smeraldo, irresistibile, s’impadronì di noi la voglia d’amarci.

C’era folla quel giorno, ma l’altra gente, noi, neanche la vedevamo; ci sentivamo da sole in quella spiaggia, noi. Il desiderio, l’una dell’altra, si fece a poco a poco irrefrenabile, e solo quel mare, ci poteva essere complice, aiutarci nel delirio che progressivamente, inesorabile, ci assaliva. E ci fu amico, quel mare, che nel profondo del suo mistero registrò la nostra passione.

Impazienti, ci levammo da lì distese, e, mano dell’una a stringere quella dell’altra, corremmo incontro a quell’acqua a noi connivente sino a dove essa poteva nasconderci il corpo agli occhi della gente. Con una determinazione che non le avevo veduto mai, Nourhan s’immerse sotto il pelo di quel mare, e giocando, mi sfilò la mutandina del costume; mentre l’altra sua mano stringeva con decisione un mio gluteo, lei incominciò a esplorarmi furiosamente nel grembo. Affogata nel mio orecchio, la sua bocca mi sussurrò: «Voglio prenderti qui, adesso! Ti desidero, Gia; devo averti ora… non l’abbiamo mai fatto in mare».

Allora, ci spostammo un po’ più lontano, dove non c’era nessuno nelle vicinanze e dove l’acqua era più profonda, ma non tanto da sommergerci il capo. Con noncuranza anche lei si tolse lo slip; giacché, per buona sorte, dalle nostre parti prendere il sole in topless non porta scandalo, il reggiseno già l’avevamo abbandonato sul bagnasciuga.

Predone, le nostre mani furono finalmente libere d’esprimere il nostro comune desiderio; sotto quella coltre liquida, noi fummo libere di prendere possesso l’una del corpo dell’altra, toccandoci, stringendo furiosamente i corpi ignudi, sfregando la nostra carne soavemente sdrucciolevole, mentre le nostre bocche, con le lingue che si cercavano e s’intrecciavano, non ne volevano sapere di staccarsi.

Chi da lontano ci stesse osservando, avrebbe pensato che noi fossimo occupate in un gioco scherzoso; ma neanche ce ne fregava, che qualcuno scoprisse in che cosa noi veramente eravamo intente.

Fu tanto piacevole possederti anche così, Nourhan, amore mio. Quel mare asciugava istantaneamente il sudore dei nostri corpi, ed era delizioso, percepire la nostra pelle scivolare leggera l’una sull’altra. Un solo rimpianto mi rimane: a causa delle inopportune e invariabili leggi della fisica, di non essere stata in grado d’esplorare il tuo grembo salato anche con la mia bocca. Se non con quella, le mie mani e tutto il mio corpo ti resero felice; e anche tu mi tributasti tanta gioia, soave amore mio.

Nonostante il tuo proponimento, noi capimmo che, sia tu che io, non volevamo raggiungere l’orgasmo; non ancora, non là, e non in quel modo. Il pensiero di ciò che di migliore ci sarebbe potuto essere più tardi, c’infiammò il cuore e i sensi. Quelle giocose e maliziose carezze che ci scambiammo nell’acqua non ci bastarono, e non dovemmo neppure dircelo: ci prese una frenesia incontrollabile, e come due pazze scatenate, ridendo, mano dell’una in quella dell’altra, dopo esserci rimessi gli slip, uscimmo dall’acqua e corremmo a rifugiarci nell’intimità di quel bungalow che ci fu complice, e affabile protettore.

Ricordo l’emozione che mosse i miei pensieri, oltre al mio corpo. Pensai: «Finalmente siamo qui, dove questa lieve penombra ci ripara dagli sguardi indiscreti di chi non ci permette d’essere come noi sempre vorremmo, in ogni luogo, in ogni momento, in ogni modo».

Ora siamo qui, amore mio: tu ed io, al sicuro, libere d’amarci come il nostro cuore ci dice di farlo, d’ascoltare e assecondare l’urlo della passione che sempre sconvolge i nostri sensi, ma che vicine l’una all’altra, si scatena violenta e indifferibile.

Adesso, amore mio, ti sei allontanata da questa grande stanza che senza di te mi sembra essere meno di un deserto arido; sei entrata nella sala da bagno, amore. Mi hai sussurrato che ti saresti andata a preparare, a farti bella e desiderabile per me. Tu lo sai, che non ce ne sarebbe stato bisogno, non è vero? Tale, tu lo sei sempre.

Hai scordato la porta aperta, e irriguardosa, osservo nello specchio: la tua sublime visione mi appare, rapendomi e sconvolgendomi; mi attrae, mi esalta nei sensi e nella fantasia, e mi legittima a prendermi l’ambito permesso di violare le tue più personali intimità, amore mio dolcissimo.

Ti osservo incantata: seduta su quella bianca tazza di lucente porcellana, le gambe brune lievemente divaricate, il busto eretto, lo slip da bagno teso tra le caviglie… ah, tu, immagine sublime! In qualunque postura o situazione in cui il tuo amato corpo si trovi a essere, tu sai sempre essere bella, elegante, e fiera. E tu non lo sai, crudele amore mio, che mi stai trasmettendo un’emozione senza pari: quanto vorrei essere io, quella tazza, vita mia, per accoglierti dentro di me anche così. Mi manca il coraggio, però; non sono certa che tu possa accettarmi volentieri nella tua intrigante, segreta, e splendida intimità.

