TUTTO EBBE ORIGINE NELLA MIA INFANZIA.

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

Un passaggio tratto dall’Atto 4° della Saga Erotica Lesbo in corso d’ultimazione.

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android)

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… quella cerimonia, dal protocollo tanto inusitato, non l’aveva scossa per niente: infatti, la fanciullezza l’aveva marcata di un “imprinting”[1] che l’avrebbe orientata sino all’età adulta, e anche dopo…

Per il suo temperamento indomito, indipendente e ribelle, fu già dall’infanzia vissuta burrascosamente nei vicoli della sua Venezia periferica, che verso l’età di otto anni Gia incominciò a non sopportare i soprusi; soprattutto, se a farli erano i maschietti. Infatti, contrariamente alle usanze, nella banda di cui era parte, anche i giochi delle bambine non erano per nulla femminili; purtroppo, però, considerandole non per quello che dimostravano di essere, ma unicamente e con disprezzo delle “femminucce”, i ragazzini la facevano da padroni.

Per carattere, sempre propensa alla ribellione, e mal sopportando le regole che erano imposte dal capo di quella banda, un bel dì lei gli si oppose fieramente, sfidandolo alla lotta. Più grande di un anno, più alto e molto più forte di lei, il ragazzino la sopraffece con facilità, e dopo, con quell’innocente ma terribile crudeltà che a volte sanno mostrare i bambini, volle impartirle davanti agli altri una pubblica, umiliante punizione che ne smorzasse i bollenti spiriti, riaffermando così la sua posizione di “capo”.

Insieme agli altri ragazzetti della sua banda, dopo averla trascinata a forza nel chiuso di una corte abbandonata e invasa dalle erbacce, le fece subire quello che, psicologicamente, fu l’equivalente di uno stupro, giacché profanò il suo corpo contro la sua volontà. Ordinò loro di mantenerla supina per terra in mezzo alla sporcizia, e poi ordinò a una ragazzina che lui considerava la sua luogotenente: «Dai, pisciale addosso, inzuppala per bene, che così capirà, chi è il capo qui». Piangendo e divincolandosi con tutte le forze che aveva, la piccolina si ribellò; ma erano in tanti contro una sola, e Gia fu sopraffatta.

Mentre, in assorto silenzio, gli altri assistevano morbosamente incuriositi e compiaciuti, come se si fosse trattato di un rito pagano, in quattro la mantenerono sdraiata a terra, bloccata per i braccini e le gambine.  Per schernirla e umiliarla anche di più, l’altra bambina si mise a cantilenare in continuazione, “Adesso ti piscio addosso, adesso ti bagno tutta…”. E quindi, abbassatesi gli slip, il largo gonnellino a nascondere le sue parti intime, si accovacciò su di lei, e mentre si manteneva le mutandine tese verso l’alto per non bagnarle, ridendo come una matta, la irrorò dalla pancia sino alle scarpine.

Da quella terribile umiliazione pubblica che, tra l’altro, le toglieva ogni carisma, Gia rimase affranta. Quando, deridendola e sghignazzando come matti, la lasciarono libera di andarsene, sporca, tutta bagnata e ancora piangente, lei se ne scappò a casa; ma, con l’orgoglio ferito, covando dei tetri propositi di vendetta verso i maschi di quella banda, e del capo in particolare, ai genitori non raccontò una sola parola; alla mamma, che, preoccupata, la interrogò chiedendole come mai fosse tutta sporca, bagnata e puzzolente, risoluta, lei mentì, raccontando che le era scappata la pipì.

Nei due giorni che seguirono, frustrata, lei si sentiva più triste di una mosca che, monca delle ali, deve muoversi a piedi; ma poi, la tristezza le passò. Nel suo intimo, tuttavia, si rese conto che di là dell’umiliazione, inspiegabilmente le era piaciuto subire quello che lei mai, sarebbe stata in grado d’imporre a qualcun altro alla presenza di spettatori. E questo, a causa delle inibizioni che la madre le aveva inconsapevolmente ingenerato riguardo alla minzione; ma da bambina qual era, non si pose dei particolari interrogativi.

Diventata adulta, in particolare durante gli studi universitari, ripensando alla madre, pur conservandone complessivamente un buon ricordo lei scoprì che avrebbe avuto molte cose da rinfacciarle. Comprese che era a lei, che doveva le ragioni inconsce di quei suoi problemi che, sia pure con fatica, da adulta risolse da sola.

