PROFUMI DEL SUD.

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 5° della Saga Erotica Lesbo 

che suscita emozioni anche in chi non lo è.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

MultiIcona2 Atto 4°

… come ti dicevo, dalle alte dune di sabbia orlate di vegetazione rada ma odorosa di spezie e inframezzata da spinosi cardi, la spiaggia era bellissima, e assolutamente deserta; pur estendendosi libera per decine di chilometri, i miei parenti sceglievano sempre lo stesso posto. Pavidi nel loro rapporto con il mare, loro sostenevano che più in là ci fossero dei “gorghi”; e per avvalorare la loro credenza, raccontavano che addirittura un bue ne fosse stato risucchiato, annegando. La verità è, che i miei parenti maschi erano dei valenti agricoltori, allevatori, cacciatori, ma con il mare avevano ben poco a che vedere. Neanche i pescatori, là, sapevano nuotare.

Io mi domando e dico, ma come si fa? Era loro, il mare più bello del mondo, e solo i più bravi e “temerari” sapevano nuotare? Che poi, nuotare: nel senso che a malapena riuscivano a galleggiare, boccheggiando impauriti; avventurarsi dove “non si toccava”, era considerato un atto di notevole coraggio dai giovani, e di somma sprovvedutezza dagli anziani, colà detentori esclusivi della saggezza.

Pur piccolina, a me questo sembrava quasi inconcepibile, poiché già allora io nuotavo come un pesce; tant’è, che poi, da più grande, al College e anche dopo, per lungo tempo praticai pure la fotografia subacquea, rimpiangendo quel mare tanto limpido, di smeraldo, che nei miei sogni rivedevo spesso. E se devo dire il vero, credo sia stata quella, la ragione per la quale, molto più tardi, decisi di fare un reportage fotografico sulle coste del sud Italia, includendo nel viaggio una lunga tappa anche lì. Tuttavia, rimasi profondamente delusa, poiché la bellezza selvaggia che ricordavo era ormai scomparsa.

Per ritornare al racconto, ricordo che tranne mia madre e le mie zie settentrionali, cui la cosa era perdonata giacché “nordiche”, le donne non portavano il costume, ma si bagnavano con tutti gli abiti addosso; rigorosamente di colore nero, naturalmente, per evitare le “audaci e scostumate trasparenze”. Grazie al secolare, battente condizionamento della Chiesa Cattolica, lì c’era una concezione molto rigida intorno alla moralità; quando ci si cambiava per indossare i costumi da bagno, a noi bambine era frequente sentirci dire dalle zie, “nasconditi le vergogne”. Eppure, non è, che loro non scopassero; tant’è, che le coppie sfornavano in media una decina di figli: sarà stato forse a causa del retaggio fascista, che esortava a “dare figli per la patria”? Nella mia mente le vedo ancora, quelle sagome nere le quali, giunte dove l’acqua non era più profonda che quaranta o cinquanta centimetri, si accucciavano per bagnarsi di più… e, probabilmente, per liberarsi dalla vescica ben stimolata dalla frescura dell’acqua.

E ora, pian piano, arriviamo alla fatidica lavanda; ti parrà stupido, Rashida, ma il profumo di Nahed richiama in me una serie di ricordi e di sensazioni che apparentemente nulla hanno a vedere con quelle profumate infiorescenze: tra poco te ne spiegherò la ragione; ma prima, voglio farti capire quanto, ancora oggi, contino per me le atmosfere felici che vivevo da bambina…

“Vieni qua, Gia, assaggia quanto sono buone le cozze patelle”. Eravamo andati al mare, e la zia Immacolata, coltello in mano, staccava dalle rocce dei frutti mono-valva, che a gustarli, mi pareva fossero il “cibo degli Dei”. Fu già da lì, credo, che imparai ad amare il profumo di fica.

“Mettici un po’ di limone, Gia; così si disinfettano”, mi esortava, come se si trattasse di qualche cosa di contaminato; figurarsi, se poteva esserci qualche pericolo per la salute, con quel mare limpido che c’era, e con la totale assenza d’industrie nel raggio di trecento chilometri.

Tra l’altro, Rashida, pensa tu all’amore dei genitori per quella figlia cui appiccicarono quel nome, che al tempo stesso era un augurio di merda: Immacolata, nel senso “d’intonsa”. Io mi domando e dico: ma come si fa? Cucito indosso un tale nome, pur sposata e madre… e quindi “peccatrice” per essersi gustata un pene, quella povera donna timorata di Dio, invece che in accordo con le loro vergini madonnine, si sarà sentita colpevole. Addolorata, Immacolata, Incoronata, Assunta, Annunziata, Incatenata, Ausiliatrice, e via dicendo. Pensa a tutte le povere donne i cui genitori, per onorare la loro Madonna, hanno affibbiato un nome simile da portarsi indosso per la vita. E neanche parlo di altri nomi assurdi che si usano nel meridione d’Italia: Carmela, Concetta, Filomena, e così via.

