AMO IL PESCE FRESCO, E NON MENO, I FRUTTI DI MARE.

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 6° della Saga Erotica Lesbo 

che suscita emozioni anche in chi non lo è.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

MultiIcona2 Atto 5°

… in una di quelle gite, non verso un’isola, ma a Chioggia, sul vaporetto notai una giovane ragazza sui vent’anni che attirò la mia attenzione non soltanto per il bel volto e per la sensuale espressione, ma soprattutto per com’era vestita: un orrendo camicione in grezzo cotone dalle maniche lunghe abbottonate sui polsi, una sciatta gonna, anch’essa dello stesso tessuto, che le arrivava sino alle caviglie. I capelli biondi, raccolti in uno chignon, mostravano l’attaccatura a un lungo collo che avrei percorso molto volentieri con le mie labbra. Sotto, a giudicare dal volto, si capiva che doveva avere una carnagione chiarissima, più ancora della mia. Siamo donne, e non abbiamo bisogno di guardarci nude per capire come siamo: un sedere da opera d’arte scultorea, e delle tette, che pur compresse dal reggiseno, intraprendevano una spiegata diatriba con il camicione.

Il mio animo samaritano, che più appropriato sarebbe tradurre con “ficaiolo”, decise di occuparsene; con tatto la abbordai: “Io sono Gia; bella giornata, vero? Ti va se scambiamo qualche chiacchiera? Il viaggio non è breve, e così non ci annoiamo. Inoltre, se qualche maschietto si è messo qualcosa in testa, vedendo che siamo in due, si fa passare i bollenti spiriti”.

«Gia, ma com’è che riesci ad essere sempre così creativa, disinvolta nello stabilire dei rapporti?» chiese ammirata Rashida, la quale, anche per la sua professione di docente universitaria era capace a parlare, certamente; ma non a improvvisare in situazioni che non fossero accademiche.

«Amore, basta comportarsi come ci si sente d’essere in un determinato istante, e soprattutto liberarsi della paura del rifiuto. Per farti un esempio, se incontri una che ti piace, non devi esitare ad affrontarla, per esempio in questo modo: “Piacere; io sono Gia. Ascolta; se non sei già impegnata, voglio dirti che mi piaci, e se vuoi te la dò”.

«Così? Bruscamente esplicita, Gia?».

«Certamente; come ben sai, a noi donne non dispiace essere sorprese. Inoltre, in questo modo passa un doppio messaggio: le fai capire di che pasta sei fatta, e che lei t’arrapa.

Certo, lo puoi fare soltanto se sei sicura di te; insomma, se sei una gran figa, perché in questi casi è l’abito, a fare il monaco… o per meglio dire, quel che c’è sotto gli abiti».

«Lo capisco, ma tirare in ballo la faccenda dei mosconi che ronzano d’intorno, richiede anche una gran fantasia, oltre che dei riflessi pronti; ti ammiro davvero molto. Scusami se ti ho interrotta; se vuoi, continua».

«Grazie, Madre; bene, dicevo… la sua reazione fu positiva, perché mi rispose: “Io mi chiamo Assunta; e forse è un segno del destino”.

“Come mai?” chiesi.

“Mi trovo in un momento in cui devo prendere una decisione molto importante; infatti, sto andando a Chioggia, a casa dei miei a comunicare loro che intendo prendere i voti”.

Ragazze! Se dapprima il mio obiettivo si limitava a prendermi la sua gnocca, a quel punto ebbi una ragione in più: se fossi riuscita a dissuaderla, non avrei privato il mondo di una bella figa, guadagnandomi così il Paradiso per la buona azione fatta».

Una risata delle altre la incoraggiò a continuare; seguitò: chiamandola per nome allo scopo di stabilire una certa familiarità che mi sarebbe stata utile, le dissi: “Assunta, non voglio forzarti, ma sarei curiosa di sapere come mai sei arrivata a una tale decisione. Vuoi parlarne?”.

Anche lei lo fece: “Vedi, Gia, ho poco più di vent’anni, ed ho avuto qualche esperienza sentimentale che, mi capisci, non è stata soltanto tale; le delusioni che ne sono seguite mi hanno fatto pensare che forse l’amore più grande io lo possa avere soltanto da Dio”.

