VOGLIA DI MATERNITÀ.

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 5° della Saga Erotica Lesbo 

che suscita emozioni anche in chi non lo è.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

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… Rashida, però, aveva qualcosa da obiettare: «Gia, tu lo sai chi io sia, e come la pensi in merito alla condizione ingiusta in cui ci troviamo noi persone omosessuali; ebbene, se per quanto riguarda i matrimoni io mi trovi d’accordo con te, pur tuttavia non sono d’accordo sulla prospettiva di un’omo genitorialità. Al più, io potrei accettare l’adozione, giacché questa sarebbe preferibile rispetto a lasciar crescere un bambino in un istituto. E perdonami se dissento in una maniera per niente velata; ma la mia anima è svelata a te, e conoscendo la tua, io sono certa che tu apprezzerai la mia franchezza».

L’avvenente e fiera donna veneziana fu molto stupita da quell’affermazione; era da moltissimo tempo che la sua penna si batteva contro quello che considerava essere un ributtante pregiudizio e la privazione di un giusto diritto. Contrariata, per la prima volta lo sguardo risentito, lei obiettò: «Mi stupisci! E perché mai dovrebbe esserci negata la gioia di far nascere una creatura? Anche tu credi a quella cazzata che vorrebbero farci bere i soliti “benpensanti”, secondo cui avere due mamme o due papà influenzerebbe l’armonia psicologica e le future scelte sessuali o identitarie dei bambini?».

Lei avvertì la sua contrarietà; comprese, e non si risentì. Per nulla seccata, con un sorriso comprensivo, in una serena dialettica prese a spiegarle come la pensasse in merito: «Fai torto alla mia intelligenza, Gia; la ragione per la quale io sono contraria, giacché il pretesto cui tu alludevi è palesemente strumentale, non è certo quella. Perché, se così fosse, oltre a quelle sessuali e identitarie, anche altre preferenze ne deriverebbero; e quindi, la scelta degli studi, della professione, e così via. Inoltre, come ben sappiamo, è infrequente che i figli seguano le orme dei genitori. Al contrario, per un principio di auto affermazione, loro propendono per delle scelte diverse rispetto a quelle dei padri e delle madri.

E d’altro canto, la maggior parte delle persone gay, come noi due, non ha forse avuto alle spalle una famiglia che non lo era? No, Gia, la mia preoccupazione va ai bambini, che in questo mondo malato sono gli unici ad avere diritto a ogni considerazione. Loro, Gia, vanno tutelati, amati e rispettati di là delle nostre preferenze, dei nostri bisogni ed esigenze; e non usati.

Guardati dentro: il nostro desiderio di sentirci madri e allevare dei figli, più che a loro, serve a noi stesse; per tale ragione, non è esagerato definire egoistico il nostro bisogno di donne. Lo capisco dal tuo sguardo, come tale affermazione ti sconcerti; tuttavia, ascolta il mio punto di vista, e se alla fine non sarai d’accordo, se le tue argomentazioni in antitesi mi convinceranno, tu lo sai, che io sono sempre pronta a rivedere le mie posizioni.

E dunque, da psicologa, e quindi da esperta dei comportamenti umani, tu m’insegni che, oltre ai tratti genetici, l’altro fattore che condiziona fortemente i comportamenti e gli orientamenti, sia l’ambiente con i suoi condizionamenti; e questo vale particolarmente per le persone in crescita. Ora, siamo schietti: tu, lesbica come lo sono io, per il solo fatto di preferire le donne agli uomini, ti senti d’essere maschile?».

«Tu vuoi scherzare, Rashida?» le rispose seria, proponendosi di seguitare per precisarle come dovesse intendersi correttamente il proprio “sentirsi” lesbica; ma Rashida si riprese la parola, includendo se stessa in quelle precisazioni: «Non ne avevo il minimo dubbio, Gia; è da femmine, che noi amiamo le donne, e non perché ci sentiamo, o vorremmo essere degli uomini. Anche se omosessuali, donna e uomo, com’è bene che sia, rimangono sempre diversi tra loro, non solo nel corpo, ma anche nello spirito; orbene, giacché noi ben sappiamo quale influenza formativa abbia la famiglia per un bambino, se tu fossi stata allevata da due donne, oppure da due uomini, in ogni caso ti sarebbero mancati quegli esempi che ti avrebbero fornito l’occasione di scegliere così com’è stato.

Se adesso io ti chiedessi, e non lo faccio perché la risposta sarebbe scontata, “Invece che una madre e un padre, avresti preferito avere due madri?”, probabilmente tu, omosessuale femmina, d’impeto mi risponderesti di sì. Tuttavia, rispondimi onestamente: la tua risposta sarebbe la stessa, se io ti rivolgessi l’identica domanda, ma riferita a due padri, invece che a due madri?».

Cazzo! A questo non avevo mai pensato! Ha ragione lei: considerato quello che ho avuto io, la sola idea di due padri mi fa schiattare; e non è stato certo perché volessi assomigliare a lui, che io sono lesbica, ma piuttosto perché ho amato mia madre. E giacché mio padre si comportava da stronzo pure con lei, tale amore non mi è provenuto solamente per solidarietà o compassione: che io voglia ammetterlo oppure no, questo è stato anche per quanto da lui io ho geneticamente assorbito riguardo all’attrazione verso le femmine.

