UNA TISANA NEL DESERTO.

#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dal Libro 9° della Saga Erotica Lesbo 

Presto nelle librerie.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume8

… la giovane non si mostrò affatto sorpresa: «Sei cocciuta, sai? Quante volte te l’avrò fatto capire? Noi siamo unite più di quanto immagini, Gia».

«Che vuoi dire?».

«Non ti dice nulla, la sensazione familiare che hai avuto quando hai conosciuto mio padre? In ogni caso, chi non vuol credere, almeno non chieda».

«Sei un bel tipo, tu!».

La donna veneziana aveva capito, che non avrebbe tirato fuori un ragno dal buco, e già com’era accaduto numerose altre volte, non insistette.

Di punto in bianco Nahed: «Voglio farlo qui, Gia; e adesso».

«Ma sei matta? E se dovesse ritornare tuo nonno? Credo che mi vergognerei per tutta la vita!».

«Lui ne avrà per almeno quattro ore: non è facile, catturare le salamandre. E quando ritornerà, noi ce ne saremo andate da un pezzo».

«Ma non mi sento a mio agio, Nahed; scusami, amore, ma non me la sento proprio».

Lei si sollevò, accese l’arcaico focolare di pietre; dopodiché: «Vado nel tendone a prendere la teiera, e a riempirla d’acqua».

Ritornata portando con sé anche due grandi tazze di terracotta, lei appese la teiera sul focolare. Ritornata a sedere, le mostrò il vasetto che aveva preso: «È una tisana speciale che prepara il nonno: ti piacerà».

Versata l’acqua bollente e l’essiccato in una delle tazze, gliela porse. «E tu non bevi, Nahed?».

«Dopo, forse; bevi, dai!».

«Non sarà, che mi vuoi avvelenare, spero! Con tutte le diavolerie che ci sono in quei vasetti che ho visto dentro; e poi, veleno del cobra, salamandre, e dio solo sa cos’altro!».

Con un seduttivo sorriso sul volto, lei: «Non ci sarebbe nulla di strano, e da italiana, tu dovresti saperlo; si tratterebbe del vostro classico divorzio», celiò.

«Va beh… mi fido; tanto, se tu avessi voluto liberarti di me, ci sarebbero state mille occasioni. Specie alla guida della Land».

«Ingrata!».

Passò soltanto un quarto d’ora, e Gia si sentì rinfocolare; eccitatissima, volse un sorriso alla novella moglie: «Ripensandoci, anche a me piacerebbe».

Sorniona, lei finse di non capire: «Che cosa?».

«Non volevi scopare? Spogliati, allora, che lo facciamo sul tappeto».

«T’è venuta di colpo, la voglia, eh?».

Mentre, sdraiata tra le sue gambe, la giovane le serviva un sapiente cunnilingus, Gia: «Zuzzerellona, che sei! Ma sì, baloccati; rallegramela, amore, che “lei” non riesce a starsene buona».

«Che forbito, il tuo parlare! Come desideri, tesoro: ora ti ridurrò all’ombra di te stessa. Comunque, sono contenta, che tu mi abbia chiamata anche “bambina mia”, “mamma”».

Ad amplessi consumati, rivestite senza potersi sciacquare i genitali, Gia chiese: «Che cosa ci hai messo, in quel the? Un afrodisiaco? Non appena ho bevuto, morivo dalla voglia di farmi scopare da te».

Lei scoppiò a ridere: «Un afrodisiaco a te? Se sei tu stessa, un afrodisiaco!». Poi, più calma, sempre sorridendole: «Non ne hai certo bisogno, Gia. Stai tranquilla, che non ti ho dato nulla che possa farti male. Eri agitata per la paura che il nonno potesse scoprirci a scopare; hai bevuto una tisana a base di passiflora e biancospino, e il resto è venuto da te… compresa la tua esortazione a che io mi “baloccassi” con la tua patata».

«Davvero. Ho usato questo termine?».

