LA FORNARETTA.

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 6° della Saga Erotica Lesbo 

che suscita emozioni anche in chi non lo è.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

MultiIcona2 Atto 5°

…. la voce quieta di Rashida interruppe quel suo stato di grazia mentale, quasi perfetto, per trascinarla in uno anche migliore, costituito dalla realtà in cui si trovava tangibilmente immersa: «Gia, la notte è lunga, e il mio corpo non ha intenzione di scappare onde evitare le frustate che ancora lo aspettano; perché, dunque, non ci racconti un’altra delle tue storie?».

Raggomitolata in braccio alla moglie come una bambinetta, Nahed: «Sì, Gia; dai! Quando racconti, sembri proprio una mamma che narra le favole alla sua bambina… me». Saltò su a dire, rinnovando così il suo imbarazzo.

Fu Nourhan a trarla fuori d’impaccio: «Moglie mia, questa è la tua ultima occasione per raccontare qualcosa di cui ancora non mi hai mai parlato nella nostra vita di coppia» la esortò, fintamente minacciosa.

«Bene, se proprio insistete, adesso vi racconterò; l’unica cosa che mi dispiace, è di non avere registrato dal bel principio le mie chiacchiere, così da raccogliere del materiale utile per i miei romanzi.

Ecco, dunque: in una delle vacanze trascorse in un agriturismo abruzzese insieme alle “nipotine” di cui già vi ho parlato, un dì mi recai in paese per acquistare del pane e dei salumi, così da prepararci dei panini che ci saremmo portate dietro durante le escursioni. Vista l’insegna di un forno, scesi dalla bicicletta; parcheggiandola, mi investì un intenso odore di lavanda… e voi sapete, quale sia l’effetto che questo mi fa. Sarà stato pure per l’effetto del particolare coprisella che uso montare sulle mie bici, che pedalando mi massaggia costantemente la clit, ma di botto mi ritrovai umida oltremisura, tanto, che i calzoncini corti apparivano bagnati in prossimità della…».

Retorica, con l’unico scopo d’eccitarsi, Nahed la interruppe: «Bagnati di che cosa, Gia?».

«Scema!» esclamò, mostrando però un’espressione affettuosa, così che lei non si offendesse. Riprese: «Entrata, rimasi sbalordita dalla quantità di fiori di lavanda sistemati un po’ dappertutto, il cui profumo si mischiava a meraviglia con quello del pane appena cotto. Sorelle mie, non soltanto la Jolanda, era smaniosa; ma anche l’appetito che mi colse.

Non vi dico poi la mia sorpresa quando vidi la fornaia: intorno ai trenta, i capelli castano chiaro raccolti sotto il berettino, la casacca bianca che a fatica nascondeva delle prosperose tette, lei non era una di quelle fighe tipo noialtre, ma pienotta dov’era bene che fosse, e gradevolmente cicciottella, ebbene, sarà stato per i profumi di cui dicevo, ma la trovai arrapante.

Insomma, un simpatico sorriso sul volto paffuto, lei chiese: “Come posso servirti?”.

Nella bottega non c’era nessun altro, e allora, ordinato quello di cui avevo bisogno, cercai di socializzare: “Senti, sono rimasta molto stupita per come hai addobbato la bottega; devi sapere che io adoro il profumo di questi fiori… che mi fanno pure un certo effetto”, terminai, tendenzialmente allusiva ma non sfacciata. Seguitai: “Posso sapere quale nome porta una ragazza così carina?”, incominciai, per farle un po’ di corte e allo stesso tempo indurla a capire cos’è che andavo cercando.

Sapete, era estate, io non ero molto vestita, e quel che indossavo faceva non soltanto intravvedere, ma vedere, e molto; specie le tette, e non appena mi chinavo un pochino, pure i capezzoli. Quando mi rispose, notai che il suo sguardo, per un attimo, andò proprio lì: “Mi chiamo Rosetta, come la forma del pane che vedi dietro di me; credo sia stato un segno del destino, che io portassi questo nome. E tu, come ti chiami?”.

“Io sono Gia, e sono veneziana; dimmi, ti piace il tuo lavoro?”.

“Moltissimo, e specie per il profumo del pane”.

«Davvero? Come mai?”.

Doveva aver letto dal mio sguardo quanto lei mi piacesse, oppure fu a causa dei miei feromoni sparati a raffica; mi rispose: “Se prima ho capito bene, mi fa lo stesso effetto che il profumo di lavanda fa a te. Posso servirti qualcos’altro?”.

Voi mi conoscete, e sapete che pur rischiando d’andare in bianco, io sono una che va per le spicce. Per di più pensai che il dado fosse già tratto; lei era stata sfacciata, e decisi d’esserlo anch’io: “Poiché ciascuna di noi ha qui il profumo preferito, che ne diresti di servirmi… te?”.

Mi aspettavo un sorriso oppure un ceffone, e non pensavo che l’avrebbe fatto: uno sguardo malizioso e concupito, lei se ne uscì dal bancone e appose alla porta il cartello “Chiuso”. Poi si avvicinò a me, e se ne stette ferma a guardarmi negli occhi come se si aspettasse qualcosa. Che altro avrei potuto fare, se non stringerla a me e baciarla?

