DOVA VA LA FOTOGRAFIA?

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

Un passaggio tratto dall’Atto 4° della Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android)

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… fortunata, per vivere lei non aveva bisogno di lavorare, e, pur non ritenendosi un’artista, si dava un gran da fare per scrivere recensioni, organizzare vernici, eventi, e altre cose di questo genere. Ricordo la proposta che mi fece riguardo alla possibilità di allestire una mia mostra fotografica a Calgary, la città dove lei vive: «Mi piace quel che scrivi e come lo fai Gia, ma amo troppo le tue fotografie di surreale nudo femminile! Per quelle esasperazioni nelle forme, per le incredibili trasfigurazioni che hai operato, esse sprizzano una potente sensualità. Giacché non hai usato Photoshop, e le hai stampate in camera oscura da negativo ai sali d’argento[1], ancora non riesco a capire come tu possa esservi riuscita. Di certo, si può dire che tu sia stata un’antesignana di Photoshop, giacché, al tempo, questo software neanche esisteva. É proprio un peccato che, giunta a tali livelli, tu lasci: sei volubile, tesoro. Da dov’è, che arriva questo tuo ultimo amore per la letteratura, oltre che per me?».

Eravamo entrambe abbandonate, prone sul letto, a riprendere fiato dopo l’ultima copula, aspettando che il desiderio rifiorisse. Le nostre bocche vicine quasi a sfiorarsi, la sua mano mi scorreva lungo la spina vertebrale, dolce e lenta, dal collo sino al coccige. Mugolando per il piacere, sottovoce le risposi: «Tante, possono essere le ragioni che ti muovono a scrivere; è sempre per te che lo fai, questo è certo; nondimeno, se scrivi anche per partecipare con sincerità ad altri le tue sensazioni e le emozioni che provi, allora, io sono convinta che la tua opera abbia una valenza positiva anche per chi ti legge.

Inoltre, se in ciò che scrivi ci cacci dentro le tue opinioni, e se non lo fai con l’unico scopo del profitto o per altri intenti edonistici, insomma, se tutto quello che butti giù ti viene quando occhi, cervello e cuore scattano all’unisono, secondo me, la tua, diviene un’opera generosa, e per questo apprezzabile. Questo non è dissimile da quanto dichiarava un certo Henry Cartier-Bresson[2] riferendosi alla Fotografia, in quello che lui chiamava “l’attimo decisivo”. É ben vero, Céline, che anche con la Fotografia ero mossa dagli stessi sentimenti di adesso; ma vuoi mettere l’enorme potere che ha la scrittura rispetto a quella? Ho un unico rammarico: di non averlo scoperto prima; ma sono ancora giovane, ti pare?».

«E bella, amore: sei tanto bella. In ogni modo, io resto dell’idea che tu faccia male a “lasciare” in qualcosa in cui sei brava» mi rispose intanto che una sua mano, pizzicandomi amabilmente le vertebre, mi procurava delle piacevolissime sensazioni. Ne avevo proprio bisogno: a differenza di Céline, mai, da Catalina mi era arrivato qualche guizzo cultural-amoroso che mi sorprendesse.

Pur sollecitata a volgere altrove il mio pensiero, le spiegai quali altre considerazioni mi avevano mossa nella mia scelta: «Tuttavia, vi sono delle altre ragioni che mi hanno convinta a lasciare la Fotografia per la Letteratura, Céline. Per incominciare, la paranoia! Dunque… tu sfogli le pagine di qualche autorevole “magazine” di fotografia, vedi un’immagine scialba, vuota di significati e priva di qualsiasi impatto emozionale, e, dopo, se ti rimane ancora la pazienza per andarti a leggere il commento di chi l’ha recensita, è anche peggio: migliaia di parole per raccontare pretestuosamente che cosa si “dovrebbe” trovare in quella tal immagine, e quali  sensazioni o emozioni essa ti “dovrebbe” scatenare. Che minchia[3] c’entra coniugare i verbi al condizionale? O c’è, qualcosa, oppure non c’è; e che cazzo! Io mi domando e dico: se c’è bisogno della stampella dello scrittore, non sarebbe meglio cestinarla, quella misera opera, quella cosa non dissimile da una merda di cane? E questa, non è l’eccezione, sai; ma la regola!