«E non soltanto questo, amore; anche venendo, hai mostrato la tua anima di letterata. Hai gridato: “Oh sì, così! Ora trascendo!».

«Scema!». (Continua nel romanzo).

 

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LE FEDI: ovvero, lussi riservati alle razze autoproclamate superiori.

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«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dal Libro 8° della Saga Erotica Lesbo 

Presto nelle librerie.

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Elaborate.23

… passando da palo in frasca, come spesso avveniva, Nahed chiese: «Come mai, tu, Gia, sei tanto refrattaria alla spiritualità?».

«Non lo sono rispetto a essa, ma alle religioni; infatti, sono sotto gli occhi di tutti, i danni e i misfatti, da queste commessi. Secondo me, le religioni non dovrebbero neppure esistere. Casomai, se proprio non se ne può fare a meno, la spiritualità, e quindi la fede, dovrebbero essere dei sentimenti privati, come gli affetti e l’amore; e non diventare delle Istituzioni… che poi, spesso, sono tutt’altro che no-profit e avulse dalla politica.

Vedi, Nahed, tante, sono le ragioni che hanno portato l’uomo a inventarsi delle fedi religiose; oltre a quelle che ti sono già note, scaturite dalle paure e dalle insicurezze, ve ne sono altre, tra cui il bisogno di giustificarsi ai nostri stessi occhi per le nefandezze che ogni giorno commettiamo: come potremmo sentirci in pace con la nostra coscienza, se non avessimo la convinzione d’appartenere a una razza superiore tra le specie animali? Basti pensare a quanto di trucido la razza umana è capace di fare a bovini, equini, suini, pollame, ovini, e così via, facendo passare le cose per “normali”; neanche il più feroce dei nazisti, avrebbe potuto concepire i lager in cui si fanno nascere e crescere gli animali da uova e carne, per poi ucciderli.

Si dirà: “Ma dobbiamo pur nutrirci, no?”. E ancora si obietterà: “E per sopravvivere, le altre specie, forse, non lo fanno?”

«”Col cazzo”, risponderei loro; se carnivori, gli altri animali uccidono soltanto lo stretto necessario per sfamarsi, oppure per difendersi. Noialtri, animali umani, invece, uccidiamo molto di più di quello che ci serve, e per compiacere il mondo della moda, anche li scuoiamo. Tanto per citarti uno solo dei barbari modi di trattare gli animali, pensa che per ottenere la pelliccia, in Cina si usano due barre metalliche: una viene inserita nella bocca dell’animale, l’altra nell’ano. Poi le barre vengono collegate a una batteria per automobili, così che le scariche elettriche paralizzino le bestiole ma senza ucciderle; e quindi, allo scopo di mantenere il loro pelo più intatto possibile, vengono scuoiati vivi».

«Non posso crederci! È orribile, Gia! Tanto, che non esistono delle parole adatte a commentare».

«E c’è qualcos’altro, secondo me, che merita d’essere considerato, mia Nahed: come mai, noi umani, riteniamo che le altre specie animali siano escluse da qualche forma di spiritualità? Anche questo, è un effetto della nostra smisurata egolatria, che ci fa sentire superiori alle altre specie; e perciò, non è azzardato, secondo me, definirci ferocemente razzisti, oltre che ipocriti. E adesso, passiamo a una lampante contraddizione: capita che fuori dal sagrato, dopo aver adempiuto alla settimanale Messa Cattolica, scambiandosi pure un segno di pace, e assumendo la Comunione, la gente si senta in pace con Dio. Orbene, giacché nei Dieci Comandamenti, come nei Vangeli, non mi sembra, che questi aspetti siano toccati, dovremmo dunque chiederci: come mai?».

«Sei animalista, Gia?».

«No, pur amando gli animali, non lo sono per niente poiché non amo le esasperazioni; infatti, prendendo atto di quel che siamo, non mi nascondo dietro a un dito. Vorrei soltanto che non si esagerasse, e soprattutto, che non si tirasse in ballo un Dio che non esiste soltanto a giustificazione di quel che facciamo, considerandoci così superiori alle altre specie animali»…(Continua nel romanzo).

