NOI.

#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dal Libro 8° della Saga Erotica Lesbo 

Presto nelle librerie.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume8

… da quando il fato mi ha concesso di amarti, mio giovane, fresco amore arabo… mia dolce bambina, io pensavo che una gioia più grande, non l’avrei mai conosciuta. È stato questa notte, amor mio, che quel nuovo stato di grazia si è insediato in me ancor più potentemente, trasportandomi corpo e anima nel paradiso che tu sei.

Non è possibile, esprimere a parole l’estasi che io provo nel vivere i nostri sentimenti e la nostra fremente carnalità nel calore, nei profumi, nei sapori. E non meno m’è caro anche l’oblio, amato amore mio: dolce, è il mio sonno accanto a te; e ancora di più lo è il risveglio. Appagante, è l’addormentarsi avvinte tra le nostre braccia, una mia gamba al tuo inguine, rinserrata tra le tue ancora trepide: ebbene, siamo noi, felicemente esauste dalle estenuanti, amabilmente interminabili quanto deliziose fatiche dell’amore; noi, sì, due, ma in  una cosa sola. Dolce, è respirarti con la coscienza ancora vigile a un palmo dal mio viso quando tu ti addormenti. Ancora dolce è dopo, lasciarmi andare tra le braccia di Morfeo abbracciata a te; ma forse ancor più sublime, è il mio risveglio al primo mattino, abbandonata e lontana dal tuo corpo, ancora disfatta nella coscienza, su quel letto anch’esso vinto, ma soddisfatto poiché nutrito dei caldi fluidi appagamenti del nostro amore.

Quella beata e dolcissima incoscienza che il sonno porta, mi stupisce sempre: in quale dimensione del Paradiso io sto vagando, per sentirmi tanto raggiante? Quando la coscienza a poco a poco, emerge gioiosa, infine comprendo: tu sei là, e sei ancora con me e per me, amor mio.

Quant’è dolce, accostarmi a te, e guardarti nella penombra dell’alba illuminata da quella fioca luce che i veli alle finestre lasciano filtrare discreta. Rilassata, serena e placata, è sempre l’espressione del tuo viso dormiente, mio angelo mediorientale; tanto diversa da com’è da sveglia, quando, intrepidamente selvaggia e irruente, tu scateni le mie passioni più profonde, e inconfessate persino a me stessa.

Quant’è dolce, ascoltare il tuo calmo respiro, osservare il tuo petto che a ogni fiato lievemente si solleva sincrono al mio, rendendo ritmicamente alte e colme quelle deliziosamente, minute onde del tuo seno, che tanto licenziosamente mi concedi di possedere. Quant’è inebriante respirare il tuo leggero fiato, amore, quel tuo profumato alito che il torpore del sonno rende pregno, e tanto ambito al mio olfatto.

Dapprima esitante e rispettosa del tuo sonno, timida, io sfioro la dolce ansa del tuo fianco con una lieve carezza; una sensazione sublime mi avvince. Amore: tu lo sai, quanto io ami il profumo fruttato del sudore della tua pelle; anche se ben la conosco, ogni volta, quella è una sensazione nuova, travolgente, per me. Quant’è amabile, la levigatezza della tua setata epidermide, che tersa da ogni umidore e tiepida, permette ai miei polpastrelli di scivolare senza sforzo, leggeri, sulle distese infinite delle tue membra e dei tuoi fianchi mossi dal solo calmo tuo respiro. Leggere, le mie mani colgono paghe il tuo tepore, quel particolare, unico calore che soltanto il sonno sa conferire alla tua, da me, bramata carne. E quant’è appassionante, per il mio tatto percepirla nel particolare abbandono che il sonno ti conferisce: tanto morbida, così amabilmente cedevole al tocco delle mie dita; tiepida, tanto inebriante per i miei sensi e per la mia anima. Accarezzandoti, il mio olfatto s’ubriaca dei tuoi profumi lievemente speziati, medio orientali: sapori e odori di cannella intrisa di bergamotto, in cui spicca la delizia della lavanda. È sapere che sono i tuoi, amore mio, che oltremodo, mi mandano in estasi.

È allora, che tu, nel dormiveglia, ancora abbandonata ai sogni nei quali io agogno occupare almeno un piccolissimo posto, fuori dalla tua coscienza, mi percepisci, amore. Gli occhi sono chiusi, ma le labbra si muovono e mi chiamano: comprendo che la tua bocca esige la mia. Quant’è buono, quel sapore di te così eccelso, gradevolmente diverso da quello che già conoscevo, e che il sonno ti ha conferito. Quel tuo torpore e il tuo tiepido calore, mi attraggono inesorabilmente. Durante l’infinito bacio, paghe, noi ci scambiamo le nostre salive rese saporose da quel tal Morfeo che ci ha appena lasciato.

È dolce, per le mie cosce, percepire il contatto delle tue, tiepide e costantemente trepide. Una mia mano corre al tuo grembo nudo, a cogliere il caldo, vischioso, delizioso umore del rigoglio genitale che ti è conferito dai sogni che accompagnano il tuo sonno. Quasi parossistica, tu stringi le cosce e m’imprigioni, impedendo alla mia mano di lasciare abbandonato il tuo nido d’amore: non ha alcun senso, amore mio. Per nulla al mondo, io l’avrei fatto. Mi è dolce, avvertire la tua carne che trattiene la mia mano, perché mi fai sentire importante: io ti sono preziosa, mia gioia infinita. Poi, ti apri a me: non le tue cosce, ma soltanto la tua mano, questa volta mi trattiene a te, e accarezza il dorso della mia, mentre questa si esprime in una danza, nel tuo umido, bruciante, ventre.

Com’è incredibilmente eccelso, amarci in ogni pausa del sonno: Morfeo non è il fine, ma l’espediente per amarci ancora, e poi ancora. Com’è tenero, quando, esauste delle nostre impetuose battaglie d’amore, talvolta noi ci prendiamo scambievolmente senza frenesie, rilassate e serene per la dolce e sommessa promessa di felicità che trasporta lentamente sempre più in alto i nostri cuori e i nostri sensi. Le nostre bocche si godono reciprocamente, perennemente fuse; le nostre lingue mielose si cercano, si trovano, si comprendono.

Quanto sono gentili e lievi, le tue mani sulla mia carne, amore mio: siamo tanto stanche, e questa volta sono le nostre mani, da sole, a portarci nel paradiso, mentre i nostri corpi, esausti, rimangono abbandonati in attesa del rinnovato, intenso, fremito che li coglierà. Dopo, nuovamente abbracciate, fiato nel fiato, noi ci riaddormentiamo ancora una volta felici e paghe, con il sorriso che dipinge sui nostri volti una gioia impossibile da dire: fremo, nell’attesa di sapere come ti scoprirò al vero e proprio risveglio, mia mutevole Araba Fenice.

È mattino! Impertinente, il sole forza con violenza quelle tende che ora non gli possono più resistere. Mi sveglio, è tardissimo, e voglio lavorare, scrivere su di noi e per noi: mi propongo di fissare in parole i momenti di gioia che la notte ci ha donato.

Mi giro sul fianco; profondamente immersa nel sonno che i giusti si meritano per aver colto il senso vero della vita, l’espressione ancora beata, io ti guardo: sei incantevole! Con la tua immagine sublime nella mente, concitata, a malavoglia io mi sollevo dalle lenzuola ancora pregne dei nostri odori e madide dei nostri mieli. A esse io sono grata, poiché conservano la testimonianza della nostra carne in una. Scontenta e quasi infelice, io corro a svegliarmi definitivamente con una doccia, e a perdermi, in tal modo, quegli aromi d’amore che ancora impreziosiscono il mio derma, e che danno un senso alla mia carne, perennemente insoddisfatta.

Devo affrettarmi, il mattino è d’oro, per la mia fantasia; devo buttare giù alla svelta le sensazioni e le emozioni che fanno fremere ancora il mio corpo esausto; devo tentare di tradurle in parole. Lo so, che non basteranno a descrivere ciò che tu mi sai dare; ma ho forse un’altra scelta?

Neanche faccio colazione: non è quello, il cibo che cerco. Svelte, le mie dita pigiano sulla tastiera: non riescono a correre dietro a quei pensieri che, tumultuosi, scatenati dai miei sensi ed evocati dalla mia memoria, galoppano veloci e si affannano concitati alla mia mente. Voglio fermare in un file le sensazioni che la mia anima si sforza d’onorare come si meritano. Quei pensieri, però, sono tanti, sono troppi! Non riesco a dar loro una parvenza che sia plausibile a chi non può neppure immaginare, quale astrale mistero il mio amore ed io, siamo. Ma scrivo, scrivo, scrivo senza fine…

All’improvviso, sento un profumo di lavanda espandersi intorno a me: quanto lo amo! Ogni volta, al solo sentirlo, il mio grembo esulta dalla contentezza, e pulsando, le lacrime si affacciano a esso. Sento due mani, leggere, delicatamente sfiorarmi la gola; delle dita, impalpabili, farmi rabbrividire, quando mi lambiscono le orecchie. Sollevo il mio capo all’indietro, e trovo il conforto del tuo caldo, generoso e soffice seno: due labbra, morbide come il burro d’estate, e calde come il punch che d’inverno conforta dal freddo, si poggiano alle mie; due mani, leggere, invadono il mio seno scoperto a rivendicare il loro diritto. Poi, una voce che sembra il canto degli angeli, mi accarezza l’anima: «Ho bisogno di te Gia; Gia mia».

Lo so, che cosa significano quelle parole: io lo so! Mai sazia, hai deciso d’uccidermi, non è vero, amore? Di questo passo, lo sai già, noi deflagreremo, scoppieremo d’amore. E che m’importa? Io mi sciolgo in te. Fammi morire dolcemente: voglio morire, e dopo rinascere, per poi morire ancora, amore mio; con te, e per te, anima mia… (Continua nel romanzo).

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LIBRETTO E PATENTE, PREGO.

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«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dal Libro 8° della Saga Erotica Lesbo 

Presto nelle librerie.

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Volume8

…. fu l’inizio di un’amicizia da letto che durò a lungo. Ecco, io avrei finito; anzi, no. non vi ho raccontato tutto, poiché c’è stato anche un episodio carino. Volete saperlo adesso, oppure rimandiamo a un’altra sera?».

«E no, Gia! Non puoi fare così: non è onesto!», esclamò Rashida.

«Sì, dai; racconta», si unì Nahed, una volta tanto in accordo con lei.

«Dopo un paio d’ameni weekend trascorsi insieme, era di domenica sera, con il mio fido Galloper, stavamo percorrendo la strada sterrata per ritornare a Venezia, e data la stagione, faceva ancora chiaro. A una ventina di metri, sbuca fuori una donna con la divisa giallo blu fluorescente della polizia locale, la quale, agitando la paletta, ci fa segno d’entrare in una piazzola all’interno del boschetto; le due mi chiesero: “Perché ci sta fermando?”.

L’avevo riconosciuta, e la ragione, ben la conoscevo; allegra per quello che immaginavo sarebbe accaduto da lì a poco, bleffando, le rassicuro: “Tranquille, donne; qualunque cosa succeda, voi statevene buone, non aprite bocca, e non spaventatevi, che saprò cavarmela da sola”.

Dovete sapere che il tratturo che porta al mio casolare, finisce lì; in pratica, è come se fosse una mia strada privata, e non ci passa mai nessuno. Parcheggio a fianco della macchina della polizia, e spengo il motore; l’agente femmina si avvicina, e chiede: “Documenti, prego”. Sto al gioco; apro il cassetto, e glieli passo; li guarda, e con tono serio mi dice: “Esca dall’auto, per favore”. Eseguo; sottovoce, senza che le due donne in macchina sentano, mi chiede: “Gia, non è, che quelle due sgrillettate che ti porti dentro mi daranno qualche grana? Sono ancora in servizio”. Piano, rispondo: ”Non preoccuparti, Giuditta, che me le gestisco io; invece, diamo loro un bello spettacolo sull’efficienza delle forze dell’ordine… sono senza mutande, tesoro”.

A voce alta, affinché loro sentano, lei: “L’auto risulta rubata; si appoggi sul cofano, che la devo perquisire”. Dopo avermi ben palpeggiato il culo e le tette, rivolta a Gaia e Rebecca, che attonite seguono la scena che si svolge oltre il parabrezza, lei: “Se non volete subire anche voi la perquisizione, non uscite dalla macchina”.

Portavo una gonna piuttosto larga; sempre a voce alta, Giuditta dice: “Giacché lei è una criminale, il regolamento m’impone di sottoporla a perquisizione corporale. Si appoggi sul cofano dell’auto, prego: devo verificare che lei non nasconda un’arma nella passera”.

Sbircio dentro l’auto, e mi compiaccio dell’espressione esterrefatta della due. Poggiata con le tette sul cofano, già mi eccito; lei mi solleva il corto gonnellino, mi caccia una mano nella fica, e naturalmente la trova bagnata. Mi dice: “Ma non si vergogna? Io sono un agente che agisce nell’adempimento del suo dovere, e lei , che fa? Gode?”. E quindi, prende a sculacciarmi di brutto; il culo fiammeggiante, ancora non contenta, mi assesta un paio di colpi usando il manganello, e poi me lo infila per una decina di centimetri nella passera in sbrodolo.