Non ti dico, poi, le baggianate che si leggono in quei vacui romanzi d’accompagnamento! Con l’eccezione dei presenti, di te, amore, sembra che i critici si lancino a vedere quello che non c’è allo scopo di attribuire a delle immagini insignificanti il valore aggiunto che, invece, non hanno, ammantando le più scialbe e deprimenti con delle pretestuose attribuzioni che, secondo loro, le renderebbero innovative nel linguaggio: se, sopra a uno scatto di merda, devo anche scriverci un romanzo, tanto vale che mi dia alla letteratura; non ti pare? Io lo capisco, che alcuni credono che in fotografia sia stato già detto tutto; ma, sant’Iddio, un po’ di fantasia, perdiana! Sai lo strazio, quando ti rendi conto che le “nuove proposte”, quando non siano del tutto incomprensibili persino a chi le promuove, son sempre quelle? Ossia, scopiazzate l’una dall’altra, o dalle opere dei Grandi della Fotografia.

Quand’ero a lavorare nel Burkina Faso, mi ricordo che, ogni mattina, ci dicevamo, “Alla fine di questa giornata, dovremo aver piantato almeno un chiodo”: per dire, che è inutile parlare, se le parole non portano a qualche cosa che si possa toccare, o che prima non c’era; a un risultato concreto, insomma.

Tu, che ti occupi d’Arte, lo sai meglio di me: affinché ci sia il successo, un Fotografo ha bisogno della concomitanza di tre elementi. Vediamoli: il primo, consistente nell’appoggio di un bravo gallerista; il secondo, di una critica positiva e intelligente. Anche l’ultimo, e fondamentale elemento, però, ci dovrà pur essere; cazzo! Il pregio dell’opera in sé! Nel contenuto e nella forma, no? Sono molto disillusa, sai? E non ti dico la malinconia delle nuove tendenze: io lo capisco, che per raccontare qualche cosa di nuovo alle volte si possa smarronare; ma questo non deve diventare la regola.

Fortunatamente, a rendere alla Fotografia la dignità che le compete, vi sono ancora dei bravi Fotografi; come Sebastião Salgado[4] , che, secondo me, è il “poeta del reportage”».

Ormai insieme da circa due settimane, ci comprendevamo alla grande anche nel sesso; gioiosa e impudica come non mai, affondando tra le mie chiappe, Céline prese a titillarmi deliziosamente il buchino, che, tremulo, si offrì schiudendosi. Tra un colpo di lingua e l’altro, mugolando per il piacere, io mi preparavo a godere appieno quel paradiso in cui mi stava conducendo: lo sapevo, che da lì a poco lei mi avrebbe fatto sentire stupendamente riempita e dilatata. Interrompendosi, la voce più sensuale che mai, lei commentò: «Come in tutte le tue cose, tu sei sempre appassionata; al punto di divenire talvolta poco flessibile e persino intollerante».

Avvertivo la sua lingua picchiettarmi dentro; poi, ancora una volta s’interruppe per dirmi: «Ideologicamente, tu sei un’integralista, Gia! Se, per le altre faccende che ti riguardano, tu sapessi essere aperta ed elastica come lo sei nel sesso, e non mi sto riferendo specificamente al tuo culetto che, ansioso, sta invocando il mio piccolo pugno, io sono certa che ti butterebbe molto meglio. Avevi ragione a dire che, per avere successo nell’arte, servono le tre condizioni che indicavi; tuttavia, mia cara, ne serve anche una quarta: il lavoro di un valente intrallazzatore, il quale faccia credere al mondo che la tua opera, indipendentemente da com’è, abbia un alto valore.

E perciò, riguardo alla terza, ciò che tu fai, secondo me, il valore ce l’ha; per la prima e la seconda ci sono io, e, per la quarta, se ti concentri su come sto “intrallazzando” in questo tuo lato più profondo, capirai che, invece… pure! Giacché promuovere l’arte e gli artisti è il mio mestiere, tu lascia che degli intrighi sia io a occuparmene: allora, la vogliamo fare questa mostra?» mi spronò, intanto che, con due dita, affondava sfrontatamente in me, facendomi gridare di piacere mentre io, ciclicamente, contraevo il mio buchino per trattenerla in me, rilassandomi e distendendo i miei tessuti, aspirandola in me, anelando di avvertire presto il suo dolce pugno dilatarmi forte il mio roseo anello, per poi, ben dentro di me, sentirlo muovere con dolcezza ad accarezzarmi le viscere. Neanche finii di desiderarlo, che tutto divenne realtà; ormai ben dentro di me, anche lei attizzata come non mai, s’interruppe dal parlare delle mie opere fotografiche. Ammirata, esclamò: «Che hai qui, un’idrovora? Mi sento risucchiare dentro la mano intera: fermati dall’aspirare, non vorrei entrarci con tutta me!» scherzò.