 

ARCIPELAGO DELLE GONADI.

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«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dal Libro 8° della Saga Erotica Lesbo 

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MultiIcona2 Atto 7°

… aveva chiesto Gia, sorniona, avendo capito che da lì a poco il fuoco sarebbe divampato un’altra volta.

Infiammata, Nahed: «Oh sì! T’immagini che bello sarebbe, starsene da sole in una cala deserta, sulla calda sabbia, nude, distese a crogiolarci al sole una di fianco all’altra,! Specie se fossimo alle Eolie, oppure alle Gonadi; o anche alle Pelagie», le aveva risposto lei, ispiratissima, con voce resa roca dall’eccitamento che le stava ritornando; intanto, la piccola mano già era andata migrando in posizione tattica, dall’interno di una coscia, verso l’attaccatura al ventre, nei pressi dell’inguine nudo di Gia.

«Io non credo, che tu saresti felice d’aver a che fare con delle Gonadi[1], specie se maschili, amore», riprese a dirle Gia, scoppiando in una risata e subito dopo incollando le proprie labbra alle sue. Dopo che le loro lingue erano andate intrecciandosi in un lungo e appassionato bacio, imbronciata, la ragazza: «Che fai… io sono qui a sognare di noi due, e tu mi prendi per il culo, Gia?».

Memore del suo desiderio di far durare a lungo il piacere, in un volare d’ali di farfalla, prendendo ad accarezzarle con estrema dolcezza il suo grembo liscio e spoglio da ogni peluria, Gia: «Non ti sto sfottendo, amore. Egadi, si chiama quell’arcipelago; e non Gonadi».

«E che cosa significa “Gonadi”, allora?».

«All’incirca, testicoli, amore; se riferite agli uomini, e ovaie, se a noi».

«Che cazzi, con questa vostra lingua italiana! Io non riesco proprio a capacitarmi di come si possano assegnare dei nomi tanto simili a delle isole e ai coglioni! E adesso salta sopra di me, amore, in verso opposto al mio, che ti voglio baciare; ora mi sono proprio riscaldata, ed ho pure sete».

«Se talvolta confondi i significati, le parolacce, però, tu le conosci a menadito!», le aveva fatto notare Gia, con il tono professorale che assumeva quando si sentiva investita di un ruolo formativo nei suoi riguardi.

Nahed non poteva farsi scappare quella splendida occasione per perseverare nel suo cazzeggiante[2] equivocare: «A mena-dito? Non preferisci che ti…(Continua nel romanzo).

[1] Gonadi, sono gli organi anatomici che negli animali sono presenti in numero variabile, sia nell’organismo maschile, che in quello femminile. Le gonadi femminili si dicono ovaie, e producono gli ovociti. Quelle maschili sono detti testicoli, e producono gli spermatozoi. Fonte: Wikipedia.

[2] Cazzeggio, termine informale per definire una battuta di spirito o dei discorsi vacui.

QUANDO L’AMORE È TUTT’ALTRO CHE PLATONICO.

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Un passaggio tratto dal Libro 8° della Saga Erotica Lesbo 

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Volume8

… con quelle promesse e quei muti inviti che si erano lanciate con gli sguardi per tutta la durata della colazione, tenendosi strette per i fianchi, Gia e Nahed si avviarono insieme verso il padiglione. A un certo punto del percorso, Gia si fermò; svelta, le sollevò la leggera veste, e senza alcuna ragione, le assestò sul sodo sedere un sonoro sculaccione: «Perché?», protestò lei, senza convinzione, ridendo.

«Non è colpa mia, ma della mia mano, che ne è stata attratta! Tu lo sai, quanto le piace il tuo sederino, amore; e non soltanto quello».

«Se è a questo che vuoi giocare, aspetta che arriviamo al padiglione, e poi vedrai come mi vendicherò!», la minacciò lei, amorosamente, baciandola.