Io fingo di gridare. Con due mani, lei mi allarga le chiappe, e mi infila un dito nel culo; poi ci sputa, e me ne ficca due. Prende a lavorarmi sapientemente anche la passera, ed io, in un baleno, vengo. M’impone di rialzarmi, mi ficca in bocca il manganello che già mi aveva infilato nella gnocca; con l’espressione, faccio capire che il mio sapore mi piace, e lo succhio guardandola provocante negli occhi.

Lei passa a darmi del tu: “Sei una zozzona! Se è così, ora ti farai anche il mio! E lo troverai di tuo gusto: sono in servizio da otto ore, e mi sono anche pisciata un po’ addosso”. Mi mette le manette ai polsi, mi costringe a inginocchiarmi di fronte a lei. “Sfilami brache e mutande, e succhiami la fica, ladra di merda! E fallo bene, altrimenti ti porto in centrale, e lì saranno cazzi tuoi!”, mi dice a voce alta perché sentano.

Le mani dietro la schiena, ammanettata, io eseguo con gran piacere; lei viene, dopodiché, si volta, e mi ordina: “Adesso leccami il culo. Lo troverai di tuo gradimento: sono dovuta andare al cesso, non ho potuto farmi un bidè, e perciò, puliscimelo bene”.

La conoscevo, sapevo bene che recitava, e l’assecondo; non era vero, che fosse sporca; al contrario, anche lì, a parte un vago sentore di sudore, lei profumava di buono. L’aveva detto per fare scena, era ovvio.

Ogni tanto, do uno sguardo alle due che in macchina seguono terrorizzate. La mia bocca si adopera per far venire un’altra volta Giuditta; alla fine, lei si tira su mutande e pantaloni, mi toglie le manette, mi abbraccia e bacia, e sempre a voce alta, mi saluta: “Alla prossima, cara Gia; stammi bene”. Poi volge lo sguardo all’interno dell’auto, e aggiunge: “E dai un bacio da parte mia alle tue amichette”.

Entro in macchina, e come da manuale delle forze dell’ordine, con la paletta, Giuditta mi fa segno di passare. Mentre ci allontaniamo, Rebecca: “Cazzo, ci avevo creduto! A farci pigliare tanta paura, sei stata una stronza, Gia; ma ti vogliamo comunque bene; è vero, Gaia?”.

Lei non risponde, da dietro cerca d’abbracciarmi, e mi bacia; a stento mantengo dritta l’auto, e poi, via, verso Venezia.

Quello che loro non sapevano, cosa su cui poi le ho edotte, è che, in servizio di pattuglia, quand’era da sola, spesso Giuditta girava da quelle parti per incontrarmi; lei conosceva abbastanza bene le mie abitudini, e di solito ci azzeccava. Sarebbe potuta tranquillamente venire al casolare, e io ne sarei rimasta contenta; ma scopare out door, in una sceneggiata con lei in divisa, era qualcosa che ci arrapava entrambe da matti.

E adesso che sapete tutto, sorelle care, posso… (Continua nel romanzo).

LA BUONA AZIONE.

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Volume8

… «Beh, tutto qua? Non dico che la storia non mi abbia divertita, ma non vi ho trovato nulla di quel che preferisco. Adesso, narracene una tu, Gia; per favore. Magari ci racconti di quando vi siete portate a letto qualche gentil donzella; se avete spesso accennato a questo, poi ci avete raccontato ben poco», la esortò Nahed.

Le due donne si guardarono, e Nourhan: «Che ne dici, amore, di raccontar loro di Mila? Ma stavolta fallo tu, che sei più brava».

«Va bene; durante il soggiorno a Tarvisio di cui raccontava Nourhan, incuriosite, ci recammo nella vicina Austria, a Villach, dove avevamo saputo che nella periferia c’era un altro bordello di classe con annesso wellness center. Volevamo renderci conto da vicino come funzionasse: vedere il traffico, capire com’erano le ragazze e da che tipo di uomini il bordello fosse frequentato, loro età, la condizione sociale, e così via.

Ovviamente, l’ingresso alle donne era vietato, per cui, giunte nel parcheggio, rimanemmo in macchina a osservare che cosa sarebbe successo. La struttura avrebbe aperto alle dodici, e così noi arrivammo un quarto d’ora in anticipo; la prima cosa che notammo, furono le ragazze: giovani e belle, oltre il vetro dell’ingresso, potemmo vedere che, avvolte in un asciugamano bianco, facevano la fila alla cassa per pagare.

La cosa ci sembrò strana; al momento, ci chiedemmo: ma non sono qui per guadagnare? Solo più tardi, sapemmo che la cosa funzionava così: pagavano un ingresso di ottanta euro che dava loro diritto di mettere in mostra la merce. L’importo copriva le consumazioni analcoliche al bar, l’uso delle camere al piano superiore per trombare con i clienti, e l’accesso al buffet per pranzo e cena.

Infatti, poi sapemmo che l’organizzazione non entrava nel loro rapporto con i clienti, i quali versavano il convenuto cash direttamente alle ragazze; e perciò, il profitto della struttura era costituito dai biglietti d’ingresso di clienti e ragazze, oltre che dalle consumazioni alcoliche».

«E gli uomini che avevate visto entrare, Gia? Che tipi erano?», chiese Rashida.

«Di ogni età; dalle targhe, potemmo capire che per la maggior parte si trattava d’italiani, e dal tipo di automobile, che appartenevano per lo più alla classe medio-bassa. Insomma, ormai soddisfatta la curiosità, ce ne stavamo per andare, quando si avvicinò all’auto un energumeno ben vestito; dalla targa dell’auto doveva aver pensato che entrambi fossimo italiane. In un italiano ciancicato dall’accento slavo, chiese: “Che ci fate qui da mezzora? Se dovete entrare, fatelo; qui è proprietà privata, e non ci potete stare. Comunque, se siete qui per lavorare, la tariffa giornaliera è di ottanta euro, buffet compreso; e se volete, potete affittare una stanza nella dependance. Soltanto per dormire, però; per lavorare, dentro, ci trovate le stanze apposite, ognuna dotata di letto rotondo e doccia. Trovato un cliente, prima di salire, prendetevi gli asciugamani bianchi che trovate arrotolati e disseminati un po’ dappertutto nei mini-box; usateli dapprima per coprire il piano del letto, e poi per pulire quel che avrete sporcato, e infine, per asciugare il vano doccia e il pavimento”.

«Fu evidente che ci avesse preso per delle prostitute; ringraziai. Naturalmente, Nourhan non aveva potuto capire nulla; le dissi: «È meglio se smammiamo da qui, perché non tira aria buona; poi ti spiego». E quindi, ingranai la marcia, e uscimmo dalla proprietà privata; percorso neanche mezzo chilometro, questa qui mi disse che doveva fare la pipì, e allora…».

«E che sei, Nourhan? Una fontana? È la seconda volta, nei racconti, che saltano fuori le tue irrimandabili impellenze», la schernì Nahed.

«Certo, bambina; però, quando mi viene di farla, non c’è volta che tu non m’implori: “Dalla a me, Nourhan; per favore!”. Forza, Gia, continua, che la bambina ha bisogno d’entrare in tiro», replicò lei, tra il serio e il faceto.

Memore dell’opportuna osservazione di Rashida, lei passò a narrare al presente: «Ok, amore; vado. Vedo che c’è un posto di ristoro con dei tavoli all’aperto; entriamo, e dal parcheggio andiamo a sederci a uno dei tavoli. Mentre Nourhan scappa alla toilette, al tavolo vicino viene a sedersi una giovane e bella ragazza: irriducibile nel rimorchio, le spedisco un sorriso cui lei tenta di rispondere; ma ha il viso bagnato di lacrime. Intanto, Nourhan ritorna; arriva la cameriera in costume tirolese, prende l’ordinazione, poi va al tavolo della ragazza, la quale con un cenno le fa capire che non vuole niente.

Era quasi l’una, e un po’ d’appetito c’era. Intanto che aspettiamo che la cameriera ci porti quanto ordinato, sentiamo che la ragazza ha preso a singhiozzare; mi volto, la guardo, mi si stringe il cuore, mi alzo dalla seggiola, e vado da lei. Le faccio una leggera carezza sui lunghi capelli neri, poi la induco a sedersi con noi; lei è fragile, e non si oppone. Arriva la cameriera con dei fumanti piatti; ordino che ne porti un altro, e pure un bicchiere. Chiedo in inglese alla ragazza: “Che cosa bevi?”.

“Non ho di che pagare”, mi risponde, con un accento perfetto nella stessa lingua.

“Non ti devi preoccupare; se non ti offendi, ci fa piacere averti per ospite”, replico io.

“Grazie; accetto. A questo punto la mia dignità se n’è andata a finire sotto le scarpe! Vi ho visto arrivare; siete italiane, è vero? Se preferisci, possiamo parlare nella tua lingua, che conosco bene”, mi risponde, asciugandosi le lacrime con uno dei tovaglioli di carta che trova sul tavolo.

“Io sono italiana, veneziana, per la precisione; mi chiamo Gia. Mia moglie, invece, è egiziana, non parla ancora bene l’italiano, e perciò è meglio se continuiamo a parlare in inglese. Lei si chiama Nourhan”, dico io.

Un timido sorriso affiora sul suo bel volto; non sembra sorpresa, che io abbia specificato d’essere sposata a Nourhan: “Piacere, io sono Mila; e sono bulgara. Grazie del pranzo che hai ordinato anche per me. È da ieri, che non butto qualcosa nello stomaco”, dice.

Benché curiosa di conoscere le ragioni della sua disperazione, rimando le domande a più tardi, a stomaco pieno. Senza che io entri nel dettaglio del cibo e delle bevande, insomma, pranziamo insieme; intanto, tra le chiacchiere, chiedo: “Bulgara di dove, esattamente?”.

“Vengo da Bistritsa, a sud di Sofia, vicinissima ai Sette laghi di Rila; un posto molto bello che non avrei dovuto lasciare”, risponde, mentre di nuovo delle lacrime prendono a scorrere sul bel volto. Sono io, stavolta, ad asciugargliele con un sorriso.

Terminiamo di pranzare con un eccellente strudel di mele, una specialità austriaca; ormai qualche chiacchiera sui generis c’è stata, e mi sento di chiederle: “Vuoi dirci le ragioni della tua tristezza? Ma soltanto se ti va; non vogliamo forzarti”.

“Non so se lo sappiate, ma qui vicino c’è un bordello in cui sarei dovuta andare a lavorare per la prima volta; ma non sono riuscita a sopportare lo schifo, e di nascosto me ne sono scappata da quello che mi ci ha portata”.

“Vuoi dirci di più?”, chiede Nourhan.

“Lì dove vivo, ero fidanzata con un ragazzo, il quale un anno fa è emigrato qui, in Austria; un mese fa ritorna, e mi dice: “Partiamo insieme; io mi sono fatto una posizione, e ho trovato un lavoro anche per te”. Sapete, nel mio Paese l’economia è a rotoli, e ammesso che tu trovi un lavoro, è comunque pagato da fame. Io parlo correntemente cinque lingue, e avevo pensato che si trattasse di un lavoro onesto, tipo la traduttrice, oppure qualcosa d’affine; arrivata qui, però, lui mi dice che il lavoro sarebbe stato fare la prostituta, e che i lauti guadagni li avremmo divisi a metà. Mi spiega anche che io sarei stata la quinta delle quattro ragazze che già vi lavorano grazie a lui; in breve, oltre alla proposta indecente, mi ha preso pure per scema, perché non ci voleva una mente sopraffina, per capire che di mestiere lui fa il pappone, e che non mi considerava più la sua ragazza, ma un mero investimento da far fruttare.

Prima mi ha fatto sostenere gli esami del sangue e la visita medica obbligatoria per le prostitute, dopodiché, mi ha portata qui, ha pagato gli ottanta euro dovuti per esercitare; io, però, dopo una mezzora passata in spogliatoio, mi sono rivestita, sono sgattaiolata via, e adesso sono qui. Poiché di sicuro lo stronzo è legato alla malavita locale, ora io non so più che fare; ho paura che mi trovi e che mi riempia di botte costringendomi a fare quello che non voglio. Però, sono senza un soldo, vestiti, e così via; adesso capite, perché mi avete vista in un lago di lacrime”.

Guardo Nourhan, che commossa, quasi stava per piangere; poi chiedo a Mila: “Hai con te il passaporto?”.

“Insieme al permesso di soggiorno e il certificato medico, è l’unica cosa che quello lì non ha potuto portarmi via, poiché il bordello, che impropriamente chiamano “Centro Wellness”, pretende che le ragazze abbiano con loro quei documenti in caso di verifiche della polizia”.

Guardo di nuovo Nourhan, e c’intendiamo al volo: “Bene”, dico. “Leviamo alla svelta il culo da qui, e tu vieni con noi; ok?”.

“E dove? Non ho un soldo”.

