IL CAPPELLO DI GIA CAMBIA LOOK.

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La Saga Erotica Lesbo  «Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Non soltanto le cover cambiano il look, ma i romanzi sono più ricchi ed intriganti.

“Ai più potrà sembrare insensato, ma il profumo che più mi eccita sessualmente, è quello dei fiori di lavanda. Ciò non si può capire se non si conosce da che cosa nasca una tale associazione. La ragione affonda nella mia età pubere, ed in particolare mentre ero in vacanza in una masseria pugliese, dove, di notte, mi accadde qualcosa che trovai molto piacevole”.

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Vostra Gia.

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CREDO.

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Un passaggio tratto dall’Atto 1° della Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia».

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Volume1

… Roberta s’intromise nella conversazione: «Giacché siamo sul tema religioso, Gia, ben sapendo come tu la pensi in proposito, voglio però chiederti come mai, pur avendo avuto da bambina un’educazione religiosa, dopo, tu ti sia staccata dalla Fede. Insomma, quel che mi preme sapere, è se adesso tu creda in Dio».

Prima del sonno, non poteva mancare l’ultima delle solite simpatiche schermaglie. Infatti, Gia colse l’occasione per provocarla: «Tesoro, abbiamo parlato altre volte intorno alla faccenda del credo, e te lo ripeto: sì, che ci credocredo. Io non sono certa di nulla, salvo su quello in cui non credo; e adesso, credo d’essere stata più chiara… almeno credo».

«Gia, perché non te ne vai a cagare? Tu mi stai pigliando per il culo; è vero, letterata dei miei stivali? Sarò più chiara: ti ho chiesto se hai fede in Dio per sapere se credi anche all’esistenza del Diavolo, tema sul quale i nostri discorsi non sono ancora mai andati».

«E calmati, bionda! Adesso ti dico; allora, secondo me, la questione è questa: così come non esiste Dio nel modo in cui vogliono farci credere, allo stesso modo non esiste Satana. Esistono, invece, il Bene e il Male; ma a differenza di quanto i più credono, e usando il solito verbo non ti sto prendendo per il culo, sono cose che attengono all’uomo, e non al soprannaturale. Che poi alcuni, o tanti, disonesti ci razzolino per sfruttare le menti deboli, questa è cosa che avviene dalla notte dei tempi. Soddisfatta?».

Roberta mutò la schermaglia in una bonaria presa in giro: «Io lo capisco, che abituata a dover raggiungere una certa quantità di cartelle da consegnare al tuo editore, tu sia abile nell’essere prolissa; ma, sant’Iddio, almeno con me, cerca d‘essere più stringata: era davvero necessario usare cento parole per esprimere qualcosa che ne richiedeva dieci?».

«Ma guarda un po’ da che pulpito! Da una che ha studiato per avvocato; cioè, da una ciarlatana!».

«Ciarlatana, sarai tu; ed io non sono un’avvocata, ma una magistrata»… (Continua nel romanzo).

 

SGOMENTO.

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«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 6° della Saga Erotica Lesbo 

che suscita emozioni anche in chi non lo è.

Presto nelle librerie.

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6°Atto

… mio malgrado, io vedo che lassù avete pure il nerbo di bue che citavo prima».

A quella vista, la sua memoria ritornò a quando stava con Jessica, la crudele amante olandese; l’unica donna alla quale, in vita sua, accettò di sottomettersi senza porre prima delle chiare condizioni. Riprendendo con la storia avuta con lei, cui prima le donne l’avevano sollecitata a raccontare, questa volta Gia la compendiò con degli aspetti assai meno piacevoli. Infatti, interrompendosi bruscamente dallo spiegare, incominciò: «Credo, sorelle mie, di dovervi raccontare qualcosa di meno pepato riguardo a Jessica. “Amore, guarda qui: pensando a te, mi sono concessa un nuovo acquisto” mi disse in uno di quei giorni la fiera e vergognosamente ricca donna olandese con cui oggi mi pento d’essermi accompagnata.

“Vedo… è un’altra frusta: non ti bastano quelle che hai già? Oltre a occuparti dei tuoi negozi di lingerie e delle altre tue attività, hai forse l’intenzione di mettere su un museo del sadomaso?” risposi io, molto impensierita, in filo diretto con il mio sedere, presagendo come la faccenda sarebbe andata a finire.

“Questa, però, è speciale, amore mio: me la faresti provare? Giuro che non ti colpirei le tette… anche perché, nello stato in cui te le ridurrei con questa, dopo non me le potrei più godere”.