La primissima parte della propria infanzia, lei non la ricordava per niente felice. Quotidianamente, per andare a fare la spesa o per altre commissioni, invece di portarsela dietro, la madre la lasciava da sola in casa; e per starsene tranquilla, la infilava in un box per bambini dalle alte sponde, da dove Gia non sarebbe potuta uscire.

Immancabilmente, lei si sentiva sola e abbandonata, e passava quel tempo, che ricordava lunghissimo, a disperarsi e a piangere, invocandola inutilmente. Ogni volta, esauriti il fiato e le lacrime, si accasciava sfinita, addormentandosi bocconi, bagnata dalla pipì che non era riuscita a trattenere. Bisognosa d’affetto, evidentemente, non era nella sua natura provare astio o dei sentimenti negativi di rivalsa, poiché, benché trattata in quella maniera, quando la mamma, ritornata, la svegliava rimproverandola per essersi bagnata, lei immediatamente la abbracciava e la baciava, chiedendo di perdonarla e dichiarandole di volerle tanto bene, implorandola di non lasciarla più da sola, cosa che non avvenne.

Quando crebbe abbastanza da ottenere di scendere da sola in strada, lei preferì passare là il suo tempo, da sola oppure in compagnia delle amichette; lo faceva ogni volta che poteva: infatti, nella strada, lei non si sentiva sola come a casa sua.

Un’altra delle responsabilità che Gia addebitava alla madre, consisteva in un problema che la assillò, procurandole non poco disagio sin quando divenne adulta; sin da molto piccola, quando, per strada, o a casa d’altri, lei le chiedeva “Mamma, pipì”, questa, tutta concitata e contrariata, le imponeva di aspettare, e intanto di contenersi. Neppure da grande, Gia comprese mai di che cosa lei si preoccupasse: in qualunque luogo fossero, se fuori da casa, immancabilmente la madre le spiegava che farlo là, dove si trovavano, sarebbe stato disdicevole, e che, oltretutto, qualche estraneo avrebbe potuto osservarla mentre lei era intenta in quella cosa “vergognosa”. Quando, occasionalmente, la lasciava libera di liberarsi in qualche androne scarsamente frequentato, ogni volta la esortava a coprirsi il basso ventre con un: «Nasconditi le vergogne!». Gia era piccola, ma già allora, innocentemente, si chiedeva: «Perché mai, dovrei vergognarmi? Non è mica colpa mia, se la ciccina fa la pipì!».

Questo complesso di cose le portò dei problemi a urinare ogni qualvolta lei si trovasse fuori dal proprio habitat, ed anche nelle toilette dei luoghi pubblici, dove c’era della gente con cui non aveva confidenza; e questo, in ogni luogo dove si ascoltavano chiassare delle persone che lei sentiva esserle estranee, insomma: cocciuta, ogni volta ci riprovava, ma, accingendosi a farlo, di riflesso contraeva i muscoli pelvici, e non c’era verso che lei riuscisse a sbloccarsi, con le dolenti conseguenze che la cosa comportava per la sua povera vescica, costretta a resistere sino al ritorno a casa.

Quell’handicap continuò ad assillarla anche da più grande, nei bagni degli autogrill, ad esempio, e non solo; quell’antipatico disagio la limitava in tutto quello che lei avrebbe desiderato fare e che avesse comportato dei lunghi viaggi in treno o in pullman, e via discorrendo. Per distendersi, talvolta provava anche a raccontarsi delle barzellette, e qualche volta la cosa funzionava. Meglio andò quando, adolescente, lei si attrezzò con le cuffiette per ascoltare gli MP3 di Madonna, artista che lei adorava, la cui musica, regolata a volume esagerato, copriva gli altri rumori, distraendola e rilassandola.

Stranamente però, quando da piccolina si trovava a casa di qualche sua amichetta con la quale aveva una buona confidenza, il problema non si presentava; ma non solo: se i genitori dell’amica non erano in casa, le piaceva molto servirsi del bagno “scordandosi” spesso la porta aperta per farsi guardare. La cosa aveva delle ragioni che affondavano nell’inconscio; infatti, non si trattava di esibizionismo, ma di una sorta di riscatto morale. Anche senza rendersene conto, era come se lei dicesse a se stessa: «Vedi quanto sei brava, Gia? Nonostante lei ti guardi, tu sei capace di ammollarla lo stesso».

