SGOMENTO.

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 6° della Saga Erotica Lesbo 

che suscita emozioni anche in chi non lo è.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

6°Atto

… mio malgrado, io vedo che lassù avete pure il nerbo di bue che citavo prima».

A quella vista, la sua memoria ritornò a quando stava con Jessica, la crudele amante olandese; l’unica donna alla quale, in vita sua, accettò di sottomettersi senza porre prima delle chiare condizioni. Riprendendo con la storia avuta con lei, cui prima le donne l’avevano sollecitata a raccontare, questa volta Gia la compendiò con degli aspetti assai meno piacevoli. Infatti, interrompendosi bruscamente dallo spiegare, incominciò: «Credo, sorelle mie, di dovervi raccontare qualcosa di meno pepato riguardo a Jessica. “Amore, guarda qui: pensando a te, mi sono concessa un nuovo acquisto” mi disse in uno di quei giorni la fiera e vergognosamente ricca donna olandese con cui oggi mi pento d’essermi accompagnata.

“Vedo… è un’altra frusta: non ti bastano quelle che hai già? Oltre a occuparti dei tuoi negozi di lingerie e delle altre tue attività, hai forse l’intenzione di mettere su un museo del sadomaso?” risposi io, molto impensierita, in filo diretto con il mio sedere, presagendo come la faccenda sarebbe andata a finire.

“Questa, però, è speciale, amore mio: me la faresti provare? Giuro che non ti colpirei le tette… anche perché, nello stato in cui te le ridurrei con questa, dopo non me le potrei più godere”.

Si capiva dagli occhi, come non vedesse l’ora di farmi ballare sotto di essa. Mie care sorelle, ora che ci conosciamo persino nella carne, oltre che nello spirito, voi sapete che patire una frusta a me piace da morire; ma non con quella crudeltà che ci metteva lei. Osservando quella grossa sezione ritorta, provai una stretta allo stomaco; ma lei m’intrigava da matti, nel sesso sapeva farmi impazzire, e la carne è debole… specie la mia. Anelando le sue sapienti carezze, guardandola negli occhi, con lentezza presi a togliermi la camicia e il reggiseno, sperando che alla vista del mio corpo nudo fossero altre, le pulsioni a occupare il posto di quella sua insana smania. Mentre, fremente e bramosa, mi guardava, lei: “Sbottonati i jeans e calateli insieme alle mutandine, ma non te li levare; mi piace guardarti… così sottomessa e impotente. Inoltre, con i calzoni e le mutande ai piedi, se anche te ne venisse la voglia, non potresti scappartene lontano”.

Quando, chiappe al vento, fui completamente nuda, lei: “Brava, la mia bella e obbediente schiavetta; adesso afferrati con le braccia allargate al tendaggio, e allarga più che puoi le cosce” mi ordinò, con la voce del suo testosterone. Se l’epiteto schiavetta con cui mi aveva apostrofato, non fosse stato addolcito dal complimento bella, l’avrei mandata immediatamente a fanculo. Inoltre, pensai: “Allargare le cosce, ma come?”. Se neanche aveva voluto che mi sfilassi i pantaloni!

In ogni caso, con la febbre che la prendeva in quelle circostanze, io lo sapevo, che contraddirla e quindi incattivirla, avrebbe peggiorato la mia situazione; perciò, per quanto i jeans abbassati lo consentissero, mi divaricai, offrendole il culetto nudo ben proteso.

«Jessica: non come le altre volte. Mi piace che tu mi frusti, e lo sai; ma vacci piano, per favore!» la implorai.

«Sai, amore, deve provocare un effetto molto efficace; stupefacente, direi: pensa… era in dotazione alla Gestapo!» esclamò lei eccitatissima, con un tono di voce basso da cui traspariva la sua incontenibile foia, mentre si apprestava a farmela assaggiare una prima volta. Io mi aspettavo che si divertisse a spese del mio sedere, ma, neanche ebbe finito di parlare, che mi assestò un colpo fortissimo alla schiena; e voi sapete quanto sia pericoloso percuotere con forza la delicata regione della colonna vertebrale».

«Ma era matta?» strillò Nahed, inorridita.