“Adesso, non ti preoccupare; facciamo alla svelta, che dio non voglia che quel delinquente ti trovi”.

Salite sul mio fido fuoristrada, ce ne ritorniamo a Tarvisio, in Italia.

Arrivate al nostro hotel, non hanno stanze libere; non voglio, però, trovargliene una in un altro, perché la vogliamo sorvegliare; Villach non dista molto da dove eravamo noi, e volevamo evitare che quello stronzo la trovasse. La stanza è grande, e chiedo che aggiungano un letto singolo. Timorosa, Mila obietta: “Ma voi state insieme; io vi sarò d’impiccio”.

“Ti dà fastidio sentirci scopare?”, chiedo diretta, tanto per sondare.

“Figurati! A casa mia vivevamo tutti in una stanza, e fin da piccola, le mie sorelle ed io abbiamo dovuto abituarci a sentire mia madre e mio padre. Era per non mettervi in imbarazzo”.

“Tranquilla, bambina; ci vuole ben altro, per imbarazzarci”, rispondo.

La sera a cena, dopo avere tracciato una strategia per sistemarla a Venezia, prendiamo a parlare del più e del meno; ritornando sul discorso del sesso, lei: “Sapete, al proposito, non è che io sia mai stata una santerellina; il sesso mi piace, e lo pratico sin da quando avevo sedici anni. Una volta è capitato pure che quello stronzo mi forzasse a farlo insieme a un’altra ragazza.

Fare sesso con una femmina, mi era anche piaciuto; ma prostituirmi, però, assolutamente no! Forse è proprio per questo, che quel coglione aveva pensato che io potessi accettare senza oppormi; sapete, specialmente nei paesetti, da noi le donne sono considerate alla stregua di vacche, e poco importa agli uomini dei loro sentimenti. Il rispetto, poi! Neanche sanno che significa; si prendono quel che vogliono, e se non ci stai, sono botte. E poi, cazzo, ho studiato, faticato per mantenermi agli studi, riuscendo pure a laurearmi; e per che cosa? Per fare la puttana? Se fottere non mi dispiace, la mia dignità non la voglio vendere!”.

“Brava Mila; ti ammiro. E parlo anche a nome di mia moglie”, la conforto.

“E la magistrature e la polizia, che ci stanno a fare?”, chiede Nourhan.

“Capirai! Purtroppo, è una questione di cultura; per loro, le donne sono tutte puttane. Escluse le madri e le sorelle, si capisce”.

Ed ora che il prologo c’è stato, ritorno a raccontare al passato: arrivata l’ora d’andarcene a letto, di là delle sue rassicurazioni, di comune accordo Nourhan ed io ci accontentammo di fare le nostre cose in maniera silenziosa; lei era stanca e depressa, poverina, e ci pareva brutto che assistesse al nostro divertimento.

Il mattino successivo, partimmo per Venezia: non volevo rischiare che il figlio di puttana ci trovasse. In meno di tre ore arrivammo a casa, e già nel tardo pomeriggio portammo Mila in alcuni negozi a scegliersi qualche vestito, della biancheria, e quant’altro le potesse servire; ti ricordi, Nourhan, di com’era contenta?».

«Altroché, Gia; “Siete i miei angeli”, non si stancava di ripetere, abbracciandoci e baciandoci castamente. Com’era affettuosa, non è vero, amore? Ti ricordi come la dovevi esortare a spendere di più? Per non pesare, sceglieva quel che costava di meno. È stato veramente bello, farle vedere come al mondo c’è anche della gente buona: poverina, con tutto quel che di terribile aveva passato!».

Gia si riprese la parola: «Come già abbiamo avuto occasione di dirvi, l’appartamento di Venezia è molto piccolo, e farci stare un altro letto nella stessa stanza nostra, non è possibile. D’altro canto, in attesa di una sistemazione, lei sarebbe rimasta con noi un periodo abbastanza lungo, e dopo i primi giorni, ritornare a stendere una branda sul pavimento della cucina, proprio non ci andava.

Nourhan ed io eravamo a confabulare per trovare una soluzione; ma lei capì, e ci tolse dall’imbarazzo: “Qui non c’è spazio abbastanza, e come abbiamo visto, in soggiorno una branda impiccia non poco; infatti, per spostarsi da una parte all’altra, bisogna fare dei salti. Se non vi do fastidio, da stanotte potrei dormire con voi”, ci disse. Evidentemente, qualcosa doveva frullarle per il capo, perché appresso chiese: “Ci avete mai dormito in tre? Femmine, voglio dire”. Il tono e l’espressione, ci fecero capire che si stava offrendo a noi.

Era bellissima, e molto desiderabile; fui io a risponderle. Vedete, giacché si trattava dell’antifona di una scopata, desideravo che non ci fossero degli equivoci; lo feci in italiano: “Credi che ne saremmo imbarazzate, Mila? È capitato spesso; ma tu non ti devi sentire in debito di nulla”.

“Anche se vi meritereste che io mi dessi a voi per mera riconoscenza, non è per questo, Gia; dopo la pessima esperienza con gli uomini, da qualche giorno… e anche di notte, mi frulla per il capo di cambiare. Pur tanto differenti, voi siete entrambe molto belle, mi piacete molto, e forse potreste aiutarmi a capire se faccio la cosa giusta per me; naturalmente, sto parlando di puro e semplice sesso, e non d’altro… cosa che non mi permetterei mai. Infatti, non voglio in nessun modo entrare nel rapporto tra te e tua moglie, e combinare così dei casini a chi voglio bene”.

La sua risposta era stata chiara, e mi piacque molto; d’altro canto che altro ci si sarebbe potuto aspettare da una ragazza sensibile e intelligente come lei?  Ritornai a parlare in inglese affinché anche Nourhan capisse: “Se è così, bambina mia, hai trovato le persone giuste”.

“Sai, Gia, quando mi avete conosciuta, come avete visto, ero molto depressa; ma ora, grazie a voi, la ruota ha preso a girare nel verso giusto. Vi voglio bene; posso baciarvi? È da qualche giorno, che lo desidero… specie quando di notte vi sento dal soggiorno”.

Le tre bocche si unirono, e la sua era un vero burro; ti ricordi, Nourhan?».

«Deliziosa proprio; e che bene, sapeva baciare! Fu molto dolce; anche la scopata che ne seguì prima di cena, dico».

«Non l’hai descritta, Gia; com’era?», chiese Rashida.

«Vent’anni compiuti, alta un metro e sessantacinque circa, aveva dei capelli lunghi, neri e lisci: una vera seta!».

«E poi?», chiese Nahed, a ben altri dettagli interessata.

«Carnagione tendente all’olivastro, vellutata; un fisico snello ma pieno dove importa, delle lunghe gambe che era un piacere percorrere con le labbra, delle cosce piene, e delle tette a mela non grosse ma carnose, molto belle, a completare il menù. Contenta?», la provocò.

Non poteva mancare la solita seguente domanda della ragazza: «E la fica? Depilata, pelosa, scura, chiara, le labbra piccole, grandi, a trombetta, la clit minuta, rilevata, e così via. Diteci, dai!».

«Ma Nahed! Se lo vogliono, saranno loro a dircelo; non ti pare?», la riprese Rashida.

«Se non lo spiegano, come me la posso figurare mentre, ascoltando, continuo con il ditalino?».

Con un sorriso di tollerante sopportazione, Nourhan: «Depilata, certamente; altrimenti, come si sarebbe potuta presentare ai clienti del bordello? Comunque, nei primi giorni in cui stava con noi, non si era depilata, e il pelo riprendeva a crescere. Abbiamo rimediato Gia e d io. E ora passiamo all’anatomia: le labbra, le aveva grandi e brune… fai conto all’incirca come le mie e le tue, e la clit, consistente e molto oblunga, a differenza della tua, mostrava appena il glande, che era quasi completamente ricoperto dal prepuzio: Ti basta, o devo parlarti pure del fegato e della milza?».

«No; voglio sapere anche del culo, e dell’odore e sapore della passera».

«Un culo da risvegliare i morti, bambina; alto, sodo: molto, molto bello. Per quanto concerne le proprietà organolettiche della patatina, pur non essendo una femmina di mare, sapore e odore erano molto vicini a quelli della mia Gia… che tu conosci bene».

«Tuttavia, se non di mare, lei era una femmina d’acqua; infatti, come accennavo, Mila era nata e aveva vissuto in un paesino vicinissimo ai Sette laghi di Rila», completò l’informazione Gia.

«E poi, come sono andate le cose con lei?», domandò Rashida, incuriosita dal suo destino.

«Nei primi tempi, ottenuto un permesso di soggiorno, le trovai un impiego di traduttrice al tribunale; laureata, oltre all’inglese, il tedesco e l’italiano, lei parlava correttamente in quasi tutte le lingue slave, e poiché c’era bisogno di tradurre le deposizioni degli immigrati irregolari accusati di qualche reato, mi fu abbastanza facile farla assumere.

Tuttavia, poiché si trattava di un lavoro temporaneo, successivamente, grazie a una mia ex amica di letto, riuscii a farla assumere in una grossa ditta d’import-export del vicentino. Adesso è parecchio tempo che non ci sentiamo, ma so che è riuscita a comprarsi un appartamentino, e che sta bene. Ora lei vive a Verona, la città famosa per aver dato i natali a Giulietta e Romeo.

«Grazie a voi, lei è diventata lesbica, oppure è rimasta bisessuale?», chiese ancora Rashida.

«Per quanto ne so, si guarda bene dal frequentare degli uomini; e la posso capire. Fino a quando siamo rimaste in contatto, mi consta che si accompagni soltanto a delle femmine», le rispose Gia.

La domanda non poteva mancare: «L’avete portata al casolare?», chiese Nahed.

Fu Nourhan a risponderle; sì, certamente, ma non le abbiamo nemmeno accennato a quel che intendi. Poverina, aveva già sofferto tanto; Gia ed io, non ce la sentimmo».

«Magari le sarebbe piaciuto», insistette la ragazza.

«Proveniva da un percorso di prevaricazione, violenza e dolore; oltre che di disillusione. Come credi che l’avrebbe presa? Di sicuro, avrebbe pensato che quel che avevamo fatto per lei, sarebbe stato per soddisfare le nostre voglie. No, piccola, a queste cose ci si deve accostare con l’animo disteso, e in pace con te stessa e gli altri; altrimenti, con la coscienza, proprio non ci siamo».

«Sì, credo che tu abbia ragione, Nourhan. Non ci avevo pensato; avete fatto la cosa giusta», convenne la giovane.

«Care sorelle, avreste dovuto vedere; pensate, poiché egiziana, lei mi chiamava “La mia bella Cleopatra”. Che tenera!».

«È vero, Nourhan; lei era davvero dolcissima. Pensate: aveva insistito per dormire di fianco a noi, ma sia a Nourhan che a me, faceva piacere averla in mezzo; era morbida, aveva un buon odore, e questo ci faceva addormentare bene. D’altro canto, se avesse dormito di fianco, sarebbe stato come se avesse voluto privilegiare una di noi due».

«Sì, hai ragione, Gia; pensate che cosa ci diceva spesso: “Siete voi, le donne sposate; baciatevi, accarezzatevi e scambiatevi le coccole, che al resto penso io”. E come, se ci sapeva pensare! Ti ricordi, Gia?».

«Era veramente bello addormentarsi con lei; non era soddisfatta se non ci avesse fatte venire per almeno due volte».

Giunse la terza domanda scontata di Nahed: «E con… (Continua nel romanzo).

SVAGHI ROMANI.

#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dal Libro 8° della Saga Erotica Lesbo 

Presto nelle librerie.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume8

… «Ok, sarà un po’ lungo da raccontare, ma l’avrete voluto voi. Ero a Roma per trattare la pubblicazione della mia Saga Erotica Lesbo «Dal Cappello di Gia» con un ricco editore che l’avrebbe pubblicato in Russia… previa traduzione, si capisce. Mi colpì la bellezza di quella che credetti essere la segretaria: un pezzo di figa che neanche vi dico. Naturalmente, discutendone, senza che il mio interlocutore me lo chiedesse, io dichiarai apertamente che sono lesbica, e che questo era ovviamente congruente con il contenuto dei miei romanzi.

Sapete, non lo feci perché io me ne volessi vantare, o per altre ragioni: era importante che io lo dicessi per dare un contributo di credibilità a quel che scrivo. Notai che la strafiga mi guardava con interesse; naturalmente, una volta stabilito tutto, prima d’andarmene, lasciai il mio nuovo numero di cellulare, così che mi potessero ricontattare. Infatti, avevo da poco cambiato gestore telefonico. Vedete, avevo insistito molto per seguire il lavoro di traduzione, così da evitare che venissero commessi degli errori d’interpretazione.