Si capiva dagli occhi, come non vedesse l’ora di farmi ballare sotto di essa. Mie care sorelle, ora che ci conosciamo persino nella carne, oltre che nello spirito, voi sapete che patire una frusta a me piace da morire; ma non con quella crudeltà che ci metteva lei. Osservando quella grossa sezione ritorta, provai una stretta allo stomaco; ma lei m’intrigava da matti, nel sesso sapeva farmi impazzire, e la carne è debole… specie la mia. Anelando le sue sapienti carezze, guardandola negli occhi, con lentezza presi a togliermi la camicia e il reggiseno, sperando che alla vista del mio corpo nudo fossero altre, le pulsioni a occupare il posto di quella sua insana smania. Mentre, fremente e bramosa, mi guardava, lei: “Sbottonati i jeans e calateli insieme alle mutandine, ma non te li levare; mi piace guardarti… così sottomessa e impotente. Inoltre, con i calzoni e le mutande ai piedi, se anche te ne venisse la voglia, non potresti scappartene lontano”.

Quando, chiappe al vento, fui completamente nuda, lei: “Brava, la mia bella e obbediente schiavetta; adesso afferrati con le braccia allargate al tendaggio, e allarga più che puoi le cosce” mi ordinò, con la voce del suo testosterone. Se l’epiteto schiavetta con cui mi aveva apostrofato, non fosse stato addolcito dal complimento bella, l’avrei mandata immediatamente a fanculo. Inoltre, pensai: “Allargare le cosce, ma come?”. Se neanche aveva voluto che mi sfilassi i pantaloni!

In ogni caso, con la febbre che la prendeva in quelle circostanze, io lo sapevo, che contraddirla e quindi incattivirla, avrebbe peggiorato la mia situazione; perciò, per quanto i jeans abbassati lo consentissero, mi divaricai, offrendole il culetto nudo ben proteso.

«Jessica: non come le altre volte. Mi piace che tu mi frusti, e lo sai; ma vacci piano, per favore!» la implorai.

«Sai, amore, deve provocare un effetto molto efficace; stupefacente, direi: pensa… era in dotazione alla Gestapo!» esclamò lei eccitatissima, con un tono di voce basso da cui traspariva la sua incontenibile foia, mentre si apprestava a farmela assaggiare una prima volta. Io mi aspettavo che si divertisse a spese del mio sedere, ma, neanche ebbe finito di parlare, che mi assestò un colpo fortissimo alla schiena; e voi sapete quanto sia pericoloso percuotere con forza la delicata regione della colonna vertebrale».

«Ma era matta?» strillò Nahed, inorridita.

«La sua, era una pazzia che definirei lucida, Nahed, asservita alla propria crudeltà. Vedete, amate sorelle mie, per lei non era come per noialtre; per essere più chiara, lei è sadica, il che significa godere soltanto nel fare del male, e non per l’arrapamento che induce la situazione nel suo complesso, coreografie comprese. Per esprimerlo in un solo concetto, in lei non c’è amore, ma soltanto e unicamente una cieca Destrudo[1].

Insomma, per quell’unico colpo che lei m’inferse con forza e senza alcuna pietà, io provai un dolore tremendo; cacciai un grido, e immediatamente, d’istinto, feci per correre via per sottrarmi. A causa dei calzoni e delle mutandine che m’ impicciavano alle caviglie, però, caddi rovinosamente a terra. Piangendo per il dolore, mi sfilai i calzoni e vidi le mutandine bianche macchiate dal sangue che era colato dalla vistosa ferita. Mi rialzai, e singhiozzando, corsi allo specchio a guardare che cosa quella sciagurata mi avesse combinato: da una profonda lacerazione dalla scapola sino al fianco, colava ancora copioso del sangue.

“Sei pazza?”, le urlai, ancora piangendo per il dolore, seguitando a sbraitare tra le lacrime: “Un conto è giocare, Jessica; ma tu, amore mio, hai proprio perso il lume della ragione! Devi farti visitare da un medico, uno bravo, e poi farti rinchiudere in un ospedale psichiatrico! Cazzo!”.

Imperturbabile, lei mi rispose: “Fai tanto casino per niente; è ritornare a essere la mammoletta che eri prima di conoscermi, quel che vuoi? Non protestare, sdraiati là, e lasciami fare”.

