BASTA NON CREDERCI…

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

Un passaggio tratto dall’Atto 3° della Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

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… senza permetterle d’interloquire, Nourhan continuò: «Noi non siamo certo delle sprovvedute che bevono il latte della menzogna che è stato ampiamente versato nei tempi, Gia, e la questione l’abbiamo capita bene; tuttavia, ricordi quanto disse Rashida a proposito dell’esigenza di lasciare sempre uno spazio all’anima? Beh, noi quello spazio lo riempiamo con la nostra Dea. E il nostro trait d’union con lei, è proprio la nostra Madre spirituale. Sei stata tanto carina con me a non farmi pesare i bagordi che adesso andrò a godermi con loro, che ho voglia di confidarti in anticipo un’altra delle cose che ancora tu non conosci; vuoi?».

La curiosità di Gia era forte: «Sei sempre la solita; prima m’incuriosisci ad arte, e poi fai la preziosa! E vuota il sacco, no?».

«Beh, una volta il mese lei entra in un’estasi mistica, e per tutto quel tempo è in diretto contatto con la Dea, la quale la ispira con delle visioni».

«Non ho capito una mazza, Nourhan: che vuol dire?».

«Detto in breve, Gia, in quel giorno lei rimane legata per i polsi e le caviglie a letto, e dandoci dei turni, Nahed ed io ci adoperiamo per farla venire di continuo sino a quando, dopo che è venuta più o meno una decina di volte, lei entra in uno stato di trance orgasmica che non si termina se non dopo due o tre ore, e talvolta anche più tardi; per tutto quel tempo, anche se lei grida e il suo corpo si scuote come un ossesso, appare quasi incosciente, estranea a noi; ma noi sappiamo che lei è entrata in intimo contatto con la Dea, la quale le parla, dicendole ciò che si aspetta da noi della Comunità.

In quella condizione di sacrale rapimento, che la porta a tale inusitata gloria orgasmica, la nostra Santa Madre è molto munifica, Gia; e noi raccogliamo in una coppa il suo denso secreto vaginale, che, devi sapere, in quei giorni assume un chiaro color paglierino. A cose finite, noi lo lasciamo ridurre e fermentare per un giorno intero, e poi, da quel condensato, ricaviamo sia dell’unguento che usiamo nelle sacrali unzioni, che delle cialde, che surgeliamo e impieghiamo durante i nostri sacri riti. Anche tu sarai sacralmente unta, Gia, e prenderai pure parte alla Comunione delle nostre anime gustandone una; vedrai, di là dell’importante significato religioso, sciogliendo lentamente nel palato quella sacra cialda sarà come se l’essenza stessa di tutte le femmine del creato avvolgesse completamente tutti i tuoi sensi: odorato, gusto e… non serve che io spieghi cos’altro ancora, no? Infatti, ha pure un ineguagliabile effetto afrodisiaco istantaneo. E non si tratta dello stesso sapore e odore che prima hai potuto assaggiare leccandole la fica, sai? È molto diverso, molto intenso: è quello della Santa Vagina della nostra Dea».

A quella provocazione, la fantasia di Gia spiccò il volo…

Se è della fica, che io ho fatto la mia ragione di vita, quella, a quanto sembra, qui non mi mancherà proprio. Tuttavia, fino ad ora sono state quasi solo delle parole; speriamo che domani il vento cambi.

Volendo evitare di ritrovarsi in contraddizione, dopo una breve pausa, Nourhan precisò: «Naturalmente, quello che ho appena detto si riferisce a quanto immaginiamo, Gia; ma dobbiamo pur costruirci una qualche liturgia, non ti pare? E come ha ben spiegato Rashida, questo non è dissimile da quel che fanno le altre religioni: sono delle pure invenzioni, insomma, atte a soddisfare i bisogni del nostro inconscio».

A quella precisazione, Gia si sentì sollevata; per un attimo aveva pensato che la moglie fosse convinta che quel che andasse dicendo fosse veramente sentito, e… (Continua nel romanzo).

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A CHI NON AMA IL VINO, IDDIO NEGHI ANCHE L’ACQUA.