Due giorni più tardi, il portiere mi informò che nella hall una persona chiedeva di me, e che si trattava di una donna, il cui cognome mi è ancora oggi impossibile da ripetere; io risposi di farla salire nella suite che occupavo, pagata da loro, naturalmente. Non vi dico la sorpresa, quando vidi che si trattava della strafiga che tanto mi era piaciuta; “Sono Anastasiya, la traduttrice”, mi disse, sfoderando un ammaliante sorriso che mi sciolse. Ragazze: avrà avuto venticinque, ventisei anni al massimo, alta poco meno di un metro e ottanta, i capelli castano chiaro raccolti a chignon, due tette che facevano a pugni con l’elegante tailleur, due gambe tornite che inducevano il fondato sospetto di due cosce splendide, delle eleganti scarpe dal tacco alto a calzare; insomma, davanti a quella sfolgorante bellezza, io rimasi senza fiato.

Dopo essersi presentata, lei: “Preferisce che si lavori qui, oppure nei nostri uffici, signora?”.

“Anastasiya: mettiamo subito le cose in chiaro. Per te, io sono soltanto Gia; e spero sia lo stesso per quanto ti riguarda”.

L’accento con cui parlava perfettamente in italiano, contribuì a farmi accendere. Chiesi: “Se per te va bene, possiamo lavorare qui. Prima d’incominciare, desideri che faccia portare su qualcosa da bere?”.

Poggiando il suo notebook sulla scrivania, lei: “Una coca cola magari, grazie”.

Ordinata e consegnata la bibita, prendemmo a lavorare, e fui contenta nel constatare che era molto brava; siccome mi stava arrapando da matti, io speravo che leggendomi per tradurre, lei si eccitasse. Se fu così, non lo seppi, poiché, imperturbabile, lei non si esprimeva se non per chiedere dei chiarimenti.

Dopo tre ore di lavoro in cui fui stordita dal suo eccellente profumo, io: «Penso che per oggi possa bastare, Anastasiya; adesso, prendi qualcos’altro… di meglio? Non mi dire di no, sai!”.

“Beh, Gia, adesso, fuori dal lavoro, perché no?”

“Hai delle preferenze?”.

“Fai pure tu; mi fido” mi rispose in un luminoso quanto seduttivo sorriso.

Non aspettai un attimo: immediatamente telefonai per farmi portare dello champagne e degli stuzzichini. Uscito il cameriere, ci accomodammo sul terrazzo; erano le nove di sera, e Roma appariva in tutto il suo splendore di luci.

Mentre, sorseggiando e spiluccando, le chiedevo di parlarmi di lei, Anastasiya non poté non accorgersi di come la stessi guardando, specie quando cambiava posizione nell’accavallare le lunghe gambe. Uno sguardo complice corse; avevamo terminato, chiacchierato, e pure bevuto. Lei: “Penso, Gia, che tu abbia da lavorare, e non voglio rubare il tuo tempo. Ci vediamo qui domani alla stessa ora, sul tardi? Sai, quello della traduttrice, è il mio secondo lavoro, poiché il primo, quello che svolgo di giorno, è di segretaria della produzione”.

“Hai fretta?” chiesi.

“No; è soltanto che non volevo farti perdere del tempo”.

“Alziamoci, forza, avviciniamoci alla ringhiera, e godiamoci lo spettacolo che sta davanti ai nostri occhi. Ti piace Roma, Anastasiya?”.

“Non soltanto Roma, Gia; il tuo Paese è molto bello… e caldo; non come da noi, a Pietroburgo”.

Eravamo una di fianco all’altra; le afferrai una mano, e la strinsi nella mia. Lei si voltò, e mi guardò negli occhi: dio, che bocca, donne mie! Due labbra gonfie che da sole mi facevano volare. Fu impossibile resistervi. Osai: guardandola, avvicinai la bocca, e le mie labbra sfiorarono le sue; lei non si ritrasse. Le sciolsi i capelli: “Sei bellissima”, le dissi; però, non andai più in là.

Lei: ”Gia, io non sono…” mi disse.

“Lesbica, tesoro?”.

“Già”.

“Ecco, come vedo la cosa: io sono una donna, e pure tu; ci siamo conosciute, abbiamo lavorato insieme, abbiamo bevuto, e per tutto questo tempo, tra noi, sono corsi degli sguardi. Che importanza può avere se siamo due donne? Non puoi negare, che ci sentiamo attratte l’una dall’altra; oppure, ho preso un abbaglio?”.

“Te lo devo dire, Gia: traducendo, prima mi sono eccitata; ed è a causa tua. Mi capita spesso, di tradurre delle cose erotiche, ma gli autori certo non corrispondono ai personaggi. Tu, invece, sei esattamente quella che ti descrivi: una donna molto seducente… e intrigante. È la prima volta, in vita mia, che guardo così una donna, Gia; e mai prima d’ora, una donna ha guardato me come fai tu. Che cosa trovi in me di diverso dalle altre che sicuramente hai conosciuto?”.

“Tesoro, ogni donna è unica. E tu sei un incanto”» risposi.

Seguì un lungo silenzio in cui non furono le parole a parlare. Si era alzato il vento, e suoi lunghi capelli si muovevano talvolta a rivelare e tal altra a nascondere il turbamento che mostrava il suo viso.

Mi sorprese: “Ti piacerebbe vedermi nuda, Gia?”.

Assentii con un moto; per l’emozione, mi si era strozzata la voce in gola.

Lei si portò all’indietro i lunghi capelli, poi: ”Qui?”, chiese con la voce che sembrò il soffio della brezza del mattino.

“C’è vento; entriamo dentro” riuscii a risponderle. La bottiglietta della Coca Cola vuota doveva essere per lei un feticcio, perché la afferrò mentre, mano nella sua, io la conducevo dentro, nella stanza da letto illuminata dai soli abat-jour. Stavamo una di fronte all’altra; guardandomi, lei si sollevò da sotto il lungo vestito, e se lo tirò su; io l’aiutai a sfilarselo dal capo. In reggiseno e mutandine nere a contrastare la pelle diafana, alla fioca luce delle abat-jour, lei era uno spettacolo. L’atmosfera si era fatta molto tesa; notai che tentennava: in una delicata carezza, le sfiorai un fianco, e le sfilai le mutandine. Notai con sollievo che l’aveva depilata; mi inginocchiai come a pregare di fronte a una sacra reliquia, le sfiorai con le labbra la florida vagina, ma appena un po’. Mi sollevai in piedi, e continuando a guardarla negli occhi, mi sfilai il tailleur, che cadde a terra; sotto, non portavo nulla. Notai che lei, un sorriso intrigato, mi guardava il corpo; mi disse: “Sei molto bella, Gia”.

“Disse la Venere Callipigia[1] a Saffo” scherzai. Eravamo a un passo dalla pediera del letto: lei fece una lenta piroetta, come a volersi mostrare anche dietro. Aveva un culo magnifico, di quelli che io definisco a mandolino; si voltò verso di me, come ad aspettare qualcosa. Mi avvicinai sino a che i nostri corpi non si toccarono. Lei era parecchio più alta di me, e i miei seni le arrivavano alla pancia; mi staccai da lei, le afferrai una mano, e la condussi alla sponda del letto. Ci salimmo, e lei si rannicchiò come a stare in posizione fetale; leggera, la mia mano prese ad accarezzarla. Notai che era ancora tesa; “Tranquilla”, le dissi, “È tutto ok”. Distesa di fianco a lei, tirai su il lenzuolo, a coprirci: desideravo che lei sentisse il calore che le trasmetteva il mio corpo ignudo, e che familiarizzasse con il mio femminino odore. In breve tempo, sentii il suo alito confondersi al mio, e le sue labbra cercare la mia bocca; prendemmo ad accarezzarci il viso e i capelli: fu molto tenero.

Poi, sentii la sua mano andare dalla mia spalla agli occhi, in una carezza tenerissima: ragazze, c’era davvero da innamorarsene».

«E lo sei rimasta? Dico, innamorata» chiese Nourhan.

«Sai, tesoro, in quei momenti è inevitabile che accada; ma poi, si tratta di rivedere le cose fuori dall’influsso dei sensi e della tenerezza. Non mi è certo accaduto qualcosa di simile a quel che sentivo per te». Immediatamente pentita per avere usato il tempo al passato, lei avrebbe voluto che la lingua le si fosse mozzata un attimo prima. Ormai, però, era troppo tardi:

Infatti, Nourhan, con un filo di voce: «”Sentivo”, Gia?».

Fu costretta a mentirle: «Tesoro, ma che dici mai? È sulla sbagliata coniugazione di un verbo inserito in una storia, peraltro anch’essa del passato, che tu metti in dubbio l’amore che ti porto?».

«Scusami Gia; è… che ti amo tanto; e il solo pensiero che io ti possa perdere, mi fa andare fuori di testa» rispose lei, che comunque non si bevve la giustificazione. Pur sapendo che presto lei l’avrebbe lasciata per fidanzarsi con Nahed, non aveva saputo smorzare il suo sentimento; infatti, più volte lei si era detta: “Mi sento come un ammalato che pur sapendo di dover sopportare un intervento chirurgico, sino a che non si trova sul lettino della sala operatoria, rimuove dalla sua mente quel che accadrà. Poi, però, quando capisce che il tempo è arrivato, sprofonda nella paura più terribile”.

Nessuno notò il sorriso di compiacimento che per un solo istante mostrò il volto di Nahed.

Rashida, che ben si era resa conto di che cosa veramente fosse accaduto, cercò di sviare la conversazione: «Gia; quello che ci stai raccontando, forse è il più bello dei tuoi racconti: una storia d’amore bellissima, tenera. Ti prego, continua».

«Anastasiya fu dolcissima: le nostre gambe nude a incrociarsi sotto le lenzuola, per un lungo tempo mi godetti le sue tenere carezze senza che lei facesse nulla per esortarmi a ricambiarle. Come una gattina, io facevo le fusa; da cacciatrice, per così dire, ero divenuta preda della sua dolcezza e del suo morbido tepore. Poi, non ricordo più che successe, perché, così coccolata, mi addormentai».

«Non l’hai neppure scopata?» chiese Nahed, un po’ delusa per l’assenza di particolari eccitanti.

Piccata, Gia: «L’ho premesso, che si tratta di una storia un po’ lunga, tesoro; ma se vuoi, la posso risolvere in quattro parole, e terminare di raccontare. Eccole qua: “Sì, l’ho scopata”. E con questo, la storia finisce».

«E non t’incazzare! Mannaggia, quanto sei permalosa stasera! Che c’è: ti stanno per venire le mestruazioni anzitempo?».

In realtà, la donna era piombata nel malumore a causa dell’involontaria gaffe con la moglie. Si sforzò di governare le proprie emozioni: «Scusami se sono stata brusca, Nahed; anzi, scusatemi tutte. Non so che cosa mi abbia preso, ma non so perché, stasera dico delle cazzate una dietro l’altra».

«Non ti devi scusare, Gia; come dicevo, la storia che ci stai raccontando, smuove i più profondi sentimenti presenti in tutte noi, e questo ci rende particolarmente sensibili e reattive… a parte Nahed, che se non sente pronunciare la parola fica ogni cinque secondi, non è contenta. Non ti vogliamo forzare, ma se te la senti, non lasciarci a metà».

Benché la sua natura impulsiva quanto impertinente l’avrebbe portata a reagire insultando la moglie, molto soddisfatta per come Gia si era espressa con riguardo all’amore portato a Nourhan, Nahed pensò bene di tacersene.

Rabbonita soprattutto per effetto delle parole di Rashida, la donna veneziana aveva ripreso con il racconto: «Dicevo, che mi ero appisolata; ma dopo solo qualche minuto, mi svegliò la suoneria di un cellulare; lo cercai, e vidi che non era il mio. Neanche mi resi ben conto che Anastasiya non c’era più: era stata una giornata molto faticosa, e mi sentivo distrutta; vinta dal sonno, mi rimisi a dormire. Dopo un po’ di tempo un bussare alla porta mi svegliò. “Chi è?” chiesi. “Anastasiya”, sentii rispondere. Definitivamente sveglia, e ormai lontana da me ogni speranza, mi dissi: “È ritornata soltanto per riprendersi il suo cellulare”.

Nuda com’ero, mi levai dal letto e le aprii: bella come in un sogno, mi disse: “Gia, sono qui per il telefono; ti ho svegliata? Mi spiace. Sono stanca, e desidero andare a dormire nel mio albergo”.

Ancora stordita per il risveglio: “Non importa, entra; prendilo, è ancora sotto il letto, là, dove ti è caduto. Che cosa è successo tra noi per farti andare via?”.

Con un dolce sorriso, lei: “Niente di cui rimproverarci”. In quel momento, sentimmo qualcuno che stava per entrare nel corridoio; ero completamente nuda. La afferrai per mano: “Entra” le dissi.

