#CICLOVIA DELL’ALPE ADRIA.

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 7° della Saga Erotica Lesbo 

che suscita emozioni anche in chi non lo è.

Presto nelle librerie.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume 7

… «A proposito di bici, ve ne voglio raccontare una curiosa. In una delle numerose escursioni che facemmo quand’ero a vivere da lei, trascorremmo un bel weekend ad Arnoldstein, un’amena località montana austriaca. Poiché da lì si può percorrere un fantastico giro su pista ciclabile, che può arrivare persino in Croazia, patita della bici, lei mi propose di affittarne due a pedalata assistita per arrivare quantomeno a Tarvisio, una ridente località montana che sta nella vicina Italia».

«Assistita… da chi?» chiese Nahed, che mai aveva sentito parlarne.

«Da un motore elettrico a batteria, gioia. Sapete, i percorsi di montagna sono pieni di saliscendi, e noi, preferendo riservare le energie per scopare, non avevamo alcuna intenzione di stroncarci pedalando».

«Che bella idea; peccato che fuori dalla nostra Oasi, sulla sabbia del deserto, servano a poco. Continua, dai».

«Beh, pedala e pedala, passata qualche ora a un certo punto la mia vescica si mise a protestare a causa di un’ovvia impellenza. “Gia” dissi, “Non ne posso più”. La stagione estiva era sul finire, i pochi punti di ristoro erano chiusi, e per i quaranta chilometri già percorsi non c’era un cesso neppure a cercarlo con il lanternino.

“Amore, fermiamoci un momento in quell’area di sosta, spostati un po’ addentro, sotto gli alberi, accucciati, e falla”, mi disse Gia.

Bene, non ci crederete a quanto possa essere infame la sfiga: per tutta la strada avevamo incrociato forse soltanto due o tre ciclisti, ma combinazione volle che mentre accucciata la mollavo, giungesse una coppia attempata che si fermò proprio lì. Quando mi videro, quella vecchia gallina spennata commentò: “Che schifo! Non vi vergognate?”.” Cazzo”, pensai, “che ci avesse colto a scopare, avrei anche potuto capire”.  Il maturo ganzo pelle ed ossa che stava con lei, si unì sfoderando un’espressione indignata. Fortunatamente io avevo già finito, ma non vi dico quale fu la reazione della mia Gia: irata da divenire rossa in volto, con il fuoco nello sguardo, veementemente le replicò: “Senti, moralista dei miei coglioni; non so se te ne sia accorta, ma qui non c’è un cesso per decine di chilometri. E comunque, qui pisciano lupi, orsi, e pure delle vacche come te, perché non dovrebbe farlo lei? Invece di rompere la minchia a noialtre, perché non fai un bell’esposto a chi di dovere? Facile, per questo coglione che ti accompagna, che deve soltanto sfoderare dalle brache quel che rimane del suo uccello moscio.

Tra l’altro, dovendosi così arrangiare, accucciandosi, mia moglie ha rischiato di prendersi una zecca sulla fica. E tu che fai? Il pistolotto? Vedete di andarvene un po’ a fare in culo».

«Quale fu la loro reazione?» chiese Rashida, molto divertita.

«Evidentemente non se lo aspettavano, perché, inforcate in fretta e furia le bici, se ne andarono; nella direzione opposta alla nostra, fortunatamente. Comunque, la questione della zecca non fu peregrina, poiché, densamente popolate da animali, vacche in particolare, quelle zone ne sono infestate, e se non te ne accorgi subito, rischi di prenderti il cosiddetto morbo di Lyme, una brutta infezione che se non presa in tempo può persino portarti alla morte. A farla accucciata con l’erba a farmi il solletico, non sarebbe stato improbabile che una di quelle bestiacce mi fosse saltata sulla fica. Infatti, arrivate all’Hotel, prima ancora di scopare, chiesi a Gia di sottopormela a un accurato esame visivo».

Ancora divertita, Rashida chiese: «Senti, Gia, come mai, quando sei decisa a offendere, usi sempre dei termini che si riferiscono a degli attributi maschili… tipo “coglioni”, “minchia”, e così via?».

«Per l’uso comune che se ne fa; ma anche, e forse soprattutto perché mi sembrano consoni a quel che molti di loro mostrano d’essere»… (Continua nel romanzo).

 

 

 

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LEGITTIMA DIFESA.

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«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 6° della Saga Erotica Lesbo 

che suscita emozioni anche in chi non lo è.

Presto nelle librerie.

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Volume 6

… ritornata in bici al campeggio, dopo un paio di giorni che me ne stavo lì beata, al mare, insomma, incominciai ad annoiarmi. Già mi frullava per il capo di riprendere il mio peregrinare, quando, verso sera, vedo finalmente arrivare qualcuno: erano due belle ragazze giovani, una mora e l’altra biondissima, con le bici stracariche di bagaglio».

«E poi tu vuoi farci credere che non sei sempre in cerca di fica fresca» la interruppe di nuovo Nahed.

«Ascolta, tesoro; prima d’incontrare Rosina alla masseria, non scopavo da più di un mese, ero stanca di farmi dei ditalini, e dovevo rifarmi del tempo perduto; non per me, credimi, ma per la mia povera Iolanda cui voglio molto bene per le gioie che sa darmi. E quindi, benché di recente non mi fossi fatta mancare nulla con la bella massara, se anche quelle due avessero avuto, che so, quaranta o cinquant’anni, sarebbe stato lo stesso. Purché fossero belline, almeno, s’intende».

«E quelle, lo erano?».

«Per niente. Nel senso che erano delle strafighe; adesso, però, Nahed, lasciami continuare con la storia, altrimenti perdo il filo. Uscita dal camper, vidi che si guardavano un po’ in giro per decidere dove sistemare le loro tende. Quando mi notarono, mi chiesero in inglese: “Ti dispiace se ci accampiamo qui, vicino al tuo camper? Questo posto è così deserto, e non vorremmo che qualche malintenzionato ci facesse una brutta sorpresa. Infatti, siamo già rimaste scottate”.

Naturalmente, non chiesi loro a che cosa si riferissero; oltre a essere prematuro, la tenda ancora da montare, non era neppure il momento adatto. In ogni modo, mie compagne di vita e di piaceri: dispiacermi? Figuriamoci! Con uno dei miei migliori e più invitanti sorrisi, mentendo, risposi: “Oltre al piacere della vostra compagnia, per le stesse vostre ragioni anche a me fa comodo non starmene isolata».

«Perché hai detto “mentendo”, Gia?» chiese Nahed.

Lei sembrò essere spaccona: «Beh, è già quando ho raccontato delle serate al “Trombador”*, che ho spiegato come mi regolo in certi casi».

«E che cosa faresti se qualche testa di cazzo tentasse di derubarti, o peggio, violentarti?» chiese Rashida.

«Amore, come ho già spiegato, mirerei ai coglioni oppure agli occhi, o entrambe le cose. E comunque, viaggiando da sola e percorrendo dei territori talvolta sperduti, specie in Calabria e Sicilia, mi ero premunita».

«Avevi un’arma?» chiese Nourhan.

«Certamente; ma non una pistola oppure un fucile. Portavo con me tre cose; un Taser[1], uno spray al peperoncino, e una micidiale arma d’autodifesa che mi ero costruita da sola per quando andavo per boschi».

«E cioè?».

«Avevo modificato un mono-piede fotografico, un attrezzo che sostituisce il treppiede, inserendo alla sua base un grosso e appuntito scalpello da muratore in acciaio temprato, mascherato da un tubo d’alluminio. Alla sua sommità avevo poi avvitato un blocchetto d’acciaio del peso di un chilo che lo trasformava pure in una micidiale mazza. A vederlo, sembrava un normalissimo mono-piede, ma svitato il tubo d’alluminio, poteva essere usato come un micidiale strumento di difesa e anche d’offesa. Ho dovuto fare così, ossia, camuffarlo da mono-piede, poiché è proibito portarsi addosso delle armi. Infatti, da noi, soltanto i mascalzoni possono circolare armati, mentre la gente onesta deve rimanere indifesa».

«Mitico!» esclamò Nahed, ammirata.

Rinforzata da quel plauso, la donna veneziana: «E a proposito di armi, nel mio bel Paese, quando capita che dei ributtanti farabutti tentino d’entrare in casa d’altri con lo scopo di rubare o violentare, anche se sei in regola con il porto d’armi, se gli spari per difenderti e lo uccidi o ferisci, è probabile che sia tu, a finire in carcere, e non l’infame farabutto; e se sopravvive, oppure se muore e la famiglia si costituisce parte civile, gli avvocati ti spogliano di ogni tuo bene: bella giustizia, no? Ma se invece puoi dimostrare che in una botta d’angoscia, fuori dal lume della ragione, hai usato la prima cosa che ti è capitata in mano all’unico scopo di difenderti, le cose possono mettersi meglio. Allo scopo, sia a Venezia, che al casolare, in camera da letto ho delle mazze da baseball complete di cappellini della squadra degli New York Yankees, di cui mi fingo tifosa, ma che in realtà non cago per nulla. Li faccio passare per degli oggetti d’arredamento appesi alla parete. Ritornando al mono-piede di cui parlavo, con la faccenda di un’esagerata protezione della fauna promossa dagli animalisti più estremi, molto in voga nel mio Paese, dovete sapere che nei boschi di montagna, oltre che incontrare dei farabutti, ormai, non è improbabile incocciare in un orso oppure in un lupo, e avere con me quell’attrezzo, mi fa sentire sicura».

«Un orso è grosso e forte, Gia; veramente, tu credi che si farebbe impaurire da una lancia o da una mazza?» osservò Rashida, scettica.

«Dipende dalla tecnica che usi».