“Da quel che dici, mi sembra di capire che tu sia stata delusa da qualche fidanzato. Se ti va, io so ascoltare” andai prudente, per non farla rinchiudere a riccio.

“Ascolta, Gia; non so perché, ma sento che con te posso parlare, e confidarmi… insomma, non è soltanto l’amore per Dio, che mi muove”.

“Se me ne vuoi parlare, sappi che io non amo giudicare”.

“L’altr’anno ho dovuto abortire, Gia; e questo mi ha fatto sentire in colpa, condizione in cui ancora mi trovo. Perciò, voglio espiare rinchiudendomi in un convento, lontano dagli uomini, sperando che un giorno o l’altro il Signore mi perdoni per quella vita che portavo in grembo cui non ho permesso di nascere. Inoltre, mi sento colpevole anche verso i miei genitori; il mio nome, Assunta, è meridionale, e tu puoi capire come reagirebbero se conoscessero la mia storia recente. Per nascondere loro il mio stato, ho dovuto mentire, raccontando d’esser stata trasferita temporaneamente per lavoro”.

Ma lo capite, sorelle mie? Non soltanto qualche mascalzone l’aveva messa incinta inducendola poi ad abortire, ma a causa del sistema in cui viviamo, lei si è dovuta pure sentire in colpa! E di là del trauma dell’aborto, nemmeno il conforto dei suoi cari, la poverina ha potuto avere. Ora: se dei genitori non servono a capirti, a consolarti, a proteggerti, ditemi voi, che cazzo di famiglia è?

Se fossi stata me stessa, avrei reagito con furente indignazione, ma non volevo che il clima di fiducia che si era stabilito tra noi mutasse in senso negativo. Rimandai ad altro momento la mia reazione. Chiesi: “Vuoi parlarmi un po’ di te, della tua vita? Che fai, studi? Lavori? E dove abiti, a Venezia, oppure a Chioggia, o altro? Manca un’ora all’arrivo, e perciò ne abbiamo il tempo”.

Insomma, dopo aver parlato del più e del meno, seppi che lei lavorava come cameriera in una nota catena di fast food, a Venezia, e che desiderando essere indipendente, invece che ritornare a Chioggia ogni giorno, si era presa un appartamentino in affitto a Venezia, e come potete immaginare, nella mia città gli affitti sono molto alti, tant’è, che pagato quello, le restava ben poco del suo stipendio.

Infine, tra una chiacchiera e l’altra, giungemmo a Chioggia. Al momento di salutarci, io le strinsi una mano, e lei, guardandomi con quegli occhioni, mi mormorò: “Gia, sono  contenta d’averti incontrata; è strano per due che si sono appena conosciute, ma mi dispiacerebbe che ci salutassimo qui”.

Comprendendo la sua situazione, non soltanto per portarmela a letto, ma mossa, diciamo, da carità cristiana, provai il desiderio di prendermi cura di lei. Le dissi: “Ascolta, tesoro; adesso io ti farò una proposta che non potrai rifiutare: perché non vieni a vivere da me? Il mio appartamento non è grande, ma è più che sufficiente per starci comode in due”.

I suoi occhi s’illuminarono: “Davvero, dici? Ci siamo appena conosciute, e a malapena tu sai chi io sia”.

A fronte del suo imbarazzo, per alleggerire la situazione, allegramente reagii con una battuta: “Allora, dimmi… qual è secondo te un tempo giusto affinché due persone possano decidere di condividere un appartamento? Una settimana, un mese, un anno, una vita; e anche quell’altra che dicono verrà?”.

In una risata mi rispose: “Sei unica, Gia; grazie. Ma dimmi, perché lo fai?”.

Era giunto il momento d’essere chiari quanto espliciti, anche per evitare dei fraintendimenti con conseguenti paturnie: “Perché mi piaci, amore. E non soltanto per il bel corpo che ti sforzi di nascondere sotto gli stracci con cui ti sei agghindata pensando così di castrare la tua femminilità. La tua pelle di pesca non se lo merita”.

“L’avevo capito, sai, che ti piacciono le donne, Gia; ma io non sono lesbica. Inoltre, ho deciso di darmi alla castità”.

“Tesoro, la carne mortificata grida vendetta, e se non la compiaci, lei ti punisce facendoti ammalare giacché gli ormoni hanno bisogno di sentirsi in equilibrio. In quanto alla questione che non ti senti lesbica, lo diverresti comunque, gioia mia; e non appena metteresti piede in un convento.