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Un passaggio tratto dall’Atto 2° della Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume 2

… sul tema del vino, oggetto della loro ultima schermaglia, da quando si erano conosciute, Gia e la moglie avevano sempre filato di buon accordo su tutto, salvo che sul bere; quella, era l’unica cosa che loro non erano riuscite a condividere. Non che Gia fosse un’alcolizzata; al contrario, rispetto agli alcolici, pur apprezzandoli, lei si comportava con moderazione. Riguardo al bere, quell’unica volta che nella sua vita aveva ecceduto, era stata per lei decisiva a insegnarle il senso della misura. A differenza di altre persone, cui lo stato di ubriachezza porta euforia e allegrezza, lei, invece, si sentì per niente euforica, e avvertì un profondo e viscerale disagio: quello sgradevole vortice, che la prese dallo stomaco e che le fece girare turbinosamente il capo per ore, lo percepì angoscioso e insostenibile. E cosa che anche di più la scosse, fu il vomito, verso il quale portava un’avversione persino esagerata, che affondava le radici nella sua fanciullezza: per le stradine della periferia di Venezia in cui viveva da bambinetta, giocando, spesso lei incappava nei resti repellenti e maleodoranti di sbronze notturne lasciate nei vicoli, e già da allora la cosa le procurava il voltastomaco. Perciò, dopo quell’unica esperienza negativa, nel bere, lei imparò a essere sempre molto controllata.

In ogni caso, un buon bicchiere ai pasti, e talvolta anche fuori da quelli, in buona compagnia, “un’ombra”, come si dice dalle sue parti, lei non la disdegnava. Con il pesce, poi! Da buona veneziana, un “bianchetto” non poteva mancare, come, ogni tanto, anche qualche aperitivo o flûte di champagne. Pure la birra chiara, le piaceva; ma soltanto d’estate, e sempre con misura.

Di superalcoolici, invece, non voleva neanche saperne: li considerava alla stregua del veleno. Tra l’altro, diceva a se stessa: «Bersi un bicchiere di grappa, o di whisky, equivale a farsene circa ben quattro di vino; e quindi, questo è anche stupido, poiché, di quest’ultimo, me ne posso gustare tranquillamente almeno due».

Nella tarda adolescenza, in un reportage fotografico con altri studenti coordinato dal suo amato Maestro, nel meridione d’Italia lei aveva avuto l’occasione di conoscere una persona molto esperta in materia, certo Don Mimì: l’anziano e cordiale nobile, d’antica stirpe, aveva insegnato loro che il vino non va bevuto se prima non si è assaporato nel palato, e quindi, che per gradirlo bastava berne in modica quantità. Per aver apprezzato quell’illuminato principio, da allora lei lo aveva fatto proprio.

Anche se a Venezia era comune dire “A chi non ama il vino, Iddio neghi anche l’acqua”, tuttavia, per quella faccenda di Nourhan, Gia era delusa; ma non certo perché volesse a tutti i costi indurre la moglie a bere: da buona seguace, oltre che di Saffo[1], anche d’Epicuro, lei era dell’opinione che un buon bicchiere, ogni tanto, anche quello costituisse uno dei piaceri della vita, e siccome le voleva bene, era dispiaciuta che Nourhan se ne privasse.

Ormai rassegnata sulla questione, rispose: «Lo so… lo so amore. Io, invece, sono dell’opinione che, se assennatamente, tutto si possa fare; e se ci rifletti, tu capirai che intorno alla questione ci sono anche degli indubitabili controsensi, e anche d’ordine confessionale. Infatti, da un lato abbiamo la religione cattolica secondo la quale è rituale che il prete se ne scoli un calice durante la messa; e così, se nella stessa mattina, di messe, il tal prete ne celebrasse tante, all’ultima, quello lì potrebbe ritrovarsi pure ciocco[2], e questo non mi sembrerebbe appropriato con la sua funzione.

Per la religione islamica, invece, di alcool, non se ne parla proprio: ora, io mi domando e dico, se un’Entità per davvero esiste, a prescindere dai nomi diversi, non ce ne sarà più di una; ti pare? E allora, chi è, a raccontarla giusta: il dio più brioso, che vuole il vino durante la messa quale simbolo del sangue di Cristo, oppure quell’altro più inflessibile, che lo proibisce del tutto? Boh… misteri del trascendente!».

Quantunque le argomentazioni di Gia avessero un certo fondamento, Nourhan non commentò; tanto, lei lo sapeva, che tra loro non ci sarebbe mai stata convergenza su quel tema. Con la propria saggezza, che la portava a parlare di quel che unisce piuttosto di quanto possa dividere, lei preferì riandare con il ricordo a quando viveva in casa sua: «Lascia correre il vino, amore; ma io ti capisco, sai? Con tutta quell’acqua che avete qui, voi veneziani dovrete pur riscaldarvi per combattere l’umidità… anche se, per farlo, tu hai me, anch’io in un lago ogni volta che ti sono vicina» scherzò, allusiva, quanto lasciva.

