IMPASTO PER PIZZA.

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 5° della Saga Erotica Lesbo 

che suscita emozioni anche in chi non lo è.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume 5

… Gia non si era bevuta la storiella che le aveva sciorinato prima; ciò nonostante, riguardo a come l’aveva appellata, non stette a ricamarci sopra, e specie perché presa a causa delle delizie che ancora la aspettavano, un cui anticipo non si fece attendere. Dopo qualche tempo che le due donne se ne stavano abbracciate, infatti, con un tono di voce basso, che tradiva il suo eccitamento, Nahed:

«Gia, ti piace la pizza fatta in casa?».

«Certo, è gustosa. Le scopate ti hanno fatto venire fame; è vero, amore? Se è così, scendiamo giù e facciamo colazione; tuttavia, mettersi a impastare una pizza proprio adesso, non so se…».

«L’impasto che usiamo fare qui è speciale, Gia; adesso io mi distenderò, e tu ti sistemerai di tre quarti rispetto a me, inginocchiata a cavallo di una mia gamba, con la ciccina a stretto contatto di una mia chiappa; mentre con le mani mi lavorerai l’altra strizzandomela per bene… come se tu stessi lavorando un impasto per pizza, scopati sul mio culetto. Di tanto in tanto potresti pure affibbiarmi qualche forte sculaccione».

Piacevolmente sorpresa per quella fantasticheria erotica cui mai prima aveva pensato, già eccitata, lei: «Certo è, che non mancate di fantasia, voi, femmine arabe».

«Taci, e fai come ti dico, che ti piacerà; e non andarci piano a lavorarmi la chiappa con le mani, che a me un po’ di dolore piace».

Mentre, tra gemiti e grida di piacere, era impegnata a “impastare” l’amante, nei lascivi pensieri della donna veneziana…

«Un po’ di dolore, tu dici, bellezza? Vedrai se sarà poco, quando, come mi hai chiesto, ti farò guizzare sotto la mia sferza».

Quel dissoluto proponimento fu distratto, perché certamente Nahed non se ne stava inoperosa; infatti, muovendo ritmicamente il sedere, lei coadiuvava a meraviglia lo strusciarsi dell’amante. A un certo punto, senza fermarsi dal trarre piacere, portata all’estremo, Gia implorò: «Fermati Nahed… se fai così verrò in un baleno!»

«Dammi degli sculaccioni ancor più forti, allora; il mio piccolo culetto non t’invita a farlo? Dio… che delizia, Gia: incanalato nel solco delle chiappe, percepisco colarmi il tuo copioso cum sul buchino più piccolo. Adesso mi concentro: me lo faccio rilassare e poi contrarre, così da inglobare in me il più possibile della tua spremuta di fica».

«Sfacciata di una ragazzina: sei una bella porcellona, però; te le meriti proprio, le “carezze” che vado infliggendo a questo tuo spudorato, arrogante culetto… che d’altronde mi porge un invito cui non si può resistere».

Dopo che nella “cavalcata” condita da numerosi intercalari piuttosto inverecondi Gia se ne uscì da un nuovo… (Continua nel romanzo).

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E BASTA, CON LA FRETTA!

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Un passaggio tratto dall’Atto 5° della Saga Erotica Lesbo 

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Volume 5

… Gia si sentiva avvolta da una sensazione di benessere infinito: le sembrava di trovarsi in una dimensione di beatitudine celeste dove l’orologio del tempo si era fermato. Quelle carezze a lei donate, dolci, prive d’ogni impellenza, che oltre a infonderle dell’intenso piacere carnale le comunicavano l’amore provato per lei dalle due donne, ebbene, tutto ciò la faceva sentire in un paradiso. Il gioioso furore che spesso lei metteva negli amplessi consumati con la moglie Nourhan, là, non la prendeva per nulla. La calma e la serenità con cui quelle delizie erano a lei dispensate, le infondevano una sensazione di pace che la trasportò in una dimensione onirica, dove tutto si svolgeva in maniera soavemente irreale. Anche i suoi pensieri fluttuavano…

E tu, presuntuosa, che ti credevi d’essere una perfetta e rodata amante!  Devi convenire che ne avevi, di strada da percorrere, mia cara. Che pace, che benessere c’è qui: è il “tempo senza tempo”, che scorre dolcemente tra i piaceri. Non è tanto per la loro sagace abilità nel far vibrare un corpo di donna, ma per come sanno modulare le blandizie, mantenendomi in una condizione d’impagabile esultazione dei sensi senza per questo farmi venire.