Sua madre, insomma, le ingenerò inconsapevolmente dei sensi di vergogna che, pur assurdi, tuttavia, lei introiettò nel profondo di sé. Quelle inibizioni, Gia se le portò dietro per molto tempo, e da grande, per riuscire a superarle, lei dovette lavorarci sopra moltissimo. Anche quella, probabilmente, fu una delle ragioni che la appassionarono allo studio della psicologia, portandola a scegliere, al tempo dell’Università, la facoltà di Scienze Comportamentali. Fu solo con il suo primo vero amore, Angela, che lei riuscì a sciogliersi del tutto; e allora, per contrapposizione e rivalsa, su quel fronte, lei divenne persino esagerata, e molto, molto sfacciata, facendone qualcosa che si mischiava con il sesso.

Anche con riguardo alla sua formazione psicologica, la madre fu per lei decisiva. Quando la bambina commetteva qualche marachella, la mamma non si esimeva mai dall’umiliarla, portandole ossessivamente a buon esempio il cuginetto della sua stessa età, che, ipocrita di fronte agli adulti, allo scopo di mostrarsi più bravo di lei, ostentava dei comportamenti e dei propositi che erano ben diversi da quelli che gli appartenevano, e che Gia conosceva bene: fu già da lì, che lei iniziò a pensare che, anche per la loro falsità, i maschi non le andassero a genio.

Benché scarsamente acculturata, era stata sempre la madre, la sua prima inconsapevole insegnante di psicologia; come tutti gli ignoranti, scioccamente incolpevole, lei introdusse Gia alla sostanza del Condizionamento Classico Pavloviano[2]: era quello, con la tragica buona fede dettata dal non sapere, il metodo pedagogico preferito cui s’ispirava per modellare i comportamenti della figlia.

Infatti, ogni volta che secondo lei Gia non si comportava bene, senza farsi scoprire dai presenti, questa le somministrava dei temibili e dolorosissimi pizzicotti sulle cosce o sui fianchi; e questo accadeva specialmente quando, di fronte a parenti o conoscenti, candidamente la piccolina raccontava di qualche chiacchiera su di loro che aveva sentito in casa.  La piccola Gia non poteva neanche piangere o protestare, poiché sapeva che così, poi a casa, sarebbero stati altri dolori: si sarebbe presa degli schiaffi. Gli sculaccioni, lei li sopportava; ma non era lo stesso per i ceffoni: li odiava, poiché, nel riceverli, si sentiva profondamente umiliata.

Tale complesso di cose determinò che la bambina, ogni volta che aveva voglia di parlare in famiglia, ricordando il cocente dolore, nel dubbio, con buona pace della spontanea comunicazione, un attimo dopo decideva di starsene zitta. Il suo dialogare si ridusse a rispondere con un sì, o con un no, oppure a rimanersene muta, esprimendosi un po’ di più solamente quando aveva qualcosa da chiedere o da farsi concedere.

Ancora ricordava, come i suoi genitori commentavano la cosa con i parenti: «É una bambina tanto chiusa! E non ne comprendiamo la ragione; ma, crescendo, speriamo che si apra un po’».

Ciò nonostante, lei provava un attaccamento per la madre che, per una bambina, era del tutto insolito; sentimento che normalmente le femmine riservano al padre. Tale legame non si spezzò neppure quando lei crebbe e divenne adulta, poiché questo la compensava dell’afflizione per quel padre perduto, spesso ubriaco, che mai, si era sforzato di comprenderla, e che quando la seppe lesbica, la cacciò da casa in malo modo.

Nella sua mente, spessissimo ricorreva il film che la vedeva bambina; ma, nonostante tutto, il ricordo di quegli anni le dava gioia ed anche soddisfazione, poiché si era fatta convinta che, alla fine, quelle esperienze di strada, come quelle familiari, fossero servite moltissimo per la propria formazione.

Quell’episodio che le occorse in quella vicenda che la lasciò bagnata e umiliata di fronte a tutti gli altri bambini, ad esempio, le insegnò alcune cose utili: intanto, imparò a leccarsi da sola le ferite; e inoltre, costatando quanto sarebbe stato inutile sforzarsi di sormontare delle onde troppo alte, le insegnò che è proprio la corrente avversa, quella che alle volte può portare nella direzione che il destino ha deciso.