Come credi che si arrangino da quelle parti per il sesso? La differenza sta nel fatto che lì non potresti scegliere, e magari saresti costretta a leccare la fica rinsecchita di una Madre Superiora di più di sessant’anni. Allora, che decidi? Sappi che non ti chiederò nulla in cambio, e neanche di fare sesso con me; se non sarai tu a volerlo, si capisce”.

“Hai un gran cuore, Gia; accetto volentieri, e apprezzo molto che tu non mi chieda nulla in cambio”. Dopo una pausa, guardandomi negli occhi, seguitò: “E comunque, chi è in grado di leggere nel futuro? Mai dire mai, si dice; non è vero? Ascolta, se non hai delle cose importanti da fare a Chioggia, verresti con me, a pranzo dai miei? Mio padre fa il pescatore, e in casa non manca mai il buon pesce, né i frutti di mare assolutamente freschissimi. In pratica, a parte il pane, gli spaghetti e i pomodori, in casa non c’è altro da mangiare. Comunque, stai tranquilla, perché mia madre sa cucinare il pesce meglio di chiunque altro”.

La mia generosità si prendeva un compenso anticipato; come sapete, care sorelle, io amo moltissimo il pesce e i frutti di mare, soprattutto perché il loro profumo mi ricorda la passera… e non mi riferisco soltanto a quella di mare. Risposi: “Tesoro, sono venuta a Chioggia proprio per acquistare del pesce fresco; ma se pranzo da te, non mi serve più».

Intervenne Nahed, che fintamente crucciata, in realtà desiderava estorcerle un inverecondo complimento: «Dicevi che ti piace il pesce perché profuma di fica; la mia patatina, però, profuma di lavanda, Gia; mi dispiace».

«A parte la questione che tu sai bene quale sia l’effetto che mi fa il tuo profumo di lavanda, in realtà, anche tu hai un retrogusto, come definirlo… ittico?» la burlò lei.

«E ti piace, Gia?» chiese, facendo la smorfiosa.

«Mi sembra d’avertelo dimostrato a profusione, tesoro».

Era giunto il momento adatto per togliersi un sassolino dalla scarpa, e Gia ne approfittò: «Per ritornare alla storia, Assunta non mi aveva prospettato in maniera completa quel che a pranzo avrebbe deliziato il mio palato, poiché oltre a quanto elencato, c’era pure dell’ottimo, fresco vinello bianco, che devo dire la verità, qui all’Oasi incomincia a mancarmi moltissimo».

Le tre donne arabe non commentarono, e visto vanificato il suo tentativo, Gia continuò con il racconto.

«Per convincermi ad accettare l’invito a pranzo, Assunta seguitò: “Con te vicina, mi sentirei protetta da me stessa, ed eviterei di sbottare in lacrime in una confessione”.

Sapete, oltre che passare il tempo a godermi la bella giornata di sole, ed acquistare del pesce fresco dalle barche dei pescatori, non avevo altro da fare, per cui acconsentii. A pranzo a casa dei suoi, tra una portata di buon pesce ed un eccellente bicchiere di fresco vinello che mi deliziò il palato…».

Rashida la interruppe; con fare gioviale, tuttavia fu diretta: «Gia, l’abbiamo capito; non mica siamo sceme». Dopodiché, rivolta a Nourhan: «Vediamo come si può comporre questa questione; riguardo a questo, come vi regolavate a Venezia?».

«Beh, durante il desinare Gia non si faceva mancare uno o due bicchieri; e in tutta franchezza devo riconoscere che non ha mai esagerato, tant’è, che baciandola, mai ne ho sentito l’odore».

«E dunque, a quale compromesso potremmo giungere? Non vorrei che vedendo Gia bere del vino, a qualche altra di voi due venisse in mente di provarci, e così peccare».

Parteggiando per lei, mise bocca Nahed: «Senti, Gia; sarebbe proprio durante i pasti, quando siamo insieme, che tu vorresti bere? Perché, da com’è chiaro, la preoccupazione di nostra Madre sta proprio in questo».