Quella sfiancante notte d’amore, per loro, non era stata abbastanza: prorompente, il sangue pulsava ancora nelle loro vene; andavano accorgendosi che più facevano l’amore, più veniva loro la voglia di farlo ancora.

La temperatura del mattino era mite, l’aria era dolce e profumata, e nonostante la stanchezza, si sentivano molto bene: erano felici per l’opportunità che era stata loro offerta. Con il basso ventre contratto da quel desiderio che infiammava il sangue togliendo il respiro, giunte al padiglione, senza una parola, freneticamente si denudarono l’una con l’altra da quei pochi veli e capi che le ricoprivano: gli occhi dell’una in quelli dell’altra, leggevano il desiderio che vi si rifletteva.

Le loro mani frugarono furiosamente i corpi ignudi; le bocche cercarono le lingue, che si attorcigliarono avviluppandosi tra di loro, risucchiandosi a vicenda. Si baciarono con furore: mentre il desiderio andava esplodendo con un’urgenza improcrastinabile, facendosi totale e quasi dolente, loro si facevano mancare il respiro. Intanto che le mani non davano un attimo di tregua ai corpi, le labbra, calde e umide, fremevano dalla voglia e dalla voluttà, mentre le lingue, inebriate, imperversavano ad avvolgersi in uno struggente abbraccio voluttuoso che pareva non dover avere mai fine.

Quel suo sembrare una bambina senza esserlo, la bellezza quasi androgina di Nahed, insieme alla prorompente giovinezza, aveva sempre il potere d’inebriare torbidamente i sensi di Gia.  Pur spregiudicata e lasciva, lei appariva sempre di un’innocenza accattivante. Si scostò da lei per permettere ai propri occhi di goderne: il suo sesso, che ormai Nahed si era abituata a portare depilato, tanto impudicamente offerto allo sguardo, risvegliò gli appetiti più sopiti e inconfessati. Apparentemente casta e virginea, quella vagina sovrastata dal gonfio monte di Venere le ricordava sé stessa quand’ancora era una bambina impubere e si osservava allo specchio; ma per come si mostrò ai suoi occhi non molto tempo dopo, germogliata per l’eccitazione, quell’infiorescenza la portò lontano, nelle rimembranze di sé, quand’era adolescente: la trovò tanto impudica, insolente, e deliziosamente oscena.

Infatti, compreso il gioco libertino cui lei ambiva, Nahed aveva preso a stimolarsi toccandosi lievemente e incessantemente; mentre lo faceva, divertita, la guardava negli occhi con spregiudicata lascivia, come a studiarne le reazioni. L’altra mano migrò a una mammella, prendendo a stringersela; poi Nahed s’inumidì due dita, con le quali prese a titillarsi la punta del capezzolo. Anche più impertinente, a poco a poco il fiore incarnato tra le sue cosce sbocciò in tutta la sua orgogliosa bellezza femminina, tingendosi di un rosso vivo che ben risaltava sul brunito, rilevato, monte di Venere: nella sua trasformazione, quel fiore, nulla ebbe più a che spartire con quello innocente della fanciulla di prima. Nella pulsante attesa d’essere accarezzato, baciato, adorato, esso apparve a Gia un vulnerabile e fremente richiamo irresistibile.

Chiamata dal proprio seno, la mano di Nahed abbandonò la profumata corolla ormai sbocciata; intrise dall’opale rugiada, le dita andarono a render fiero anche l’altro capezzolo, titillandolo in una scivolosa danza. Intanto, prese a ondeggiare in maniera appena percettibile i fianchi; lo sguardo di Gia fu irresistibilmente dirottato verso il suo fiore, che ormai solo, sembrava invocare di non volerlo essere. Continuando a spremersi le mammelle e a vellicarsi con lascivia i capezzoli, gli occhi di Nahed guardavano continuamente l’amante, come a mandarle un muto invito a profanarla, come se fosse la prima volta a offrirsi a lei.