Poi, preso un flaconcino che conteneva una sostanza densa di colore verde, me ne spalmò il contenuto sulla ferita; subito provai un gran sollievo. Ricordo che quella sera, a letto, prima d’addormentarci seppe pure farsi perdonare. Mentre, il capo affondato tra le mie cosce spalancate e un dito a muoversi nel culetto, mi serviva un fantastico cunnilingus, prima che venissi, sollevato il volto dal mio grembo in fiamme, si scusò: “Mi dispiace, Gia; non pensavo che quel nerbo di bue facesse un tal effetto… che nondimeno è stato molto gratificante per me. Peccato, che tu non mi abbia consentito di continuare; sei stata veramente un’egoista. Si sarebbe trattato solamente di sopportare del dolore momentaneo: hai visto che adesso, grazie al balsamo, sei ritornata com’eri prima, no?”.

Gratificante, un beneamato cazzo, sorelle mie! Pensa un po’ che minchia[2] di scuse! Fortunatamente, neanche si permise d’accennare più, all’uso di quella frusta disumana; e neanche gliel’avrei permesso. Doveva averla nascosta da qualche parte, perché, nei giorni a seguire, io non la vidi più in giro.

Con mia grandissima sorpresa, tuttavia, il mattino successivo costatai che lei aveva ragione: della feroce nerbata che mi aveva inflitto, non vi era più traccia. Quando le chiesi la ragione, mostrandomi quel flaconcino, lei mi disse: “Un tantino crudele, è probabile che io lo sia; ma non sono pazza, Gia. La questione è, che se non faccio soffrire le mie amanti, neanche mi bagno. Come ti dicevo, era soltanto sofferenza, quel che volevo infliggerti e che ti chiedevo di sopportare per me; e non certo cagionarti dei danni, specie permanenti.

Questo balsamo io me lo faccio preparare su antica formula da dei monaci che vivono in un antico monastero abbarbicato sui monti della Basilicata, regione del tuo bel Paese; come hai potuto costatare, è veramente miracoloso. In ogni modo, poiché ieri tu mi hai deluso, io non te lo chiederò più”.

E ben fece, perché, quantunque mi avesse rimesso a posto, io compresi che lei era agli antipodi rispetto all’idea che avevo io sull’uso della frusta; e con quella sua concezione, io non volevo aver nulla a che spartire. Tuttavia, è ben strana la vita: alcuni anni più tardi, con Francesca, Mara e Roberta, le ragazze di cui vi ho già parlato e con le quali condividevo un rapporto poliamoroso, durante le nostre folli vacanze, incappammo proprio in quei monaci che fornivano a Jessica quella sostanza miracolosa, e da allora in poi la pratica della fustigazione erotica fu per noi anche più sfiziosa, poiché non dovevamo aspettare dei giorni prima che gli effetti delle fruste scomparissero».

Per niente garbata nel ricordare quella bruciante sensazione che stava nella sua esperienza, riprese: «Adesso, prima di ritornare alla lezione, dimmi, Rashida, come mai avete uno di quegli orribili attrezzi che tanto odio?» chiese con tono freddo, affatto gentile. Vedere colà il famigerato nerbo di bue, l’aveva scossa a tal punto, da farle affiorare dei sospetti sulla Decana. Già scottata una prima volta con Jessica, pensò che, di là delle apparenze, non era peregrino pensare che anche lei potesse essere per quel che non si mostrava.

Il tono della sua voce e l’espressione del volto, spazzarono via di botto i suoi sospetti: «Te l’ho pur detto, Gia, che noi non avevamo esperienza di queste cose; e perciò, ci siamo affidate ai consigli di chi ci ha fornito le altre fruste» si giustificò lei in assoluta buonafede.

«In buone mani, vi siete messe, amore!» esclamò lei, E seguitò: «Se dipendesse da me, state pur certe che non la useremmo mai; quella è veramente inumana, e considerato l’uso che se ne è fatto nella recente storia, non esagero se la definisco criminale. L’ho dovuta subire un’unica volta, e per un solo colpo, ma vi garantisco che non ce ne sarà una seconda» terminò, meno acida.

«Mi dispiace, moglie mia, non lo sapevamo; ma adesso che l’hai spiegato, la toglieremo da lì e la riporremo da qualche altra parte, fuori dalla portata dei nostri occhi e delle nostre mani. Giacché non è costata poco, non la butteremo, e così, la prossima volta che ci recheremo in città per far provviste, potremo scambiarla con qualcos’altro» rispose Nourhan, con tono dimesso.