Céline lo sapeva, quanto io amassi la beatitudine che mi stava donando; allegra, ancora una volta mi prese in giro: «Caspita, Gia! Hai uno sfintere esterno davvero poderoso… mi stai stritolando il polso!».

Incerta se fosse la mia mente o piuttosto la mia fica a farlo, in un sospiro di voluttà, io risposi: «Che vuoi, amore: è questione del mio reiterato esercizio, e anche di un certo signor Kegel[5], i cui insegnamenti sono veramente preziosi; e non soltanto per averti dentro di me, ma anche per permetterti di deglutire comodamente tutto ciò che il mio ruscelletto è capace di darti per spegnere la tua sete».

La sua bocca a riempirsi della mia passerina congestionata, il suo polso mi era entrato dentro per intero, e lo sentivo muoversi amabilmente da dentro a fuori, a dilatarmi ciclicamente quello che prima era uno stretto pertugio, ma che ormai era divenuto un tunnel ad attraversare le colline delle mie chiappe; le mie mani a stringermi forte le tette sino a farmi male, con quella incessante voluttà che Céline mi stava infondendo, per ben altre ragioni che non le mie foto, degli urlati “sì” presero ad uscirmi a getto continuo dalla gola: in quegli istanti gloriosi, io avrei acconsentito a qualsiasi cosa lei mi avesse chiesto.

Se, al momento, la proposta di fare una mostra fotografica mi tentò, più tardi, lontana dagli orgasmi, giacché il mio interesse era ormai irreversibilmente volto alla letteratura erotica, ci ripensai, e la cosa non andò in porto.

Io sarò un’inguaribile idealista e anche un po’ scema, ma rifuggo dagli inganni e dalle bugie: secondo me, se successo dev’essere, che sia per il merito di quanto sono capace di fare al meglio. Oltretutto, mi sarei dovuta sobbarcare un costo eccessivo per la spedizione assicurata delle opere dall’Italia, e questo, dai miei calcoli, non avrebbe compensato i vantaggi d’immagine ed economici che ne avrei potuto trarre.

Céline insistette parecchio per farsene carico lei; ciò nonostante, io non volli accettare: mi sarebbe sembrato di approfittare. Già lei mi ospitava, e, ogni volta, nei ristoranti, al caffè o in discoteca, con un suo “Sei mia ospite, Gia”, nonostante le mie resistenze non c’era verso che io riuscissi a pagare. Soffrivo, per questa cosa; e, far pesare su di lei anche quell’onere, mi avrebbe ferita nella dignità.

E poi, in quel periodo, neanche volevo che dei pensieri materiali mi attraversassero la…(Continua nel romanzo).

[1] Sali d’argento, Fotografia ai sali d’argento, ossia, analogica. È così chiamata poiché l’elemento sensibile è costituito da alogenuri di quel metallo deposti in microscopico strato sul supporto di acetato costituito dalla pellicola. Nota dell’Autore.

[2] Henri Cartier-Bresson, (Chanteloup-en-Brie, 22 agosto 1908 – L’Isle-sur-la-Sorgue, 3 agosto 2004) è stato un fotografo francese ed è considerato un pioniere del foto-giornalismo, tanto da meritare l’appellativo di “occhio del secolo”. Teorico dell’istante decisivo in fotografia, ha anche contribuito a portare la fotografia di stampo surrealista (ispirata a Eugène Atget) a un pubblico più ampio. Fonte: Wikipedia.

[3] Minchia, è un termine adoperato frequentemente nella lingua siciliana, nei dialetti calabresi, nel dialetto salentino e nel dialetto gallurese per indicare il pene; è passato poi a essere espressione di esclamazione, di disprezzo, di apprezzamento o di stupore. Fonte: Wikipedia.

 

[4] Sebastião Salgado, (Aimorés, 8 febbraio 1944) è un fotografo brasiliano che ora vive a Parigi. Dal 1993 al 1999 Salgado lavora sul tema delle migrazioni umane. I suoi reportage sono pubblicati con regolarità da molte riviste internazionali. Fonte: Wikipedia.

[5] Kegel, dal nome del dott. Arnold Kegel che li ha ideati, gli esercizi consistono in semplici contrazioni volontarie, attuate per esercitare i muscoli del pavimento pelvico. Fonte: Wikipedia.

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