«E sarebbe?».

Se sei attaccata da un orso, non devi scappare, perché ti raggiungerebbe e sbranerebbe; quel che devi fare, è di accucciarti e di mantenere poggiata a terra la lancia. Quando arriva l’orso e sta per caricare, lesta, tu devi sollevare inclinata la lancia in maniera che l’orso s’infilzi grazie al suo stesso peso. E quindi, devi correre; molto: superare il record mondiale dei cento metri piani anche se sei in salita. Comunque, non è detto che così tu possa salvarti la pelle: potrebbe scoppiarti il cuore» terminò, scherzando.

«Dov’è che hai imparato queste cose, Gia?» chiese, non più scettica, Rashida.

«Da nessuna parte; come dice sempre il mio caro Maestro, la conoscenza sta intorno a te, basta che tu la sappia vedere e farla tua».

«Citi sempre il tuo Maestro, Gia; come mai?».

«Beh, ve ne avevo già parlato a lungo; comunque, è strano: pur non essendo legati che da una profonda, sincera intesa e amicizia, non so come, ma lui è riuscito a infondere in me la sua conoscenza, esperienza, e saggezza, ossia, ciò che mai ha potuto fare con chi gli era più vicino. Per questo, io lo porterò sempre nel mio cuore. Ragazze, qui si svicola! Mi sembra che si stava parlando d’altro; ossia, di gnocca».

«Hai ragione, Gia, per favore, riprendi con la storia».

Dove eravamo arrivati? Ah, sì; a quando mi hanno… (Continua nel romanzo).

[1] Taser, acronimo di Thomas A. Swift’s Electronic Rifle, è un dispositivo classificato tra le armi da difesa «meno che letali» che fa uso dell’elettricità per paralizzare i movimenti del soggetto colpito facendone contrarre i muscoli. In italiano è anche nota come “pistola elettrica”, “storditore elettrico” o “dissuasore elettrico”. Fonte: Wikipedia.

ADORAZIONE.

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«Dal Cappello di Gia».

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MultiIcona 1 Atto 5

… Nourhan riprese a raccontare; e intanto per la mente di Gia scorrevano le immagini di un’altra splendida ed estenuante vacanza al mare da loro trascorsa in seguito; era come se, con quella reminiscenza, lei stesse rievocando con delle inflessioni, talvolta liriche, i felici momenti passati insieme con la moglie…

È ormai lontano nel tempo, ma, come se fosse ora, la memoria di quei dolci momenti è presente in me; è il ricordo di quella mattina, quando, eccitate come due bambine alla scoperta di un nuovo gioco, nell’assolata spiaggia dal mare di smeraldo, irresistibile, s’impadronì di noi la voglia d’amarci.

C’era folla quel giorno, ma l’altra gente, noi, neanche la vedevamo; ci sentivamo da sole in quella spiaggia, noi. Il desiderio, l’una dell’altra, si fece a poco a poco irrefrenabile, e solo quel mare, ci poteva essere complice, aiutarci nel delirio che progressivamente, inesorabile, ci assaliva. E ci fu amico, quel mare, che nel profondo del suo mistero registrò la nostra passione.

Impazienti, ci levammo da lì distese, e, mano dell’una a stringere quella dell’altra, corremmo incontro a quell’acqua a noi connivente sino a dove essa poteva nasconderci il corpo agli occhi della gente. Con una determinazione che non le avevo veduto mai, Nourhan s’immerse sotto il pelo di quel mare, e giocando, mi sfilò la mutandina del costume; mentre l’altra sua mano stringeva con decisione un mio gluteo, lei incominciò a esplorarmi furiosamente nel grembo. Affogata nel mio orecchio, la sua bocca mi sussurrò: «Voglio prenderti qui, adesso! Ti desidero, Gia; devo averti ora… non l’abbiamo mai fatto in mare».

Allora, ci spostammo un po’ più lontano, dove non c’era nessuno nelle vicinanze e dove l’acqua era più profonda, ma non tanto da sommergerci il capo. Con noncuranza anche lei si tolse lo slip; giacché, per buona sorte, dalle nostre parti prendere il sole in topless non porta scandalo, il reggiseno già l’avevamo abbandonato sul bagnasciuga.

Predone, le nostre mani furono finalmente libere d’esprimere il nostro comune desiderio; sotto quella coltre liquida, noi fummo libere di prendere possesso l’una del corpo dell’altra, toccandoci, stringendo furiosamente i corpi ignudi, sfregando la nostra carne soavemente sdrucciolevole, mentre le nostre bocche, con le lingue che si cercavano e s’intrecciavano, non ne volevano sapere di staccarsi.

Chi da lontano ci stesse osservando, avrebbe pensato che noi fossimo occupate in un gioco scherzoso; ma neanche ce ne fregava, che qualcuno scoprisse in che cosa noi veramente eravamo intente.

Fu tanto piacevole possederti anche così, Nourhan, amore mio. Quel mare asciugava istantaneamente il sudore dei nostri corpi, ed era delizioso, percepire la nostra pelle scivolare leggera l’una sull’altra. Un solo rimpianto mi rimane: a causa delle inopportune e invariabili leggi della fisica, di non essere stata in grado d’esplorare il tuo grembo salato anche con la mia bocca. Se non con quella, le mie mani e tutto il mio corpo ti resero felice; e anche tu mi tributasti tanta gioia, soave amore mio.

Nonostante il tuo proponimento, noi capimmo che, sia tu che io, non volevamo raggiungere l’orgasmo; non ancora, non là, e non in quel modo. Il pensiero di ciò che di migliore ci sarebbe potuto essere più tardi, c’infiammò il cuore e i sensi. Quelle giocose e maliziose carezze che ci scambiammo nell’acqua non ci bastarono, e non dovemmo neppure dircelo: ci prese una frenesia incontrollabile, e come due pazze scatenate, ridendo, mano dell’una in quella dell’altra, dopo esserci rimessi gli slip, uscimmo dall’acqua e corremmo a rifugiarci nell’intimità di quel bungalow che ci fu complice, e affabile protettore.

Ricordo l’emozione che mosse i miei pensieri, oltre al mio corpo. Pensai: «Finalmente siamo qui, dove questa lieve penombra ci ripara dagli sguardi indiscreti di chi non ci permette d’essere come noi sempre vorremmo, in ogni luogo, in ogni momento, in ogni modo».

Ora siamo qui, amore mio: tu ed io, al sicuro, libere d’amarci come il nostro cuore ci dice di farlo, d’ascoltare e assecondare l’urlo della passione che sempre sconvolge i nostri sensi, ma che vicine l’una all’altra, si scatena violenta e indifferibile.

Adesso, amore mio, ti sei allontanata da questa grande stanza che senza di te mi sembra essere meno di un deserto arido; sei entrata nella sala da bagno, amore. Mi hai sussurrato che ti saresti andata a preparare, a farti bella e desiderabile per me. Tu lo sai, che non ce ne sarebbe stato bisogno, non è vero? Tale, tu lo sei sempre.

Hai scordato la porta aperta, e irriguardosa, osservo nello specchio: la tua sublime visione mi appare, rapendomi e sconvolgendomi; mi attrae, mi esalta nei sensi e nella fantasia, e mi legittima a prendermi l’ambito permesso di violare le tue più personali intimità, amore mio dolcissimo.

Ti osservo incantata: seduta su quella bianca tazza di lucente porcellana, le gambe brune lievemente divaricate, il busto eretto, lo slip da bagno teso tra le caviglie… ah, tu, immagine sublime! In qualunque postura o situazione in cui il tuo amato corpo si trovi a essere, tu sai sempre essere bella, elegante, e fiera. E tu non lo sai, crudele amore mio, che mi stai trasmettendo un’emozione senza pari: quanto vorrei essere io, quella tazza, vita mia, per accoglierti dentro di me anche così. Mi manca il coraggio, però; non sono certa che tu possa accettarmi volentieri nella tua intrigante, segreta, e splendida intimità.

Ora ti sei rialzata, sei di fronte allo specchio e ti spazzoli i meravigliosi, lunghi, capelli corvini che incorniciano preziosamente le tue ambrate spalle brune, e l’armoniosa tua schiena; io non posso rimanere oltre in attesa di te: timida di violare la tua intimità, ma ansiosa di cogliere la delicata morbidezza e il tepore della tua carne bruna, io mi avvicino. Riflessa nello specchio, tu mi vedi arrivare, e da quello, mi guardi negli occhi: e la comprendi, la febbre che mi possiede, amore. Tu lo sai, che è febbre di te.

Dal tuo sguardo impertinente e spudorato, io capisco che mi hai scoperta mentre ti spiavo; ma esulto, quando comprendo che non mi rimproveri, e non mi porti rancore. Perfido amore mio, sapendo che non avrei resistito, l’hai lasciata aperta apposta, quella porta; non è vero? Ora mi pento d’essermi comportata da pusillanime: quanto sarei rimasta inebriata dal suggerti, mia gioia, felice d’assaporare anche quella tua adorata, aurea delicatezza; per dopo, finalmente placata la mia sete di te, amorevolmente tergerti dalle residue gocce. Ma per mia disdetta, a godersi le tue perle è stata invece quell’indegna tazza.

Ora la tua immagine nello specchio non lascia per un attimo i miei occhi puntati nei tuoi; e mi sorridi, mia gioia. Nel tuo sorriso scorgo, o forse m’immagino di riconoscere un’ombra di rimprovero per la mia mancanza d’ardimento: avrei dovuto essere audace. Rassicurati però: ho appreso la lezione, e mai accadrà, nel futuro, che io mi perda nelle mie insicurezze quando, in qualunque modo sia, la brama d’averti accenderà, furioso, il mio desiderio.