Lei si rese conto d’aver mortificato le compagne, e se ne dispiacque; cercò di sollevare loro il morale spiegando ancor meglio le ragioni del proprio disappunto: «Amore, non voleva essere un rimprovero il mio, ma allo stesso modo in cui mi vedete entusiastica quando vi parlo di strumenti che si possono ragionevolmente usare, altrettanto sono tassativa nei riguardi di quelli che con il piacere non hanno proprio nulla a che vedere. Comunque, di là di quanto vi ho riferito riguardo alla mia esperienza con Jessica, non è sbagliato che vi renda qualche altra informazione su questo spaventoso strumento; in tal modo potrete comprendere meglio le ragioni della mia avversione.

Intanto, dovete sapere che questo tipo di fruste sono costruite usando il pene essiccato, allungato e poi ritorto, di un toro; e non il nervo di un bue, come indurrebbe erratamente a intendere il nome. E già qui, al solo richiamo del concetto di “pene”, sia pure di uno sventurato toro, come ben potete comprendere, provo orrore. E non è tutto; osservatela bene: come potete costatare, misura circa un metro di lunghezza, è molto flessibile ma anche tanto dura… eccessivamente, appunto.

Era usata, e da qualche parte lo viene ancora, nella doma dei cavalli più ribelli; potete perciò figurarvi quale effetto possa sortire sulla carne delicata di una donna. Inoltre, come affermato da Jessica, sembra che fosse in dotazione alla famigerata Gestapo, la polizia nazista, ed era usualmente impiegata per estorcere informazioni ai prigionieri; perciò, come vedete, anche per i suoi presupposti storici, non è cosa congruente con i nostri principi e con la nostra filosofia di vita».

«Ho colto in te la pena, e dopo che ci hai ragguagliate, capisco che quel ricordo ti fa ancora male soltanto a guardarla. Perciò, Nourhan, facciamo pure come consigliavi tu: alla prossima… (Continua nel romanzo).

[1] Destrudo, secondo la teoria psicoanalitica, si contrappone alla libido. Infatti, mentre la libido è lo stimolo a creare, ossia un’energia che proviene da Eros (pulsione di vita), la Destrudo, o stimolo a distruggere, è l’essenza di Thanatos (pulsione di morte). Fonte: Wikipedia.

 

[2] Minchia, termine adoperato nella lingua siciliana, nei dialetti calabresi, nel dialetto salentino e nel dialetto gallurese per indicare il pene, passato indi a essere espressione di esclamazione, di disprezzo, di apprezzamento o di stupore. Fonte: Wikipedia.

LE PATURNIE DI GIA.

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«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 6° della Saga Erotica Lesbo 

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6°Atto

… fu qualcosa di simile, che Gia pensò anche quando, nella beata ingenuità della sua giovinezza, le capitò di dover preparare un esame leggendo il noto libro di Laurence J. Peter[1]. Più tardi comprese che moltissimi dei suoi connazionali non erano per niente stupidi, certo; ma congenitamente ladri, sì. E specie alcuni politici, costatando che la regola poteva pressappoco così riassumersi…

Li lasciano là sino a quando non hanno imparato a rubare nel “rispetto” delle leggi che si sono confezionati ad arte, e dopo qualche tempo dicono loro: «Non essere ingordo, adesso lascia che a mangiare sia qualcun altro. Ora ti promuoveremo: in tal modo, grazie alla tua disonestà intellettuale, potrai imparare a rubare anche nel nuovo ruolo. E non avertene a male, perché il piatto sarà ancora più ricco».

Povera Italia… sciagurato Paese mio! Quando sarà, che moltissimi tra i miei connazionali finalmente capiranno che non si è per quel che si dice d’essere, ma per come ci si comporta? Quando lo comprenderanno, che questa è una regola aurea da tenere presente nelle circostanze in cui si è a giudicare, e soprattutto a votare? Quand’è, che ricorderanno che non ci si deve far abbindolare; che pur avendo talvolta un colore simile, così com’è per il cioccolato e la cacca, non per questo le cose buone e quelle sgradevoli sono eguali? Se mai ciò dovesse accadere, forse quel giorno le loro scelte sarebbero migliori; e non solo in tema di politica.