Dopo che per qualche minuto, baciandoci, ci fummo palpate un po’ dappertutto, mi afferrò per mano e mi trascinò nel retrobottega, dove, oltre al forno, dei piani di lavoro e delle sporte in acciaio inox, vi erano numerosi sacchi di farina ammucchiati un po’ dappertutto. Mi disse: “Senti, Gia, io sono etero, ma spesso ho pensato a come sarebbe stato fare sesso con una femmina; penso che sia stato il cielo, a mandarti qui. Però, non ho esperienza, e quindi mi affido a te”.

Il suo aspetto era non soltanto sano, ma lei sembrava scoppiare di salute; nondimeno, in queste cose io procedo con una certa cautela; chiesi: “Hai un ragazzo?”.

“Al momento no, Gia; sai, è da un anno che non scopo, e come puoi capire, mi devo arrangiare da sola. Mi carico guardando dei filmetti porno; e anche se non ne capisco la ragione, soltanto quelli lesbo… spiccatamente sadomaso. Forse è da lì, che è nata questa mia curiosità”.

Lei mi piaceva anche perché mi aveva mostrato di saper andare per le spicce; ormai rassicurata sul piano della salubrità, determinata a scoparmela senza usare il “Dental Dum”*, quei sacchi di farina furono provvidenziali. Spogliate, potei avere conferma di quanto avevo intuito: lievemente grassottella, palpeggiarle il culo e le tette, dava una gran soddisfazione. Quando, dopo i baci, le mie narici giunsero alla sua patatina, fui oltremodo stupita nel sentire che odorava di lavanda…».

Nahed la interruppe nuovamente: «L’odore che sentivi, era lo stesso della mia, di patatina, Gia?».

«Se ben lo sai, perché lo chiedi, bambina? Comunque, come adesso spiegherò, a lei questo non accadeva per natura. Tu, però, non hai risposto alla domanda che ti ho fatto».

«Te l’ho chiesto perché mi piace sentirtelo ripetere, mammina. Adesso, però, sbrigati a riprendere, che la mia ciccina ha voglia di rifiorire; anzi, Rashida, già che sono in braccio a te, quando te lo dico, tu sgrillettami. Ma con calma, che non voglio venire sino alla fine della storia».

A Gia parve superfluo commentare; riprese: «E allora, dicevo… a sentire quel profumo, chiesi: “Come mai profumi di lavanda proprio qui?”.

“Li hai visti, i fiori? Ebbene, li coltivo io nella mia casa di campagna, e oltre che per decorare il forno, ottenere dei saponi e così via, li uso anche per preparare una lozione molto rinfrescante con la quale mi faccio il bidè. Ti disturba?”.

Domandare a me se mi disturba il profumo di lavanda, sarebbe come chiedere a un’ape se rimane schifata dal profumo dei fiori; risposi: “Ascolta, bella Rosetta, ora che siamo in intimità e possiamo parlare senza eufemismi, te lo dico chiaro; quando sento il profumo di lavanda, io mi bagno. E adesso, piccina, spalanca bene le cosce, perché la tua Gia deve testare le qualità organolettiche della tua lavanda”.

Di là delle scopate, mi piacque molto anche il suo carattere, costantemente propenso all’allegrezza; infatti, sempre con uno spontaneo sorriso sul volto, quando la facevo godere, spesso si sganasciava per la contentezza.

Non ci potemmo sollazzare per molto, però, poiché lei doveva riaprire bottega; alla fine, eravamo entrambe con il corpo ricoperto da un velo di farina. Mentre si sbatteva le tette e le chiappe per toglierne il polverino, lei fu pure spiritosa, poiché commentò: “Meno male che oggi non piove, Gia, altrimenti ti saresti impastata, e così io avrei dovuto cuocerti nuovamente, ma non nel forno; ho gradito molto, il sapore della tua bella gnocca, e poiché tu sei stata capace di farmi godere infintamente di più del solito, non credo che in futuro andrò in cerca di uomini”.

Fra un coito e l’altro le avevo spiegato la mia situazione marcatamente poliamorosa; lei non si mostrò per nulla scandalizzata, e così la invitai a cena da noi, all’agriturismo, cosa che finì con un’allegra scopata collegiale.

Mentre eravamo a tavola, però, ricordando quanto lei mi aveva confidato a proposito dell’interesse verso i filmetti non soltanto lesbo, ma pure sadomaso, le spiegai quali fossero le nostre particolari abitudini sessuali, cercando di chiarirle che non si trattava, secondo noi, di sadomaso, ma di qualcos’altro. Terminai: “Amore, unendoti a noialtre, hai fatto un’eccellente scelta; tuttavia, pur amando i supplizi erotici, qui, in vacanza, non li possiamo praticare poiché ci caccerebbero dall’agriturismo a causa del baccano”.

“Io, però, ce l’ho, la soluzione, Gia. Vivo da sola in un casolare sufficientemente lontano dalle chiacchiere dei paesani, a trecento metri d’altezza, dove ho pure degli animali, capre e cavalli compresi. Intorno non c’è anima viva per almeno un paio di chilometri, e c’è pure l’ampia cantina… dove faccio il vino, ma che potrebbe ben servire per quello che sapete. Se voi voleste trasferivi da me, io ne sarei felice, e avreste pane fresco e caldo a volontà… fornaretta compresa”.

«Caspita, ma tu, Gia, hai vissuto davvero delle magnifiche esperienze!» esclamò Rashida, ricordando… (Continua nel romanzo).

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