Ti guardo, amore; e quel tuo sorriso, ogni volta come se fosse la prima, m’incanta, mi stordisce. Esso annulla la mia persona, che vorrebbe fondersi nella tua, fare della tua carne la mia, essere dentro di te con tutta me. Mi perdo in quei tuoi grandi occhi di porcellana, che scuri come la notte, eppure appaiono tanto luminosi quando tu mi sorridi. Mi basterebbe poter affondare per sempre i miei occhi nei tuoi, ed io non chiederei altro alla vita.

La tua bellezza mi emoziona e mi commuove, ma mi faccio ardita, questa volta: sì, mi avvicino a te. Garbata, io ti levo quella spazzola indegna di toccarti, e una delle mie mani si perde nella leggerezza dei tuoi lunghi, soffici, e quasi impalpabili capelli nerissimi. Non è possibile narrare l’emozione che mi prende scorrendo la fluente cascata che ricade a incorniciare le splendide, larghe spalle abbronzate e il tuo torso. É con un’armonia più alta della perfezione, che esso si raccorda ai tuoi fianchi prodighi, che tanto mi affascinano, e che ti sono stati dati per quella danza, unica, che la tua cultura ti ha tramandato, e che tu, quando i nostri ventri si baciano, balli solo per me. Sono i tuoi fianchi, amor mio, che l’altra mia mano non può esimersi dallo sfiorare, leggera, in una lunga carezza».

Riflessi nel grande specchio i tuoi occhi perseverano a non lasciare per un attimo i miei; ammaliante, il tuo sorriso non mi abbandona, e m’invita a te: mi richiami come un fiore attrae un’ape, amore mio. Tu ti rinserri le braccia al seno, come a invitarmi ad abbracciarti; ed io, amore, l’accetto, quell’invito: ora, il mio coraggio ha preso il sopravvento sull’emozione che il tuo corpo nudo, splendido e arrendevole, mi scatena.

Le mie labbra si poggiano sulle tue spalle, ed io ti bacio, mia gioia infinita; poi, trepide e tumide, si portano al tuo collo, dietro all’orecchio, e ti baciano ancora. Tu hai un brivido, e lo trasmetti al mio corpo, che ti aderisce come la buccia combacia al frutto acerbo. I tuoi occhi continuano a guardarmi e a provocarmi attraverso lo specchio: lo so, amore, vuoi riempirti l’anima di quella tenera immagine di noi, amorosamente trepidanti nell’attesa di goderci la carne l’una dell’altra. È sublime quell’immagine, amore: oltre che il mio cuore, rapisce anche i miei occhi.

Indegnamente timida e inoperosa sino allora, l’altra mia mano finalmente trova l’ardire di cogliere il tuo ambito, polposo e succulento, frutto; amabilmente, ti ghermisce al ventre. Hai un sobbalzo, ed io ti sento, forte, nel desiderio del mio grembo. Poi ti volgi a me, mi guardi negli occhi: decise, le tue labbra si appropriano delle mie, e lo trovi tu, quel coraggio che, impedita dall’emozione, io non so prendere. Mi baci con passione, con ardore, mentre, in una profferta irresistibile, spingi forte il ventre ad avvertire, deciso, il tocco malizioso della mia mano curiosa di scoprire il madido segno dell’emozione che ti sortisco.

Dopo quel lungo bacio, mi prendi la mano nella tua, e, guardandomi negli occhi, mi parli con lo sguardo: non servono le parole tra di noi, amore. Ti seguo su quel grande letto freddo che aspetta, impaziente, il calore che la nostra febbre non mancherà di conferirgli.

L’espressione di Nahed era sognante, quando chiese a Gia: «Perché non dedichi anche a me una cosa tanto bella, poetica?».

Lei rimase sconcertata, e si vide anche sul suo volto. Dentro di sé…

Son desta, oppure sto sognando? Ho capito bene? Questa, non è la prima volta che capita: che cos’è, mi legge nel pensiero?

Insicura sul significato di quanto aveva udito dirle, chiese: «Di che stai…  (Continua nel romanzo).

AMO IL PESCE FRESCO, E NON MENO, I FRUTTI DI MARE.

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MultiIcona2 Atto 5°

… in una di quelle gite, non verso un’isola, ma a Chioggia, sul vaporetto notai una giovane ragazza sui vent’anni che attirò la mia attenzione non soltanto per il bel volto e per la sensuale espressione, ma soprattutto per com’era vestita: un orrendo camicione in grezzo cotone dalle maniche lunghe abbottonate sui polsi, una sciatta gonna, anch’essa dello stesso tessuto, che le arrivava sino alle caviglie. I capelli biondi, raccolti in uno chignon, mostravano l’attaccatura a un lungo collo che avrei percorso molto volentieri con le mie labbra. Sotto, a giudicare dal volto, si capiva che doveva avere una carnagione chiarissima, più ancora della mia. Siamo donne, e non abbiamo bisogno di guardarci nude per capire come siamo: un sedere da opera d’arte scultorea, e delle tette, che pur compresse dal reggiseno, intraprendevano una spiegata diatriba con il camicione.

Il mio animo samaritano, che più appropriato sarebbe tradurre con “ficaiolo”, decise di occuparsene; con tatto la abbordai: “Io sono Gia; bella giornata, vero? Ti va se scambiamo qualche chiacchiera? Il viaggio non è breve, e così non ci annoiamo. Inoltre, se qualche maschietto si è messo qualcosa in testa, vedendo che siamo in due, si fa passare i bollenti spiriti”.

«Gia, ma com’è che riesci ad essere sempre così creativa, disinvolta nello stabilire dei rapporti?» chiese ammirata Rashida, la quale, anche per la sua professione di docente universitaria era capace a parlare, certamente; ma non a improvvisare in situazioni che non fossero accademiche.

«Amore, basta comportarsi come ci si sente d’essere in un determinato istante, e soprattutto liberarsi della paura del rifiuto. Per farti un esempio, se incontri una che ti piace, non devi esitare ad affrontarla, per esempio in questo modo: “Piacere; io sono Gia. Ascolta; se non sei già impegnata, voglio dirti che mi piaci, e se vuoi te la dò”.

«Così? Bruscamente esplicita, Gia?».

«Certamente; come ben sai, a noi donne non dispiace essere sorprese. Inoltre, in questo modo passa un doppio messaggio: le fai capire di che pasta sei fatta, e che lei t’arrapa.

Certo, lo puoi fare soltanto se sei sicura di te; insomma, se sei una gran figa, perché in questi casi è l’abito, a fare il monaco… o per meglio dire, quel che c’è sotto gli abiti».

«Lo capisco, ma tirare in ballo la faccenda dei mosconi che ronzano d’intorno, richiede anche una gran fantasia, oltre che dei riflessi pronti; ti ammiro davvero molto. Scusami se ti ho interrotta; se vuoi, continua».

«Grazie, Madre; bene, dicevo… la sua reazione fu positiva, perché mi rispose: “Io mi chiamo Assunta; e forse è un segno del destino”.

“Come mai?” chiesi.

“Mi trovo in un momento in cui devo prendere una decisione molto importante; infatti, sto andando a Chioggia, a casa dei miei a comunicare loro che intendo prendere i voti”.

Ragazze! Se dapprima il mio obiettivo si limitava a prendermi la sua gnocca, a quel punto ebbi una ragione in più: se fossi riuscita a dissuaderla, non avrei privato il mondo di una bella figa, guadagnandomi così il Paradiso per la buona azione fatta».

Una risata delle altre la incoraggiò a continuare; seguitò: chiamandola per nome allo scopo di stabilire una certa familiarità che mi sarebbe stata utile, le dissi: “Assunta, non voglio forzarti, ma sarei curiosa di sapere come mai sei arrivata a una tale decisione. Vuoi parlarne?”.

Anche lei lo fece: “Vedi, Gia, ho poco più di vent’anni, ed ho avuto qualche esperienza sentimentale che, mi capisci, non è stata soltanto tale; le delusioni che ne sono seguite mi hanno fatto pensare che forse l’amore più grande io lo possa avere soltanto da Dio”.

“Da quel che dici, mi sembra di capire che tu sia stata delusa da qualche fidanzato. Se ti va, io so ascoltare” andai prudente, per non farla rinchiudere a riccio.

“Ascolta, Gia; non so perché, ma sento che con te posso parlare, e confidarmi… insomma, non è soltanto l’amore per Dio, che mi muove”.

“Se me ne vuoi parlare, sappi che io non amo giudicare”.

“L’altr’anno ho dovuto abortire, Gia; e questo mi ha fatto sentire in colpa, condizione in cui ancora mi trovo. Perciò, voglio espiare rinchiudendomi in un convento, lontano dagli uomini, sperando che un giorno o l’altro il Signore mi perdoni per quella vita che portavo in grembo cui non ho permesso di nascere. Inoltre, mi sento colpevole anche verso i miei genitori; il mio nome, Assunta, è meridionale, e tu puoi capire come reagirebbero se conoscessero la mia storia recente. Per nascondere loro il mio stato, ho dovuto mentire, raccontando d’esser stata trasferita temporaneamente per lavoro”.

Ma lo capite, sorelle mie? Non soltanto qualche mascalzone l’aveva messa incinta inducendola poi ad abortire, ma a causa del sistema in cui viviamo, lei si è dovuta pure sentire in colpa! E di là del trauma dell’aborto, nemmeno il conforto dei suoi cari, la poverina ha potuto avere. Ora: se dei genitori non servono a capirti, a consolarti, a proteggerti, ditemi voi, che cazzo di famiglia è?