Eppure, la gente comune lo avrebbe, il modo per discernere, per capire meglio di che pasta loro siano fatti; basterebbe che si ricordasse di come appaiono quando sono presi in contropiede. Non più protetti, è lì, che loro si mostrano per quel che sono. Quando la gran parte delle persone al Potere ti parla per mezzo dei talk show o dei comizi, sfoggia sempre un’apparenza gioviale, aperta, “democratica”: sembrano quasi essere “quello della porta accanto”, disponibile a rispondere a qualunque cosa venga chiesta. Lo sappiamo bene, invece, che non è proprio così, e quale sia la loro attenzione a concordare, con assoluta puntigliosità e in anticipo, ognuno degli argomenti.

Il mezzo di cui negli ultimi anni si servono alla grande, la TV, tuttavia, talvolta gli si ritorce contro: quando non sono preparati a rispondere, inaspettatamente sorpresi per strada da dei reporter più cazzuti di altri, non vogliono parlare, perché la cosa li metterebbe in imbarazzo, oppure li coglierebbe in fallo… dove “fallo”, in tal caso, non significa quel che ciondola loro tra le cosce, ridicolo ammennicolo per il cui soddisfacimento farebbero di tutto.

Ed è allora, che salta fuori tutta la loro prosopopea, arroganza, e finanche la maleducazione, che manifestano senza alcun ritegno e senza il minimo rispetto per quelle persone che sono lì semplicemente per compiere al meglio il loro lavoro; ossia, per adempiere un diritto, quello all’informazione, che è pure previsto nella Costituzione.

Quando i giornalisti sono offesi e trattati male, dovrebbero risponder loro: «Mio caro Onorevole Pinco Pallino, siamo tutti uguali, e lo sai perché? Per ogni giorno che Dio manda in terra, tutti dobbiamo cagare, ricchi e poveri, potenti e miseri; e la tua merda è anche più fetente della mia, poiché mangi troppo, e a sbafo».

La gente che li ha votati dovrebbe anche chiedersi: “Se i ministri e altri funzionari governativi sono sempre fuori dal Palazzo, impegnati in viaggi all’estero a spese dei contribuenti, ai talk show e a rilasciare interviste per farsi belli, se non a inaugurare la “sagra del pisello”, quand’è, che svolgono il lavoro per il quale li paghiamo?”.

Quando, da opposte fazioni, li vedi scontrarsi, non mica te lo dicono che nel retroscena finisce tutto a tarallucci e vino! E la gente beve… beve; e neanche se ne accorge, che sta tifando per chi, invece che a fare, è più bravo a dire.

E questi, non sono dei problemi che nascono, o ci sono, soltanto da adesso. Anni fa, con l’avvento delle sinistre al governo, forte, fu la speranza che le cose potessero andare meglio; e invece, per una malintesa concezione dei principi marxisti, l’Italia si fece trascinare in una condizione d’esasperata “alienazione”, dove i mezzi, furono confusi per gli scopi, e viceversa. E poiché, riguardo a questo genere di cose, l’inerzia è potente, il risultato è, che ancora oggi noi siamo nella condizione dove il “posto di lavoro”, da mezzo, diviene “scopo”; e ciò, al punto che nella gran parte dei casi le strutture pubbliche non sono concepite tanto in funzione dei bisogni degli utenti, quanto quale risorsa di Potere, oppure economica, per chi vi lavora, o ne è responsabile. Che almeno quegli individui si occupassero con diligenza di ciò per cui sono stati assunti, sia pure in un sistema rimasto, ahimè, clientelare.

Anche se è chiaro come il sole che spesso le imbeccate sono il risultato di vendette o di conflitti tra potenti disonesti, tuttavia, un plauso va dato a quei giornalisti d’assalto, ai magistrati, e alle forze dell’ordine che si sforzano di svelare e perseguire le trame truffaldine e criminali della casta di quei “furbi”, talvolta smascherando chi è l’opposto di quel che dice d’essere. Parlo di quelli che a parole vorrebbero apparire degli strenui paladini della morale; di quelli che mostrando di difenderla riempiendosene la bocca a piè sospinto, protetti dal potere delle leggi che si sono confezionate su misura, e da abili avvocati pagati profumatamente con i proventi delle loro stesse ruberie, si comportano come gli pare.