Quando fu dentro: “Il tuo telefono sta ancora qui” le ripetei. Lei si accucciò per prenderlo: il suo splendido culo che faceva la guerra al vestito, ritornò a riscaldarmi. Quando si rialzò, io, languida la stavo guardando; anche i suoi occhi, corsero sul mio corpo nudo. Fu tenera, mi afferrò il capo, e mi baciò prima su un occhio, e poi sull’altro. I sensi d’entrambe si riaccesero; le sue difese caddero: forse pentita d’avermi lasciata senza una parola o riga, ritornò a spogliarsi. Rimasta in reggiseno e mutandine, senza cessare un attimo di puntare i suoi occhi nei miei, si distese supina sul letto, come a offrirsi a me; io le andai sopra, fra le sue gambe a ricevermi. Le tolsi con smania il reggiseno, e la mia lingua e le labbra presero a percorrere la sua pelle, dall’ombelico al solco dei seni, alla gola. Lei inarcò il capo, mettendo in mostra il miracolo del suo lungo collo; ormai prese da un’irrefrenabile smania, in fretta le sfilai le mutandine nere: lei mi coadiuvò sollevando il sedere.

Le mani e la bocca presero a percorrere una delle sue lunghe gambe, arrivando alla coscia; le mani sotto il capo, lei attendeva fremente. Non dovette aspettare nulla, poiché, mentre i miei morbidi seni penduli le accarezzavano il torso, la mia bocca li coadiuvava a farla vibrare; lei prese a ad ansare. La mia bocca viaggiava dalla sua, al collo, all’orecchio; le gambe si aprirono a chiamarmi. Le mani ad accarezzarla ovunque, la mia vagina ebbe il piacere di conoscere la sua; e non è stato un caso, che io abbia usato il termine piacere. Una mia mano scese tra l’umidità dei nostri sessi; presi a farci godere, privilegiando la sua, di voluttà. Gli ansiti si trasformarono in gemiti; la sua bocca, aperta, chiamò la mia: la sua mano corse al mio ventre, a darmi lo stesso suo piacere. Fu fulmineo, ma molto intenso: venimmo in men che non si dica. Durante il post coito, lei: “È stato dolce, Gia”.

“È stato, tesoro? Abbiamo soltanto incominciato; la notte è lunga. Tu, però, non scappartene più”.

“Sarò anch’io, una delle tue storie, Gia?”.

“Puoi scommetterci, tesoro; e dovrai pure tradurla in russo”.

“Non ci mettere il mio nome, però; quel che è accaduto e accadrà stanotte, rimanga tra le mura di questa stanza”.

“Tranquilla, amore; non uno, dei nomi che troverai nei romanzi che tradurrai, è quello vero; adesso, che ne dici di divertirci un po’?”.

Insomma, ragazze, per farla breve, presi a farle conoscere alcune delle delizie che ci sono ben note. Verso mezzanotte, telefonai al portiere chiedendo che ci portasse nella suite una cena fredda e un’altra bottiglia di champagne. Allegre, nude com’eravamo, cenammo in terrazza: era estate, e faceva caldo; sotto di noi campeggiava il Colosseo illuminato da una luce calda, e tutto ciò contribuiva a riscaldare i nostri cuori. Mangiando con appetito, lei: “Non ci posso credere… sono stata con una donna”.

“E che sensazione ne hai ricavato, Anastasiya?”.

“Dolce; mi è mancata, però, la penetrazione, e quindi, il piacere vaginale. Ma capisco, che questa sia cosa che posso avere soltanto da degli uomini”.

Benché avessi uno strapless con me, preferendo farle conoscere il sesso più propriamente femminile, non lo volli usare; e neanche volevo spaventarla con un fisting vaginale. Per lei era la prima volta, e dovevo procedere a poco a poco.

Terminato di mangiare, ritornammo a letto; dopo averla iniziata al sessantanove…»

Nahed la interruppe: «Che sapore aveva la sua passera sovietica, Gia?».

Lei scoppiò a ridere: «Ma quand’è che sei nata? La Repubblica Sovietica, l’URSS[2], si è dissolta nel 1991, tesoro».

«Perché ridi: pensi che io non lo sapessi? L’ho detto soltanto per scherzare. Allora, la sua patonza?».

«Era autentica fica DOC, amore».

«Ma il gusto, io volevo sapere».

«Tutti i gusti, tesoro».

«Ah… quando non vuoi, non c’è verso! Continua, dai, che adesso mi vado finalmente riscaldando; fin qua, erano tutte romanticherie del cavolo».

Rashida: «Ma Nahed! Gia ci sta beneficiando di una bellissima storia d’amore, e tu? Avanti, Gia; non le dare bado».

«Dicevo, dopo che lei ebbe assaggiato la mia patatina, la portai a eiaculare. Gridando come una pazza, il suo potente spruzzo mi dilavò come se fosse un nubifragio. Alla fine, mortificata: “Gia; mi vergogno da morire. Non mi era mai capitato, che mi scappasse la pipì facendo sesso”.

Ridendo, ne raccolsi un poco dal mio viso e glielo portai sotto le narici: “Ti sembra che ne abbia l’odore, tesoro?”.

“E allora, che cos’è?”.

Le spiegai; dopodiché riprendemmo. A un certo punto lei mi chiese: “Sai che cosa mi piace?”.

“Dimmi, tesoro”.

“Hai forse un vibratore? Se mi metti qualcosa dentro, verrò meglio”.

“Io non uso vibratori; ma non ne avrai bisogno, perché adesso ti farò provare il miglior orgasmo che tu abbia mai avuto” risposi, contando di sollecitarle la cervice.

Lei: “Io mi conosco; che ne dici, della bottiglia di coca cola?”.

La cosa non mi sconfinferava molto, ma la accontentai; se non altro, affinché lei potesse capirne le differenze. Voi sapete che quelle particolari bottigliette hanno nel mezzo un rigonfiamento; ebbene, bagnata, lo era già, guardandola per carpirne la reazione, allungata di fianco a lei, un braccio sotto le sue spalle, le puntai l’imboccatura alla passera. Lei ebbe un sussulto; ruotando con lentezza la bottiglia, come ad avvitarla, presi ad affondargliela. Quando la sezione bombata fu completamente dentro di lei, presi a muoverla su e giù, senza smettere di ruotarla. Poi, chiesi: “Di più?”.

“Sì, per favore. Riempimi”.

Le dita sul culo della bottiglia, gliela affondai quasi completamente, dopodiché ripresi il movimento di dentro e fuori. Gridando, lei ebbe un altro orgasmo. Ormai educata all’amore saffico, decisi di tirar fuori lo strapless; una mezzoretta dopo che fu uscita dall’ultimo orgasmo, tempo in cui avevamo ripreso ad accarezzarci e baciarci, dissi: “Come ti dicevo, vibratori non ne ho poiché non li approvo; tuttavia, ho qualcos’altro”.

“E sarebbe?”.

“Aspetta un attimo, che ti faccio vedere”. Mi allontanai verso un cassetto, e mostrandole la schiena, mi infilai il plug in fica. Mi voltai, e lei: “Non ci posso credere! E quant’è grosso… proprio come piace a me; tu, però, dicevi di non averne”.

“Infatti, è vero; non mica è un vibratore. Come lo vuoi, tesoro? Alla missionaria, oppure alla pecorina?”.

“Entrambi, Gia; se vuoi, poi lo indosso io”.

Quando toccò a lei d’indossarlo: “E tu, come lo vuoi?”.

“Nel culo, tesoro: sodomizzami”.

“Ma è grosso, Gia; ti farò male”.

“Tu sputaci sopra, è non ti preoccupare, che il mio culetto sarà contento”.

Alla fine, mi confessò: “Io sono ancora vergine; da quelle parti, intendo”.

“E vorresti provare?”.

“Sono curiosa, sì; ma ho paura che faccia male. Quel buchino è molto stretto!”.

“Beh, hai appena visto, con quale facilità il mio sederino l’abbia fagocitato; e qui, c’è la tua Gia. Se lo vuoi, non ti devi preoccupare, perché, modestamente, sono un’esperta; te lo preparerò a modo, e quel che sentirai, sarà soltanto un piacere nuovo”».

«Come ha reagito, Gia?» chiese Nourhan.

«Come una matta! Tant’è, che nei successivi incontri per le traduzioni, occasioni in cui alla fine scopavamo, lo pretendeva»… (Continua nel romanzo).

 

[1] Venere Callipigia, ossia, Venere dal bel sedere. N.d.A.

[2] URSS, acronimo che sta per Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. N.d.A.

ESSERE STRINGATI, ALLE VOLTE PAGA.

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«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dal Libro 7° della Saga Erotica Lesbo 

Presto nelle librerie.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume 7

… ora saltiamo a un altro ambito: poiché sembra che questa sia una pausa digestiva improntata a discutere su degli aspetti di non poco conto, ora mi rivolgo alla psicologa: dimmi, Gia, non hai l’impressione che per certi aspetti noi si sia un filino maschili?».

Lei comprese al volo a che cosa si riferisse: «Poiché siamo perennemente centrate sulla fica anche verbalmente, e non discutiamo quasi d’altro, dici, Rashida? Così come avviene tra uomini al bar dello sport?».

«Esattamente, bella psico-scrittrice veneziana. Mi piacerebbe sapere come la pensi in proposito, poiché alle volte tale sospetto m’inquieta».

«Per come la vedo io, riguardo a ciò che occupa la mente degli uomini… ammesso che ce l’abbiano, tra noi e loro c’è un abisso incolmabile; e questo vale anche per i comportamenti, le azioni, e le reazioni. Ciò premesso, è doveroso fare una distinzione; per dipingere sinteticamente il set mentale degli uomini, cito quella loro becera battuta che tanto li diverte, e che dice, “La donna è quella cosa inutile che sta intorno alla fica”. E questo indica lapalissianamente almeno due cose; la prima, il modo di concepire noialtre… parlo delle donne etero, si capisce, perché con noi non hanno alcuna speranza. E mostra pure la ben definita localizzazione dell’unico motore che li muove: il cazzo, che altro non anela, che farsi un giretto nella passera, ricognizione che, peraltro, di solito dura pochissimo.

Chiarito il loro funzionamento, ora veniamo al nostro, e in particolare a noi, donne di questa allegra Comunità, abituate a essere schiette, senza fronzoli inutili, e mirate all’obiettivo, che nella fattispecie, è godere al meglio e il più possibile».

Nourhan la interruppe: «Detta così la cosa, tra noi e i maschi, sembrerebbe non esserci differenza, però, Gia; e quindi, il quesito posto da Rashida avrebbe qualche fondamento» osservò.

«E no, tesoro! Ammesso che gli funzioni, loro sono tutto cazzo e poco cervello; e anche se lo mascherano, se ne strafottono di quello che passa per la testa della femmina che si vogliono trombare. È ben vero, nel nostro colloquiare, che il termine “gnocca” e sinonimi compare sempre in primo piano, ma si tratta soltanto di un modo essenziale per rappresentare qualcosa di ben più complesso e articolato, che non una mera parte anatomica. Il motore che muove il nostro desiderio, non sta nella fica, ma come ben sappiamo, nella testa; ed è nella nostra natura femminile, che il desiderio parta da lì.

Certo, ad ascoltarci citare infinite volte “passera”, “fica”, “gnocca”, “sgnacchera”, “Iolanda”, “patonza”, e così via, qualcuno che non ci conoscesse, potrebbe pensare che siamo convinte del contrario. Comunque, a mio parere, per quanto riguarda noi, al termine “fica” come noi lo concepiamo, c’è da attribuire un ruolo essenziale: quello di sensore dello starter che sta nel cervello, che all’immagine complessiva riportata da tale termine, si mette in moto inviando i suoi comandi a ogni cellula sensibile e reattiva del nostro corpo.

Ora, quando usiamo il termine “fica” o dei suoi sinonimi, tutte noi sappiamo che possiamo riferirci specificamente a essa, ma anche a uno sguardo, a un’inflessione della voce di chi, in un determinato momento o situazione, ci attrae, a un significativo e allusivo silenzio, e così via. Per portare un esempio, quando una di voi mi guarda in un certo modo, io potrei reagire dicendo: “È la mia fica, che vuoi, vero?”. Questo, però, non significa che io gliela sbatta in faccia nuda e cruda, senza che prima ci sia un minimo sindacale di corteggiamento reciproco, un pomiciare, e così via.

In breve, il nostro esprimerci in maniera esplicita, oltre che abbattere l’ipocrisia, è un modo per rappresentare in forma breve qualcosa di molto più articolato e complesso, che peraltro, è conforme alla nostra natura femminile.

E a differenza dei maschietti, i quali godono con il solo cazzo, ciò che affermo riguardo a noi, cara moglie mia, è dimostrato dal fatto che nell’amplesso, è tutto il nostro essere, a venir coinvolto; e questo, ben lo sappiamo.

Un’ultima cosa che ha a che fare in maniera complementare con il tema in oggetto, e poi mi taccio. Per essere più chiari, parlo del rimorchio: riguardo all’essenzialità nell’esprimersi, essere espliciti, in certi casi, può portare a casa il risultato. Serve per far capire da subito all’oggetto delle tue brame chi sei e che cosa vuoi, così da non perdere del tempo per nulla, e allo stesso tempo stupirla. E ricordiamoci che stupire, in certi casi, costituisce l’anticamera della seduzione. Ad esempio, alle presentazioni con una bella figa, invece che le solite tedianti frasi, recitati atteggiamenti di cortesia, e pallosità varie, potresti presentarti esordendo in qualcosa del genere: “Piacere, io sono Gia, voce del verbo scopare: ne parliamo?”».