Com’è delizioso lasciarsi cullare dalle dolci sensazioni che questi miei due angeli mi stanno regalando: le loro carezze, le posso sentire tanto intensamente; piacevolmente… e godermele una a una. Non che l’esempio calzi molto, poiché qui si tratta di goduria vera; ma è come se al mare, d’estate, invece che stancarmi velocemente nuotando tra le onde, io me ne stessi immersa per ore nel bagnasciuga a godermi le dolci carezze della risacca rinnovarsi di continuo, mentre il sole non si stanca mai di baciarmi. E senza che per questo io debba morire dal caldo e tuffarmi ripetutamente in mare a cercar sollievo, che nel caso del sesso, corrisponderebbe a venire.

Noi occidentali non abbiamo capito nulla: sempre di corsa, e per che cosa? Per avere, possedere, e ancora avere: sempre di più. Se, com’è vero, il Paradiso è il tempo che si ferma, lo scorrere lento di un bel sogno, un soave turbamento senza fine, allora io mi chiedo: perché mai ci dovremmo affrettare?

E in tale sciagurata maniera, invece, si è estesa la frenesia dei tempi persino nell’amore, che in tal modo non è più tale: venire, venire, e ancora venire! Quando si è venute, poi, è tutto finito. E allora si ricomincia, per poi di nuovo venire, senza mai sentirsi in Paradiso: almeno non come accade a me adesso. Ah, che gioia infinita mi sta regalando la Provvidenza: che mai avrò compiuto di buono, per meritarmi tanta delizia? Che dolce, è questa tappa della mia vita.

Ben presto, a loro si unì anche la moglie. Non era stato un caso, che all’inizio lei se ne fosse rimasta in disparte: desiderava si creassero le condizioni per favorire nelle tre donne una conoscenza vieppiù intima.

Le musicali voci di Nahed, Nourhan e Rashida, carezzevoli, accompagnavano quei suoi calmi e rilassati ansiti di piacere, a tratti interrogandola: «Ti piace in questo modo, amore? Sei rilassata? Come ti senti? Diccelo, se ti senti venire, sai? Non vogliamo che il primo orgasmo si manifesti tanto presto: desideriamo che tu viva in una dimensione di godimento che sembri non avere mai fine».

“Come mi sento”, mi chiedono questi miei tre amorini? In Paradiso! Che altro?

Pensò Gia: con quelle tre grazie che si dedicavano a darle quel rilassante ma intenso piacere, lei era come una gatta a fare le fusa. Di tanto in tanto, tra un sospiro e un ansito, la sua voce, appena un fiato, lo esprimeva tutto, quel suo stato d’animo: «Amori, amori miei, mie regine dell’amore e del piacere, in quale altro misterioso e splendente Eliseo[1], voi mi state conducendo? Mai, nella mia vita, io mi sono sentita così paga, felice. Qui con voi, non vi è spazio, non vi è tempo; vi è soltanto la dolce, soffusa e discreta vibrazione dei vostri cuori grandi, delle vostre mani sapienti, delle vostre bocche insaziabili, e dei vostri profumati fiati… a far risuonare tanto voluttuosamente le sensibili corde della mia anima, del mio corpo e del mio piacere… che si svolge in un calmo e sopito delirio senza fine».

Abbandonata a quei piaceri che il suo spirito e il suo corpo, beati, andavano godendosi con la riposta speranza che non terminassero mai, Gia sentì una piacevole frescura inumidirle il grembo, allontanandola da un orgasmo che sentiva imminente.