Gia si sentì il respiro farsi difficoltoso, e poi affannato; sentiva un gran calore al viso, e un torrido desiderio scenderle lento dall’inguine, incollandole le cosce una all’altra. Percepiva la propria carne trasudare un irreprimibile impulso ad averla all’istante; ma si contenne: quel pasto tanto bramato, che lei sapeva essere eccellente, non poteva andar sprecato per via dell’ingordigia, e saziarsene subito senza centellinarlo, sarebbe stato un imperdonabile crimine.

Era come se le due accalorate femmine, fossero in procinto di possedersi per la prima volta: con Nahed, lo era sempre, come se fosse la prima; in effetti, la donna veneziana non sapeva mai prevedere come lei sarebbe stata, e ogni volta, questo la infiammava da morire. Con la ragazza, il confine tra la liceità e la trasgressione, si faceva sempre molto sottile.

Un altro bene prezioso, di lei, che infiammava oltre maniera Gia, erano le sue terga: due lisci mappamondi della giusta misura, pieni e sodi, incredibilmente rotondi, d’adolescente. Durante le loro scorribande d’amore, lei non si stancava mai di giocarci, toccandoli, palpandoli, mordicchiandoglieli, traendone una piacevolezza infinita. In particolare, Gia amava sentirsi i propri duri lombi incollati all’ansa del suo ventre, quando, in piedi, con il monte di Venere madido, Nahed s’incollava alle sue terga mentre con la bocca scorreva dall’orecchio al collo, accarezzandole intanto un seno, e insieme la vagina. E anche l’opposto, la infiammava da morire: avvertire le sue rotonde e sode natiche aderirle al grembo, la mandava letteralmente…(Continua nel romanzo).

 

OLTRE CHE PENSATO, L’AMORE ANDREBBE DETTO.

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Icona 8°Atto

… da quando il fato mi ha concesso di amarti, mio giovane, fresco amore arabo… mia dolce bambina, io pensavo che una gioia più grande, non l’avrei mai conosciuta. È stato questa notte, amor mio, che quel nuovo stato di grazia si è insediato in me ancor più potentemente, trasportandomi corpo e anima nel paradiso che tu sei.

Non è possibile esprimerla a parole, l’estasi che io provo nel vivere i nostri sentimenti e la nostra fremente carnalità nel calore, nei profumi, nei sapori. E non meno m’è caro anche l’oblio, amato amore mio: dolce, è il mio sonno accanto a te; e ancora di più lo è il risveglio. Appagante, è l’addormentarsi avvinte tra le nostre braccia, una mia gamba al tuo inguine, rinserrata tra le tue ancora trepide: ebbene, siamo noi, felicemente esauste dalle estenuanti, amabilmente interminabili quanto deliziose fatiche dell’amore; noi, sì, due, ma in una cosa sola. Dolce, è respirarti con la coscienza ancora vigile a un palmo dal mio viso quando tu ti addormenti. Ancora dolce è dopo, lasciarmi andare tra le braccia di Morfeo abbracciata a te; ma forse ancor più sublime, è il mio risveglio al primo mattino, abbandonata e lontana dal tuo corpo, ancora disfatta nella coscienza, su quel letto anch’esso vinto, ma soddisfatto poiché nutrito dei caldi fluidi appagamenti del nostro amore.

Quella beata e dolcissima incoscienza che il sonno porta, mi stupisce sempre: in quale dimensione del Paradiso io sto vagando, per sentirmi tanto raggiante? Quando la coscienza a poco a poco emerge gioiosa, infine comprendo: tu sei là, e sei ancora con me e per me, amor mio.

Quant’è dolce, accostarmi a te, e guardarti nella penombra dell’alba illuminata da quella fioca luce che i veli alle finestre lasciano filtrare discreta. Rilassata, serena e placata, è sempre l’espressione del tuo viso dormiente, mio angelo mediorientale; tanto diversa da com’è da sveglia, quando, intrepidamente selvaggia e irruente, tu scateni le mie passioni più profonde, torride, e inconfessate persino a me stessa.