Una fragorosa risata fece sorridere anche lei; chiese: «E dunque: ho risposto al tuo quesito, Rashida?».

«Esaurientemente, colta e seducente rimorchiatrice veneziana. Ora, vorresti rispondere a un’altra mia domanda? Questa volta non in veste di psicologa, ma di femmina».

«Se ne sarò capace, volentieri; dimmi pure… (Continua nel romanzo).

 

 

IL POTERE DELLA SUGGESTIONE.

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«Dal Cappello di Gia».

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che suscita emozioni anche in chi non lo è.

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MultiIcona2 Atto 6°

… lei non la lasciò finire; le morse un labbro, e poi: «Appartiamoci, Gia, e scopiamo sul serio, che mi bolle. A forbice, sai? Alla luce della fiaccola».

«Bel modo d’appartarci, così, in bella vista».

«Perché, ti vergogni? Oppure ti secca che tua moglie ti veda scopare con me?».

«Figurarsi! Sei tu, che hai parlato d’appartarci; e non io». «Appartarci con il cuore, dicevo, Gia; non mica con la fica».

«Ma tu guarda quelle due! Che svergognate sono» commentò ridendo Nourhan.

«Dai, bellezza, sediamoci vicino a loro e vediamo se s’imbarazzano. Magari lo spettacolo darà qualche ispirazione a noi due» le propose, allegra, Rashida.

«Per fare l’amore con te, non ho bisogno d’ispirazioni, tesoro mio; sì, andiamo a rompere loro le ovaie, che sarà divertente. Sai che faremo? Tiferemo per quella che ce la smuove di più».

E fu pressappoco con simili lascivi lazzi e frizzi, che il dopocena continuò.

«Ragazze, si diceva che ritornate a casa avremmo cenato lì, e poi bevuto un grappino; poiché abbiamo fatto presto, però, se abbiamo cenato qui, ora ci spettano non uno, ma due grappini; il conto torna a anche a voialtre?» chiese Gia, molto allegra dopo la copula con Nahed.

Rashida: «Ok; prima dei giochi di mezzanotte, concediamoci un momento di relax. Gia, hai qualcosa da offrirci che vada in accordo con la grappa?».

«Con piacere: entro in tenda a prenderli; uno per te e Nahed, e un altro per mia moglie e me».

Osservano le azzurre volute del fumo dei famosi sigari confezionati da delle donne cubane, sorseggiando la prima delle due grappe, Nourhan: «Vedete, se non abbiamo ragione a scopare tanto? Lo spirito della fica se ne vola dritto in cielo, ovverossia, dove si merita di stare».

Formando un altro anello azzurro, Gia: «Come lo capisco, il moto della tua anima, moglie mia; e mi trovi assolutamente d’accordo».

«Ma è proprio vero, che se li cacciano in fica prima d’arrotolarli?» chiese Nahed.

«Non si cacciano nella passera il sigaro, ma la foglia» la corresse Gia.

«Precisina, lei! È quello, che volevo dire, e che cazzo! E allora? Dall’odore del fumo non si capisce».

«Non lo so; comunque, è questo, che mi è stato raccontato. In ogni caso, che sia vero oppure no, nulla cambia, perché quel che conta è la suggestione che stiamo vivendo; non credi?».

«Se è così, stanotte, invece che darti ancora la mia patatina, metterò il culo su una stampante, mi farò una fotocopia della passera, e ti arrangerai con quella; tanto, quello che conta è la suggestione, non credi?»… (Continua nel romanzo).

LA LEZIONE PRIVATA.

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Volume 7

…. «Potrei raccontarvi di quando impartivo delle lezioni private, se volete».

«Lezioni, di che cosa: di scopate?» s’intromise Nahed, sfacciata come sempre.

«Che scema, sei. Se pur le scopate ci sono state, non era quello, il tema. Insomma, appena iscritta all’Università, per sbarcare il lunario, pagare i libri, le tasse universitarie e così via, fare soltanto la fotografa, non bastava. E così, decisi d’apporre un avviso nella bacheca di un liceo ad indirizzo linguistico non molto lontano da casa mia. Mi telefonò una signora cui servivano delle lezioni d’inglese per la figlia; stabilito il prezzo, e così via, all’ora convenuta mi presentai all’indirizzo che mi aveva dato.

Non vi dico che casa! Un attico sul Canal Grande, con una terrazza enorme che dava sulla Piazza San Marco, proprio di fronte alla Basilica. Suonai, mi rispose una fresca voce femminile: “Sei Gia? Sali, dai, vieni all’ultimo piano”. Mi aprì il grande portone in ferro battuto finemente lavorato, entrai in un immenso atrio, e presi l’ascensore; suonai, e mi aprì la ragazza. “Benvenuta; entra pure”, mi disse, “Mia madre si scusa se non c’è; è dovuta partire in fretta per Mestre a causa di una questione urgente; una delle solite: soldi. Comunque, mi ha lasciato questa busta per te”.

Guardai per vedere se ci fosse un messaggio; c’era soltanto la cifra concordata per un primo pacchetto di dieci lezioni. La ragazzina, veramente molto carina, era vestita succintamente: senza le scarpe, calzava dei vivaci calzerotti a strisce bianche e rosse, le lunghe gambe sode uscivano da dei jeans stretti e cortissimi, la cui tela di cotone s’infilava nella passera mostrandone lo spacco; sopra, indossava un leggero top azzurro che ogni suo movimento lasciava intravvedere persino i grossi boccioli rosei. Biondissima, di statura media, portava due lunghe e graziose treccine d’oro annodate con degli anelli elastici azzurri, che mettevano in risalto le sue orecchie assai ben proporzionate».

«Quanti anni aveva» chiese Nahed.

Quando glielo chiesi, lei mi disse d’averne compiuti diciotto due giorni prima; ma, credetemi, non ne mostrava più di sedici, e francamente, al momento non ci credetti».

«L’hai scopata?» chiese ancora Nahed

«E aspetta di sapere! Sempre lì, tu vai a parare… tutto e subito; e che diamine!».

«Se così non fosse stato, perché ci racconteresti di questa storia proprio mentre siamo a smanettarci la patatina in nome di una fantomatica Dea dell’Amore che non esiste?». Mentre lo diceva, lo sguardo si spostò a Rashida.

«Nahed, sei impossibile! E smettila! Oltre a essere una miscredente, ci togli tutto il piacere del racconto. Non darle bado, Gia; continua, per favore» intervenne, decisa, la moglie.

Il rimprovero sembrò servire, perché la ragazza non insistette.

«”Felice di conoscerti, Laura” la salutai; così, si chiamava.

“Che dici, incominciamo subito?” spinsi io, desiderosa di finire in fretta per dedicarmi ad altro.

“Per me va bene”.

“Allora, prendi libri e quaderni, e sediamoci a un tavolo per lavorare” replicai io.

“Libri e quaderni sono in camera mia; vieni, seguimi”. Le tette, gliele avevo già viste; a seguirla nella stanza, aveva un culetto che m’ispirò moltissimo. Intenzionata a comportarmi con serietà, nondimeno, non feci nulla per farle capire che mi piaceva.

«E tu, com’eri vestita, Gia?» chiese Nourhan.

«Era estate, e faceva caldo: un top chiaro, abbastanza scollato ma non indecente, su cui indossavo una leggera maglia azzurra con le maniche a tre quarti; e poi, una minigonna non troppo castigata. Sotto, come sempre, niente reggiseno e mutandine; calze di nylon, neanche a parlarne, con quel caldo. Per riprendere, entrate in camera, vidi che il letto era disseminato di libri e quaderni: “Stavo facendo la brava, Prof; come vedi, stavo studiando inglese. Senti, se per te è lo stesso, invece che sederci a un tavolo, cosa che mi riporta alla mente la scuola, perché non ce ne stiamo più comode? Qui, dico, dove c’è già tutto quel che serve”.

“Ok, per me va bene” risposi. E quindi, prendemmo a lavorare.

Per tutelarmi da qualche imprevista evenienza, chiesi: “Senti, Laura, scusami se te lo dico, ma i conti non mi tornano. Dici d’avere diciott’anni, e allora, com’è che frequenti ancora la seconda classe del tuo liceo linguistico, e non la quarta?”

“E’ facile, Gia: sono un’incallita ripetente”, dopodiché, lanciando uno sguardo nella mia scollatura, riportando gli occhi ai miei, aggiunse, molto suadente: “E quindi, una cattiva ragazza”. La faccenda non mi sfagiolava, e vista la piega che stava prendendo la cosa, ritornai a dirle: “Ne mostri sedici, però!”.

“Non mi credi, vero, Prof?”. Replicò, sbarazzina; si alzò, e corse a prendere qualcosa. Ritornata: “Ecco, tieni, questa è la mia carta d’identità; controlla pure”.

“Scusami tanto, Laura, ma io sono abituata a sapere esattamente con chi ho a che fare; quando ho parlato con tua madre, lei mi ha soltanto informata su quale classe frequenti, e non mi ha detto quanti anni hai. Bene, chiarito tutto, ora incominciamo”.

“Agli ordini, Prof”, mi rispose simpaticamente lei, buttandosi sul letto a pancia in giù di fronte al libro di grammatica inglese con cui voleva darmi a bere di stare a misurarsi.

La ragazzina se ne stava con il libro aperto davanti al viso, e una matita per segnare quello che le indicavo; mi ero tolta le scarpe, e seduta, con le gambe piegate sotto il sedere, io ero costretta a starle molto vicino per indicarle dove fare attenzione, e spesso le mie tette, senza che in me vi fosse l’intenzione, le sfioravano una spalla nuda».

«”Senza che in me vi fosse l’intenzione”! A chi vuoi darla a bere, Gia?» commentò ridendo Nourhan.

«Dico davvero! Stavo per iniziare un’attività per me nuova, e volevo farmi una buona reputazione, ma la piccola mi stava mettendo davvero a dura prova!».

«Va beh… fingiamo di crederci. Continua, così vedremo chi ha ragione».

«Notai che spesso lei ritornava a buttare lo sguardo nella mia scollatura, che in virtù della posizione, quando mi chinavo, mostrava anche i capezzoli. Piegandomi di più per scrivere qualcosa, talvolta una mia tetta le sfiorava il viso, e non potevo evitare che il mio profumo le andasse alle narici».

«A quel tempo ti profumavi, Gia?» chiese Rashida.

«No, tesoro; parlavo del mio profumo naturale, di femmina con la passera perennemente allertata. Come ho detto, ero senza le mutandine, e inoltre, per il gran caldo, avevo le tette sudate; per cui, per l’aria, doveva esserci un buon mix di me».

«Mi sento più confortata, Gia; come sai, noi apprezziamo soltanto i profumi che la natura ci ha dato in quanto donne».

«Ok, vado avanti; faceva caldo, e scusandomi con lei per la pausa, mi levai di dosso la maglia azzurra, che pur leggera, mi faceva sudare. Seduta sulla sponda del letto, notai che i suoi occhi, invece che andare al libro, mi stavano osservando; chiesi: ”Come mai mi stai fissando? Intanto che finisco di togliermi la maglia, tu manda a memoria quel che si diceva; l’ora che tua madre ha pagato, corre in fretta, ti pare?“.

La ninfetta: “Sei molto bella, Gia; anche se ho capito che sei brava insegnare, non sembri per niente una Prof”.

Ve lo devo confessare: anche se non lo davo a vedere, sarà stato anche a causa del caldo, ma la ragazzina mi stava turbando non poco. Riprendemmo, ma a un certo punto, quando l’esortai a ripetere la coniugazione di un verbo, lei: “Lo vedi, Prof? Mi riesce difficile! In questo, io non sono mai stata brava”. Dopo una pausa, guardandomi la bocca come se avesse voglia di baciarmi, aggiunse: “Sono altre, le cose che vorrei; in questo momento, almeno”.

Non lo disse esplicitamente, ma voi, a che cosa avreste pensato lei si stesse riferendo?».

«Beh, più chiaro di così! Mancava solo che te la sbattesse in faccia» osservò con buonsenso Nourhan.

«Vai per gradi, figlia mia; e non tralasciare nulla, che ascoltarti, si addice in quanto di sacro, sia voi che io, siamo occupate» le raccomandò la Santa Madre. In quelle occasioni rituali, Rashida amava sentirsi appellare così. Tuttavia, un attimo dopo, molto meno curiale, lei aggiunse: «Adoro questo tuo indugiare sulle sfumature, Gia; è persino più erotico di quando entri nei particolari più inverecondi. Infatti, a ben guardare, figlie mie… la vedete la mia clit? Quella che a voi tanto piace onorare, come se ne sta ben ritta? Spetta a te, Gia, che “lei” continui a mostrare il suo compiacimento; riprendi, ti prego».

«Vedete, sulle prime, io mi sentii un po’ in imbarazzo; per la deontologia, capite? Ma poi, avreste dovuto essere lì: dai miei, i suoi occhioni grandi andavano alle mie labbra tumide, per poi ritornarvi. Ora, ditemi: lei era un bijou fresco, innocente… come resisterle?».