«La frutta, amore: te n’eri scordata? Rashida aveva preso un fico d’India già sbucciato e molto maturo; con un movimento incessantemente… (Continua nel romanzo).

[1] Eliseo, luogo nel quale dimoravano, dopo la morte, le anime di chi era amato dagli dei. Un luogo in cui per i mortali la vita è bellissima, mai toccata da neve e pioggia, né dal freddo. I Campi Elisi si presentano come immensi campi fioriti dove si vive perennemente sereni. Fonte: Wikipedia.

SESSO AMOROSO, O PRETTAMENTE LUDICO?

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«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 4° della Saga Erotica Lesbo 

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Volume 4

… non so se quell’impeto mi venne per compassione, simpatia, oppure per gratitudine; probabilmente, per tutte le cose insieme. Vista la mia del tutto assente propensione verso gli uomini, questo fa capire la grande stima che avevo, e che ancora ho per quell’uomo tanto diverso dai più che avevo conosciuto sino allora.

Giunsi persino a pensare che se nella vita avessi incontrato prima un uomo come lui, forse avrei potuto preferire delle scelte di vita diverse, magari essere bisessuale, giungendo alla considerazione che non importa quale sia il colore delle cose: ciò che conta, per bianche o nere che siano, è come esse sono dipinte la prima volta che ti sono presentate; insomma, mi convinsi che è sempre e soltanto una questione d’imprinting (1).

Ancora oggi, rivedo l’espressione triste che mostravano i suoi occhi quando mi parlava; povero Maestro mio, quanto gli doveva mancare la gnocca! E non solo quella; gli mancava al punto da desiderare di tramutarsi in una donna per averne almeno una sempre a disposizione: una bella, calda, paffuta, profumata e lacrimevole passerina da coccolare… la propria.

Gia, quanto sei maliziosa! Dovresti vergognarti di questi tuoi pensieri inverecondi: per quanto discreta e calma fosse la riflessione del tuo Maestro, la sua era afflizione bella e buona; e non si scherza sulla disperazione degli altri, specialmente quando le persone si ammirano o si vuole loro bene.

Tu guarda, a che tortuose vie possono portare l’amore mortificato e i desideri insoddisfatti. É come quando si ostacola il corso di un torrente: se è in piena, poi sfocia in una maniera che mai, ci si sarebbe potuto aspettare. E pensare che sarebbe bastato poco: rendergli l’amore che ha dispensato. Io mi domando e dico, ma colei con la quale ha avuto dei figli, che razza di donna è? Da cancellare proprio!

Naturalmente, io non ne posso essere certa; ma penso, tra le altre cose, che a quella scriteriata sia mancata la propensione ludica, la voglia e la capacità di giocare, e anche con il sesso, naturalmente. Ma io lo so, come spesso stanno le cose: a causa di una malintesa concezione dell’amore, sono tante, le femmine incapaci di fare sesso se non si sentono legittimate dallo stesso sentimento che le ha portate a sposarsi. Secondo me, quelle sono stupide due volte: in primis, perché dovrebbero gradualmente sostituire il fuoco dell’innamoramento con altri sentimenti, quali ad esempio, l’affetto e la complicità; e questo, specie in seno a un matrimonio. E che cavolo: non possono mica pretendere che dopo trent’anni di vita insieme le cose rimangano sempre le stesse. Un po’ di dinamismo cerebrale, e che cazzo!

La seconda ragione della loro stupidità, dicevo, sta nel fatto che non imparano a distinguere il sesso amoroso da quello prettamente ludico. E così non capiscono che alla lunga, la fica servirà loro soltanto per pisciare; il che, non è certo il massimo. Il gioco, dicevo: ecco, che cos’è che dovrebbero scoprire… e che cazzo! Ma stavolta, al quadrato.