Tanto significato lei attribuiva al suo vissuto in quell’età, che sul suo cappello, fra quelle dei suoi amori, vi era anche un’immagine che l’auto-raffigurava: una foto di quand’era una piccina pre-pubere. A quella bambina, che mai più sarebbe stata, lei voleva bene; e il suo, non era una sorta di narcisismo: per l’innocenza e la freschezza dei sentimenti, ed anche, e forse soprattutto per l’ingenuità e per la spontaneità che mai più avrebbe potuto avere, lei la considerava la “se stessa” migliore. Spessissimo si ripeteva…

‘Ah… se fossi rimasta quella bambina che ero, neanche le avrei cagate, le brutture di questo infame mondo’.

A farle apprezzare ancor di più lo stato d’animo felice in cui si trovava in quel paradiso insieme alle tre affascinanti e sensuali donne arabe, per antitesi, le ritornò in mente l’episodio di quei giorni lontani a Venezia…

‘Quella terribile umiliazione che dovetti subire, mi fece soffrire moltissimo, e soprattutto nell’orgoglio; ma, anche in quell’occasione, io ne venni fuori bene. Ero piccolina, certo; ma già da allora cazzuta e ben attrezzata dentro: con quella miracolosa capacità che hanno i bambini di credere alle proprie fantasie, per una sorta di legge di compensazione che, pur non rendendomene conto, mi manteneva in equilibrio, quando soffrivo per qualche ragione o stavo male, oppure quando c’era qualcosa che mi rodeva l’anima, io mi paravo il culo dall’angoscia e dal dispiacere rifugiandomi in un pensiero tutto mio, nel quale trovavo conforto e consolazione.

Con la fantasia, io m’immaginavo che, parallelo al nostro, esistesse un altro mondo che era simile, certo, ma esattamente opposto, dove accadeva tutto il contrario di quanto avveniva qua, e dove viveva un’altra “ME”. Una fantasia che, con la scoperta del pianeta Kepler[3], ai giorni nostri la scienza ha dimostrato non essere poi tanto strampalata. E perciò, se io ero triste… lei, cioè, sempre io, invece era felice; per questo, pensavo che più sconsolata e addolorata io fossi, più felice sarebbe stata lei, cioè ME. Insomma, era la mia personalissima interpretazione di quel paradiso in cui quelli del catechismo domenicale volevano farmi credere interpretando a loro modo le parole del Cristo nel suo discorso della Montagna, “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”: in altre parole, io pensavo che si trattasse del premio promesso per compensare le sofferenze vissute in questa “valle di lacrime”.

A quel tempo, io non potevo capire che si trattava, invece, di un paradiso effimero; ovvero, la panacea alle ingiustizie e ai soprusi che tutte le religioni propongono alle genti con lo scopo di tamponare la ribellione nei riguardi dei Poteri costituiti, e anche di quelli non costituiti. A ben pensarci, chissà: l’esistenza di quel mondo opposto e parallelo, potrebbe anche essere plausibile. Beh, Gia, alla fine anche tu dovrai scoprirlo; per ora, godiamoci questo, che è un paradiso “certo”, e molto palpabile, splendidamente concreto e terreno’.

Fu proprio quello sgradevole episodio vissuto da bambina, a darle la grinta che più tardi lei si sentì d’avere nell’affrontare la vita. Infatti, per nulla timorosa a fronte di situazioni nuove oppure impreviste, immediatamente lei cercava e trovava il modo di affrontarle, sì da essere di solito vincente; e questo, non più sul piano di uno scontro fisico, naturalmente, ma nel confronto delle idee, per esempio. Era sempre orgogliosa di ricordare, e il suo pensiero ritornò al film dei vicoli veneziani…

‘Fu in seguito a quella cocente umiliazione, che la piccolina Gia decise di formarsi una banda tutta propria, composta di sole bambine che come lei erano avverse ai maschi. Quelle bande entravano di continuo in conflitto tra loro con delle vere e proprie battaglie, e non era raro che fossero le femmine a vincere, supplendo con la tattica, l’astuzia e la civetteria, alla maggiore prestanza fisica dei maschietti.