Se fossi stata me stessa, avrei reagito con furente indignazione, ma non volevo che il clima di fiducia che si era stabilito tra noi mutasse in senso negativo. Rimandai ad altro momento la mia reazione. Chiesi: “Vuoi parlarmi un po’ di te, della tua vita? Che fai, studi? Lavori? E dove abiti, a Venezia, oppure a Chioggia, o altro? Manca un’ora all’arrivo, e perciò ne abbiamo il tempo”.

Insomma, dopo aver parlato del più e del meno, seppi che lei lavorava come cameriera in una nota catena di fast food, a Venezia, e che desiderando essere indipendente, invece che ritornare a Chioggia ogni giorno, si era presa un appartamentino in affitto a Venezia, e come potete immaginare, nella mia città gli affitti sono molto alti, tant’è, che pagato quello, le restava ben poco del suo stipendio.

Infine, tra una chiacchiera e l’altra, giungemmo a Chioggia. Al momento di salutarci, io le strinsi una mano, e lei, guardandomi con quegli occhioni, mi mormorò: “Gia, sono  contenta d’averti incontrata; è strano per due che si sono appena conosciute, ma mi dispiacerebbe che ci salutassimo qui”.

Comprendendo la sua situazione, non soltanto per portarmela a letto, ma mossa, diciamo, da carità cristiana, provai il desiderio di prendermi cura di lei. Le dissi: “Ascolta, tesoro; adesso io ti farò una proposta che non potrai rifiutare: perché non vieni a vivere da me? Il mio appartamento non è grande, ma è più che sufficiente per starci comode in due”.

I suoi occhi s’illuminarono: “Davvero, dici? Ci siamo appena conosciute, e a malapena tu sai chi io sia”.

A fronte del suo imbarazzo, per alleggerire la situazione, allegramente reagii con una battuta: “Allora, dimmi… qual è secondo te un tempo giusto affinché due persone possano decidere di condividere un appartamento? Una settimana, un mese, un anno, una vita; e anche quell’altra che dicono verrà?”.

In una risata mi rispose: “Sei unica, Gia; grazie. Ma dimmi, perché lo fai?”.

Era giunto il momento d’essere chiari quanto espliciti, anche per evitare dei fraintendimenti con conseguenti paturnie: “Perché mi piaci, amore. E non soltanto per il bel corpo che ti sforzi di nascondere sotto gli stracci con cui ti sei agghindata pensando così di castrare la tua femminilità. La tua pelle di pesca non se lo merita”.

“L’avevo capito, sai, che ti piacciono le donne, Gia; ma io non sono lesbica. Inoltre, ho deciso di darmi alla castità”.

“Tesoro, la carne mortificata grida vendetta, e se non la compiaci, lei ti punisce facendoti ammalare giacché gli ormoni hanno bisogno di sentirsi in equilibrio. In quanto alla questione che non ti senti lesbica, lo diverresti comunque, gioia mia; e non appena metteresti piede in un convento.

Come credi che si arrangino da quelle parti per il sesso? La differenza sta nel fatto che lì non potresti scegliere, e magari saresti costretta a leccare la fica rinsecchita di una Madre Superiora di più di sessant’anni. Allora, che decidi? Sappi che non ti chiederò nulla in cambio, e neanche di fare sesso con me; se non sarai tu a volerlo, si capisce”.

“Hai un gran cuore, Gia; accetto volentieri, e apprezzo molto che tu non mi chieda nulla in cambio”. Dopo una pausa, guardandomi negli occhi, seguitò: “E comunque, chi è in grado di leggere nel futuro? Mai dire mai, si dice; non è vero? Ascolta, se non hai delle cose importanti da fare a Chioggia, verresti con me, a pranzo dai miei? Mio padre fa il pescatore, e in casa non manca mai il buon pesce, né i frutti di mare assolutamente freschissimi. In pratica, a parte il pane, gli spaghetti e i pomodori, in casa non c’è altro da mangiare. Comunque, stai tranquilla, perché mia madre sa cucinare il pesce meglio di chiunque altro”.

La mia generosità si prendeva un compenso anticipato; come sapete, care sorelle, io amo moltissimo il pesce e i frutti di mare, soprattutto perché il loro profumo mi ricorda la passera… e non mi riferisco soltanto a quella di mare. Risposi: “Tesoro, sono venuta a Chioggia proprio per acquistare del pesce fresco; ma se pranzo da te, non mi serve più».

Intervenne Nahed, che fintamente crucciata, in realtà desiderava estorcerle un inverecondo complimento: «Dicevi che ti piace il pesce perché profuma di fica; la mia patatina, però, profuma di lavanda, Gia; mi dispiace».

«A parte la questione che tu sai bene quale sia l’effetto che mi fa il tuo profumo di lavanda, in realtà, anche tu hai un retrogusto, come definirlo… ittico?» la burlò lei.

«E ti piace, Gia?» chiese, facendo la smorfiosa.

«Mi sembra d’avertelo dimostrato a profusione, tesoro».

Era giunto il momento adatto per togliersi un sassolino dalla scarpa, e Gia ne approfittò: «Per ritornare alla storia, Assunta non mi aveva prospettato in maniera completa quel che a pranzo avrebbe deliziato il mio palato, poiché oltre a quanto elencato, c’era pure dell’ottimo, fresco vinello bianco, che devo dire la verità, qui all’Oasi incomincia a mancarmi moltissimo».

Le tre donne arabe non commentarono, e visto vanificato il suo tentativo, Gia continuò con il racconto.

«Per convincermi ad accettare l’invito a pranzo, Assunta seguitò: “Con te vicina, mi sentirei protetta da me stessa, ed eviterei di sbottare in lacrime in una confessione”.

Sapete, oltre che passare il tempo a godermi la bella giornata di sole, ed acquistare del pesce fresco dalle barche dei pescatori, non avevo altro da fare, per cui acconsentii. A pranzo a casa dei suoi, tra una portata di buon pesce ed un eccellente bicchiere di fresco vinello che mi deliziò il palato…».

Rashida la interruppe; con fare gioviale, tuttavia fu diretta: «Gia, l’abbiamo capito; non mica siamo sceme». Dopodiché, rivolta a Nourhan: «Vediamo come si può comporre questa questione; riguardo a questo, come vi regolavate a Venezia?».

«Beh, durante il desinare Gia non si faceva mancare uno o due bicchieri; e in tutta franchezza devo riconoscere che non ha mai esagerato, tant’è, che baciandola, mai ne ho sentito l’odore».

«E dunque, a quale compromesso potremmo giungere? Non vorrei che vedendo Gia bere del vino, a qualche altra di voi due venisse in mente di provarci, e così peccare».

Parteggiando per lei, mise bocca Nahed: «Senti, Gia; sarebbe proprio durante i pasti, quando siamo insieme, che tu vorresti bere? Perché, da com’è chiaro, la preoccupazione di nostra Madre sta proprio in questo».

Lei comprese che un compromesso sarebbe stato infine possibile: «Beh, se sino ad ora ho bevuto soltanto durante i pasti, potrei prendere l’abitudine di berne un calice per aperitivo, per poi, a pranzo, bere soltanto dell’acqua, o del tè alla trigonellina, così come siamo abituate a fare». Dentro di sé pensò…

Magari per accompagnare un grissino avvolto da del buon prosciutto di San Daniele. Ma è meglio che neanche nomini il maiale, altrimenti potrei perdermi anche il vino. Come spesso mi capita di pensare da quando sono qui, gli unici suini ammessi siamo noialtre maialine. Nel caso la faccenda andasse a buon fine, vorrà dire che mi accontenterò di qualche sfizioso crostino guarnito con salsetta al pomodoro e rosmarino. Dio! Sono talmente vogliosa, che inconsapevolmente ho fatto persino la rima.

La Decana: «Dimmi, Gia, che capacità ha una bottiglia di vino?».

«Se è DOC, di solito è di sette decimi, ossia, settecento millilitri».

«E un calice, quanto ne contiene?».

«Beh, un flûte, poco meno di duecento».

«E quindi, se faccio bene il calcolo, con una bottiglia se ne riempirebbero poco meno di quattro bicchieri. E dunque, figlie mie, dopo avere ascoltato, ecco la mia decisione: la prossima volta che ci recheremo in città per acquistare quanto ci serve, prenderemo anche qualche cassa di vino; ovviamente, sarà Gia a sceglierne il tipo.

Giunte all’Oasi, lo gestirò io stessa, chiudendo a chiave l’armadio in cui lo conserveremo; consegnerò a Gia non più di due bottiglie a settimana, che lei terrà in fresco da qualche altra parte che soltanto lei conoscerà, e non nel frigorifero della cucina. Questo, per evitare tentazioni sue, o di altre, me compresa. Ed ora, se non ti dispiace, Gia, riprendi con il racconto, che ci sta avvincendo moltissimo».

Cazzo! Proprio con il bilancino! Neanche si trattasse di una medicina. Nessuno le ha mai detto che negare significa aumentare la voglia? Non è certo che io abbia intenzione d’ubriacarmi; ma così mi fa sentire come una drogata in una comunità di recupero. In ogni modo, qualcosa porto a casa, e quindi, accontentiamoci.

Minchia, voglio bene a Rashida, e pure l’ammiro; ma quando fa così, un po’ la odio. Capisco, che si senta investita del ruolo di Decana, e che avverta il dovere di non scordare la sua fede musulmana; ma un po’ di tolleranza, perbacco, potrebbe pure averla! So di musulmani, in Italia, che si strafanno di carne di maiale, e che si prendono la scuffia ad ogni fine settimana! Se si comportasse così anche riguardo al sesso, qui, neanche si scoperebbe più!

