NESSUNO APPARTIENE A QUALCUNO.

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

Un passaggio tratto dall’Atto 4° della Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

4°Atto

… parlando a proposito di quelle che vivono illudendosi d’essere intelligenti, mi ricordo di una alla quale, prima di darmela, piaceva fare la preziosa. Stanca di dover ogni volta combattere per convincerla ad ammollarmela senza fare tante storie, una sera la affrontai con un, “Beh, dimmelo chiaro: vuoi trombare, o no?”. Quasi incazzata, lei mi rispose: «Per te, c’è solo il bianco o il nero, Gia… hai mai sentito parlare delle cinquanta sfumature del grigio? Se mi vuoi, mi ci devi portare a poco a poco». Dio, quanto mi fece incazzare! E specie perché quella non era farina del suo sacco, ma solo un parafrasare il titolo del romanzo di una scrittrice mia concorrente! Mentre la gran generalità delle altre femmine, e specialmente le etero, propende per i brodi lunghi zuppi di romanticherie del cazzo, io mi rendo conto che in questo sono un po’ maschile: giacché non amo perdere il mio tempo, che è vita, mi piace andare per le spicce proprio per dedicarlo a fottere, piuttosto che a cianciare. Ditemi voi, se questo sia un difetto!

Le peggiori “frantuma-minchie”, tuttavia, sono quelle che non si accontentano di quanto, pur con tanta generosità, tu sia disposta a dar loro, e pretendono di più! Invece di ringraziarti, e ripagarti per quel sentimento che nessun medico ti ha ordinato di volger loro, vogliono ghermirti, fagocitarti anche l’anima: nella loro malata concezione del sentimento amoroso, quelle streghe pretenderebbero di possederti completamente; e non tanto nel corpo, cosa che potrebbe anche andare, ma nello spirito e nei pensieri. Pretendendo che tu facessi tue le loro malate concezioni esistenziali, quelle lì ti vorrebbero come un doppio esterno di loro stesse, insomma.

A loro non basta possedere te: vogliono pure il totale controllo sulla tua volontà; decidere del tuo destino. In breve: appropriarsi globalmente della tua vita. E tu non devi esitare a dir loro: «Vuoi divorarmi? Accomodati: ma è solo della fica, che dovrai accontentarti; e perciò, incomincia a darti da fare, che se riuscirai a farmi venire come dio comanda, dopo ti darò la pagella».

Loro neanche lo capiscono, che non si dovrebbe mai dire, e nemmeno pensare, “Tu mi appartieni”, ma, casomai, “Io sento d’appartenerti”.

E comunque, non c’è speranza: dopo reiterati tentativi per fagocitarti nelle loro intricate masturbazioni mentali, che nel loro intento vorrebbero essere sentimentali ed esistenziali ma che nella sostanza sono delle cagate belle e buone, nell’inutile, ultimo tentativo di riuscirci, lo sai che fanno quelle tipe lì? Usano il ricatto: pensando che quella sia l’arma migliore per incastrarti, improvvisamente prendono a negarti la fica. Neanche se ne rendono conto:  quando hai capito che si vogliono impadronire di te, ai tuoi occhi la loro passera prende a puzzare come il pesce marcio, e il desiderio più ardente che hai, non è quello di copularle, bensì di scappartene il più lontano possibile.

Tuttavia, quando sei attratta da una che ti guarda con gli occhi irresistibilmente appassionati e languidi, dovresti starci anche più attenta: invece che voglia di scopare, quegli sguardi potrebbero significare un compiacimento delle proprie deviate paturnie sentimentali, che lei vorrebbe partecipare a te. É arduo, a volte, comprendere per tempo il pericolo che stai correndo: quello che stringi tra le braccia e le cosce, un morbido e sensuale corpo di donna, in realtà è una granata già innescata per disintegrarti in mille pezzi. Se te ne accorgi, c’è un unico modo per difendersi: quando hai capito come stanno le cose, meglio presto che tardi, senza perifrasi devi dir loro: «Amore, quella che tu credi essere tua, è la mia vita; se la tua l’hai perduta, ebbene, là c’è la porta. Prendi le tue cose e vattene! Vai a cercarla… che, averla smarrita, non è una buona ragione per prenderti la mia. E ricorda: nessuno appartiene a qualcuno.

Un’ultima cosa… fammelo, questo grande piacere: non ritornare mai più da me a fracassarmi la minchia!».

Da più giovane, romantica e sicuramente ingenua, una volta ci sono cascata: in nome di un amore che non si capiva che cosa fosse e come si manifestasse, quella stronza avrebbe voluto impadronirsi di me nella mia totalità. Che poi, anche nel sesso, faceva semplicemente pietà: mano nella mano, bacini “smack”. E lacrime! Figurarsi, se con me avrebbe funzionato: le uniche donne in lacrime che io sopporto, sono quelle che piangono contente sotto la mia frusta.

In ogni giorno che il Signore, bontà sua, mandava in terra, lei si creava un nuovo problema che tale non era, se non nella sua zucca. E il sesso? Anche a causa della pudicizia ipocrita: poco, e da schifo! Parole? Pure quelle, poche; in pratica, solo le mie. Mai, che lei mi sorprendesse: si aspettava che ogni iniziativa partisse sempre da me; tranne quanto riguardava i suoi personali bisogni, naturalmente, giacché, senza lavoro, la sostenevo anche materialmente. D’altro canto, una ciofeca[1] così, chi l’avrebbe mai assunta, se non per fottersela? E ci sarebbe comunque rimasto male.

Quando stava per andarsene, in un rigurgito di patetica fierezza, lei proclamò, “E in quanto ai soldi che hai speso per me, non temere, che te li restituirò appena posso”. Sai quanto mi fregava del denaro; il mio desiderio più vivo, era che lei se ne andasse via; e subito. Tuttavia, non mi lasciai sfuggire l’occasione per prenderla per il culo, “Non ho dubbi, tesoro; infatti, è impossibile che tu lo faccia prima di poterlo fare”. Ma, stupida com’era, non credo che abbia capito l’assurdità insita nelle sue stesse parole vacue.

Io lo capisco, che sta nell’ordine naturale delle cose che una donna sia predisposta, e quindi incline, a “prendere”: ma una tal cosa funziona soltanto per quelle che hanno a che fare con degli uomini; e questo dovrebbe riferirsi nell’ospitare, cioè “prendere” il loro membro nella fica, o in altro diverso buio recesso. Tuttavia, in virtù di una tale predisposizione, fraintendendo, molte di loro ritengono di essere nel pieno diritto di succhiare l’uomo sino a esaurirlo. Se lo facessero solamente al loro uccello, andrebbe pure bene; ma quelle che stanno con me, non si dovrebbero approfittare della mia “carità cristiana” per prendersi la mia vita, e succhiarmi anche l’anima. Cazzo!…  (Continua nel romanzo).

[1] Ciofeca, letteralmente è la parte inferiore del carciofo con le prime foglie, tuttavia, dal gergale napoletano, non significa solamente schifezza, ma anche qualcosa riuscito male, dalla quale ci si aspettava di più, per poi rimanere delusi.

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