«La sua, era una pazzia che definirei lucida, Nahed, asservita alla propria crudeltà. Vedete, amate sorelle mie, per lei non era come per noialtre; per essere più chiara, lei è sadica, il che significa godere soltanto nel fare del male, e non per l’arrapamento che induce la situazione nel suo complesso, coreografie comprese. Per esprimerlo in un solo concetto, in lei non c’è amore, ma soltanto e unicamente una cieca Destrudo[1].

Insomma, per quell’unico colpo che lei m’inferse con forza e senza alcuna pietà, io provai un dolore tremendo; cacciai un grido, e immediatamente, d’istinto, feci per correre via per sottrarmi. A causa dei calzoni e delle mutandine che m’ impicciavano alle caviglie, però, caddi rovinosamente a terra. Piangendo per il dolore, mi sfilai i calzoni e vidi le mutandine bianche macchiate dal sangue che era colato dalla vistosa ferita. Mi rialzai, e singhiozzando, corsi allo specchio a guardare che cosa quella sciagurata mi avesse combinato: da una profonda lacerazione dalla scapola sino al fianco, colava ancora copioso del sangue.

“Sei pazza?”, le urlai, ancora piangendo per il dolore, seguitando a sbraitare tra le lacrime: “Un conto è giocare, Jessica; ma tu, amore mio, hai proprio perso il lume della ragione! Devi farti visitare da un medico, uno bravo, e poi farti rinchiudere in un ospedale psichiatrico! Cazzo!”.

Imperturbabile, lei mi rispose: “Fai tanto casino per niente; è ritornare a essere la mammoletta che eri prima di conoscermi, quel che vuoi? Non protestare, sdraiati là, e lasciami fare”.

Poi, preso un flaconcino che conteneva una sostanza densa di colore verde, me ne spalmò il contenuto sulla ferita; subito provai un gran sollievo. Ricordo che quella sera, a letto, prima d’addormentarci seppe pure farsi perdonare. Mentre, il capo affondato tra le mie cosce spalancate e un dito a muoversi nel culetto, mi serviva un fantastico cunnilingus, prima che venissi, sollevato il volto dal mio grembo in fiamme, si scusò: “Mi dispiace, Gia; non pensavo che quel nerbo di bue facesse un tal effetto… che nondimeno è stato molto gratificante per me. Peccato, che tu non mi abbia consentito di continuare; sei stata veramente un’egoista. Si sarebbe trattato solamente di sopportare del dolore momentaneo: hai visto che adesso, grazie al balsamo, sei ritornata com’eri prima, no?”.

Gratificante, un beneamato cazzo, sorelle mie! Pensa un po’ che minchia[2] di scuse! Fortunatamente, neanche si permise d’accennare più, all’uso di quella frusta disumana; e neanche gliel’avrei permesso. Doveva averla nascosta da qualche parte, perché, nei giorni a seguire, io non la vidi più in giro.

Con mia grandissima sorpresa, tuttavia, il mattino successivo costatai che lei aveva ragione: della feroce nerbata che mi aveva inflitto, non vi era più traccia. Quando le chiesi la ragione, mostrandomi quel flaconcino, lei mi disse: “Un tantino crudele, è probabile che io lo sia; ma non sono pazza, Gia. La questione è, che se non faccio soffrire le mie amanti, neanche mi bagno. Come ti dicevo, era soltanto sofferenza, quel che volevo infliggerti e che ti chiedevo di sopportare per me; e non certo cagionarti dei danni, specie permanenti.

Questo balsamo io me lo faccio preparare su antica formula da dei monaci che vivono in un antico monastero abbarbicato sui monti della Basilicata, regione del tuo bel Paese; come hai potuto costatare, è veramente miracoloso. In ogni modo, poiché ieri tu mi hai deluso, io non te lo chiederò più”.

E ben fece, perché, quantunque mi avesse rimesso a posto, io compresi che lei era agli antipodi rispetto all’idea che avevo io sull’uso della frusta; e con quella sua concezione, io non volevo aver nulla a che spartire. Tuttavia, è ben strana la vita: alcuni anni più tardi, con Francesca, Mara e Roberta, le ragazze di cui vi ho già parlato e con le quali condividevo un rapporto poliamoroso, durante le nostre folli vacanze, incappammo proprio in quei monaci che fornivano a Jessica quella sostanza miracolosa, e da allora in poi la pratica della fustigazione erotica fu per noi anche più sfiziosa, poiché non dovevamo aspettare dei giorni prima che gli effetti delle fruste scomparissero».