Quand’ebbe finito di rammaricarsi per conto proprio, riprese a raccontare: «A pranzo, dopo avere messo i suoi a parte della decisione presa, questi si mostrarono molto contenti, anche perché, oltre ad avere trovato un’amica più grande di lei che l’avrebbe potuta consigliare al meglio per rimanere sulla retta via, la figlia sarebbe stata affrancata dal pagare un affitto.

Che io fossi femmina, fu per loro dirimente, poiché, meridionali amovibili dalle loro tradizioni, mai avrebbero accettato che Assunta convivesse con un uomo. Si mostrarono talmente felici, che ci fecero promettere di andare da loro ogni domenica a pranzo; e così facemmo. Al momento di andarcene, poi, ci caricarono una borsa frigo colma con non meno di quattro chili tra pesce e frutti di mare… cosa che io gradii moltissimo; Assunta fu meno contenta, poiché, da quando era nata, a casa sua non si era mangiato altro che del pesce.

Giacché gliel’avevo promesso, con la giovane ragazza io ci andai piano, e non la forzai sino a quando non fu lei a chiedere. Naturalmente, in una casa tanto piccola, era normale vederci nude, e…».

Come spesso faceva, in cerca di particolari che l’eccitassero, anche questa volta Nahed la interruppe: «Era figa, Gia?».

Lei capì di che cosa la ragazza andasse in cerca: «Era graziosa, sì, Nahed. Il vestito che indossava il primo giorno non le rendeva giustizia; biondissima, grandi occhi azzurri su un volto angelico, le sue tette erano da sogno. Di pelo biondo chiaro, la prima volta che scopammo, tra le cosce aveva una selva piuttosto fastidiosa; ma poi, su mia esortazione, lei si fece depilare completamente, e così potei gustarmi meglio la sua gonfia e pulsante patatina».

«Adesso sì, che andiamo d’accordo, Gia; continua, dai, che cercherò di farmi venire anche con questa tua storia».

«Dicevo, sino a quando il ghiaccio fu rotto, ossia fino a quando trombammo per la prima volta, io avevo sistemato una branda per lei nella stessa mia stanza da letto. Sapete, sarà stato per la mancanza di sesso, oppure perché le piacevo, ma una sera, già addormentata, sentii un corpo caldo accanto a me, e una voce suadente che mi diceva: “Senti, Gia, che prima o poi le cose dovessero andare a finire così, entrambe l’avevamo capito; e quindi, perché stiamo a perdere tempo? Su quel lettino che mi hai preparato non si dorme male, ma si sta meglio qui, nel letto matrimoniale”.

“Cara, come sei dolce” risposi, infilando una coscia tra le sue.

“Gia, io non ho mai fatto sesso con una donna, e non vorrei deluderti. Aspetto che mi dica tu che cosa devo fare”.

“Tesoro, stai tranquilla, che guido io. Comunque, è facile; immagina che cosa ti piacerebbe che io facessi a te. Intanto, se ti va, baciami”.

Ragazze mie, la sua bocca era un burro, e sapeva baciare da dio; e inutile che io scenda in particolari, non vi pare?». Osservando Nahed occupata ad ascoltare e intanto masturbarsi, fu una vena di divertita perversione, a indurla a interrompere il racconto proprio quando questo si andava facendo più arroventato.

«Lo fai apposta, Gia?» irruppe lei, affatto diplomatica. E seguitò: «Stavo entrando in un’onda in cui mi fluttuavo nel piacere, e tu ti sei interrotta proprio sul più bello; lo capisci o no, che sono proprio i particolari a interessarmi? Insomma, l’hai capito da tempo, ormai, che io sono morbosetta. Ma non fa niente, continua, dai; vuol dire che aspetterò la prossima».

«La prossima… cosa?».

«Trombata, no? Che altro mai!».

Non era soltanto nell’aspetto, che lei sembrava essere una ragazzina, ma anche nei modi e nelle motivazioni. La sua fresca spontaneità la incantava, e avrebbe voluto interagire con lei; ma per rispetto delle altre donne, Gia riprese con il racconto: «Interessante fu quando la portai a visitare il mio casolare per trascorrevi un weekend. A casa talvolta ci sculacciavamo, ma temendo che non la prendesse bene, io non le avevo ancora raccontato nulla riguardo ai dolci supplizi erotici che tanto noialtre amiamo. Ormai, però, era tempo di mettere le cose in chiaro; giunte in cantina, osservandone l’attrezzamento, lei: «Sei forse sadica, Gia? Devo spaventarmi?».  Se le parole furono quelle, così non fu per il tono che usò, né per l’atteggiamento, che non si mostrò per nulla sconvolto oppure sdegnato. Potete immaginare che cosa le risposi; messe le cose in chiaro su tale punto fondamentale, poi tutto filò liscio, tanto, che una sera, mentre la stavo fustigando, lei si sentì di dire: “Fare sesso anche così, Gia, oltre che godermela, se mai ho peccato, posso espiare”.

Insomma, il nostro rapporto filava rotondo e piacevole, tanto, che oltre a scopare e divertirci con la frusta, in quel periodo in cui siamo state insieme, io l’ho pure incoraggiata a crescere. Una sera, esauste per la reiterata ginnastica da letto, l’affrontai: “Ascoltami bene, amore; conti di fare la cameriera per tutta la vita?” chiesi.

“E che altro potrei fare, Gia? Ho studiato soltanto al liceo, e non ho nessuna specializzazione. Il mio CV si limiterebbe a un rigo”.

“E perché non ti prendi una laurea? Una di quelle che ti permettono d’esercitare una professione, però” la incalzai.

“E come faccio? Devo stare in piedi per otto, nove ore al giorno, quando ritorno a casa sono distrutta, e se voglio scopare con te, prima devo riposarmi almeno per un’ora. Meno male, carina come sei, che di solito sei tu a preparare la cena, se non addirittura a portarmi al ristorante”.

“Tesoro, qui c’è la tua Gia che vuole prendersi cura di te; un tetto già ce l’hai, da mangiare pure, e perciò licenziati. Vorrà dire che quando finiranno i soldi della liquidazione, ci penserò io a coprire le spese per le tasse universitarie, i libri, eventuali oneri sanitari e quant’altro ti dovesse servire per vivere decorosamente”.

Si commosse; con le lacrime agli occhi, chiese: “Perché faresti questo per me?”.

“Tesoro, non sarebbe un regalo; tu mi dai tanto, e non sto parlando della fica, ma della tua fresca e spontanea compagnia, che non mi fa sentire sola e che mi rende felice… per non menzionare gli avvincenti supplizi cui ti sottoponi per amor mio, che sopporti con gioia e senza farmi pesare le tue sofferenze”.

“Sei forse innamorata di me, Gia?” mi chiese, credo, sperando che io assentissi.

“Neanche per sogno, amore; e ti dico di più: se tu dovessi incontrare qualcuno, uomo o donna che fosse, per quanto mi riguarda, tra di noi non cambierebbe nulla”.

“Uomini, dici? Dopo l’aborto, non ne voglio nemmeno sentirne parlare! Con te, mia Gia, il sesso è così gioioso, fantasioso; e soprattutto sicuro. In qualunque maniera noi si scopi, oltre a piacermi, dimmi, come potresti mettermi incinta?”.

“Brava, mio tesoro; hai colto i concetti essenziali. Una condizione, comunque, te la pongo: io odio le donne problematiche, quelle che pensando di possederti, ti rompono la minchia da mane a sera. E perciò, promettimi che rimarrai come sei, dolce e per niente rompiballe”.

Sorridendomi grata, lei scherzò: “E come potrei, non mica ce l’hai, tu, la minchia. Mia Gia, a parte gli scherzi, io non finirò mai di ringraziarti; e non soltanto per quello che mi hai dato e continui a darmi, ma perché mi hai liberata dalle due cose più orribili che offuscavano la mia vita: il senso di colpa per aver dovuto abortire, e gli uomini. Insomma, io non sono in grado di vedere nel futuro; però, di una cosa sono certa: anche se non sei innamorata di me e se non staremo mai insieme come una coppia, sappi che la mia fica sarà sempre tua, così come il mio culetto, contento di prendersi le tue amorevoli frustate”.

Insomma compagne mie, andò a finire che, filando d’amore e d’accordo, senza nulla farci mancare nei fine settimana in cui ci dividevamo tra Chioggia a pranzo dai suoi, e il casolare a fornicare, tre anni più tardi lei si prese a pieni voti una laura triennale in infermieristica, e una settimana più tardi fu assunta con regolare contratto a tempo indeterminato da una importante clinica privata di Mestre. E così, rendendosi utile a chi ne ha più bisogno, gli ammalati e gli anziani, poté pure esaudire il latente bisogno d’espiazione… che se non avesse incontrato me, avrebbe scontato in uno squallido convento di clausura».

«Gia, grazie; è una storia bellissima. E hai pure compiuto una buona azione; fosse soltanto per questo, te lo meriti proprio, il vino che hai chiesto» si complimentò Rashida mentre gli occhi di Nourhan esprimevano orgoglio per la moglie.

«Gia, quanti anni avevi allora?» chiese Nahed.

«Boh, non ricordo esattamente; credo intorno ai ventisette, ventotto».

«Però, lei venti e tu ventotto, te le trovi sempre giovani, eh? Ti piace la carne fresca… come la mia, Gia, confessalo». Non aveva ancora finito di sfotterla, perché continuò: «Senti, a me sembra che tu abbia una predilezione per le monache; questa è la seconda avventura che ci hai raccontato su di loro. Che sia un inconscio bisogno di trascendente?».

«Nel caso, sarebbe un bisogno di pura fica, tesoro; in ogni modo, io non guardo alle monache che sono già tali, ma a quelle che vorrebbero divenirlo chiudendosi in un convento, così da privare il mondo esterno della loro gnocca, che nel caso opposto andrebbe a solo beneficio di un mondo interno».