Tutto ciò che è nuovo li sconvolge, li destabilizza, li spaventa poiché sentono minacciato il loro potere. Pur divorziati, si scagliano contro il divorzio; pur viziosi e frequentatori di prostitute, spesso pure minorenni, come la recente cronaca ha mostrato, si scagliano contro la mercificazione della carne; pur frequentatori di trans che fanno il mestiere più antico, si mostrano omofobi; pur ladri inveterati, si scagliano contro quelli che per quattro soldi si adattano a lavorare in nero perché affamati, e non contro chi li affama, compresi i cosiddetti “caporali”, lungo braccio d’imprenditori disonesti: io mi domando e dico, se proprio non riuscite a cambiare, fin che non vi beccano, siate pure disonesti; ma almeno fatevi soltanto i cazzi vostri, come professa quel tal “onorevole” preso mirabilmente per il culo da Maurizio Crozza[2], parlamentare campione nel cambio di casacca, che ultimamente non rieletto, si è dato alla TV. E invece, quelli pretendono di farsi pure i cazzi degli altri; merda!

Cazzo! Se avendo la ventura di leggere i miei romanzi e i miei post, dove di certo non mi censuro, qualcuno di quegli stimatissimi signori avesse a osservare: “E parli tu, che così esplicitamente scrivi di sesso omosessuale e delle “porcherie” che fai? Vedi un po’, da che pulpito di moralità viene la predica!”. Ebbene, in un tal caso fare loro presente che io sono sì, come loro vorrebbero che io mi definissi, un’impenitente “peccatrice” che fa le “porcherie”; ma soltanto per quanto concerne quello, ossia, il sesso. E quindi, andassero a vedere le loro, di “porcherie”!

Io non mento, non imbroglio, non rubo, pago tutte le tasse e anche di più, faccio volontariato sociale e beneficenza, odio la pedofilia, non faccio violenza psicologica o fisica a nessuno. E ciò, neanche alle amanti che, entusiasticamente consenzienti, amo frustare sul culo, poiché sono loro a implorarmelo; e giacché anch’io mi prendo volentieri la frusta da loro, il rapporto rimane paritetico al cento per cento.

Secondo loro, sarei io, dunque, quella che si dovrebbe vergognare? E ciò perché, che Dio la benedica, oltre alla mia, mi piace l’altrui fica? Oppure perché sentendomi ardere di sotto, se tanto posso, io fotto? E mi si perdoni l’improbabile lirica di basso profilo in cui cado ogni volta che sono incazzata!

Lontana dal quel mondo verso cui, irata, si lanciava, Gia riprese contatto con la splendida realtà che stava vivendo: si sforzò di cacciare lontano le riflessioni che la inducevano al malumore; ma, presto, vi ricadde… (Continua nel romanzo).

 

[1] Il principio di Peter, è una tesi, apparentemente paradossale, che riguarda le dinamiche di carriera su basi meritocratiche all’interno d’organizzazioni gerarchiche. Noto anche come principio d’incompetenza, esso fu formulato nel 1969 dallo psicologo canadese Laurence J. Peter, in un libro dal titolo The Peter Principle, pubblicato nel 1969 in collaborazione con l’umorista Raymond Hull. Il saggio ebbe una notevole fortuna letteraria e ha conosciuto numerose edizioni e traduzioni. Fonte: Wikipedia.

[2] Maurizio Crozza, è uno dei volti principali di Rai 3 e di LA7 (Italia): tra le sue trasmissioni televisive ci sono Crozza Italia, Crozza Alive, Italialand e Crozza nel Paese delle Meraviglie. Fonte: Wikipedia.

DISINVOLTURA.

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«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 6° della Saga Erotica Lesbo 

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6°Atto

… praticarsi una masturbazione durante uno scambio di vedute che poco o nulla ha a che vedere con il sesso, oppure portarsi a godere dinanzi ad altri, ai più può causare dell’inibizione o quantomeno dell’imbarazzo. Così non era, però, per la scrittrice veneziana, la quale, della masturbazione in pubblico, ne aveva persino fatto un vanto. Tant’è, che oltre a masturbarsi con discrezione sul vaporetto durante l’abituale tragitto che da Venezia porta a Torcello, oppure quasi quotidianamente nella biblioteca dell’Università, lei aveva persino inserito un messaggio congruente nella segreteria del suo telefono, che pressappoco faceva così:

“Sono Gia; non mi è possibile rispondere perché sono occupata a scopare o a masturbarmi. Lasciate il vostro nome e numero di telefono; vi richiamerò appena sarò venuta”.

Continuando a parlare per rassicurare Rashida, con palese intenzione talora lei volgeva lo sguardo anche a Nahed e a Nourhan: «Sotto l’onda travolgente dell’impulso che, ineluttabilmente, comporta la… (Continua nel romanzo).