Riflettendoci sopra, certo è che in quell’occasione l’intelletto del mio caro Maestro ha mostrato una formidabile capacità d’adattarsi ed evolversi: altri uomini, la gran parte, per paura di auto classificarsi e farsi catalogare come omosessuali, non avrebbe mai osato fare un’affermazione simile neanche a se stessi. Lui, invece, non si vergognava per niente nel parlarmene, né aveva timore del giudizio degli altri; e questo, ancora una volta dimostra la sua coerenza, il coraggio delle proprie idee.

In pratica, lui mi dette una fulgida dimostrazione di ciò che più tardi avrei studiato all’università: il principio di “ultra-stabilità”, per il quale, a fronte di accadimenti che provocano degli ostacoli insuperabili, le menti veramente intelligenti sono capaci di stabilire dei nuovi equilibri che ad altre meno attrezzate sono impossibili giacché… (Continua nel romanzo).

  1. Imprinting, apprendimento primario.

 

VORREI RINASCERE DONNA; MA IN SAFFICHE VESTI.

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Un passaggio tratto dall’Atto 4° della Saga Erotica Lesbo, 

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… dopodiché, con uno sguardo che mi entrò sino in fondo all’anima, aggiunse qualcosa che al momento mi sorprese non poco, e sin quasi a imbarazzarmi: «Sai Gia, ti confesso che io t’invidio molto; e non soltanto perché sei innamorata e non ti fai sfuggire la tua felicità, ma anche per un’altra questione».

Non compresi la ragione per la quale il mio Maestro esprimeva quell’apprezzamento proprio a me: pur orgogliosa d’esserlo, oltre che una gran porca, io mi consideravo un’irriducibile ribelle, e l’ultima a poter suscitare degli elogi, specie da parte di un uomo. Al mio sguardo stupito quanto interrogativo, sereno, lui si aprì in una confessione molto intima. «Perché tu sei ciò che io da qualche tempo vorrei essere… ben sapendo che mai potrò: una donna che ama le femmine» mi disse.

«Che fosse diventato gay?», mi chiesi in un primo momento. Al mio sguardo, che “meravigliato” sarebbe stato dire poco, soprattutto perché ricordavo le sue occhiate, che pur discrete, entravano di tanto in tanto a visitare il décolleté di noi ragazze, sorridendomi, lui continuò a spiegarmi: «Non ti sorprendere, Gia; non è ostico da spiegare. Da capire, però, forse lo è; tuttavia, sono certo che tu abbia l’intelligenza, i mezzi culturali, e la sensibilità per comprendere. Lo vorrei per una ragione analoga a quella che mi ha portato a scegliere d’essere un professore; in altre parole, il desiderio d’emulazione scatenato dall’ammirazione».

Fu lì, che io capii meglio la sua opera ultima in tema di Fotografia. Pur valente in molti generi fotografici, quali il Paesaggio, il Reportage, e così via, lui era diventato famoso per la creazione di una serie di opere fotografiche che rappresentavano la bellezza e la sensualità femminile come mai io avevo potuto vedere prima di allora. Lo aveva fatto usando la tecnica fotochimica, e non digitale; e questo aggiungeva del pregio al suo lavoro anche perché si trattava di opere uniche, che mai più si sarebbero potute replicare. E una tal cosa, in Fotografia, non è usuale, giacché da sempre la sua principale caratteristica è stata l’infinita possibilità di riprodursi. Ricordai che cosa lui disse durante una delle lezioni: «In Fotografia, se non trovi il modo di rendere preziosa la tua opera anche per il mercato dell’arte, la tua soddisfazione non potrà essere molto grande.

Ricordate sempre: chi compra arte, dato per scontato che l’ami, e questo solo raramente è vero, esige pure che il suo sia un investimento che duri nel tempo».

Continuò a spiegarmi: «Come ti dicevo, quando si ammira qualcuno, prepotente, ti nasce dentro l’ambizione d’assomigliargli; ebbene, questo desiderio può giungere sino al punto da volersi identificare in lui, in lei, oppure in qualche cosa che ne discende. Ed io, Gia, ammiro e amo le donne a tal punto, che talvolta mi piace immaginare d’essere una di loro; e ciò, per provare i sentimenti e le sensazioni che loro sentono, anche carnali, e in tal modo comprenderle meglio e poterle amare ancor di più. Non mi fraintendere: nella mia immaginazione, o nella vita reale, questo non significa per niente che io mi senta, sia, o desideri essere gay; vuol dire semplicemente che sogno, in un’altra vita, d’essere donna per amare le donne: esattamente come te, Gia. E questo, proprio perché, sentimentalmente e sessualmente, io non potrei essere attratto da niente di diverso dalla femminilità.