«Tu dici, Gia? E come la metti con…  (Continua nel romanzo).

LE PATURNIE DI GIA.

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6°Atto

… fu qualcosa di simile, che Gia pensò anche quando, nella beata ingenuità della sua giovinezza, le capitò di dover preparare un esame leggendo il noto libro di Laurence J. Peter[1]. Più tardi comprese che moltissimi dei suoi connazionali non erano per niente stupidi, certo; ma congenitamente ladri, sì. E specie alcuni politici, costatando che la regola poteva pressappoco così riassumersi…

Li lasciano là sino a quando non hanno imparato a rubare nel “rispetto” delle leggi che si sono confezionati ad arte, e dopo qualche tempo dicono loro: «Non essere ingordo, adesso lascia che a mangiare sia qualcun altro. Ora ti promuoveremo: in tal modo, grazie alla tua disonestà intellettuale, potrai imparare a rubare anche nel nuovo ruolo. E non avertene a male, perché il piatto sarà ancora più ricco».

Povera Italia… sciagurato Paese mio! Quando sarà, che moltissimi tra i miei connazionali finalmente capiranno che non si è per quel che si dice d’essere, ma per come ci si comporta? Quando lo comprenderanno, che questa è una regola aurea da tenere presente nelle circostanze in cui si è a giudicare, e soprattutto a votare? Quand’è, che ricorderanno che non ci si deve far abbindolare; che pur avendo talvolta un colore simile, così com’è per il cioccolato e la cacca, non per questo le cose buone e quelle sgradevoli sono eguali? Se mai ciò dovesse accadere, forse quel giorno le loro scelte sarebbero migliori; e non solo in tema di politica.

Eppure, la gente comune lo avrebbe, il modo per discernere, per capire meglio di che pasta loro siano fatti; basterebbe che si ricordasse di come appaiono quando sono presi in contropiede. Non più protetti, è lì, che loro si mostrano per quel che sono. Quando la gran parte delle persone al Potere ti parla per mezzo dei talk show o dei comizi, sfoggia sempre un’apparenza gioviale, aperta, “democratica”: sembrano quasi essere “quello della porta accanto”, disponibile a rispondere a qualunque cosa venga chiesta. Lo sappiamo bene, invece, che non è proprio così, e quale sia la loro attenzione a concordare, con assoluta puntigliosità e in anticipo, ognuno degli argomenti.

Il mezzo di cui negli ultimi anni si servono alla grande, la TV, tuttavia, talvolta gli si ritorce contro: quando non sono preparati a rispondere, inaspettatamente sorpresi per strada da dei reporter più cazzuti di altri, non vogliono parlare, perché la cosa li metterebbe in imbarazzo, oppure li coglierebbe in fallo… dove “fallo”, in tal caso, non significa quel che ciondola loro tra le cosce, ridicolo ammennicolo per il cui soddisfacimento farebbero di tutto.

Ed è allora, che salta fuori tutta la loro prosopopea, arroganza, e finanche la maleducazione, che manifestano senza alcun ritegno e senza il minimo rispetto per quelle persone che sono lì semplicemente per compiere al meglio il loro lavoro; ossia, per adempiere un diritto, quello all’informazione, che è pure previsto nella Costituzione.

Quando i giornalisti sono offesi e trattati male, dovrebbero risponder loro: «Mio caro Onorevole Pinco Pallino, siamo tutti uguali, e lo sai perché? Per ogni giorno che Dio manda in terra, tutti dobbiamo cagare, ricchi e poveri, potenti e miseri; e la tua merda è anche più fetente della mia, poiché mangi troppo, e a sbafo».

La gente che li ha votati dovrebbe anche chiedersi: “Se i ministri e altri funzionari governativi sono sempre fuori dal Palazzo, impegnati in viaggi all’estero a spese dei contribuenti, ai talk show e a rilasciare interviste per farsi belli, se non a inaugurare la “sagra del pisello”, quand’è, che svolgono il lavoro per il quale li paghiamo?”.

Quando, da opposte fazioni, li vedi scontrarsi, non mica te lo dicono che nel retroscena finisce tutto a tarallucci e vino! E la gente beve… beve; e neanche se ne accorge, che sta tifando per chi, invece che a fare, è più bravo a dire.

E questi, non sono dei problemi che nascono, o ci sono, soltanto da adesso. Anni fa, con l’avvento delle sinistre al governo, forte, fu la speranza che le cose potessero andare meglio; e invece, per una malintesa concezione dei principi marxisti, l’Italia si fece trascinare in una condizione d’esasperata “alienazione”, dove i mezzi, furono confusi per gli scopi, e viceversa. E poiché, riguardo a questo genere di cose, l’inerzia è potente, il risultato è, che ancora oggi noi siamo nella condizione dove il “posto di lavoro”, da mezzo, diviene “scopo”; e ciò, al punto che nella gran parte dei casi le strutture pubbliche non sono concepite tanto in funzione dei bisogni degli utenti, quanto quale risorsa di Potere, oppure economica, per chi vi lavora, o ne è responsabile. Che almeno quegli individui si occupassero con diligenza di ciò per cui sono stati assunti, sia pure in un sistema rimasto, ahimè, clientelare.

Anche se è chiaro come il sole che spesso le imbeccate sono il risultato di vendette o di conflitti tra potenti disonesti, tuttavia, un plauso va dato a quei giornalisti d’assalto, ai magistrati, e alle forze dell’ordine che si sforzano di svelare e perseguire le trame truffaldine e criminali della casta di quei “furbi”, talvolta smascherando chi è l’opposto di quel che dice d’essere. Parlo di quelli che a parole vorrebbero apparire degli strenui paladini della morale; di quelli che mostrando di difenderla riempiendosene la bocca a piè sospinto, protetti dal potere delle leggi che si sono confezionate su misura, e da abili avvocati pagati profumatamente con i proventi delle loro stesse ruberie, si comportano come gli pare.

Tutto ciò che è nuovo li sconvolge, li destabilizza, li spaventa poiché sentono minacciato il loro potere. Pur divorziati, si scagliano contro il divorzio; pur viziosi e frequentatori di prostitute, spesso pure minorenni, come la recente cronaca ha mostrato, si scagliano contro la mercificazione della carne; pur frequentatori di trans che fanno il mestiere più antico, si mostrano omofobi; pur ladri inveterati, si scagliano contro quelli che per quattro soldi si adattano a lavorare in nero perché affamati, e non contro chi li affama, compresi i cosiddetti “caporali”, lungo braccio d’imprenditori disonesti: io mi domando e dico, se proprio non riuscite a cambiare, fin che non vi beccano, siate pure disonesti; ma almeno fatevi soltanto i cazzi vostri, come professa quel tal “onorevole” preso mirabilmente per il culo da Maurizio Crozza[2], parlamentare campione nel cambio di casacca, che ultimamente non rieletto, si è dato alla TV. E invece, quelli pretendono di farsi pure i cazzi degli altri; merda!

Cazzo! Se avendo la ventura di leggere i miei romanzi e i miei post, dove di certo non mi censuro, qualcuno di quegli stimatissimi signori avesse a osservare: “E parli tu, che così esplicitamente scrivi di sesso omosessuale e delle “porcherie” che fai? Vedi un po’, da che pulpito di moralità viene la predica!”. Ebbene, in un tal caso fare loro presente che io sono sì, come loro vorrebbero che io mi definissi, un’impenitente “peccatrice” che fa le “porcherie”; ma soltanto per quanto concerne quello, ossia, il sesso. E quindi, andassero a vedere le loro, di “porcherie”!

Io non mento, non imbroglio, non rubo, pago tutte le tasse e anche di più, faccio volontariato sociale e beneficenza, odio la pedofilia, non faccio violenza psicologica o fisica a nessuno. E ciò, neanche alle amanti che, entusiasticamente consenzienti, amo frustare sul culo, poiché sono loro a implorarmelo; e giacché anch’io mi prendo volentieri la frusta da loro, il rapporto rimane paritetico al cento per cento.

Secondo loro, sarei io, dunque, quella che si dovrebbe vergognare? E ciò perché, che Dio la benedica, oltre alla mia, mi piace l’altrui fica? Oppure perché sentendomi ardere di sotto, se tanto posso, io fotto? E mi si perdoni l’improbabile lirica di basso profilo in cui cado ogni volta che sono incazzata!

Lontana dal quel mondo verso cui, irata, si lanciava, Gia riprese contatto con la splendida realtà che stava vivendo: si sforzò di cacciare lontano le riflessioni che la inducevano al malumore; ma, presto, vi ricadde… (Continua nel romanzo).

 

[1] Il principio di Peter, è una tesi, apparentemente paradossale, che riguarda le dinamiche di carriera su basi meritocratiche all’interno d’organizzazioni gerarchiche. Noto anche come principio d’incompetenza, esso fu formulato nel 1969 dallo psicologo canadese Laurence J. Peter, in un libro dal titolo The Peter Principle, pubblicato nel 1969 in collaborazione con l’umorista Raymond Hull. Il saggio ebbe una notevole fortuna letteraria e ha conosciuto numerose edizioni e traduzioni. Fonte: Wikipedia.

[2] Maurizio Crozza, è uno dei volti principali di Rai 3 e di LA7 (Italia): tra le sue trasmissioni televisive ci sono Crozza Italia, Crozza Alive, Italialand e Crozza nel Paese delle Meraviglie. Fonte: Wikipedia.

NON CI RESTA CHE PIANGERE.