Ritorniamo, però, alle sensazioni che conservo, e che in qualche caso non sono piacevoli da ricordare: oltre alle cozze patelle, c’erano anche i ricci di mare, molto buoni da mangiare, che si consumavano direttamente sulla spiaggia; anche quelli “disinfettati” con il limone, naturalmente. Il ricordo è particolarmente vivo poiché, rotolandomi giù per le dune di sabbia, una volta capitai su di un cumulo di gusci vuoti di riccio mangiati da chissà chi e lasciati là, conficcandomi nella coscia una congrua quantità di neri aculei: un dolore acuto e amaro che ancora ricordo, ma anche una complicazione, poiché essendo piuttosto fragili, si rompevano a filo di pelle, e diventava ostico estrarli.

Fortunatamente c’era la zia Immacolata, quella di cui parlavo prima, per sua buona ventura non più vergine, moglie dello zio Elia, che abile sarta, con infinita pazienza da parte sua, e con altrettanta sofferenza da parte mia, usando un ago prese a estrarmeli uno per volta; cosa che andava fatta, altrimenti, putrefacendo, l’aculeo avrebbe provocato un’infezione. Per disinfettarmi non usò il limone, ma un antisettico, diceva lei, più efficace: la mia stessa pipì. Come vedi, Rashida, anche da quelle parti l’essenza profumata dei nostri corpi era fondatamente tenuta in alta considerazione: ma soltanto quella dei bambini, che era definita “santa”.

Andare al mare, per le donne era anche una buona occasione per raccogliere dalla vegetazione profumata delle dune di sabbia i “cuzzieddi”: delle bianche e squisite lumachine che sarebbero state cucinate nel sugo rosso. Quelle erano diverse dalle “patedde”, sempre lumache di taglia piccolina, ma con la “panna”, ossia, un velo di bianco muco essiccato che ne ricopriva l’ingresso. Dal guscio di colore terreo, ancora oggi quei gasteropodi sono molto estimati nella cucina locale, e nei mercati paesani si vendono a più di venti euro al chilo».

Raccontando, a Gia s’illuminava il viso, rendendo in tal modo Rashida partecipe del suo entusiasmo: «E le “chianchiarelle”? Quant’erano buone! Si tratta della pasta di farina integrale di grano duro, che da quelle parti era sempre fatta in casa, naturalmente; e la preparavano in due formati: i “ricchiteddi”, che sarebbero le orecchiette pugliesi ormai note a tutti, e i “pizzicarieddi”, una specie di fusilli. Io, bambina, assistevo affascinata a quelle preparazioni anche perché, affamata e golosa, ne pregustavo la scorpacciata che ne sarebbe seguita. Ricordo l’abilità, e soprattutto la velocità con cui le zie la preparavano; per fare le orecchiette, loro usavano la punta di un coltello per dare la forma, e per i pizzicarieddi, un ferro a sezione quadrata, chiamato, “firricieddu”.

In tema di cibo, cara Rashida, da quelle parti la carne rossa si mangiava pochissimo; sarà stata questa, la ragione per la quale buona parte dei miei parenti era di bassa statura? Per un insufficiente apporto di mioglobina[1]? Boh! La cacciagione, i conigli e il pollame, invece, non mancavano; tuttavia, talvolta si mangiava la carne d’agnello, e nel prepararlo alla brace, le mie zie erano delle maestre. Anche se sulla nostra tavola la carne non era un alimento molto frequente, le altre preparazioni, cucinate con i prodotti dei loro raccolti, non la facevano di certo rimpiangere: quei piatti erano davvero squisiti, Rashida. Quanto il buon Dio concedeva loro di raccogliere… pomodori, peperoni, zucchine, melanzane, e così via, le brave massaie lo preparavano in una maniera davvero magistrale; si sarà forse trattato di suggestione, ma è così, che io ricordo.

E lo sai, qual era la specialità che più mi è rimasta impressa? Era chiamata la “puccia alla vampa”, una tipica preparazione povero-contadina d’antiche origini, probabilmente antesignana della più famosa pizza alla napoletana; non ti dico che gusto a mangiarla, specie dopo una corsa in bicicletta o delle scatenate battaglie nell’acqua di mare con i miei cuginetti. Pur somigliando alla pizza, secondo me aveva un sapore diverso e molto più ghiotto; fatta cuocere nel forno di pietra alimentato da fascine, terminata la cottura, era poi farcita al suo interno con ricotta piccante, pomodori, olive o altro: per questo, era chiamata “alla vampa”, nel senso di “avvampata” dal fuoco.

Un’altra cosa mi sovviene alla mente: loro amavano moltissimo consumare i cosiddetti “lampascioni”, dei bulbi che si raccoglievano durante l’aratura dei campi, ed io ne andavo matta, tanto, che la prima volta esagerai nel mangiarne. Non ti dico che avvenne quella notte: a causa del meteorismo che mi procurarono, mancò poco che io entrassi in orbita extra terrestre!