In totale franchezza, Gia, la sola idea di un rapporto ravvicinato di tipo sessuale con un altro uomo, mi disgusta a morte; perciò, ho fiducia che tu abbia capito appropriatamente il senso di questa mia confidenza: come vedi, anch’io ho i miei segreti, che nel mio caso, tuttavia, sono soltanto dei sogni».

Concluse raccomandandomi: «Mi auguro che serberai per te questa mia confidenza; non perché io me ne vergogni, intendiamoci; ma l’intelligenza è un bene in via d’estinzione, ed io non so, oltre a te, quanti sarebbero in grado di capire astenendosi dallo specularci sopra malignamente. E specie quei miei detrattori, scontenti di come io la pensi in tema di pedagogia. Nei loro riguardi, io non ho più alcuna compassione, e quando capita, li massacro come si meritano; con le parole, beninteso. Nei riguardi di quest’ottusa umanità che mi contorna, la mia pazienza è ormai esaurita, Gia; e gli idioti non mi fanno più pena, ma unicamente disprezzo, poiché hanno buttato alle ortiche il dono che pure loro hanno avuto: l’intelletto».

Io non so se lo fece per porre l’accento su quanto mi aveva chiarito, cioè, che lui non si sentiva per nulla omosessuale, o se fu per un riflesso condizionato; ma all’ultimo, intanto che mi parlava, notai che impercettibilmente, e accorto a non mettermi in imbarazzo, il suo sguardo ogni tanto cadeva sulle mie labbra e dentro la generosissima scollatura. Ero giovane e inesperta, ma compresi perfettamente il senso vero di quella sua confidenza, e capii anche quant’era grande, in quell’uomo non più giovane, il desiderio d’avere un fresco corpo femminile da poter toccare, accarezzare e amare; un anelito che, evidentemente, era rimasto insoddisfatto da parecchio tempo. Ancora oggi, io la avverto, quella forte vibrazione del suo desiderio inespresso; non per me in particolare, ma per una qualunque ragazza giovane e bella.

La profonda tristezza che colsi in lui per quell’amore che si meritava e che non gli era stato reso, malinconia che dopo era sfociata in quel desiderio quasi assurdo, mi commosse moltissimo. Al punto che, se lui non fosse stato assolutamente rispettoso per la mia persona, e se io non fossi stata preoccupata di ferire la sua sensibilità e i suoi principi, mi sarei offerta di fargli un regalo: dargli quello che più desiderava, farlo entrare nella mia scollatura; e non soltanto con gli occhi. Insomma, del sesso completo, di sicuro no; ma gli avrei offerto la possibilità d’accarezzare il mio corpo nudo, e gli avrei donato pure qualche… (Continua nel romanzo).

 

INSEGNARE, NON È UNA MISSIONE.

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Volume 4

… dopo aver rassicurato il mio Maestro riguardo alla discrezione, volendogli esprimere la mia gratitudine per la sua comprensione e rispetto, lo feci in una maniera non diretta; con uno sguardo di gratitudine, misto a un’ammirazione che si poteva leggere con molta evidenza nei miei occhi e nel tono della mia voce, gli volsi una domanda. Sebbene entrambi fossimo italiani, con lo scopo di migliorare l’apprendimento della lingua, ma anche per una forma d’educazione verso gli altri, noi eravamo abituati a parlare in lingua inglese anche tra connazionali; come lui ci aveva incoraggiato a fare sin dal primo incontro, chiamandolo per nome[1], gli chiesi: «Come hai fatto per giungere a essere quello che sei, un bravo insegnante, e non solo?».