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… e a proposito di menzogne mascherate da verità, nella nostra bella Italia andiamo famosi: proprio dei maestri, siamo! In questa deprecabile arte, una consistente parte dei nostri cosiddetti “onorevoli”, che più appropriato sarebbe definire “dis-onorevoli”, ha fatto un’eccellente scuola.  Maestri nel far credere di voler cambiare le cose, giunti al Potere si adoperano per lasciarle esattamente com’erano; e tutto ciò in malafede, sciorinando giustificazioni intorno alla stabilità sociale, che in realtà significa lasciare i privilegi a chi già li ha, fottendosene alla grande delle regole democratiche, della legalità, e della giustizia sociale.

E non si può certo rimproverar loro che non si diano da fare: per i loro interessi, però! Sono instancabili: come ha detto bene una volta la poetessa Alda Merini, “Le mosche non riposano mai, perché la merda è sempre tanta”.

Le monarchie assolute dei nostri tempi si celano sotto quel rassicurante mantello che, astutamente e in consapevole malafede, a piè sospinto loro chiamano democrazia. Se tu non fai parte di un gruppo, partito politico, massoneria, o congregazione varia che sia, vali meno di una cacca di mosca; e anche quando vi fai parte, prova tu, a esprimere del dissenso: per ben che ti vada, sarai considerato alla stregua di un appestato, da cui tenersi alla larga per non compromettersi; e sarai emarginato per sempre. La prima regola che devi accettare, è il conformismo; in ogni senso, e su ogni fronte. Oltre a ciò, devi essere sempre ben disposto a offrire anche il culo.

La caduta del muro di Berlino è certamente stata una vittoria della libertà sull’oppressione: ha spiazzato quell’entourage che aveva fatto di Karl Marx, e del suo “Il Capitale”, la propria carta vincente per ottenere dei privilegi. D’altra parte, è ben vero, che in quell’occasione alcuni si sono fregati le mani dalla contentezza: con l’implicita, scarsa propensione ad attribuire considerazione ai valori morali e al rispetto degli altri, il liberalismo aveva vinto, e poteva finalmente spiccare il volo. Non c’era più nulla che potesse frapporsi al dilagare dello strapotere della finanza, offuscando con il consumismo più sfrenato la mente delle genti. Il liberalismo, e il capitalismo che vi è connesso, altro non è diventato, perciò, che una celata maniera per affermare il Potere di pochi su tanti, aggravandole, invece di risolverle, le diseguaglianze.

Il peggio è, che oltre al danno, c’è anche la beffa; infatti, prendono pure per il culo la tua intelligenza: con degli slogan bugiardi quali, “Eguali opportunità per tutti”, smantellamento del “Pubblico” a vantaggio delle più “efficienti” privatizzazioni, “Omologazione agli standard europei”, e via discorrendo, loro fanno intendere che la democrazia sia cresciuta, mentre è vero il contrario.

Basti pensare al divario spaventoso che si è creato oggigiorno tra i redditi dei cittadini, e quindi, per le condizioni di vita della popolazione: sono pochi, coloro i quali detengono la maggior parte del patrimonio pagando il minimo possibile di tasse; e ciò, mentre moltissimi altri, dopo essere stati svuotati di quel poco che avevano con degli esagerati balzelli, sono spesso costretti a delle condizioni di vita indecorose, se non alla fame o al suicidio. E che cosa sarebbe questa, se non una nuova monarchia mascherata da democrazia, la quale impera peggio delle passate?

Il loro capolavoro, però, è stato perpetrato al passaggio dalla lira all’euro: di un botto i cittadini pensionati e quelli a reddito fisso si sono visti dimezzare i loro introiti, e più che raddoppiare i prezzi. E questa vergogna, a causa di quelle “brave persone” che hanno accettato lo sfavorevole cambio imposto, per lo più, da Germania e Francia. E quel che più mi fa incazzare, è che il principale responsabile di questa faccenda, fallimentare per i cittadini, oggi voglia farsi passare per un cosiddetto “Padre della Patria”! E ritornare indietro, ormai non risolverebbe nulla, ma aggraverebbe ancor di più la condizione di chi campa a reddito fisso. Si è davvero trattato di un delitto perfetto; prendiamo, ad esempio, un insegnante che prima dell’euro percepiva uno stipendio di duemilioni e seicentomila lire al mese, che, con l’avvento dell’euro si è ridotto a milletrecento. Ritornando alla lira, oggi percepirebbe uno stipendio di un milione e trecentomila lire. Se non è geniale questo, che cosa, allora? Di un colpo il capitalismo più gretto, sindacati compiacenti, ha ridotto del cinquanta per cento gli oneri per la forza lavoro.

Sì, siamo ritornati a un regime monarchico-nobiliare di pochi, imperatori della finanza attorniati da un variegato sottobosco: da una corte composta di politici e da certi sindacalisti, che fanno da vassalli e valvassori. Per non parlare di taluni giornalisti, che cavalieri dei re, sono incaricati di mantenere il controllo sull’informazione, e quindi sociale, usando spregiudicatamente la spada dell’Informazione. E che dire delle banche, le cui cazzate sono pagate dai soliti, ossia dai più modesti risparmiatori? É meglio che io mi taccia; cazzo!

Almeno una volta, di monarca, ce n’era uno solo; e se pur poche e non condivise, vi erano delle regole che, pur turpi, erano chiare. Ciò che più ha fatto del danno, secondo me, è il travolgimento dei valori sociali: con la menzognera chimera che tutti possano aspirare a qualunque cosa, oggi c’è una parte di gente che anela, e si dà da fare, nell’inutile tentativo di diventare un Silvio Berlusconi, un Giorgio Armani, un Benetton, o qualcun’altro simile a costoro.

E che dire di quel tal Sergio Marchionne da poco scomparso, poverino? A sentire ciò che si può leggere qua e là, neanche sembrava pagare le tasse nello stesso Paese da dove ricavava buona parte dei suoi ingentissimi redditi. Ma forse sono soltanto chiacchiere prive di fondamento. Comunque sia, se fosse vero, e se in una ipotetica seduta spiritistica glielo chiedessi, lo sai che cosa potrebbe rispondere? “Erano le leggi, a permettermelo; e dunque, che cazzo volete da me?”.

Ma va bene così, tanto, a chi importa della giustizia, dell’equità, e dei valori morali, se non a parole? Italiano solo quando gli conveniva, con la doppia cittadinanza italo-canadese, sembra che quel tipo lì avesse stabilito la propria residenza fiscale nel cantone svizzero di Zug, scelta molto “furba”, poiché molto conveniente dal punto di vista fiscale. A sentire lui, le cose stanno diversamente, poiché si attribuiva il merito di far rinascere l’azienda della famiglia Agnelli, e così aver salvato migliaia di posti di lavoro. Ma chi è, che di fronte a sé stesso, non si perdona? Poveretto, ha avuto sfiga a morire così presto; ma ciò non cancella i suoi comportamenti che, per carità cristiana, diciamo sono stati quantomeno poco sociali.

E che dire a proposito della famiglia Agnelli, di storica memoria? É di questi tempi, la notizia che se n’è andata dal nostro Paese (e da quello che dovrebbe esser il loro), fissando in Olanda la sede delle loro holding: che anche in questo caso si sia trattato di una questione di tasse? Eppure, è nel nostro Paese, che loro hanno prosperato fin dal 1899; e ciò, grazie al lavoro di noi italiani, e pure ai nostri soldi pagati in tasse, cui tanto hanno attinto per mandare avanti le loro industrie.

Tuttavia, non è certo a costoro, che, di là dell’indecenza etica, vanno mossi dei rimproveri: coerentemente con quanto si diceva, in questa società smarrita, priva di valori morali, quelli lì non fanno nulla di più, che curare i propri interessi alla faccia degli altri. Ma io mi domando e dico: dove stanno, e che cosa fanno coloro i quali dovrebbero far funzionare le cose secondo equità? E mi riferisco ai politici, che dovrebbero adoperarsi per gli interessi dei cittadini, ai legislatori, i quali dovrebbero contrastare tali furberie, e a coloro i quali dovrebbero, poi, far rispettare tali leggi, ossia, la Magistratura.

Con il vomito che mi sale nel dirlo, sto pensando che erano meglio i monarchi del tempo passato, i quali, riguardo al mantenimento di una parvenza della moralità, hanno mostrato, se pur perfida, una maggiore lungimiranza: infatti, per contenere la legittima reazione alle loro malefatte, hanno demandato a Santa Madre Chiesa la funzione di consolare gli afflitti; e questo è stato fatto usando soprattutto la bufala del riscatto nell’altra vita.

Quando, con i movimenti del sessant’otto, finalmente si è giunti a una concezione più giusta della società, quei nuovi valori davano fastidio all’imperio dei nuovi monarchi; ma ecco che la fortuna, sempre pronta ad aiutare i furbi e i disonesti, è accorsa in loro aiuto: infatti, a quei nuovi valori più equi, si è sostituito il dirompente vento del consumismo, che li ha spazzati via.

Saggio, sarebbe stato, invece, parallelamente ricondurci a degli stili di vita più semplici, più umani. Ed eccolo, guardalo lì, il bel risultato: abbiamo reso quasi invivibile il nostro pianeta; e neanche gli obiettivi che il mercato globale si proponeva, sono stati raggiunti. Non mi risulta, infatti, che le economie viaggino alto: nazione più, qualche altra meno, per l’ingordigia di quei pochi senza scrupoli, la depressione ha riguardato, o sta colpendo un po’ tutti. Che poi, quelli lì, si credono pure d’essere delle astute volpi, mentre non si accorgono che alla lunga la situazione è diventata più grande di loro, divenendo incontrollabile. Ma tanto, i ladri veri, quelli di grande professionalità, si salvano sempre il culo a scapito di quelli che loro chiamano fessi; ovverossia, noi gente onesta… (Continua nel romanzo).