A distanza di settimane da quand’era accaduto, quell’episodio umiliante subito, faceva ancora soffrire Gia nello spirito; nondimeno, le lasciò una bizzarra sensazione, al punto che, ancora lontana dall’entrare nell’età pubere, nei suoi giochi lei prese a preferire quello della “dottoressa e la malatina”. In una calda giornata d’estate dalle strade deserte, insieme con un’amichetta della sua stessa età, trovandolo tanto divertente, fu in quel gioco, che annoiate, le due bambine decisero d’impegnarsi: lo avevano già sperimentato, e anche all’amichetta piaceva molto. Quella volta, tuttavia, fu diverso.

Si appartarono nel sottoscala all’interno di un portone, e come il solito, sorteggiarono chi dovesse sostenere il ruolo di paziente. Quella volta toccò a Gia, la quale, dopo essersi tirata giù il gonnellino e la maglietta rimanendo in mutandine, si dispose distesa per terra, come se il suolo fosse stato il lettino di un ambulatorio.

Dopodiché, con la convinzione e la serietà che hanno i bambini giocando, l’amichetta si mise a visitarla fingendo di essere una dottoressa, imitando tutte quelle innocenti cose che avevano visto fare a loro stesse durante le visite mediche, tipo simulare di auscultarle il cuore, battere con le dita di una mano due dell’altra sulla schiena, e così via.

A un certo punto della finzione ludica, con fare serio, la bambinetta le annunciò che l’aveva trovata ammalata di una rara malattia; Gia, allora, le chiese di salvarle la vita curandola. Con l’innocente cinismo dei bambini, lei le rispose che malauguratamente non vi erano delle cure, e che perciò lei sarebbe stata condannata a morire.

Nella sua testa c’era ancora la rabbia per l’umiliazione subita, che, per una questione d’orgoglio, ricordava spiacevole. Di là di questo, tuttavia, dovette ammettere con se stessa che la calda sensazione di sentirsi bagnare le era piaciuta. E così, anche per l’implicito senso di trasgressione che la cosa comportava, desiderosa di ripetere l’esperienza, fu lei stessa a indicare la terapia giusta all’amichetta. S’inventò: «Tu non lo sai, ma la tua pipì è magica! Se mi vuoi guarire, mi devi bagnare con quella». Ridacchiando, tutta contenta di poter assumere per una volta un ruolo predominante verso il “capo” della sua banda, abbassatesi le mutandine, la compagna si accovacciò, e, ridendo, la inondò tutta.

La prima volta che questo avvenne, Gia provò una cocente invidia per quella ragazzina: quella coetanea era stata capace in quello che a lei mai, sarebbe riuscito, se non nel bagno di casa sua. Provò anche un bizzarro piacere nel lasciarselo fare da consenziente: furono la grande confidenza che aveva stabilito con lei, e il desiderio di contraccambiarla, che la aiutarono a sbloccarsi.

Dopo di quella prima volta, e fino alla pubertà, la stravagante pratica la infiammò a tal punto, che, motivata, furono tante, le compagnucce che lei si portò nei sottoscala o in altro luogo appartato; e divenne anche molto abile nel convincerle: all’inizio, era sempre lei a sostenere il ruolo di “malatina”; ma, nello svolgersi del gioco e con lo stabilirsi della complicità utile a sbloccarsi, immancabilmente, i ruoli divenivano scambievoli.

Innocente come lo sono tutti i bambini, e del tutto priva di freni inibitori, se non quelli che la impedivano di fare ovunque la pipì o di parlare in famiglia, quella cosa piuttosto morbosa Gia la considerò un’innocente trasgressione, ed anche in seguito, ogni volta che quel gioco si ripeteva, lei si diceva: «Sono stata io a volerlo, e siccome IO SONO MIA, di me posso fare quel che mi pare!».

Briccona, vulcanica e costantemente senza pace, per sua iniziativa, a quel bel gioco se ne aggiunse un altro, che lei e le sue occasionali amichette chiamavano “Il supplizio del pirata”.

Quella sensazione che aveva provato fustigandosi da sola il sederino[4] con le guaine di bicicletta trovate per terra in un angolo del vicolo, la bimba, la trovò diversa da quella che provava quando la mamma talvolta la sculacciava per qualche marachella. Infatti, come si diceva, quando ciò capitava, lei piangeva; ma non tanto per il male, quanto per l’orgoglio ferito.