«Tu credi che io lo sia? Io non ne sono poi tanto convinto; comunque, bontà tua, ti ringrazio. Se è come dici, la risposta è semplice, Gia: lo sono proprio perché non mi riconosco delle grandi capacità, e per questa ragione mi sono dovuto sempre impegnare molto.

Da adolescente, io non ero tanto bravo a scuola, soprattutto perché non ero motivato; tra gli altri insegnanti meno avveduti, ebbi tuttavia la fortuna d’incontrarne alcuni intelligenti, verso i quali io provai una grande ammirazione per il modo in cui sapevano farmi amare le loro materie. E come talvolta succede, da quell’ammirazione scattò forte in me la molla dell’emulazione; fu così, che già da allora io decisi quel che sarei stato da grande: un docente che si sarebbe sforzato al massimo per farsi comprendere intorno alle cose che avrebbe insegnato. E questo, andando controcorrente riguardo all’impostazione di gran parte dei miei colleghi, spesso sprovveduti in tema di pedagogia e di psicologia, e aggiungo, anche arroganti, i quali ritengono che la scuola debba costituire una sorta di competizione finalizzata a far emergere i più intelligenti e astuti dalla massa di quelli che lo sono meno.

A questo proposito, ti voglio raccontare un episodio curioso: devi sapere che per un periodo della mia vita ho insegnato ai bambini della scuola media primaria. Ebbene, in un consiglio di classe, un’oca giuliva mia collega ebbe a dichiarare con enfasi: «Eh… è proprio vero. che la nostra è una missione!». Cara Gia, non riuscii proprio a trattenermi; incavolato, e si vedeva, replicai: «Missione, un piffero! Il concetto di “missione” implica il “volontariato”; ma tu, come noi tutti qui, percepisci uno stipendio pagato dai cittadini, e perciò non ti è chiesto di fare la missionaria, bensì di operare con professionalità». Neanche dire che, increduli, gli altri mi fissarono con gli occhi sgranati: evidentemente non ero stato gentile nel dichiarare una verità che li metteva in crisi.

Ritornando al tema del dovere di un insegnante a seguire particolarmente quei suoi allievi che non ottengono un grande successo scolastico, c’è da rilevare che in un “range” di normali capacità psichiche, per come insegna una buona pedagogia, non esistono persone più o meno intelligenti, ma soltanto motivate, oppure no; e quindi, è soprattutto sui fattori stimolanti, che un bravo insegnante dovrebbe lavorare.

In aggiunta, diversamente da loro, io ritenevo, e tuttora sostengo, che oltre a conoscere a fondo la materia che gli compete, un educatore debba innanzitutto saperla insegnare; essere un formatore, insomma: sapere, non significa di per sé saper insegnare. Ero fermamente convinto, e rimango di quest’idea: se non soffrono di gravi handicap o malattie, tutti gli studenti sono sempre in grado di comprendere; e non soltanto alcuni. E allora, una volta preparato il terreno motivazionale, il compito dell’insegnante dev’essere innanzitutto quello di farsi capire, e di adoperarsi per accompagnare chi gli è affidato sulla via della crescita; e non di metterlo in difficoltà. Io non amo molto il termine “insegnare”; preferisco “educare”, che in soldoni, dal latino significa “tirar fuori” quel che c’è già, destrutturarlo, ricomporlo, e poi ricacciarlo nel contenitore dove stava prima, ovverossia, in quello dell’altrui intelligenza».

«E dimmi, come hai potuto apprendere tutte quelle cose che conosci e che sai fare? Non soltanto, tu sei un artista e un maestro di fotografia: hai pure una cultura enciclopedica! A volte, sembra che tu ci stia parlando di fotografia, di Teoria della Conoscenza, e delle Tecniche di Comunicazione, ma in realtà, ci stai anche insegnando filosofia, psicologia; e neanche dico del resto. E per quanto riguarda le… (Continua nel romanzo).