PROSTITUZIONE SÌ, PROSTITUZIONE NO.

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«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 5° della Saga Erotica Lesbo 

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PROSTITUTION

… ritornando a quelle povere donne che svolgono una professione dall’insostituibile contenuto umanitario, e dall’indiscutibile valore sociale, definendole “puttane”, sempre disprezzate, sono!

Che ne sarebbe, di tutti quegli uomini i quali, per varie cause, incapaci o impossibilitati a fottere, senza di loro imploderebbero riversando la loro libido repressa in comportamenti spregevoli, se non criminali? E a quelli portatori di handicap, lasciare il diritto di prendersi qualche piccola consolazione che li distragga dalla propria sciagura, proprio no? Non se ne deve neanche parlare, non è vero? Hanno già il “conforto della Fede”, e quindi, sarebbe peccaminoso o quantomeno “moralmente riprovevole”. Cazzo, merda; e già che ci siamo, mettiamoci pure un bel “vaffanculo”!

Recentemente ho assistito a un’inchiesta alla tv dove si presentava il caso di un ragazzo che, portatore di handicap, non poteva neppure masturbarsi. Ebbene, naturalmente dietro corresponsione di un giusto corrispettivo, non a una prostituta, ma a una generosa e dolce ragazza, che voleva offrirsi per aiutarlo usando dei guanti, fu impedito di farlo poiché la cosa si sarebbe configurata in un reato, e quindi lei sarebbe stata considerata una puttana! E quando un’infermiera t’infila un catetere in fica o nell’uccello, oppure la canna di un clisma nel culo, anche quella, è una puttana? E il ginecologo che te la esplora con le dita, è un gigolò?  E l’andrologo che rallegra il culo agli uomini per controllare la loro prostata, anche quest’ultimo va denunciato per sodomia? Oppure, a fare la differenza, è l’espulsione di fluidi sessuali?

In ogni caso, va precisato che le noie legali non sarebbero state a carico di quella volenterosa e generosa ragazza, poiché la nostra legge non persegue la prostituzione in sé, ma l’istigazione, termine entro il quale si comprende ogni cosa legata al commercio del sesso, e quindi anche la contrattazione e i pagamenti cui, necessariamente, avrebbero dovuto adempiere i familiari del giovane ragazzo sfortunato. Tu guarda in che cazzo di umanissimo Paese siamo costretti a vivere; merda al quadrato!

E così, in nome di un malinteso concetto di morale, e per non dispiacere la potente Curia Romana, Stato nel nostro Stato, la legge italiana costringe le prostitute a esercitare illegalmente, in condizioni di stress, di pericolo, e di sfruttamento. E se tu vai a obiettare, lo sai che ti rispondono? “Noi non vogliamo disciplinare la prostituzione; ma eliminarla, poiché si tratta di un mercimonio che umilia le donne”. Ciechi, e pure ipocriti! Come se non lo sapessero che mai, nella storia dell’Umanità, una tal cosa sia stata coronata da successo; non a caso, la prostituzione è definita “il mestiere più antico del mondo”, razza di rincoglioniti!

Io mi domando e dico: riguardo alla prostituzione, perché non disciplinare in maniera legale e civile le cose, com’è stato fatto in svariati Paesi europei, quali la Svizzera, l’Olanda, la Germania, l’Austria, per citarne soltanto alcuni? Da quelle parti le donne possono lavorare tranquille, senza sfruttatori, e si sentono rassicurate dai controlli medici obbligatori; e giacché incassano i dovuti tributi che loro versano come ogni altro libero professionista, anche gli Stati ne sono contenti. E in aggiunta a questo, per le minori spese che non sono costrette a sostenere per combattere la criminalità, come pure per la diminuita assistenza medica e sanitaria che sarebbe conseguente alle infezioni veneree o di altro tipo, le amministrazioni pubbliche ci risparmiano pure.

Ciò nondimeno, con quell’altro Stato di cui accennavo, efficientissimo e iperattivo, che cogita nel cuore del nostro, hai voglia, Gia: da noi, un po’ di civiltà… mai? Mettendosi nei loro panni, si capisce pure: come sarebbe possibile continuare a infondere il senso di vergogna e di colpa, sia nei riguardi di quelle povere donne, sia negli avventori? E soprattutto, come si potrebbero giustificare le loro ipocrite crociate moralistiche condotte in nome della “Libertà e dignità della donna”? Da noi, le prostitute non sono forse delle creature lasciate da sole al loro destino, che in tal modo, libero, non lo è per nulla? E sempre in nome dello slogan di quelli lì che citavo, una delle libertà della donna, non è anche di decidere da sé che vuol fare del proprio corpo?