Quant’è dolce, ascoltare il tuo calmo respiro, osservare il tuo petto che a ogni fiato lievemente si solleva sincrono al mio, rendendo ritmicamente alte e colme le onde del tuo seno, che tanto licenziosamente mi concedi di possedere. Quant’è inebriante respirare il tuo leggero fiato, amore, quel tuo profumato alito che il torpore del sonno rende pregno, e tanto ambito al mio olfatto.

Dapprima esitante e rispettosa del tuo sonno, timida, io sfioro la dolce ansa del tuo fianco con una lieve carezza; una sensazione sublime mi avvince. Amore: tu lo sai, quanto io ami il profumo fruttato del sudore della tua pelle; anche se ben la conosco, ogni volta, quella è una sensazione nuova, travolgente, per me. Quant’è amabile, la levigatezza della tua setata epidermide, che tersa da ogni umidore e tiepida, permette ai miei polpastrelli di scivolare senza sforzo, leggeri, sulle distese infinite delle tue membra e dei tuoi fianchi mossi dal solo calmo tuo respiro. Leggere, le mie mani colgono paghe il tuo tepore, quel particolare, unico calore che soltanto il sonno sa conferire alla tua, da me, bramata carne. E quant’è appassionante per il mio tatto, percepirla nel particolare abbandono che il sonno ti conferisce: tanto morbida, così amabilmente cedevole al tocco delle mie dita; tiepida, tanto inebriante per i miei sensi e per la mia anima.

Accarezzandoti, il mio olfatto s’ubriaca dei tuoi profumi lievemente speziati, medio orientali: sapori e odori di cannella intrisa di bergamotto, in cui spicca la delizia della lavanda. È sapere che sono i tuoi, amore mio, che oltremodo, mi mandano in estasi.

È allora, che tu, nel dormiveglia, ancora abbandonata ai sogni nei quali io agogno occupare almeno un piccolissimo posto, fuori dalla tua coscienza, mi percepisci, amore. Gli occhi sono chiusi, ma le labbra si muovono e mi chiamano: comprendo che la tua bocca esige la mia. Quant’è buono, quel sapore di te così eccelso, gradevolmente diverso da quello che già conoscevo, e che il sonno ti ha conferito. Quel tuo torpore e il tuo tiepido calore, mi attraggono inesorabilmente. Durante l’infinito bacio, paghe, noi ci scambiamo le nostre salive rese saporose da quel tal Morfeo che ci ha appena lasciato.

È dolce, per le mie cosce, percepire il contatto delle tue, tiepide e costantemente trepide. Una mia mano corre al tuo grembo nudo, a cogliere il caldo, vischioso, delizioso umore del rigoglio genitale che ti è conferito dai sogni che accompagnano il tuo sonno. Quasi parossistica, tu stringi le cosce e m’imprigioni, impedendo alla mia mano di lasciare abbandonato il tuo nido d’amore: non ha alcun senso, amore mio. Per nulla al mondo, io l’avrei fatto. Mi è dolce, avvertire la tua carne che trattiene la mia mano, perché mi fai sentire importante: io ti sono preziosa, mia gioia infinita. Poi, ti apri a me: non le tue cosce, ma soltanto la tua mano, questa volta mi trattiene a te, e accarezza il dorso della mia, mentre questa si esprime in una danza, nel tuo umido, bruciante, ventre.

Com’è incredibilmente eccelso, amarci in ogni pausa del sonno: Morfeo non è il fine, ma l’espediente per amarci ancora, e poi ancora. Com’è tenero, quando, esauste delle nostre impetuose battaglie d’amore, talvolta noi ci prendiamo scambievolmente senza frenesie, rilassate e serene per la dolce e sommessa promessa di felicità che trasporta lentamente sempre più in alto i nostri cuori e i nostri sensi. Le nostre bocche si godono reciprocamente, perennemente fuse; le nostre lingue mielose si cercano, si trovano, si comprendono.