[1] Chiamare per nome, come ben si sa, per esprimere il rispetto, in lingua inglese non si usa dare del “voi”, forma che non esiste, e quindi, per farlo, al nome si antepone “Sir”, oppure “Madame”. In realtà, in origine, “you”, corrispondeva all’italiano “voi”, poiché il pronome personale di seconda persona singolare era, “thou”; ma, poi, gradualmente è stato sostituito da “you”.

PIÙ CHE DETTO, L’AMORE VA DIMOSTRATO.

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… non aveva certo finito, perché, dopo una lunga pausa, lui seguitò: «Sono più grande di te, e perciò, permettimi di darti qualche consiglio, Gia. Non dare troppa importanza a quello che dice la gente, e sii sempre come vuoi essere: se sei onesta con te stessa, e se come ti conduci non porta nocumento a nessuno, credimi, è in ogni caso la scelta migliore. Lascia correre libera quella bambina che vive e che sarà sempre in te insieme alle sue pulsioni, che in un sentimento sincero e consapevole, sono sempre innocenti. Non scordare mai, inoltre, che la tua vita ti appartiene, e che nessuno ha il diritto d’importi nulla che abbia a che vedere con essa e con quel che vuoi essere». Dopodiché, per rendere più leggero il discorso, sorridendomi, aggiunse: «Con riguardo a quanto ho dichiarato giorni fa intorno al senso estetico delle donne, per quanto ti riguarda, ritiro quanto avevo affermato. Ti sei scelta una fidanzata molto carina; complimenti. Vi auguro, insieme, di non negarvi alcuna felicità, poiché non potreste più ritornare indietro».

Doveva avere una gran voglia di sfogarsi con qualcuno intorno a qualche cosa, perché, quando io pensai che lui avesse finito di parlarmi, invece, continuò; e ancora oggi, quando ci penso, mi sento lusingata che si sia aperto con me: «Sai Gia, io ti ammiro; perché, quando la felicità ti si presenta, tu non ti fai scappare l’occasione d’afferrarla. Giacché siete giovani, e quindi ancora in tempo, se me lo permetti, vorrei darti un’altra raccomandazione: non conducetevi come purtroppo ho fatto io, che ho trascorso la maggior parte della mia vita volto agli altri, a chi mi era, e ancora mi è caro, disponendomi con un amore totale al loro servizio, e ricevendone poco in cambio. E non mi aspettavo poi molto: una carezza, un sorriso; insomma, mi sarebbe piaciuto che talvolta fossero stati loro, a cogliere i miei bisogni e i miei desideri: in altre parole, ricevere almeno un minimo d’amore “dimostrato”, più che soltanto raramente “detto”.

Ti conosco, e so che tu sei una ragazza sensibile e intelligente; non ci sarebbe neppure bisogno che io te lo raccomandassi, ma lo faccio lo stesso: nell’esternare l’amore e i tuoi sentimenti, non essere mai avara. Ti potresti trovare accanto chi, pur provando del sentimento per te, a causa del proprio carattere chiuso, mettendo le mani avanti e dichiarandosi “irreversibilmente timido”, quel sentimento, che a monosillabi sostiene di provare, non te lo dimostrerà mai neanche a morire; ne parlo con cognizione di causa. Bella posizione di comodo, dico io, aspettare che l’iniziativa sia sempre l’altro a prenderla! Io credo che questa sia la peggiore delle situazioni in cui si possa trovare chi vuol bene: e quindi, non essere mai parsimoniosa di parole, di carezze, di sorrisi e d’affetto; cerca d’intuire e di scoprire quali siano i desideri della tua compagna, e offriti con entusiasmo e generosità a esaudirli.

Sii tu, per prima, a lasciare libero corso ai tuoi impulsi, e non aspettarti che lo “start” venga dagli altri: e se non ti senti ricambiata abbastanza, non esitare a dirlo, poiché sono i silenzi, a disseccare anche il più splendido degli amori. E se anche questo non serve, fin che sei in tempo, cambia partner: anche la pazienza dei santi, non è infinita».