«Sempre le ragazzine, ti vai a cercare. Guarda me! E in quell’occasione, sei stata anche pedofila… sedici anni!» la provocò Nahed, un po’ gelosa.

Non l’avesse mai detto! L’atmosfera si raggelò; sapendo come la pensasse intorno alla pedofilia, preoccupata, aspettandosi la sua violenta reazione, Nourhan s’interruppe dall’accarezzarsi ciclicamente la clitoride, e volse lo sguardo alla moglie, la quale, portando via immediatamente la mano dalla propria vagina, forzò Nahed a girarsi verso di lei; puntando gli occhi nei suoi, veemente: «Pedofila, io? Non ti permettere, sai! Se è da una vita, che combatto quegli infami scellerati, uomini o donne che siano! E se scoparti, per te significa questo, allora, con la mia fica tu hai chiuso! E per inciso, tanto per mettere le cose in chiaro, oltre che scema, sei pure distratta: l’avevo ben detto, d’avere verificato che Laura avesse diciott’anni compiuti, e quindi, che fosse maggiorenne».

Neanche Rashida, se la sentì d’intervenire: né da moglie, e nemmeno nel suo ruolo comunitario di Santa Madre. D’altra parte, che cosa avrebbe potuto dire? Calò un pesante silenzio, e delle lacrime presero a scendere dagli occhi della sventata ragazza ventenne, la quale capì d’averla fatta grossa. Singhiozzando, avvilita: «Gia, perdonami; non parlavo sul serio. Volevo soltanto scherzare, prenderti per il culo, come facciamo sempre per divertirci; ma capisco, che non avrei dovuto scherzare su questa cosa. Ti prego, non essere arrabbiata con me».

Rashida lanciò uno sguardo a Gia, come a esortala a passarci sopra; la donna veneziana rifletté, e capì che Nahed, se pur avventata, era in buona fede. «Abbracciami, mascalzona, che resettiamo tutto con un bacio». Interrompersi nella masturbazione rituale, che loro definivano “l’Amor di sé”, era severamente proibito dalle regole della Santa Comunità, e chi di loro, per una qualsiasi ragione l’avesse fatto, sarebbe stata costretta a confessarsi al più tardi nel giorno successivo, e quindi a subire il castigo comminato quale penitenza. Quando le due si avvinsero in un lungo e carnale bacio, la Santa Madre, però, non obiettò nulla; temendo di far peggio, anche Nourhan si guardò dal metter becco.

Quando i corpi si divisero e gli occhi si guardarono, la Santa Madre: «Figlie mie; ora che tutto è stato chiarito e il malinteso risolto, riprendiamo con la sacra funzione del vespro: toccatevi, figlie mie, e non abbiate timore a venire più volte. Lo sapete, che questo onora la nostra Dea. Gia, mentre ti accarezzi, vorresti riprendere? Come vedi, quella che tu una volta hai definito un sacro Totem,  così come è stato per il nostro spirito, si è depressa, ed ha un urgente bisogno di ritornare al suo splendore». Nel dirlo, il suo sguardo si volse alla propria vagina.

«Volentieri, Santa Madre. Insomma, care consorelle, quegli occhi mi fecero perdere il controllo; le dita di una mia mano andarono alla spallina del suo top, e come attratte da una calamita, seguirono con tocco di farfalla quel percorso sulla sua pelle bollente, setosa come la superficie d’una pesca. Mentre le dita continuarono ad esplorare nella scollatura, i nostri volti si accostarono, e fu inevitabile baciarsi». Ancora un po’ incavolata per l’infelice uscita di Nahed, la volle provocare per vedere se lei si fosse pentita sul serio; infatti, seguitò: «Oddio, ragazze! Ancora adesso, conservo la sensazione di quella fresca, virginale dolcezza; dal suo caldo e sodo seno, la mia mano migrò al collo, tra le sue treccine d’oro, e l’accostai nuovamente alla mia bocca vogliosa. La sua mano si poggiò sulla mia coscia nuda, che accarezzò per un breve istante: sentii una scarica elettrica. Il bacio non finiva mai; mentre la mano le avvolgeva la guancia, la mia bocca andò dietro il suo orecchio e il lungo, sensuale collo, a riempirli di piccoli, appassionati baci. Gli occhi chiusi, una sua mano andò alla mia spalla nuda; poi le bocche si rincontrarono, e si fusero in inviluppo di calde, serpentesche lingue».

«Gia! Sono venuta! È stata colpa tua, e non soltanto delle mie dita» annunciò al mondo Nahed.

«Ben “arrivata”, allora, gioia. Ora puoi prendere il prossimo autobus» la sfotté lei, che ancora non aveva ben digerito il qui pro quo di prima.

«E se vengo ancora prima che tu abbia finito di raccontare?».

«Non sei tu, quelle che ripete all’infinito che puoi venire quante volte ti pare? Se capita, prendi un altro autobus, allora. Un consiglio, comunque, te lo do: fai l’abbonamento mensile, che così risparmierai».

«Chi credi di prendere in giro? Vai a fare in culo, Gia».

«Magari più tardi… nel tuo».

«Sempre disponibile, per una trentaseienne che ama i sederini delle giovinette… come me, che sono ventenne». La ragazza fu accorta, perché se dopo la breve pausa non avesse aggiunto quella coda, di sicuro la donna veneziana se la sarebbe presa di nuovo.

«Nahed, se hai finito di provocare Gia, noi vorremmo sentire il resto» la esortò Nourhan.

La donna veneziana riprese: «Quel bacio ci riscaldò; senza staccare la bocca dalla sua, le sfilai le spalline del top, e le sue giovani mammelle piene poterono finalmente respirare un’aria di libertà. Se le tette erano a mela, come le mie, i capezzoli assomigliavano molto ai tuoi, Nahed, poichè erano grossi, e svettavano su delle areole molto gonfie. Con delicatezza, presi a stringere e ad accarezzare quei polposi frutti dai turgidi apici mentre le nostre bocche talvolta si staccavano per guardarci negli occhi, per poi ricongiungersi.

Sarà stato perché appariva appena adolescente, ma io mi sentivo attraversare il corpo da incontrollati brividi. Entrambe sedute sul letto, le nostre cosce a sfiorarsi, la mia mano corse a un suo fianco, a percorrerne la sinuosa linea; eravamo andate troppo avanti per fermarci: senza smettere d’accarezzarla e baciarla, mi rialzai sulle ginocchia, la indussi a fare come me, e mentre le mani si beavano delle sue mammelle palpeggiandone le coppe, anche la mia bocca corse ai suoi seni, a suggere quei rosei, grossi fragoloni. Mi accorsi che mentre la accarezzavo e succhiavo, il suo sguardo andò al proprio seno, come se fosse stupita delle sensazioni che le andavo elicitando; leccandola con avida dolcezza, spesso i miei occhi andavano ad incontrare i suoi.

“Ti piace così?” chiesi. In un ansito, lei: “Gia, tu mi fai diventare matta; mai, avrei pensato che una donna mi avrebbe fatto sentire ciò che sto provando. Com’è dolce!”. “Se vuoi, ma soltanto se lo vuoi tu, dopo potrai farlo a ma, tesoro”, dissi. Incoraggiata per come reagiva alle blandizie, ai succhioni e alle leccate, aggiunsi dei piccoli morsi; lei prese a gemere anche più forte.

Era arrivato il momento d’osare di più: le sfilai dal capo il top. Inginocchiate sul letto, una di fronte all’altra, anche le sue mani presero a farsi attive, correndo dalla schiena, ai fianchi, e infine, al mio sedere. Con dolcezza, senza che le bocche si staccassero, la indussi a portare una coscia di là della mia, e anch’io mi tolsi il top scollato tenuto su dalle spalline sotto la quale, per mia abitudine, non indossavo nulla. Il suo sguardo concupito andò alle mie mammelle libere; strettamente avvinte, i seni a sfiorarsi e a premersi, le mani d’entrambe corsero lungo i corpi, a far propria la carne fremente dell’altra».

«Anch’io sono arrivata, Gia; ora mi tocca prendere un altro autobus per ritornare alla stazione di partenza, e quindi ripartire per la stessa meta» gemette Nourhan, ancora palpitante per l’orgasmo. Quando si fu acquietata: «Scusate se ho interrotto; riprendi, Gia, ti prego».

«Sostenendola per le reni, la indussi ad adagiarsi, e senza smettere di guardarci negli occhi e di baciarci, mi accostai sopra di lei, con le mie cosce tra le sue, scostate, ad accogliermi. Voi ben sapete, quanto importante sia il bacio, e specie con chi è giovane e poco o per niente esperta. Lei supina, dalle labbra la mia bocca prese a migrare nuovamente al suo seno, mordicchiandole ancora i rosei, rilevati boccioli. Mentre le mie mammelle le accarezzavano il pancino, lei ansimava; era giunto il momento di capire quanto fosse bagnata, e che sapore avesse. Mi tirai su, sulle ginocchia, e le sfilai i cortissimi jeans: portava le mutandine, e la cosa mi fece gioco, perché, dopo avergliele sfilate, fradicie come ormai erano diventate, notai che la piccolina ostentò un momento d’imbarazzo. Mi portai quella tenue stoffa alle narici per odorarla, e poi alla bocca per leccarla là, dov’era fradicia: la mia espressione d’infinita estasi, rassicurò la cucciolotta».

«A me, non mi hai mai chiamata così affettuosamente; eppure, anch’io sono piccola» riprese a sclerare Nahed, mostrando un’espressione tra il corrucciato e il faceto. In realtà, lei non parlava seriamente, poiché la voleva soltanto provocare.

«Dovresti aprire le orecchie, oltre che la passera: “Cucciolotta”, non l’ho detto a lei, ma ho usato il termine parlandone a voi. E comunque, tu non sei piccola, ma giovane; hai vent’anni già compiuti, Nahed!».

«Ma che dici! Se voialtre mi chiamate sempre “la nostra piccolina”!».

«Sei tu, a volerlo, e noi ti accontentiamo… piccolina!» la redarguì la moglie. Dopodiché: «Forza, Gia, non darle bado, e continua, che anch’io presto onorerò una prima volta la Dea… se non ci saranno altre interruzioni a causa di questa birbante, naturalmente; mia moglie non la vuol capire, che ci vuole almeno un po’ di concentrazione perché la gnocca risponda a modo».

Mentre Gia stava per riprendere il racconto, la ragazza: «Boh, scopare con una che, pur maggiorenne, frequenta ancora la seconda liceo! Non sei tu, quella che ripete sempre che la fica non basta, e che ci vuole pure l’intelligenza? E non dico altro, sennò t’incazzi di nuovo». Fu chiaro a tutte, che lei era preda di un attacco di gelosia. Anche se ancora dovessero divorziare dalle loro attuali mogli per poi sposarsi, lei la considerava già sua.

Seguendo la raccomandazione della Santa Madre, Gia non replicò, e riprese: «Dicevo… vedendomi odorare e leccare le sue secrezioni vaginali, mostrando per di più un sublime rapimento, la ragazza mise a tacere il proprio pudore; sapete, era la prima volta che si sarebbe giaciuta con una femmina, e perciò non poteva sapere che si tratta di quanto di più inebriante ci sia al mondo per l’olfatto e per il gusto. Notai con piacere, salvo un vezzoso ciuffetto biondo poco più su della clit, che lei era ben depilata; tuttavia, siccome nulla si fa senza uno scopo, le chiesi: “Hai un ragazzo, oppure una ragazza, Laura? Se ti depili, ci sarà pure una ragione”.

“Lo faccio perché mi piace accarezzarmi di fronte allo specchio; e così si vede meglio che cosa succede. Io sono vergine, Gia”, mi rispose.

Dio, com’era tenera! “Stai tranquilla, se sei vergine, con me, tale rimarrai” dissi per rassicurarla, mettendo in conto di farla venire con un orgasmo che fosse soltanto clitorideo.

“Che vuol dire? Che la cosa finisce qui… così?”, mi chiese, con un’espressione imbronciata.

“Figurati, tesoro; tu lascia fare a me, che rimarrai contenta; sono, oppure no, una tua insegnante? E da tale, non sarebbe bene dare il cattivo esempio sottraendosi dal terminare il compito”. Quando le ebbi tolto anche le calze multicolore, lei si adagiò supina, ed io, con infinita delicatezza, mi misi sopra di lei, riprendendo a baciarla. Le sue  calde e setose cosce spalancate mi accolsero frementi, le sue mani andarono alle mie natiche; i nostri seni a premersi e strofinarsi, io continuai a baciarla con sagace passione. “Mi piace molto, la sensazione dei nostri seni a baciarsi, Gia, e specie i capezzoli a toccarsi. Prima di oggi, non avevo mai conosciuto una tale sensazione”, mi disse, in un ansito. La mia bocca a percorrere la celeste via che porta alla fica, le baciai il pancino, l’ombelico, e scendendo ancora, l’interno delle cosce. Infine, la mia bocca prese a dispensarle le delizie più intense; lei si rialzò sui gomiti, e mentre la facevo godere, prese a guardare, come per capire come facessi, per imparare. Ogni tanto la mia bocca smetteva, e mentre la guardavo negli occhi, le dita di una mano prendevano a titillarle il pistillo già infiammato. Non volevo, però, che lei venisse in fretta, e perciò, sovente, la mia bocca si attardava a mordicchiarle ancora la carne delicata e sensibile all’interno delle cosce, sino ad arrivare in prossimità della polposa vagina, ma senza comprenderla.