Così non era però, per la sensazione che lei provava a farselo da sola: infatti, le piaceva un sacco. Senza saperselo spiegare, lei amava sentirsi il sederino accalorato e un po’ dolente; e neppure sul piano dell’orgoglio, si faceva dei problemi, poiché era lei a decidere se e quanto dovesse soffrire. Anche darsi da sé dei dolorosi pizzicotti, le piaceva: lo faceva spessissimo, e non aveva neanche il timore di venire scoperta; tanto, i segni residui si sarebbero confusi con quelli che di frequente le somministrava la madre.

Se probabilmente questo le dava la sensazione di sentire il proprio corpo presente a se stessa in una maniera diversa dal solito, lei neanche se lo chiedeva, perché le piacesse tanto procurarsi delle moderate sofferenze; infatti, a quell’età, non chiedersi perché le cose piacciano oppure no, è da considerarsi un comportamento del tutto normale. Quale bambino si chiederebbe la ragione per la quale va matto per i dolci? A lei piaceva e basta; e quello fu sufficiente a farla continuare. Probabilmente, fu già da lì, che ebbe inizio quello che poi, da adulta, la orientò nei suoi comportamenti sessuali, volti a qualcosa che lei sosteneva essere diverso, ma che realisticamente non poteva che definirsi un morigerato sadomasochismo.

Alla lunga insoddisfatta per come quelle cose le riuscivano quando stava da sola a casa, un giorno a Gia venne in mente di coinvolgere le stesse amichette con cui s’intratteneva in quell’altro singolare svago, per la qual ragione s’inventò il cosiddetto gioco del “Supplizio del pirata”.

Nelle domeniche assolate d’estate, quando le barche dei pescatori erano ormeggiate in un porticciolo secondario della periferia di Venezia, che non era molto lontano dal loro quartiere, nessun’anima in giro, stando accorte a non farsi scoprire, le bambine salivano su di un caìcio[5] disabitato. Scese nella stiva per non farsi vedere, s’immaginavano che una di loro due, di solito Gia, ma non sempre, fosse stata rapita dal “feroce pirata” impersonato dall’altra, la quale la condannava a essere frustata pubblicamente sulla “tolda della nave”. Lei si appoggiava a qualcosa fingendo di essere legata, e, così ripiegata, si manteneva sollevata la gonnellina. Dopo averle abbassato le mutandine, l’amichetta di turno prendeva ad appiopparle delle nerbate sino ad arrossarle il sederino, e continuava fino a quando lei non le intimava di smettere. Quando ne aveva avuto abbastanza, massaggiandosi energicamente, ma senza piangere, Gia le diceva: «Se dopo mi vuoi curare facendomi la tua pipì magica addosso, prima devi subire anche tu il supplizio del pirata». Dopodiché, con un “Adesso tocca a te”, si scambiavano i ruoli; ma spesso, picchiandola, accadeva che qualche sua compagna piangesse, e allora Gia la smetteva, dicendole: «Per oggi, ti faccio grazia; ma in futuro fai la brava. Devi diventare più coraggiosa: come me!».

Siccome la discrezione non è certo una qualità tipica dei bambini, con il “passaparola” nelle calli, in breve tempo la cosa si diffuse tra le amiche della sua banda, e anche fra quelle che non ne facevano parte: fu così, che lei divenne anche più popolare. Per le dinamiche emulative che si sviluppano tra i bambini, ben presto Gia divenne leader anche in quei giochini che loro definivano “segreti”, e ancora una volta fu lei a dettare le regole: le aspiranti adepte avrebbero dovuto adempiere con lo sputo alla promessa di segretezza, un atto che fra loro era considerato solenne.

Nel tempo, furono innumerevoli le amichette che si misero in lista per appartarsi con lei nei sottoscala allo scopo di giocare al “dottore”, o per andare di domenica, dopo la messa e il catechismo, sui caìci, ormeggiati e deserti, a frustarsi moderatamente a vicenda nel gioco del “pirata”.