Ora ti sei rialzata, sei di fronte allo specchio e ti spazzoli i meravigliosi, lunghi, capelli corvini che incorniciano preziosamente le tue ambrate spalle brune, e l’armoniosa tua schiena; io non posso rimanere oltre in attesa di te: timida di violare la tua intimità, ma ansiosa di cogliere la delicata morbidezza e il tepore della tua carne bruna, io mi avvicino. Riflessa nello specchio, tu mi vedi arrivare, e da quello, mi guardi negli occhi: e la comprendi, la febbre che mi possiede, amore. Tu lo sai, che è febbre di te.

Dal tuo sguardo impertinente e spudorato, io capisco che mi hai scoperta mentre ti spiavo; ma esulto, quando comprendo che non mi rimproveri, e non mi porti rancore. Perfido amore mio, sapendo che non avrei resistito, l’hai lasciata aperta apposta, quella porta; non è vero? Ora mi pento d’essermi comportata da pusillanime: quanto sarei rimasta inebriata dal suggerti, mia gioia, felice d’assaporare anche quella tua adorata, aurea delicatezza; per dopo, finalmente placata la mia sete di te, amorevolmente tergerti dalle residue gocce. Ma per mia disdetta, a godersi le tue perle è stata invece quell’indegna tazza.

Ora la tua immagine nello specchio non lascia per un attimo i miei occhi puntati nei tuoi; e mi sorridi, mia gioia. Nel tuo sorriso scorgo, o forse m’immagino di riconoscere un’ombra di rimprovero per la mia mancanza d’ardimento: avrei dovuto essere audace. Rassicurati però: ho appreso la lezione, e mai accadrà, nel futuro, che io mi perda nelle mie insicurezze quando, in qualunque modo sia, la brama d’averti accenderà, furioso, il mio desiderio.

Ti guardo, amore; e quel tuo sorriso, ogni volta come se fosse la prima, m’incanta, mi stordisce. Esso annulla la mia persona, che vorrebbe fondersi nella tua, fare della tua carne la mia, essere dentro di te con tutta me. Mi perdo in quei tuoi grandi occhi di porcellana, che scuri come la notte, eppure appaiono tanto luminosi quando tu mi sorridi. Mi basterebbe poter affondare per sempre i miei occhi nei tuoi, ed io non chiederei altro alla vita.

La tua bellezza mi emoziona e mi commuove, ma mi faccio ardita, questa volta: sì, mi avvicino a te. Garbata, io ti levo quella spazzola indegna di toccarti, e una delle mie mani si perde nella leggerezza dei tuoi lunghi, soffici, e quasi impalpabili capelli nerissimi. Non è possibile narrare l’emozione che mi prende scorrendo la fluente cascata che ricade a incorniciare le splendide, larghe spalle abbronzate e il tuo torso. É con un’armonia più alta della perfezione, che esso si raccorda ai tuoi fianchi prodighi, che tanto mi affascinano, e che ti sono stati dati per quella danza, unica, che la tua cultura ti ha tramandato, e che tu, quando i nostri ventri si baciano, balli solo per me. Sono i tuoi fianchi, amor mio, che l’altra mia mano non può esimersi dallo sfiorare, leggera, in una lunga carezza».

Riflessi nel grande specchio i tuoi occhi perseverano a non lasciare per un attimo i miei; ammaliante, il tuo sorriso non mi abbandona, e m’invita a te: mi richiami come un fiore attrae un’ape, amore mio. Tu ti rinserri le braccia al seno, come a invitarmi ad abbracciarti; ed io, amore, l’accetto, quell’invito: ora, il mio coraggio ha preso il sopravvento sull’emozione che il tuo corpo nudo, splendido e arrendevole, mi scatena.

Le mie labbra si poggiano sulle tue spalle, ed io ti bacio, mia gioia infinita; poi, trepide e tumide, si portano al tuo collo, dietro all’orecchio, e ti baciano ancora. Tu hai un brivido, e lo trasmetti al mio corpo, che ti aderisce come la buccia combacia al frutto acerbo. I tuoi occhi continuano a guardarmi e a provocarmi attraverso lo specchio: lo so, amore, vuoi riempirti l’anima di quella tenera immagine di noi, amorosamente trepidanti nell’attesa di goderci la carne l’una dell’altra. È sublime quell’immagine, amore: oltre che il mio cuore, rapisce anche i miei occhi.

Indegnamente timida e inoperosa sino allora, l’altra mia mano finalmente trova l’ardire di cogliere il tuo ambito, polposo e succulento, frutto; amabilmente, ti ghermisce al ventre. Hai un sobbalzo, ed io ti sento, forte, nel desiderio del mio grembo. Poi ti volgi a me, mi guardi negli occhi: decise, le tue labbra si appropriano delle mie, e lo trovi tu, quel coraggio che, impedita dall’emozione, io non so prendere. Mi baci con passione, con ardore, mentre, in una profferta irresistibile, spingi forte il ventre ad avvertire, deciso, il tocco malizioso della mia mano curiosa di scoprire il madido segno dell’emozione che ti sortisco.

Dopo quel lungo bacio, mi prendi la mano nella tua, e, guardandomi negli occhi, mi parli con lo sguardo: non servono le parole tra di noi, amore. Ti seguo su quel grande letto freddo che aspetta, impaziente, il calore che la nostra febbre non mancherà di conferirgli.

L’espressione di Nahed era sognante, quando chiese a Gia: «Perché non dedichi anche a me una cosa tanto bella, poetica?».

Lei rimase sconcertata, e si vide anche sul suo volto. Dentro di sé…

Son desta, oppure sto sognando? Ho capito bene? Questa, non è la prima volta che capita: che cos’è, mi legge nel pensiero?

Insicura sul significato di quanto aveva udito dirle, chiese: «Di che stai…  (Continua nel romanzo).

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