Quanto sono gentili e lievi, le tue mani sulla mia carne, amore mio: siamo tanto stanche, e questa volta sono le nostre mani, da sole, a portarci nel paradiso, mentre i nostri corpi, prostrati, rimangono abbandonati in attesa del rinnovato, intenso fremito che li coglierà. Dopo, nuovamente abbracciate, fiato nel fiato, noi ci riaddormentiamo ancora una volta felici e paghe, con il sorriso che dipinge sui nostri volti una gioia impossibile da dire: fremo, nell’attesa di sapere come ti scoprirò al vero e proprio risveglio, mia mutevole Araba Fenice.

È mattino! Impertinente, il sole forza con violenza quelle tende che ora non gli possono più resistere. Mi sveglio, è tardissimo, e voglio lavorare, scrivere su di noi e per noi: mi propongo di fissare in parole i momenti di gioia che la notte ci ha donato.

Mi giro sul fianco; profondamente immersa nel sonno che i giusti si meritano per aver colto il senso vero della vita, l’espressione ancora beata, io ti guardo: sei incantevole! Con la tua immagine sublime nella mente, concitata, a malavoglia io mi sollevo dalle lenzuola ancora pregne dei nostri odori e madide dei nostri mieli. A esse io sono grata, poiché conservano la testimonianza della nostra carne in una. Scontenta e quasi infelice, io corro a svegliarmi definitivamente con una doccia, e a perdermi, in tal modo, quegli aromi d’amore che ancora impreziosiscono il mio derma, e che danno un senso alla mia carne perennemente insoddisfatta per tua grandissima colpa.

Devo affrettarmi, il mattino è d’oro, per la mia fantasia; devo buttare giù alla svelta le sensazioni e le emozioni che fanno fremere ancora il mio corpo esausto; devo tentare di tradurle in parole. Lo so, che non basteranno a descrivere ciò che tu mi sai dare; ma ho forse un’altra scelta?

Neanche faccio colazione: non è quello, il cibo che cerco. Svelte, le mie dita pigiano sulla tastiera: non riescono a correre dietro a quei pensieri che, tumultuosi, scatenati dai miei sensi ed evocati dalla mia memoria, galoppano veloci e si affannano concitati alla mia mente. Voglio fermare in un file le sensazioni che la mia anima si sforza d’onorare come si meritano. Quei pensieri, però, sono tanti, sono troppi! Non riesco a dar loro una parvenza che sia plausibile a chi non può neppure immaginare, quale astrale mistero il mio amore ed io, siamo. Ma scrivo, scrivo, scrivo senza fine…

All’improvviso, sento un profumo di lavanda espandersi intorno a me: quanto lo amo! Ogni volta, al solo sentirlo, il mio grembo esulta dalla contentezza, e pulsando, le lacrime si affacciano a esso. Sento due mani, leggere, delicatamente sfiorarmi la gola; delle dita, impalpabili, farmi rabbrividire quando mi lambiscono le orecchie. Sollevo il capo all’indietro, e trovo il conforto del tuo caldo, generoso e soffice seno: due labbra, morbide come il burro d’estate, e calde come il punch che d’inverno conforta dal freddo, si poggiano alle mie; due mani, leggere, invadono il mio seno scoperto a rivendicare il loro diritto. Poi, una voce che sembra il canto degli angeli, mi accarezza l’anima: «Ho bisogno di te, Gia; Gia mia».

Lo so, che cosa significano quelle parole: io lo so! Mai sazia, hai deciso d’uccidermi, non è vero, amore? Di questo passo, lo sai già, noi deflagreremo, scoppieremo d’amore. E che m’importa? Io mi sciolgo in te. Fammi morire dolcemente: voglio morire, e dopo rinascere, per poi morire ancora, amore mio; con te, e per te, anima mia… (Continua nel romanzo).