TEATRO CREATIVO.

+ 18

#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 6° della Saga Erotica Lesbo 

che suscita emozioni anche in chi non lo è.

Presto nelle librerie.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

MultiIcona 1 Atto 5

… beh, mia amate consorelle, ho già avuto modo di raccontarvi qualcosa riguardo le mie cosiddette nipotine. Adesso vi dirò come talvolta ci capitava di trascorrere amenamente le serate.

Sapete, com’è per noi qui, di solito nel casolare ce ne stavamo completamente nude; voi capite: era anche più pratico, non soltanto per scopare, ma soprattutto quando scendevamo nel nostro Luna Park per darci ai nostri giochi più, come dire…».

«A frustarvi il culo, Gia?» la interruppe scontatamente Nahed, spudorata.

«Esattamente, piccola; potresti, tuttavia, usare anche un altro termine». Neanche ebbe terminato di parlare, che si meravigliò della propria propensione nel formarla alle buone maniere, neanche che si trattasse di sua figlia.

«E come dovrei chiamarlo, allora?». La domanda fu prevedibile, ed era chiaro l’intento di provocarla per interagire in qualche modo con lei.

«Sedere, sederino; tutt’al più, culetto, via» tagliò corto la donna veneziana, che appresso, senza darle il tempo di replicare, seguitò: «Ricordi, Nourhan, di quando, sedute al caffè San Marco, mi confessasti che ti arrapava buttare lo sguardo nella scollatura di quella figa seduta non lontano da noi? E ti sovviene, dopo, che cosa di nuovo introducemmo nel nostro ménage? Lo ricordi il paragone che io feci con l’odore di frittura di pesce che, diffondendosi nelle calli, ti faceva immediatamente venire appetito?».

«Altroché, Gia; ancora me le ricordo, le scopate che ci facemmo non appena ritornate a casa: assolutamente grandi! Già sul pianerottolo incominciammo a baciarci, e scopammo con i vestiti ancora indosso… eccetto le mutandine che tu non portavi mai, ma io sì».

«Bene. E dunque, per variare le cose, le mie nipotine ed io talvolta abbozzavamo una sorta di commedia utile ad arraparci di più. A turno buttavamo giù un semplice copione, che poi seguivamo per larghi tratti, ma spesso improvvisando; Infatti, lo chiamavamo “Teatro Creativo della Iolanda”. Ora ve ne racconterò una il cui copione fu scritto dalla bella Roberta, quella splendida bionda dal fantastico sedere a mandolino di cui vi ho già parlato.

Il cast era formato da me, Roberta, naturalmente, e dalla sua fidanzata Encarnación, una figa spaziale, come già sapete. Simulammo che io, vestita di tutto punto… molto sexy, devo dire, le avessi sorprese in procinto di scopare. Ora, come se leggessi il copione, continuerò in forma romanzata, perché, sembrando svolgersi adesso, la vicenda vi avvincerà di più. Che il sipario si alzi, che vado a incominciare…

Aperta la porta della stanza da letto senza bussare, finsi di rimanere allibita. Con tono isterico le ripresi: “Che state facendo, voi due sporcaccione? Non vi vergognate? Tra donne, poi. Per caso, non sarete mica lesbiche!”.

“Non, che non lo siamo, ma qui intorno, tu forse vedi qualche cazzo bello e grosso? E così, ci arrangiamo tra di noi. Forza, non startene lì impalata. Entra pure; vieni qua… non fare la timida, avvicinati dunque” mi invitò Roberta, sfoggiando un radioso sorriso, mentre, fingendosi pudica, la bruna Encarnación si copriva sino alle bocce con un lenzuolo.

Mostrandomi incerta entrai, e mi sedetti sul bordo del letto simulando uno sguardo smarrito. Voi capirete; non è, che fingermi etero o bi* per me fosse facile. Comunque, non per vantarmi, ma se ho l’adeguata motivazione, so essere una gran commediante. Insomma, la mia abbondantissima scollatura faceva ben vedere le tette: sorpresi la bella mora indugiare con lo sguardo dentro. La biondona che oggi fa il magistrato, Roberta: “Che dici, Gia, se anche a te manca il cazzo, potremmo fraternizzare”.

Da quella gran figlia di mignotta che sono, io mi finsi timida: “Non so… non è bene; almeno credo. E comunque, come la mettiamo? A me piacciono gli uomini” mentii spudoratamente. E appresso, con tono sommesso: “Nondimeno sono ancora vergine”. Figuriamoci! Non l’avevo scritto io, il copione, e fu difficile continuare con la commedia rimanendomene seria. E a proposito di copione, quello finì lì, poiché, per il resto, si trattò di pura improvvisazione.

Alla mia affermazione d’esser vergine, uno sguardo intrigato corse tra Roberta e la sua ragazza; naturalmente finsero, e devo dire che entrambe furono molto brave a sostenere i ruoli. A quel punto la bella mora la esortò: “Dai, Roberta, spogliamola; così da ristabilire un principio di equità, e non soltanto riguardo ai vestiti che noi non indossiamo, ma soprattutto sull’annosa faccenda della verginità, poverina”.

Dopodiché, mentre, con grande lentezza e coprendomi di bacini e leccate, con la fidanzata andavano levandomi di dosso a uno a uno i vestiti, rivolta a me, uno sguardo di rimprovero, Roberta: “Sarai pure vergine; ma dalla porta socchiusa ti piaceva spiare noialtre! Non è così? E magari, sperando di vederci scopare, ti saresti sgrillettata, sporcacciona di una verginella!”. Poi, rivolta a Encarnación: “Vedi, amore? Ha le mutandine fradice; secondo te, che vuol dire? Forza, intanto che io la bacio, tu prenditi cura delle tette”.

Naturalmente, quella non era la prima volta che mi gustavo la sua bocca sulle tette come altrove, e non so come facesse, ma la bella mora sapeva succhiare come mai prima di conoscerla mi ero sentita fare da altre femmine. Sarà stato grazie alle grandi labbra carnose, ma quando mi beneficiava della sua immensa bocca, io mi sentivo davvero in un brodo di giuggiole. E il brodo non era soltanto mentale, ma mi colava dalle cosce.

Dopo che per qualche tempo mi godetti quel trattamento, da splendida attrice, Roberta: “Beh, adesso che l’abbiamo riscaldata, possiamo pure approfittarne, non credi, amore? E tu, verginella, rovescia per bene le gambe all’indietro, che dobbiamo mangiarti l’intonsa patatina; e non soltanto quella. Ti piace, se ti lecchiamo il culetto, tesoro? Encarnación, vuoi favorire per prima? Lasciane anche a me prima che venga, però”.

Verginella io… figurarsi; non mi si addiceva proprio; comunque, si trattava di una sceneggiata in gran parte improvvisata. Fameliche della mia fica, mi andavano facendo proprio un bel lavoretto; finsi ritegno: “Che mi state facendo? Che vergogna… siete due debosciate: non vi basta mai!”.

“Lo sai che hai proprio ragione? Forza, allargati di più, che poi sarai contenta” commentò la bella Roberta.

Mentre Encarnación mi baciava in bocca, la sua mano mi strizzò forte una tetta. Dopo, dalla mia bocca, la sua migrò a un mio capezzolo. Nel frattempo la mano di Roberta mi penetrava la Iolanda, sollecitandomi contemporaneamente la clit. Poi la bocca si unì alla mano. Sembrando impazzita, io ansavo, gemevo e gridavo per il piacere; e non stavo certo recitando, sorelle mie. A quel punto, Encarnación mi beneficiò ancora della sua sensuale bocca, baciando la mia. Io mi sentivo in paradiso; come se fosse la prima volta, nel ruolo di verginella esclamai: “Oddio! Com’è bello sentirmi baciare allo stesso tempo su entrambe le mie bocche!”.

“Soltanto due, amore?” replicò Encarnación. Appresso: “Tra poco, Gia, capirai che cosa intendo. Non c’è due senza tre, si dice”.

Che bel servizietto mi resero, quelle due stelline! Con una foga da affamata, la bella ventiduenne haitiana prese a imprimermi delle lunghe leccate, che dalla gnocca arrivavano al mio dilatato secondo ingresso, e giunta là, si attardava a picchiettarmelo con degli svelti colpi di lingua, per poi riprendere con l’itinerario.

Una volta che, urlando, fui venuta, le danze ricominciarono: loro due, poverine, non erano ancora venute. Roberta, alla fidanzata: “Senti, mentre io me la struscio su di una sua tetta, tu puoi usare la coscia. No, meglio; hai mai provato su un ginocchio, amore? Ti assicuro: è spaziale! A dirlo sembra niente, ma stanne certa: provare per credere; così, la clit esulta”.

Baciandosi tra loro mi usarono a lungo come della mera carne; ma un gran pezzo di carne, modestamente».

«Che forte!» esclamò Nahed.

«Ascolta, Gia; credo che tu, giacché scrittrice, sia la più qualificata: perché non butti giù qualche semplice copione, così da allietarci diversamente in qualche serata?» le propose Rashida.

«Ben volentieri; tuttavia, credo che sarebbe qualcosa da fare in squadra. Mi spiego: io mi occuperei ben volentieri di scrivere la sceneggiatura; ma riguardo alle situazioni, e soprattutto alle performance erotiche da descrivere, credo che dovremmo lavorarci insieme, altrimenti si tratterebbe soltanto delle mie».

«Molto assennato. Credo che nei prossimi giorni la noia non sarà un nostro problema» chiuse il tema Rashida.

Inaspettatamente, vi fu una sorta di colpo di scena; con un tono di voce che… (Continua nel romanzo).