«Vuoi dire pancia gonfia e puzzette, Gia?» chiese Rashida, ridendo.

«Puzzette? No, amore: dei terrificanti boati da arma biochimica!».

«Davvero? Con quel culetto così carino che dovevi avere da piccola… con quella meraviglia che ancora ti porti dietro, mi sembra quasi impossibile!» commentò lei, divertita.

«Cara Rashida, anche nel caso del sedere, può manifestarsi il paradosso dell’insostenibile leggerezza, anzi, “pesantezza” dell’essere[2]».

Alla “colta” risposta, entrambe scoppiarono in una risata; dopodiché, Gia riprese il suo racconto: «Con i greggi di pecore e di capre che c’erano da quelle parti, non ci mancava mai del buon formaggio. Ricordo che il mattino ci portavano le “pampanelle”, una sorta di latte cagliato che era servito in grandi foglie di fico odorose: quant’erano buone! Forse fu da lì, che incominciai a provare un’attrazione irresistibile per i fichi, e quindi, per quella nostra amabile fonte di delizie che porta lo stesso nome volto al femminile: la fica».

Un’altra risata divertita di Rashida accompagnò quella sua facile battuta; ormai lanciata, Gia non si fermava, e con toni entusiastici continuò a parlare di quello spaccato della propria infanzia…

«Ricordo con quale orgoglio i miei familiari e parenti parlavano dei loro prodotti alimentari. Di solito, a pranzo, era servita la pastasciutta rigorosamente fatta in casa: le chiancarelle, appunto; ma condite con la “cacio ricotta”, ossia, una ricotta di pecora molto stagionata, che era grattugiata sul sugo di pomodoro fresco. Oppure, la pasta era condita con la “ricotta forte”, una specie di salsa densa, costituita esclusivamente da ricotta moderatamente piccante. Erano squisitezze che oggi io sarei molto felice di proporre a voi; purtroppo però, sembrano essere introvabili sul mercato.

Nei caldi pomeriggi d’agosto, non si capisce stanchi di che cosa poiché in quel mese la campagna non richiede troppo impegno, quelli che noi bambini appellavamo “i grandi”, ossia gli adulti, andavano a riposare. Nel frattempo, noi ragazzini, sia maschi che femmine, andavamo a saccheggiare le provviste di Tex Willer[3] e del Grande Black[4] dei nostri cugini più grandicelli. Intanto che leggevamo avidamente quei fumetti immaginando di trovarci nel Far West, o nelle distese messicane, facevamo progetti avventurosi per il dì che sarebbe seguito. E quando il nuovo giorno arrivava, il mattino, quel simpaticone di un mio caro zio organizzava il drappello dei “soldati” che si sarebbe occupato di rifornire il “fortino” di acqua: in fila indiana, ciascuno con un secchio in mano, via, giù al pozzo a riempirli, al suono fischiato dell’inno delle giacche blu, l’esercito nordista americano.

Gemma ci seguiva sempre; ma, dispiaciuta di non saper fischiare, abbaiava: era una bella cagna da caccia, bianca e pezzata in nero, intelligente e affettuosa; tra i tanti cani che c’erano là, io le ero affezionata da morire».

Pur mostrando interesse per quei racconti, erano ben altre le cose che Rashida voleva comprendere; amabilmente la esortò: «Mi avvince molto, questo tuo racconto, Gia; ma ancora non capisco cos’abbia a che vedere con questo tuo sviscerato amore per il profumo di lavanda».

«Te lo dicevo, Rashida; ti parrà strano, ma ogni volta che lo avverto, nelle narici come nel cervello, l’odore intimo di tua moglie mi riporta le immagini del tempo di cui… (Continua nel romanzo).

[1] Mioglobina, è una proteina globulare la cui funzione specifica è quella di legare reversibilmente l’ossigeno. Fonte: Wikipedia.

[2] L’insostenibile…, è un romanzo di Milan Kundera, scritto nel 1982 e pubblicato per la prima volta in Francia nel 1984. All’origine dell’insostenibile leggerezza dell’essere vi è, per Kundera, l’unicità della vita: ovverossia, ciò che avviene una sola volta, è come se non fosse accaduto mai. Estremizzando l’argomento, il contrasto tra la sfuggente evanescenza della vita e la necessità umana di rintracciare in essa un significato, si risolve in un paradosso insostenibile. Fonte: Wikipedia.

[3] Tex Willer, è il protagonista del fumetto Tex, creato da Gian Luigi Bonelli e Aurelio Galleppini nel 1948 e tuttora pubblicato da Sergio Bonelli Editore. Fonte: Wikipedia.

[4] Grande Blek, noto al pubblico anche con il nome di Blek Macigno, è stato un fumetto italiano di grande successo del gruppo EsseGesse, formato dai tre sceneggiatori e disegnatori piemontesi, Giovanni Sinchetto, Dario Guzzon e Pietro Sartoris. Fonte: Wikipedia.

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