Lei comprese che un compromesso sarebbe stato infine possibile: «Beh, se sino ad ora ho bevuto soltanto durante i pasti, potrei prendere l’abitudine di berne un calice per aperitivo, per poi, a pranzo, bere soltanto dell’acqua, o del tè alla trigonellina, così come siamo abituate a fare». Dentro di sé pensò…

Magari per accompagnare un grissino avvolto da del buon prosciutto di San Daniele. Ma è meglio che neanche nomini il maiale, altrimenti potrei perdermi anche il vino. Come spesso mi capita di pensare da quando sono qui, gli unici suini ammessi siamo noialtre maialine. Nel caso la faccenda andasse a buon fine, vorrà dire che mi accontenterò di qualche sfizioso crostino guarnito con salsetta al pomodoro e rosmarino. Dio! Sono talmente vogliosa, che inconsapevolmente ho fatto persino la rima.

La Decana: «Dimmi, Gia, che capacità ha una bottiglia di vino?».

«Se è DOC, di solito è di sette decimi, ossia, settecento millilitri».

«E un calice, quanto ne contiene?».

«Beh, un flûte, poco meno di duecento».

«E quindi, se faccio bene il calcolo, con una bottiglia se ne riempirebbero poco meno di quattro bicchieri. E dunque, figlie mie, dopo avere ascoltato, ecco la mia decisione: la prossima volta che ci recheremo in città per acquistare quanto ci serve, prenderemo anche qualche cassa di vino; ovviamente, sarà Gia a sceglierne il tipo.

Giunte all’Oasi, lo gestirò io stessa, chiudendo a chiave l’armadio in cui lo conserveremo; consegnerò a Gia non più di due bottiglie a settimana, che lei terrà in fresco da qualche altra parte che soltanto lei conoscerà, e non nel frigorifero della cucina. Questo, per evitare tentazioni sue, o di altre, me compresa. Ed ora, se non ti dispiace, Gia, riprendi con il racconto, che ci sta avvincendo moltissimo».

Cazzo! Proprio con il bilancino! Neanche si trattasse di una medicina. Nessuno le ha mai detto che negare significa aumentare la voglia? Non è certo che io abbia intenzione d’ubriacarmi; ma così mi fa sentire come una drogata in una comunità di recupero. In ogni modo, qualcosa porto a casa, e quindi, accontentiamoci.

Minchia, voglio bene a Rashida, e pure l’ammiro; ma quando fa così, un po’ la odio. Capisco, che si senta investita del ruolo di Decana, e che avverta il dovere di non scordare la sua fede musulmana; ma un po’ di tolleranza, perbacco, potrebbe pure averla! So di musulmani, in Italia, che si strafanno di carne di maiale, e che si prendono la scuffia ad ogni fine settimana! Se si comportasse così anche riguardo al sesso, qui, neanche si scoperebbe più!

Quand’ebbe finito di rammaricarsi per conto proprio, riprese a raccontare: «A pranzo, dopo avere messo i suoi a parte della decisione presa, questi si mostrarono molto contenti, anche perché, oltre ad avere trovato un’amica più grande di lei che l’avrebbe potuta consigliare al meglio per rimanere sulla retta via, la figlia sarebbe stata affrancata dal pagare un affitto.

Che io fossi femmina, fu per loro dirimente, poiché, meridionali amovibili dalle loro tradizioni, mai avrebbero accettato che Assunta convivesse con un uomo. Si mostrarono talmente felici, che ci fecero promettere di andare da loro ogni domenica a pranzo; e così facemmo. Al momento di andarcene, poi, ci caricarono una borsa frigo colma con non meno di quattro chili tra pesce e frutti di mare… cosa che io gradii moltissimo; Assunta fu meno contenta, poiché, da quando era nata, a casa sua non si era mangiato altro che del pesce.

Giacché gliel’avevo promesso, con la giovane ragazza io ci andai piano, e non la forzai sino a quando non fu lei a chiedere. Naturalmente, in una casa tanto piccola, era normale vederci nude, e…».

Come spesso faceva, in cerca di particolari che l’eccitassero, anche questa volta Nahed la interruppe: «Era figa, Gia?».

Lei capì di che cosa la ragazza andasse in cerca: «Era graziosa, sì, Nahed. Il vestito che indossava il primo giorno non le rendeva giustizia; biondissima, grandi occhi azzurri su un volto angelico, le sue tette erano da sogno. Di pelo biondo chiaro, la prima volta che scopammo, tra le cosce aveva una selva piuttosto fastidiosa; ma poi, su mia esortazione, lei si fece depilare completamente, e così potei gustarmi meglio la sua gonfia e pulsante patatina».