Proprio da loro, viene la predica, poi! Con tutte le sozzerie che sono emerse intorno ai loro comportamenti “santi”! Festini omosessuali a gogò, uso improprio dell’otto per mille prelevato dalle tasche dei contribuenti, auto blu dell’ultimo modello con tutti i confort, bar incluso, magioni principesche di centinaia di metri quadri per i porporati “Principi della Chiesa”, e quant’altro mi fa schifo soltanto citare! Non so fino a quando lasceranno mano libera di muoversi a quel povero Francesco, il quale sta cercando in tutti i modi di conferire qualche attendibilità alla Chiesa Cattolica. Speriamo che il suo Dio lo protegga… con i criminali interessi che lui sta disturbando. Anche se non sono osservante, una preghierina per quel brav’uomo, proprio mi va di farla.

Eppure, per ritornare alla prostituzione, lo sanno, che fin quando ci saranno dei maschi, sempre continuerà ad esistere. E quindi, perché non accettarla e regolarla, nel frattempo cambiandole il nome per renderla dignitosa al pari d’altre professioni? Potrebbero considerarla un’attività simile a quella della badante, ad esempio, o delle massaggiatrici chiropratiche, mettendo il servizio sessuale a disposizione non soltanto degli uomini, ma anche delle donne non belle o anziane, e perché no, anche di noialtre, illuminate femmine lesbiche.

La realtà è, che nello scorrere dei millenni, Maria Maddalena deve continuare a ravvedersi e a lavare i piedi a Gesù: questa, è la loro verità; cazzo! Se la tenessero per sé, almeno; ma la loro beghina morale, “quelli”, la vogliono imporre a noi, che intellettualmente liberate dai loro beceri pregiudizi, con loro, non abbiamo nulla da spartire. Questo, è l’annoso e insolubile dilemma italiano; merda! Il giorno in cui lo Stato Vaticano dovesse decidere di trasferirsi in altro continente, per la gioia, io mi darei alla Trance Dance per un mese intero, che coronerei con una sbronza megagalattica, e con un centinaio di copule godute a ritmo continuo con delle belle strafighe!

Distratta da quelle divagazioni mentali, Gia s’impose di riportare l’attenzione a Rashida, la quale non aveva terminato: «Altre, sono quelle che dovrebbero essere definite puttane, Gia; quelle che più del corpo, si vendono l’anima per denaro e Potere. Quelle che si sono scordate come nei millenni le donne siano state trattate dagli… (Continua nel romanzo).

FALLO.

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«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 5° della Saga Erotica Lesbo 

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… non si lasciò tuttavia fuorviare da quelle miserevoli considerazioni, e ritornò a prestare la massima attenzione a Rashida, la quale continuava a parlare: «Di là della boutade che ho fatto tanto per rialzare i toni malinconici, e scusandomi con te per i commenti che hanno riguardato il tuo, per altri tratti mirabile Paese, tutto quello che dicevo riguardo agli uomini, trovo che per noi donne sia un bene, Gia. Quella loro vulnerabilità, di cui spesso neanche si rendono conto, nei secoli ha rappresentato il nostro maggiore punto di forza, che ci ha permesso, e ci consente tuttora di non soccombere totalmente al loro potere che…».

Divertita per un pensiero che le attraversò la mente, Gia la interruppe: «Sai, Rashida, proprio adesso riflettevo su di una combinazione curiosa; nella mia lingua madre, l’italiano, uno dei modi per indicare il loro pene, è “fallo”. Il termine è però usato anche per indicare un’esortazione, o un errore, un difetto, oppure una colpa; ora, non ti sembra singolare la cosa? Infatti, di solito è proprio il fallo, a metterli in fallo, ossia, quel che di solito usano al posto del cervello».

In una squillante risata, lei: «Ma dai! Non credo sia un caso… ci saranno delle ragioni storiche, credo. Ritornando al tema, per noi donne è giunto, tuttavia, il momento di non giocare più di rimessa. Come dicevo, io sono convinta che per questo nostro sciagurato pianeta l’unica speranza restiamo noi donne, cara Gia; e più presto giungeremo al potere, meglio sarà per tutti, maschi compresi… (Continua nel romanzo).