E dunque, devo convenire con Rashida: di là del deprecabile comportamento che mi mostrò quando feci coming out[2], lui è stato importantissimo per me quantomeno per farmi conoscere, e quindi rifiutare gli uomini, portandomi così a preferire le femmine. Con due padri invece di uno, ma senza madre, probabilmente gli uomini li avrei conosciuti anche di più, e quindi li avrei ancor più disprezzati; ma di certo non avrei potuto conoscere a fondo le espressioni dell’animo femminile, insegnamento che mi è venuto dalla mamma.

E in aggiunta, anche se lo vorrei, io non posso negare che per certi miei comportamenti e impulsi, in me ci sia pure mio padre, il quale, nel bene e nel male, mi ha conferito qualcosa che mi ha completata, come il pragmatismo e la tenacia, ad esempio. Che donna, è Rashida! In quattro e quattr’otto, in due parole, lei ha smontato una convinzione e una posizione che mi portavo dentro da anni.

Una volta spiazzate le sue reazioni precedenti da quel semplice ragionamento della Decana, convinta dalle riflessioni che lei le aveva indotto, rispose: «Madre, non serve che tu aggiunga altro; come te, io adoro i bambini, e al punto da volere il loro bene prima che il mio. E quindi, stanne certa, ho capito le tue ragioni, che faccio mie. Anche se fin da bambina io ho pensato che un giorno avrei portato nel grembo un figlio, tuttavia capisco che ogni scelta comporti delle rinunce. Anche se non mi sarà facile, io rimuoverò dal mio cuore la mia aspirazione: il sogno della gestazione e del parto».

Nella risposta che le diede, Rashida fu molto misteriosa e avara di spiegazioni: «Non farlo, Gia; i sogni non vanno mai rimossi. Chi può mai sapere, che cosa ci riserva la Provvidenza?».

«Che cosa vorresti dire?».

Quanto Rashida le diede, non fu una precisa risposta, che pur aveva: «Niente di specifico, Gia; ma è sempre sbagliato dare per scontata la vita che ci attende». Lei giunse persino a pensare che Rashida potesse alludere all’eventualità che, di là della sua scelta, un dì lontano lei non potesse resistere all’impulso, decidendo così di farsi comunque inseminare; ciò nonostante, com’era suo costume, non insistette a chiedere quello che non le era detto spontaneamente.

Era da qualche tempo che le premeva di porle una domanda, e anche per distrarla da quegli sconsolati pensieri intorno alla condizione femminile, Gia pensò che quello fosse il momento adatto: «Sei stata davvero molto chiara ed esauriente su tutto, Rashida; ma ritornando a Nahed, spiegami una cosa che non ho capito. Insomma, per la confidenza che c’è tra di noi, a questo punto io sono certa di potertene parlare in tutta franchezza. Si tratta di questo: quando io e lei eravamo in intimità, a un certo punto mi ha sorpreso una sua frase; tua moglie mi ha detto, “Gia, mi piacerebbe essere allattata da te”. Io, insomma, tu mi capisci, ho pensato che fosse un modo inconsueto per farmi intendere che avesse voglia di succhiarmi i capezzoli; io ben volentieri ho attratto il suo volto al mio seno, ma lei, pur attaccandosi a me e succhiandomi, quando, alternandosi all’altra tetta, ha potuto parlare, ha aggiunto, “E sono certa che un giorno lo faremo”.

Tu lo sai meglio di me, quanto tua moglie possa essere deliziosa con quella sua boccuccia assassina; insomma, mentre le sue dita mi titillavano a meraviglia la clit, la linguetta svettante e alacre che si alternava alle gonfie labbra sui miei capezzoli, mi stava mandando in orbita. In ogni modo, tra uno spasimo di piacere e l’altro, sorpresa, io trovai la lucidità per chiederle, “Amore; ma cos’è che stiamo facendo adesso, allora?”. Lei è rimasta sul vago, e per la prima volta si è mostrata molto, molto misteriosa, devo dire. Sai Rashida, per principio non mi va di forzare la volontà degli altri, e allora non ho insistito; ma io ti giuro che a questa cosa ci penso continuamente, e non so spiegarmi che altro lei volesse intendere».

«Non te lo poteva dire, Gia: avrebbe infranto una delle nostre regole; e la Comunità, con i suoi codici, viene prima d’ogni cosa, amore e sesso compreso. Questo, è un altro argomento su cui dovrai essere informata e istruita; ma non è opportuno che… (Continua nel romanzo).

[1] Stepchild Adoption, in lingua inglese significa “Adozione del figliastro”.

[2] Coming out, espressione usata nel mondo LGBT (acronimo utilizzato come termine collettivo per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) per dichiararsi apertamente omosessuali. Deriva dalla frase inglese “coming out of the closet” che significa uscire dal ripostiglio o dal nascondiglio, ma letteralmente uscire dall’armadio a muro.

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