Appresso riprese: «Quella città mi stupì non poco. Per me rappresentava l’esatto contrario del mio Paese: là tanta acqua, e da noi così poca; e non sto parlando del mare. Quando tu dovevi uscire per lavoro, lo sai che facevo io? M’infilavo nella vasca da bagno, e me ne stavo lì per ore a divorare la versione inglese dei tuoi romanzi; e poiché, leggerti, mi eccitava non poco, spesso andava a finire che mi masturbavo per mantenere il mio motore ben caldo nell’attesa del tuo ritorno. Non facevo nient’altro che applicare nella fantasia quanto l’Autrice narrava; era come se stessi scopando con la responsabile del mio eccitamento: te, Gia… Gia mia.

Mai, in vita mia, io ho fatto tanti bagni orgasmici come a casa tua! Intendiamoci, non che da noi ci si lavi poco; ma nel mio Paese l’acqua è un bene raro, e quindi prezioso. Sai, salvo che in quest’Oasi felice, dove, per nostra fortuna, se ne trova in abbondanza grazie alla vena sotterranea, da noi, in città, se ne deve fare un uso accorto».

«Allora è così, che andavano le cose, porcellina del mio cuore! Brava: facevi bene a darti della gioia» commentò Gia, molto contenta per l’effetto del suo scrivere.

Nourhan riprese: «Comunque, la mia gioia più grande, era ed è, scopare te, amore mio. In ogni modo, per ritornare sul tema “Venezia”… là, io ero tanto stupita, sempre raggiante! Ogni giorno scoprivo qualcosa di nuovo; e poi, c’eri tu, cuore mio». Conoscendo a fondo la moglie, sapendo quanto lei tenesse ad avere un ruolo “educativo” anche nel sesso, e per di più coerente con quanto avevano deciso di non rivelarle ancora, nei confronti di Gia, Nourhan si mostrava volentieri più ingenua di quanto non fosse, spesso gratificandola anche riguardo alle sue capacità amatorie. Il suo intento principale, tuttavia, era d’evitare che lei si sentisse frustrata quando si sarebbe stupita delle intriganti e raffinate fantasie sessuali praticate senza alcuna irragionevole restrizione in seno alla Comunità.

Seguitò: «Oltre alla gioia che mi davi notte e giorno, quante cose, tu hai saputo insegnarmi! E anche nell’amore: già da prima di conoscerti, tu lo sai, io vivevo in comunione con Rashida e Nahed, e forte di quell’esperienza, prima d’incontrarti pensavo di conoscerle tutte, le mille scaltrezze e sfumature; ma quanto mi sbagliavo! Tu hai saputo portarmi dentro a dei turbinosi vortici di voluttuoso piacere da me insospettati».

Non fu del tutto sincera, giacché, ad eccezione delle amorose… (Continua nel romanzo).

[1] Saffo, era originaria di Mitilene, città dell’isola di Lesbo nell’Egeo. Nell’ambito dell’Eros omosessuale dell’epoca, diverso da quello delle epoche successive, e dettato da un preciso contesto culturale, scrisse liriche che alludono a rapporti di tipo omosessuale con le sue giovani studenti. Fonte: Wikipedia.

[2] Ciocco, nel linguaggio colloquiale, il termine sta per brillo.

LIBERARSI DAL DIAVOLO.

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Un passaggio tratto dall’Atto 2° della Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume 2

… ricordo che cosa mi scrisse una demente, la quale era convinta d’essere stata investita del divino ruolo di moralizzatrice… che ne so, per grazia ricevuta, forse: «Gia, quello che tu scrivi induce alla fornicazione, e quindi al peccato. Non ti vergogni? Ravvediti, che sei ancora in tempo per non consegnare l’anima al Diavolo».

Oltremodo incazzata, avrei voluto aprire la mia concione con un’intollerante, “Sgarbiano”[1] improperio del tipo, “Capra; usa il cervello! E sii tu, a vergognarti per essere tanto imbecille e ignorante, che il mio paradiso, io ce l’ho già qui, in terra: precisamente, fra le cosce”.