Anch’io, sapete, facevo fatica a resistere; così, decisa a farla venire una prima volta, detti lo start alla mia vorace bocca; ancora i gomiti poggiati al letto, i seni che sembravano anche più belli e pieni in quella posizione semi eretta, le areole e gli annessi capezzoli inturgiditi, lei prese prima ad ansimare e gemere, e poi a gridare, stringendosi spasmodicamente una mammella. Né la mia lingua e né le labbra, però, si arrestarono, e come a infliggerle un inesorabile tormento, continuai sino a che lei non venne una seconda volta. La sua mano libera andò ai miei capelli, ad accarezzarmeli, come a ripagarmi con affetto per il piacere che le stavo infondendo. “Ti piace così, tesoro? Guarda che non smetterò tanto presto”, chiesi retorica.

“Mi fai morire, Gia; adesso voglio farlo anch’io a te… almeno provare, visto che non l’ho mai fatto”.

“Tempo al tempo, gioia”.

“Ma non ti stanchi, a farlo così a lungo?”.

In parte, mentii: “Guarda che non lo faccio soltanto per te, ma anche per me: sono troppo golosa del rosolio che mi stai donando!”. E ritornai a mangiarle con passione la patatina. Una sua mano cercò una mia, e me la tenne, stringendomela forte per tutto il tempo; il suo gonfio Monte di Venere si alzava ed abbassava ritmicamente, e vidi che incominciava ad avere delle altre contrazioni. Gli occhi nei suoi, la mia lingua prese a svettare velocemente, e spesso tutta la mia bocca andava all’intera vulva, ad aspirarla e leccarla incessantemente. Un’espressione tra lo smarrito, lo stupito e il godereccio, le illuminava il volto ogni volta che, accasciata sul cuscino, di scatto si tirava nuovamente un po’ in su a guardare quello che le andavo facendo. La ragazza aveva veramente una fica da sogno, e la mia bocca assassina gliela faceva sbocciare in tutta la sua carnale magnificenza. Infine, gridando come una forsennata, lei venne una terza volta.

«E com’è stato per la tua ninfetta, anch’io, Gia; e già il terzo autobus, che tu mi fai prendere!» gridò Nahed, mentre un convulso orgasmo ancora l’agitava.

Contenta dell’effetto sortito con il proprio racconto, la scrittrice veneziana continuò: «Quando Laura si calmò, ingoiato tutto quel che la mia bocca poteva avere, dopo un’ultima leccata di temporaneo commiato, mi rialzai dalle sue cosce spalancate. Anche lei si tirò su, e ritornammo a baciarci; in una brevissima sosta, chiesi: “Baciandomi, lo hai sentito nella mia bocca, il gusto della tua patatina, tesoro?”.

“No, ma mi aspetto di conoscere il tuo” tornò a chiedere. Io indossavo ancora la minigonna, me la sfilai, e lei credette che stessi offrendo la mia passera alla sua boccuccia d’oro; ma non fu così. Quando me la vide, commentò, “Che bella, è; meglio della mia”. “Non bestemmiare, tesoro; ogni gnocca è unica, e non si possono confrontare”.

“Grazie della dritta, Prof”, rispose lei, spiritosa. Ci baciammo ancora, e poi la indussi a starsene supina; accolsi una sua morbida e setosa coscia tra le mie, e sostenendomi con le braccia poggiate dietro la mia schiena sulle lenzuola, feci baciare le nostre passerine bollenti.

“Avverto che sei in un lago, cara Prof” mi disse la cucciolotta, quando ebbi ben spiaccicato la mia Iolanda alla sua.

“E che credi, che prima io sia stata indifferente? È una benedizione, che sia così; scivoleranno meglio”. Una mia mano corse alla coscia che stava a contatto della mia passera, e la trassi per aderirle ancor di più; con un continuo lavoro di reni, incominciai a strofinarmi a lei, e pur inesperta, lei imparò subito che cosa doveva fare: fu un tribbing da ricordare, care ragazze mie! Venimmo insieme, e dopo, ritornai a baciarla; fuori di sé, Laura: ”È stato bellissimo, Prof; siamo state una stessa carne; non pensavo, tra femmine, che si potesse trombare tipo come con i maschi”.

“Sbagli a dire, tesoro: non come, ma mille volte meglio” volli precisare.

“Gia, tu, ci sei mai stata con un maschio?” mi chiese.

“È proprio per questo, che amo le femmine. Oltretutto, anche se difficilmente loro saprebbero farti godere, potresti rimanere incinta” risposi. Insomma, sorelle care, come Santa Madre Chiesa insegna, non si deve mai perdere l’occasione per fare del proselitismo, e così convertire delle povere anime alla nostra fede; e l’argomento della fortuita inseminazione, gioca sempre bene, giacché poggia sull’angoscia.

“Riguardo al tuo entusiasmo per com’è andata la scopata, non per mortificarti, tesoro, ma oltre a quel che hai provato, ci sono molte altre cose che ancora non sai; e se vorrai, io sarò felice d’insegnartele… insieme all’inglese, si capisce”.

“Lo voglio, Gia; davvero!”.

“Volevi conoscere il sapore della mia patatina, è vero, amore di ragazza?”.

“Rimarrei delusa del contrario, Prof”».

«E quindi, le hai fatto conoscere anche il sessantanove, immagino; vero, Gia?» chiese Nourhan.

«Certamente; comunque, ora è inutile che io mi attardi su questo, poiché, ormai svezzata, potete capire da sole come la ragazzina reagì; in maniera eccellente, direi. Piuttosto, voglio passare a quel che avvenne dopo, perché fu molto tenero».

Nourhan: «Siamo tutte orecchie, Gia».

«E fica, giacché è quella, che Gia ci muove con i suoi racconti» aggiunse Nahed, da quella gran sfacciata che era.

«Bene; le avevo promesso che non l’avrei sverginata, ma in attesa d’una presa di coraggio, un pochino di penetrazione ci poteva stare. Prima d’incominciare, per metterla a proprio agio, le spiegai: “Come avevo promesso, non ti sverginerò, Laura; nondimeno, ti farò provare anche la penetrazione”.

“E come?” chiese lei, stupita.

“Tu usi gli assorbenti interni, vero? Quelli più piccoli con il filo”.

“Per forza; altrimenti, come faccio quando ho allo stesso tempo l’ora di ginnastica e le mestruazioni?”.

“Bene; allora, tu saprai che l’imene non chiude tutto, altrimenti, da dove uscirebbe il sangue mestruale? Ebbene, un mio dito non è più grosso di un assorbente”. Detto questo, mentre la mia bocca riprese a lavorarle la clit, con cautela presi a penetrarla. Sembrò impazzire: una volta venuta, però, accadde qualcosa che non mi aspettavo. Dopo che di Motu Proprio mi ebbe baciata, “Gia… prendimi. Per davvero, però; e non soltanto con un misero dito”.

Ragazze, lo capite? Senza batter becco, mi era offerta una giovanissima vergine su di un piatto d’argento; voi che avreste fatto?».

«A me non è mai potuto capitare; l’ho data, e mai ne ho presa una vergine» si lamentò Nahed.

«Quando ci siamo sposate, neanch’io ho avuto questo piacere con te, Nahed; non che m’importasse, ma tanto per mettere i puntini sulle “I” intorno alle tue futili pretese» la riprese Rashida.

«Boh, non importa; tanto, qui, nessuna di voi mi capisce. Volete soltanto la mia passera; continua, Gia».

«E dai, amore; che dici mai! Lo sai, che ti amiamo» la confortò la donna.

«Sì, certo, scopando; a nessuna di voi, però, e nemmeno a mia moglie importa che cosa io abbia dentro. Anche la mia mamma, mi ha abbandonata quand’ero piccola; ma lasciamo stare. Dai, Gia, dicci com’è andata a finire, che poi risolviamo le mie paturnie come il solito: scopando variamente in allegra compagnia. Come con l’alcol; soltanto che invece di bere per dimenticare, per farlo, qui da noi si scopa con la moglie… o con chi capita, meno con chi vorresti. Che palle!».

A sentirla, a Rashida si gelò il sangue; non fu facile per lei nascondere la grande pena che l’incolse. In effetti, Nahed non ne poteva più d’aspettare: ormai, sposarsi con Gia, era diventata un’ossessione. Oltre a questo, il suo malumore era dovuto a delle gravi carenze affettive, che affondando nell’infanzia, non erano ancora state risolte; infatti, ogni tanto, pensando alla morte della madre avvenuta quando lei aveva soltanto pochi anni d’età, capitava che lei perdesse la sua abituale spudorata allegrezza.

Con il muto linguaggio degli occhi, nella riposta speranza che ciò potesse alleggerire la pesante cappa che era scesa, Nourhan fece capire a Gia di riprendere con il racconto.

«All’offerta della bella studentessa, io replicai: “Sei sicura di volerlo fare, Laura? Non è, che dopo te ne pentiresti? Non perché io non voglia, giacché mi faresti un regalo unico, ma prima che a me, mi piace pensare a te”.

“Senti, Gia; vediamo le cose come stanno: sono grande, ormai, e ho diciott’anni; prima o poi dovrà capitare. Voglio che sia tu; la mia insegnante… sporcacciona”. Naturalmente, lo disse in senso buono, per scherzare; poi mi chiese: “Mi devo preparare a sentir male… Prof?”.

“Che tenera sei, tesoro; stai tranquilla, che ci andrò con cautela. Incomincerò come prima, con un dito; poi, sentendo come reagisci, entrerò con due, e continuerò fin che ci ti abitui, e così avanti, sino a che avrai un orgasmo vaginale, e non come gli altri, clitorideo”.

“È più intenso?” mi chiese ancora.

“È diverso; tuttavia, dipende da donna a donna; sarai tu, a decidere che cosa sia meglio”.

“E per te, com’è?”.

“Per quanto mi riguarda, mi piace averli entrambi; ma ci sono anche delle altre possibilità molto sfiziose che potrei farti conoscere se continueremo a frequentarci; se ti va, si capisce, perché mai, io ti forzerei ad avere un qualsivoglia tipo di relazione che in qualche modo abbia a pesarti”. Dopodiché chiesi: “Hai degli asciugamani da mettere sopra le lenzuola?”.

“Ora li vado a prendere; ce n’è un armadio pieno”.

Ritornata, li disponemmo per non macchiare di sangue le lenzuola, e lei vi si sdraiò supina, i piedi appoggiati sugli asciugamani, a ginocchia piegate e con le gambe allargate, pronta per essere penetrata da me. Mentre ormai aperta, la mia mano scivolava agevolmente dentro di lei, premendole talvolta il punto G soltanto per farla godere e senza ancora portarla a squirtare, tra i gemiti, lei: “Ho sanguinato molto, Gia? Nella posizione in cui sono non posso vedere”.

Per non interrompere il climax, mentii: “Pochissimo, tesoro”. Meno male che avevo pensato a proteggere le lenzuola, altrimenti, al suo ritorno, la madre se ne sarebbe accorta. Neanche dire, quando uscii dalla casa, che portai con me gli asciugamani, e li lavai a casa mia nella lavapanni; glieli avrei ridati il giorno successivo, e considerata la gran scorta di cui mi aveva accennato, la madre non se ne sarebbe nemmeno accorta».

La Santa Madre: «Come andò a finire, Gia? Dicevi che la sua mamma ti aveva pagato in anticipo per dieci lezioni. Non credo, una volta ritornata, che voi due abbiate avuto il coraggio di scopare ancora a casa sua».

«Infatti, Rashida; non ci ritornai più, a casa sua. Con la bella Laura ci accordammo perché lei venisse a lezione da me; per giustificarlo, alla madre lei snocciolò una frottola che concordammo per non essere scoperte: le disse, poiché la sua scuola era vicino a casa mia, che per lei sarebbe stato più comodo, finite le lezioni, venire a ripetizione da me, dove avrebbe anche pranzato. E così, quando veniva, dopo mangiato, per un’ora facevamo seriamente la lezione, e nell’altra scopavamo come conigliette infoiate. Pensa che la madre insistette per pagarmi un sovrappiù per i pasti, cosa che rifiutai decisamente».

«Figlie mie, i nostri doveri li abbiamo assolti più volte; è tempo che ci si ritiri» dispose la Santa Madre. Poi, mentre si allontanava, volgendo il capo all’indietro, rivolta a Nahed e a Gia: «Voi due, lo sapete che domani vi dovrete confessare? Non s’interrompe l’Amor di sé!».

«Sì, Santa Madre, e non aspettiamo altro che poterci mondare alla prima stazione del santo percorso di sofferenza» rispose Gia, ridendosela dentro.

«Idem» si accodò, laconica, Nahed, lanciandole uno sguardo non propriamente amorevole… (Continua nel romanzo).