Per niente garbata nel ricordare quella bruciante sensazione che stava nella sua esperienza, riprese: «Adesso, prima di ritornare alla lezione, dimmi, Rashida, come mai avete uno di quegli orribili attrezzi che tanto odio?» chiese con tono freddo, affatto gentile. Vedere colà il famigerato nerbo di bue, l’aveva scossa a tal punto, da farle affiorare dei sospetti sulla Decana. Già scottata una prima volta con Jessica, pensò che, di là delle apparenze, non era peregrino pensare che anche lei potesse essere per quel che non si mostrava.

Il tono della sua voce e l’espressione del volto, spazzarono via di botto i suoi sospetti: «Te l’ho pur detto, Gia, che noi non avevamo esperienza di queste cose; e perciò, ci siamo affidate ai consigli di chi ci ha fornito le altre fruste» si giustificò lei in assoluta buonafede.

«In buone mani, vi siete messe, amore!» esclamò lei, E seguitò: «Se dipendesse da me, state pur certe che non la useremmo mai; quella è veramente inumana, e considerato l’uso che se ne è fatto nella recente storia, non esagero se la definisco criminale. L’ho dovuta subire un’unica volta, e per un solo colpo, ma vi garantisco che non ce ne sarà una seconda» terminò, meno acida.

«Mi dispiace, moglie mia, non lo sapevamo; ma adesso che l’hai spiegato, la toglieremo da lì e la riporremo da qualche altra parte, fuori dalla portata dei nostri occhi e delle nostre mani. Giacché non è costata poco, non la butteremo, e così, la prossima volta che ci recheremo in città per far provviste, potremo scambiarla con qualcos’altro» rispose Nourhan, con tono dimesso.

Lei si rese conto d’aver mortificato le compagne, e se ne dispiacque; cercò di sollevare loro il morale spiegando ancor meglio le ragioni del proprio disappunto: «Amore, non voleva essere un rimprovero il mio, ma allo stesso modo in cui mi vedete entusiastica quando vi parlo di strumenti che si possono ragionevolmente usare, altrettanto sono tassativa nei riguardi di quelli che con il piacere non hanno proprio nulla a che vedere. Comunque, di là di quanto vi ho riferito riguardo alla mia esperienza con Jessica, non è sbagliato che vi renda qualche altra informazione su questo spaventoso strumento; in tal modo potrete comprendere meglio le ragioni della mia avversione.

Intanto, dovete sapere che questo tipo di fruste sono costruite usando il pene essiccato, allungato e poi ritorto, di un toro; e non il nervo di un bue, come indurrebbe erratamente a intendere il nome. E già qui, al solo richiamo del concetto di “pene”, sia pure di uno sventurato toro, come ben potete comprendere, provo orrore. E non è tutto; osservatela bene: come potete costatare, misura circa un metro di lunghezza, è molto flessibile ma anche tanto dura… eccessivamente, appunto.

Era usata, e da qualche parte lo viene ancora, nella doma dei cavalli più ribelli; potete perciò figurarvi quale effetto possa sortire sulla carne delicata di una donna. Inoltre, come affermato da Jessica, sembra che fosse in dotazione alla famigerata Gestapo, la polizia nazista, ed era usualmente impiegata per estorcere informazioni ai prigionieri; perciò, come vedete, anche per i suoi presupposti storici, non è cosa congruente con i nostri principi e con la nostra filosofia di vita».

«Ho colto in te la pena, e dopo che ci hai ragguagliate, capisco che quel ricordo ti fa ancora male soltanto a guardarla. Perciò, Nourhan, facciamo pure come consigliavi tu: alla prossima… (Continua nel romanzo).

[1] Destrudo, secondo la teoria psicoanalitica, si contrappone alla libido. Infatti, mentre la libido è lo stimolo a creare, ossia un’energia che proviene da Eros (pulsione di vita), la Destrudo, o stimolo a distruggere, è l’essenza di Thanatos (pulsione di morte). Fonte: Wikipedia.

 

[2] Minchia, termine adoperato nella lingua siciliana, nei dialetti calabresi, nel dialetto salentino e nel dialetto gallurese per indicare il pene, passato indi a essere espressione di esclamazione, di disprezzo, di apprezzamento o di stupore. Fonte: Wikipedia.

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