Francamente, non so come mi trattenni dal rispondere iniziando con il mandarla graziosamente a fare in culo; comunque ci riuscii: «Bambina, ora ti racconto una bella favola, che anche tu dovresti conoscere…

Nella storia dell’Umanità, ogni tanto è “sceso in Terra” qualcuno il quale, auto-proclamandosi “inviato da Dio”, si è messo a scrivere qualcosa con il fine d’orientare il comportamento degli uomini secondo il proprio senno, gusto, o fine. E quindi, tralasciando per un attimo di parlare di Maometto, tema su cui ritornerò, troviamo Mosè con i suoi Comandamenti, e Gesù Cristo, la cui morale è narrata nei Vangeli. Riguardo alle Tavole di Mosè, non ho nulla da eccepire: non vi si trova della violenza, e i Comandamenti che vi sono contenuti, sono ispirati al bene; tant’è, che sono accettati pure dal Cattolicesimo, che professa l’amore del Cristo, il quale mai, ha osannato la crudeltà.. Ma siccome a te è meglio spiegare anche le cose più evidenti, bada, bella gioia, che riferendomi all’Ebraismo, io ho citato soltanto i Comandamenti, e non la Bibbia, che è tutta un’altra storia. Ritornando al Vangelo, da pia donna quale tu dici d’essere, saprai che mai, vi è in esso della spietatezza o della violenza, poiché il messaggio del Cristo è unicamente d’amore.

Tuttavia, tali principi vanno interpretati, e così è pure per i “Dieci Comandamenti”. Tanto per farti un esempio riguardo al “benevolo” richiamo che mi hai rivolto, “Non fornicare” non significa che non si debba scopare, ma che si può tranquillamente fare; in un clima di legittimità però, e non con la “donna d’altri”. Ti preciso questo, tanto per darti un indizio utile ad aprire un varco nella nebbia che ti offusca il cervello.

Ritornando alla Bibbia, invece, è là, che si ritrovano delle atrocità e delle istigazioni alla violenza; e se non mi credi, prova a leggerla con attenzione. Quest’ultimo, è un consiglio generale che ti do al fine d’informarti bene, così che nel futuro, tu abbia a evitare d’affermare delle sciocchezze. In ogni caso, da persona sagace, quale certamente saresti se non fossi permeata dai dogmi, tu dovresti comprendere che tutto dev’essere pesato riguardo ai tempi e al particolare contesto in essere.

Adesso arriviamo ai miei romanzi, verso i quali hai lanciato il tuo “santo” anatema: sul tema degli “inviati da Dio”, in un giorno di qualche secolo dopo l’avvento del Cristo, qualcun altro, anche lui convinto d’essere ispirato dall’Altissimo, si mise a scrivere un libro in seguito al quale, nei secoli e pure oggi, sono morte ammazzate (e continuano a morire) migliaia di persone innocenti a causa dell’esaltazione religiosa indotta da molti dei suoi versetti nei meno intelligenti dei suoi fans. Dei trucidi assassini, i quali non sanno, o non vogliono comprendere che, al pari della Bibbia, le righe del loro Profeta dovrebbero essere rapportate ai tempi in cui sono state scritte, e comunque, mai interpretate alla lettera.

Orbene, con quelle cose “terrene” e palpabili che scrivo io, invece, tutto quel che di “tragico” potrebbe succedere, è che qualche migliaio di persone, magari trovandosi sole e depresse, eccitate da quel che leggono, si masturbino. E questo, che tu chiami “fornicare”, secondo te sarebbe un male? Sai, tesoro, diversamente da quanto ti hanno spiegato, o da quel che il tuo limitato acume ha capito, procurarsi degli orgasmi non porta alla cecità e alla demenza: dona, invece, degli sprazzi di felicità; e oltre a far bene alla salute, giova moltissimo all’equilibrio psico-fisico, che evidentemente, in te è carente. Sai, dovresti dar retta a una giornalista che conosco, la quale si firma “Memorie di una vagina”, che cita sempre, dice lei, un antico proverbio maori che ti si attaglia alla perfezione: “Se le donne si masturbassero di più fisicamente, e meno mentalmente, la loro vita (e quella degli altri) ne trarrebbe uno straordinario giovamento”.

Riguardo al “Consegnare la mia anima al Diavolo”, stattene tranquilla: liberandomi del tuo Dio per credere nel mio, allo stesso tempo mi sono liberata anche del tuo Diavolo».

Fu in quell’occasione, a causa di quella stronza, catatonica nel cervello, che tirate in ballo le confessioni religiose, ebbi modo di ponderare intorno a qualcosa su cui prima non mi ero soffermata; riflettendo intorno agli effetti delle religioni sull’Umanità, capii che la sostanziale differenza tra il Cattolicesimo e l’Islamismo sta in questa questione: mentre nel primo si professa l’amore, cosa che si sintetizza nelle già citate parole del Cristo “Ama il prossimo tuo come te stesso”, per il secondo, c’è una ricorrente apologia del conflitto inteso come strumento per la conversione universale.