«Adesso sì, che andiamo d’accordo, Gia; continua, dai, che cercherò di farmi venire anche con questa tua storia».

«Dicevo, sino a quando il ghiaccio fu rotto, ossia fino a quando trombammo per la prima volta, io avevo sistemato una branda per lei nella stessa mia stanza da letto. Sapete, sarà stato per la mancanza di sesso, oppure perché le piacevo, ma una sera, già addormentata, sentii un corpo caldo accanto a me, e una voce suadente che mi diceva: “Senti, Gia, che prima o poi le cose dovessero andare a finire così, entrambe l’avevamo capito; e quindi, perché stiamo a perdere tempo? Su quel lettino che mi hai preparato non si dorme male, ma si sta meglio qui, nel letto matrimoniale”.

“Cara, come sei dolce” risposi, infilando una coscia tra le sue.

“Gia, io non ho mai fatto sesso con una donna, e non vorrei deluderti. Aspetto che mi dica tu che cosa devo fare”.

“Tesoro, stai tranquilla, che guido io. Comunque, è facile; immagina che cosa ti piacerebbe che io facessi a te. Intanto, se ti va, baciami”.

Ragazze mie, la sua bocca era un burro, e sapeva baciare da dio; e inutile che io scenda in particolari, non vi pare?». Osservando Nahed occupata ad ascoltare e intanto masturbarsi, fu una vena di divertita perversione, a indurla a interrompere il racconto proprio quando questo si andava facendo più arroventato.

«Lo fai apposta, Gia?» irruppe lei, affatto diplomatica. E seguitò: «Stavo entrando in un’onda in cui mi fluttuavo nel piacere, e tu ti sei interrotta proprio sul più bello; lo capisci o no, che sono proprio i particolari a interessarmi? Insomma, l’hai capito da tempo, ormai, che io sono morbosetta. Ma non fa niente, continua, dai; vuol dire che aspetterò la prossima».

«La prossima… cosa?».

«Trombata, no? Che altro mai!».

Non era soltanto nell’aspetto, che lei sembrava essere una ragazzina, ma anche nei modi e nelle motivazioni. La sua fresca spontaneità la incantava, e avrebbe voluto interagire con lei; ma per rispetto delle altre donne, Gia riprese con il racconto: «Interessante fu quando la portai a visitare il mio casolare per trascorrevi un weekend. A casa talvolta ci sculacciavamo, ma temendo che non la prendesse bene, io non le avevo ancora raccontato nulla riguardo ai dolci supplizi erotici che tanto noialtre amiamo. Ormai, però, era tempo di mettere le cose in chiaro; giunte in cantina, osservandone l’attrezzamento, lei: «Sei forse sadica, Gia? Devo spaventarmi?».  Se le parole furono quelle, così non fu per il tono che usò, né per l’atteggiamento, che non si mostrò per nulla sconvolto oppure sdegnato. Potete immaginare che cosa le risposi; messe le cose in chiaro su tale punto fondamentale, poi tutto filò liscio, tanto, che una sera, mentre la stavo fustigando, lei si sentì di dire: “Fare sesso anche così, Gia, oltre che godermela, se mai ho peccato, posso espiare”.

Insomma, il nostro rapporto filava rotondo e piacevole, tanto, che oltre a scopare e divertirci con la frusta, in quel periodo in cui siamo state insieme, io l’ho pure incoraggiata a crescere. Una sera, esauste per la reiterata ginnastica da letto, l’affrontai: “Ascoltami bene, amore; conti di fare la cameriera per tutta la vita?” chiesi.

“E che altro potrei fare, Gia? Ho studiato soltanto al liceo, e non ho nessuna specializzazione. Il mio CV si limiterebbe a un rigo”.

“E perché non ti prendi una laurea? Una di quelle che ti permettono d’esercitare una professione, però” la incalzai.

“E come faccio? Devo stare in piedi per otto, nove ore al giorno, quando ritorno a casa sono distrutta, e se voglio scopare con te, prima devo riposarmi almeno per un’ora. Meno male, carina come sei, che di solito sei tu a preparare la cena, se non addirittura a portarmi al ristorante”.