Dopo un anno che era solita spassarsela in quei singolari modi, un bel dì Gia si ritrovò intrigata e sorpresa a essere avvicinata proprio da quella stessa bambina che le aveva orinato indosso per spregio: dopo aver fatto per un po’ la “sostenuta”, lei acconsentì; ma non le permise di avere parte attiva. Quand’ebbe terminato di fustigarla e poi orinarle addosso, guardandola tutta infradiciata com’era dalla sua pipì e con le lacrime agli occhi a causa del bruciore, soddisfatta, si disse: «Adesso finalmente siamo in pari!». Dopodiché, fieramente le intimò: «Ora alzati, vattene, e non farti più rivedere da me; altrimenti ti sottoporrò ancora alla tortura del pirata, e non sarò clemente com’è stato oggi! E sappi che non mi farò mai più bagnare da te: io mi concedo soltanto a chi mi merita, e non alle leccapiedi del capo!».

Una volta, dopo aver terminato il gioco del “pirata”, chiese a una delle sue “partner”: «Fammela sul culetto, per favore». Lei le rispose: «É tutto rosso a causa del supplizio, Gia; ti brucerà di più!». «Non importa, mi piace provare; io sono forte: i supplizi mi fanno un baffo, che ti credi?» rispose lei, fieramente.

Era piccola, ma già sveglia e piuttosto furbetta; prima di farlo, lei chiedeva alle nuove aspiranti se fossero già brave ad andare da sole al bagno e vestirsi, in modo che le loro mamme non potessero accorgersi di quegli insoliti segni rossi che per qualche giorno decoravano i loro sederini: con quella sua innata propensione all’indipendenza, già da qualche anno, in quello, lei era del tutto autonoma.

Quei suoi accorgimenti e furberie già rivelavano che, nel suo intimo, quei loro giochini non erano, dopotutto, considerati così innocenti: tanto, che non ne parlò mai al confessore. Diceva a se stessa: «Sono fatti miei, mica suoi!». Molto più tardi, ormai grande, con il “senno di poi”, ricordando l’infame episodio del prete che l’aveva insidiata, lei ebbe la conferma di aver fatto la cosa giusta, a non concedere loro troppa confidenza.

Il ricordo di quei suoi trascorsi avventurosi, quasi la commosse; le sembrava che neanche fosse lei, quella bambina. Era con grande tolleranza, che Gia giudicava gli stessi suoi comportamenti, certamente poco o niente comuni alla gran parte degli altri bambini…

‘Tutto si decide nella nascita e nell’infanzia: anche questa mia passione “liquida”, probabilmente, è nata lì; e comunque, lasciarsi fare indosso la pipì, per quell’età era l’unica espressione possibile di quella sessualità, ancora in embrione, che poi sarebbe arrivata. Credo, però, anche più di questo, che a guidarmi sia stata la mia insopprimibile tendenza alla trasgressione che mi porto dentro da sempre. Una cosa è certa: tutto questo, mi è stato utile a superare le inibizioni che mia madre mi aveva indotto inconsapevolmente intorno all’urinare, al punto che oggi non avrei alcun imbarazzo ad accucciarmi per farla nel mezzo di Piazza S. Marco quand’è piena di gente… se non fosse, che mi porterebbero in carcere!

Ancora mi viene da ridere, quando penso a come reagì la mamma! Quante sono state, le volte che arrivavo a casa sporca, bagnata e maleodorante, accampando sempre la stessa scusante! E quello stronzo di mio padre non mancava di prendermi per il culo; mi aveva soprannominato la pisona[6]! Ricordo anche che la mia mamma mi portò più volte dal medico per scoprire le ragioni di quella mia presunta incontinenza che, guarda caso, finì proprio con l’avvento della mia prima mestruazione, dopo la quale furono altri, i giochi che io incominciai a preferire… scoprendo che quel giocattolino che mi portavo tra le cosce poteva servirmi a ben altro, che non soltanto per fare la pipì!

Quello che mi lascia delusa, tuttavia, è che non sono stata io ad avere l’iniziativa quando, con il mio primo amore vero, prendemmo l’abitudine di sculacciarci e frustarci a vicenda. Fu Angela, a proporlo per prima; anche se, lo devo confessare… io non mi tirai certo indietro. Ripensandoci però, mi sorprende: il mio orgoglio è dispiaciuto, di non essere stata io ad assumere quell’iniziativa; e questo è stato sicuramente perché in quel rapporto era lei, a essere dominante, e io innamoratissima, proprio come una scema.