Scorsi nel mio Maestro una tristezza sconfinata, che mascherata dal tiepido sorriso, esondava dal suo animo sofferente come se con lui il destino fosse stato molto ingrato. Ecco, che cosa mi sembrò volesse dirmi: «Soltanto una cosa, io avrei voluto… ascoltarlo, quell’amore per me di cui non conosco il “rumore”». Lui, però, non era persona avvezza a scaricare sugli altri le proprie tristezze; e non lo disse. Capii che ne aveva parlato soltanto per… (Continua nel romanzo).

AMORI DI GIOVENTÙ.

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… giovani com’eravamo, non ci bastava mai. Pur stanchissime per l’intensa giornata di lavoro, di sera, in compagnia degli altri, dopo che c’eravamo a lungo lanciate degli sguardi carichi di promesse, noi non vedevamo l’ora di ritornare nella nostra stanza, il nostro nido d’amore. Di solito, incominciavamo con un appassionato tribbing che ci faceva sentire vicine nella carne, e quando sopravveniva quell’univoco primo orgasmo che non ci permetteva di cavalcare ancora più a lungo, al pensiero che tutto potesse essere già finito, io mi ritrovavo quasi disperata. Tuttavia, eravamo tanto affiatate, che ci sembrava d’essere plasmate in un corpo solo.

Il primo amplesso era da noi concepito come un “tenero sbocco d’amore”: se si svolgeva con un tribbing[1], e non con uno scissoring[2], era bellissimo guardarci negli occhi mentre le nostre passerine si baciavano scambiandosi i collosi fluidi, con le mani che accarezzavano l’una all’altra le mammelle gonfie. Era anche divertente, poiché, innamorate, la voglia di venire insieme era forte, e allora, mentre ci dava dentro di fianchi e reni, l’una indagava di continuo l’espressione dell’altra, accordando il proprio piacere con il suo. Giovani e frizzanti nel carattere, spesso questa diventava una sorta di sfida, facendoci esplodere non soltanto in un orgasmo, ma spesso pure in scompiscianti risate… unica espressione sonora che, oltre alle chiacchiere, c’era consentita in quell’austero convento.

Dopodiché, da appassionati sbocchi d’amore, la cosa si mutava in gaudio allo stato puro. Insomma, entrambe centrate sulla sostanza delle cose, noi saltavamo la solita regola secondo la quale prima ci sarebbero dovute essere le coccole e le blandizie utili a scaldarci il cuore e a eccitarci: il cuore era già caldo di suo, la gnocca pure, e quindi, perché non scaricarci subito per poi fare ogni cosa per bene e con calma, tirandola il più a lungo possibile? Come dicevo, eravamo tanto affiatate, che ci sembrava d’essere plasmate in un corpo solo; allora, senza una parola, non paghe, dopo una breve tregua noi riprendevamo a darci dentro con maggiore passione, veemenza e fantasiosità, dedicandoci alternativamente l’una all’altra in sfiziosi giochini. Alla seconda, e spesso anche alla terza volta, era sempre più bello, perché la voluttà durava anche di più: ci piaceva molto, farci travolgere da quell’intenso flusso di sensazioni che ci sembrava non dovesse finire mai.

Tra risatine e qualche parola porca, il capo affondato tra le cosce dell’altra, osservando continuamente dal basso la sua espressione, ci piaceva da matti capire quando lei era in “zona rossa”; allora, perfidamente, moderavamo le nostre blandizie per poi ritornare ciclicamente a riportarla sulla sommità. E un tal gioco, sino a quando lei, soffrendo come… (Continua nel romanzo).

[1] Tribbing, è una forma di sesso lesbico in cui una donna strofina la vulva con-tro quella di un’altra, per un’ampia stimolazione reciproca della clitoride. Fonte: Wikipedia.

[2] Scissoring, dall’inglese “scissor” che significa “forbice”. É una posizione del sesso lesbico, attuata con le due partner disposte in senso opposto e con le gambe a forbice, in maniera che le loro rispettive vagine possano trovarsi a stretto con-tatto, così da potersi agevolmente sfregare.