“Tesoro, qui c’è la tua Gia che vuole prendersi cura di te; un tetto già ce l’hai, da mangiare pure, e perciò licenziati. Vorrà dire che quando finiranno i soldi della liquidazione, ci penserò io a coprire le spese per le tasse universitarie, i libri, eventuali oneri sanitari e quant’altro ti dovesse servire per vivere decorosamente”.

Si commosse; con le lacrime agli occhi, chiese: “Perché faresti questo per me?”.

“Tesoro, non sarebbe un regalo; tu mi dai tanto, e non sto parlando della fica, ma della tua fresca e spontanea compagnia, che non mi fa sentire sola e che mi rende felice… per non menzionare gli avvincenti supplizi cui ti sottoponi per amor mio, che sopporti con gioia e senza farmi pesare le tue sofferenze”.

“Sei forse innamorata di me, Gia?” mi chiese, credo, sperando che io assentissi.

“Neanche per sogno, amore; e ti dico di più: se tu dovessi incontrare qualcuno, uomo o donna che fosse, per quanto mi riguarda, tra di noi non cambierebbe nulla”.

“Uomini, dici? Dopo l’aborto, non ne voglio nemmeno sentirne parlare! Con te, mia Gia, il sesso è così gioioso, fantasioso; e soprattutto sicuro. In qualunque maniera noi si scopi, oltre a piacermi, dimmi, come potresti mettermi incinta?”.

“Brava, mio tesoro; hai colto i concetti essenziali. Una condizione, comunque, te la pongo: io odio le donne problematiche, quelle che pensando di possederti, ti rompono la minchia da mane a sera. E perciò, promettimi che rimarrai come sei, dolce e per niente rompiballe”.

Sorridendomi grata, lei scherzò: “E come potrei, non mica ce l’hai, tu, la minchia. Mia Gia, a parte gli scherzi, io non finirò mai di ringraziarti; e non soltanto per quello che mi hai dato e continui a darmi, ma perché mi hai liberata dalle due cose più orribili che offuscavano la mia vita: il senso di colpa per aver dovuto abortire, e gli uomini. Insomma, io non sono in grado di vedere nel futuro; però, di una cosa sono certa: anche se non sei innamorata di me e se non staremo mai insieme come una coppia, sappi che la mia fica sarà sempre tua, così come il mio culetto, contento di prendersi le tue amorevoli frustate”.

Insomma compagne mie, andò a finire che, filando d’amore e d’accordo, senza nulla farci mancare nei fine settimana in cui ci dividevamo tra Chioggia a pranzo dai suoi, e il casolare a fornicare, tre anni più tardi lei si prese a pieni voti una laura triennale in infermieristica, e una settimana più tardi fu assunta con regolare contratto a tempo indeterminato da una importante clinica privata di Mestre. E così, rendendosi utile a chi ne ha più bisogno, gli ammalati e gli anziani, poté pure esaudire il latente bisogno d’espiazione… che se non avesse incontrato me, avrebbe scontato in uno squallido convento di clausura».

«Gia, grazie; è una storia bellissima. E hai pure compiuto una buona azione; fosse soltanto per questo, te lo meriti proprio, il vino che hai chiesto» si complimentò Rashida mentre gli occhi di Nourhan esprimevano orgoglio per la moglie.

«Gia, quanti anni avevi allora?» chiese Nahed.

«Boh, non ricordo esattamente; credo intorno ai ventisette, ventotto».

«Però, lei venti e tu ventotto, te le trovi sempre giovani, eh? Ti piace la carne fresca… come la mia, Gia, confessalo». Non aveva ancora finito di sfotterla, perché continuò: «Senti, a me sembra che tu abbia una predilezione per le monache; questa è la seconda avventura che ci hai raccontato su di loro. Che sia un inconscio bisogno di trascendente?».

«Nel caso, sarebbe un bisogno di pura fica, tesoro; in ogni modo, io non guardo alle monache che sono già tali, ma a quelle che vorrebbero divenirlo chiudendosi in un convento, così da privare il mondo esterno della loro gnocca, che nel caso opposto andrebbe a solo beneficio di un mondo interno».

«Tu dici, Gia? E come la metti con…  (Continua nel romanzo).

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