In compenso, però, anche grazie a quei miei trascorsi infantili, fui io a innovare il nostro rapporto, introducendo la piacevolissima abitudine di bagnarci e dissetarci vicendevolmente delle nostre calde e fragranti pipì. Nella biblioteca dell’Università, sfogliando dei libri, scoprire che non sarebbe stata per nulla una cosa sporca o vergognosa bercele reciprocamente, fu per me una rivelazione: si sarebbe trattato soltanto di una diffusissima pratica salutista che noi, però, avremmo potuto comprendere nel novero dei nostri giochini erotici. Quando ne fui certa e le scrissi quella cosa poetica, con lei, il passo dalla teoria alla prassi fu breve.

Nonostante sia stata stronza per avermi lasciata facendomi soffrire come una bestia, devo riconoscere che lei era bella e molto sexy; e aveva pure una mentalità progressista, sempre molto aperta al cambiamento, e assolutamente inscalfibile dal preconcetto. Tuttavia, non le voglio male, dai; per opposto, mi auguro che sia felice: non tanto, quanto me, certo; ma che lo sia.

Quella mia infanzia, burrascosa e quasi selvaggia, mi è stata tuttavia utilissima: quel dover sopravvivere nelle bande, quelle dispute, quelle guerre e quelle battaglie, allertavano le mie capacità di sopravvivenza. Dover capire alla prima occhiata come si sarebbe comportato chi mi capitava davanti, intuire se mi fosse amico oppure ostile, e nel caso, se io avessi delle possibilità o no di sopraffarlo, magari, invece che con i muscoli, con le sole parole, insomma, è come se tutto questo mi avesse dotata di un sesto senso.

Ero sempre nella condizione di dover capire con uno sguardo se quell’amichetta, cui chiedevo di giocare al dottore, avrebbe accettato di lasciarsi pisciare addosso, e se fosse stata disposta a farlo a me. Dovevo comprendere prima, se a cose proposte o fatte, quella lì mi avrebbe poi sputtanato verso tutta la banda, o raccontato tutto ai preti, oppure, anche peggio, ai suoi genitori i quali, dopo, l’avrebbero detto ai miei.

Insomma, quel vivere la strada, mi aveva conferito un talento quasi animalesco di capire al volo di che pasta era fatto chi mi stava di fronte. Ancora oggi, questa qualità che io mi porto dietro da allora, mi è straordinariamente utile in svariate circostanze; non ultima, la capacità di capire se quella tal figa che mi voglio scopare sia da evitare perché infetta o stronza, oppure no.

In ogni caso, quell’attitudine che avevo sviluppato di valutare persone e situazioni, non va confusa con il preconcetto: quello, è tutta un’altra cosa. La sua origine è culturale, mentre questa mia disposizione sarebbe più appropriato definirla un istinto simile a quello sviluppato dagli animali, grazie al quale essi capiscono all’istante chi possono o no avvicinare, sopraffare, oppure con chi abbiano la possibilità di accoppiarsi; il mio unico rammarico è che, fortunati loro, gli animali lo capiscono anche con l’olfatto, ed io, pur brava, non giungo a eguagliarli.

Questa, è un’altra delle ragioni per cui non ho mai amato i profumi; perché non mi permettono di conoscere quelli autentici, feromoni compresi, della donna che mi sta accanto o che giace nel mio letto: non basterebbe lavarsi con cura e spesso, dico io, così da lasciare addosso alle persone il loro odore vero, infinitamente rivelatore?’… (Continua nel romanzo). 

[1] Imprinting, apprendimento primigenio, nell’accezione di Konrad Zacharias Lorenz.

[2] Condizionamento classico, è quel processo di modificazione del comportamento che avviene con l’associazione di uno stimolo incondizionato a uno che ne sia condizionato. La scoperta è attribuita al fisiologo russo Ivan Petrovič Pavlov. Fonte: Wikipedia.

[3] Kepler, Kepler-69 c è un eso-pianeta scoperto dagli astronomi affiliati al gruppo della missione Kepler e annunciato per la prima volta il 7 gennaio 2013. È uno dei pianeti più simili alla terra, finora scoperti. Fonte: Wikipedia.

[4] Si riferisce a quanto narrato nel primo atto del romanzo «Dal Cappello di Gia».

[5] Caìcio, è una piccola imbarcazione a due remi, con capienza di quattro o cinque persone, in uso nella laguna di Venezia. Fonte: Wikipedia.

[6]Pisona, incontinente urinaria. In dialetto veneto, viene anche usato in termini spregiativi per indicare le donne.

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