INSEGNARE, NON È UNA MISSIONE.

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

Un passaggio tratto dall’Atto 4° della Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume 4

… dopo aver rassicurato il mio Maestro riguardo alla discrezione, volendogli esprimere la mia gratitudine per la sua comprensione e rispetto, lo feci in una maniera non diretta; con uno sguardo di gratitudine, misto a un’ammirazione che si poteva leggere con molta evidenza nei miei occhi e nel tono della mia voce, gli volsi una domanda. Sebbene entrambi fossimo italiani, con lo scopo di migliorare l’apprendimento della lingua, ma anche per una forma d’educazione verso gli altri, noi eravamo abituati a parlare in lingua inglese anche tra connazionali; come lui ci aveva incoraggiato a fare sin dal primo incontro, chiamandolo per nome[1], gli chiesi: «Come hai fatto per giungere a essere quello che sei, un bravo insegnante, e non solo?».

«Tu credi che io lo sia? Io non ne sono poi tanto convinto; comunque, bontà tua, ti ringrazio. Se è come dici, la risposta è semplice, Gia: lo sono proprio perché non mi riconosco delle grandi capacità, e per questa ragione mi sono dovuto sempre impegnare molto.

Da adolescente, io non ero tanto bravo a scuola, soprattutto perché non ero motivato; tra gli altri insegnanti meno avveduti, ebbi tuttavia la fortuna d’incontrarne alcuni intelligenti, verso i quali io provai una grande ammirazione per il modo in cui sapevano farmi amare le loro materie. E come talvolta succede, da quell’ammirazione scattò forte in me la molla dell’emulazione; fu così, che già da allora io decisi quel che sarei stato da grande: un docente che si sarebbe sforzato al massimo per farsi comprendere intorno alle cose che avrebbe insegnato. E questo, andando controcorrente riguardo all’impostazione di gran parte dei miei colleghi, spesso sprovveduti in tema di pedagogia e di psicologia, e aggiungo, anche arroganti, i quali ritengono che la scuola debba costituire una sorta di competizione finalizzata a far emergere i più intelligenti e astuti dalla massa di quelli che lo sono meno.

A questo proposito, ti voglio raccontare un episodio curioso: devi sapere che per un periodo della mia vita ho insegnato ai bambini della scuola media primaria. Ebbene, in un consiglio di classe, un’oca giuliva mia collega ebbe a dichiarare con enfasi: «Eh… è proprio vero. che la nostra è una missione!». Cara Gia, non riuscii proprio a trattenermi; incavolato, e si vedeva, replicai: «Missione, un piffero! Il concetto di “missione” implica il “volontariato”; ma tu, come noi tutti qui, percepisci uno stipendio pagato dai cittadini, e perciò non ti è chiesto di fare la missionaria, bensì di operare con professionalità». Neanche dire che, increduli, gli altri mi fissarono con gli occhi sgranati: evidentemente non ero stato gentile nel dichiarare una verità che li metteva in crisi.

Ritornando al tema del dovere di un insegnante a seguire particolarmente quei suoi allievi che non ottengono un grande successo scolastico, c’è da rilevare che in un “range” di normali capacità psichiche, per come insegna una buona pedagogia, non esistono persone più o meno intelligenti, ma soltanto motivate, oppure no; e quindi, è soprattutto sui fattori stimolanti, che un bravo insegnante dovrebbe lavorare.

In aggiunta, diversamente da loro, io ritenevo, e tuttora sostengo, che oltre a conoscere a fondo la materia che gli compete, un educatore debba innanzitutto saperla insegnare; essere un formatore, insomma: sapere, non significa di per sé saper insegnare. Ero fermamente convinto, e rimango di quest’idea: se non soffrono di gravi handicap o malattie, tutti gli studenti sono sempre in grado di comprendere; e non soltanto alcuni. E allora, una volta preparato il terreno motivazionale, il compito dell’insegnante dev’essere innanzitutto quello di farsi capire, e di adoperarsi per accompagnare chi gli è affidato sulla via della crescita; e non di metterlo in difficoltà. Io non amo molto il termine “insegnare”; preferisco “educare”, che in soldoni, dal latino significa “tirar fuori” quel che c’è già, destrutturarlo, ricomporlo, e poi ricacciarlo nel contenitore dove stava prima, ovverossia, in quello dell’altrui intelligenza».

«E dimmi, come hai potuto apprendere tutte quelle cose che conosci e che sai fare? Non soltanto, tu sei un artista e un maestro di fotografia: hai pure una cultura enciclopedica! A volte, sembra che tu ci stia parlando di fotografia, di Teoria della Conoscenza, e delle Tecniche di Comunicazione, ma in realtà, ci stai anche insegnando filosofia, psicologia; e neanche dico del resto. E per quanto riguarda le… (Continua nel romanzo).

[1] Chiamare per nome, come ben si sa, per esprimere il rispetto, in lingua inglese non si usa dare del “voi”, forma che non esiste, e quindi, per farlo, al nome si antepone “Sir”, oppure “Madame”. In realtà, in origine, “you”, corrispondeva all’italiano “voi”, poiché il pronome personale di seconda persona singolare era, “thou”; ma, poi, gradualmente è stato sostituito da “you”.

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