Infatti, nel Vangelo, mai vi è istigazione all’uccisione, cosa che c’è invece nel Corano; e ciò, a profusione. A dimostrazione di quel che dico, basti citare soltanto alcuni dei versetti che chiunque può leggere, delle vere e proprie istigazioni all’odio che spingono alla violenza, quali, “Uccidete gli infedeli ovunque li incontriate. Questa è la ricompensa dei miscredenti” (Sura 2:191). Oppure, “Instillerò il mio terrore nel cuore degli infedeli; colpiteli sul collo e recidete loro la punta delle dita… i miscredenti avranno il castigo del Fuoco! Non siete certo voi che li avete uccisi: è Allah che li ha uccisi” (Sura 8:12-17), poi, “Profeta, incita i credenti alla lotta. Venti di voi, pazienti, ne domineranno duecento, e cento di voi avranno il sopravvento su mille miscredenti” (Sura 8:65).

E ancora, “La ricompensa di coloro i quali fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero, e seminano la corruzione sulla terra, è che siano uccisi oppure crocefissi; che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti, o che siano esiliati sulla terra: ecco, l’ignominia che li toccherà in questa vita; nell’altra vita, avranno un castigo immenso” (Sura 5:33).

Se capisco che tali esortazioni non si debbano estrapolare ma contestualizzare al resto del Corano, d’altra parte, il solo fatto di parlare di morte e di menomazioni, secondo me non appartiene a una religione che vuole dirsi volta all’amore, oltre che civile. É chiaro, che si sta parlando di una professione di fede che ha la dichiarata mira di divenire universale, bypassando anche il sacrosanto principio del rispetto verso chi la pensa diversamente da te. E pure un’altra cosa, mi fu chiara: in arabo, “Islam” significa “sottomissione, obbedienza”; anche questo, la dice lunga sull’amore volto all’uomo e all’Umanità tutta.

Tuttavia, riguardo alla mitezza del Cattolicesimo, io parlo di quello che ha predicato il Cristo, e non delle strumentali manipolazioni che sono state fatte spesso da chi, sedicente portavoce di Dio, interpreta e amministra quella fede, spesso sconvolgendone il significato e la missione; infatti, basti ricordare la Santa Inquisizione, lo sterminio degli Indios, e così via, “fiori all’occhiello” della Chiesa Cattolica. Tuttavia, lo ripeto, nella sua fonte, nel Vangelo, non si predica il “Timor di Dio”, e mai vi è apologia dell’odio…  (Continua nel romanzo).

[1] Sgarbiano, è una libera espressione derivata da un celebre modo di offendere usato dal famoso critico d’arte, scrittore e politico Vittorio Sgarbi.

CHI È L’AVATAR GIA.

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La Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia».

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Multivolume

Benché il mio cognome faccia pensare ad altro, io sono una donna veneziana che ha assunto il cognome della madre, il cui padre era olandese. L’ho fatto per prendere le distanze dal mio; d’origini pugliesi, quando, gli dissi di sentirmi lesbica, tale suo retaggio culturale tradizionalista si manifestò alla grande, giacché, incazzatissimo, mi cacciò.

E quindi, lasciata casa all’età di sedici anni, siccome ogni tanto qualcosa interviene a bilanciare la sfiga, ebbi la fortuna di vincere una borsa di studio che mi permise di vivere a sbafo per un biennio, diplomandomi in seguito come baccalaureato in un College internazionale all’estero, e più precisamente nel Regno Unito. Lavorando sodo, in seguito sono riuscita a laurearmi in psicologia, professione che non ho mai esercitato, ma che mi è stata e continua a essermi molto utile per altre faccende, tra cui ottenere la fica delle femmine che mi colpiscono, e che mi sforzo di portarmi a letto. E non vi sorprendete se, a ogni piè sospinto, mi sentirete citare la passerina; non è tanto di quella in sé che parlo, poiché prendo tale termine come un abbreviativo per indicare la bellezza e la sensualità di ciò che di più meraviglioso Dio, o chi per lui, ha creato: noi femmine.

Per ritornare al tema, è stato grazie al mio caro Maestro italiano, che ho potuto lavorare come fotografa, e intraprendere così gli studi universitari; mai, io lo ringrazierò abbastanza per la formazione ricevuta. E non solo riguardo alla Fotografia, giacché, per tanti aspetti, lui ha sostituito quel padre che non avevo mai avuto, e che mi ha cacciata. Ormai presa quella strada, laureata, più tardi divenni un’apprezzata artista, riuscendo pure a vendere un numero cospicuo di opere fotografiche, cosa che, se facile all’estero, non è comune nell’italico ambiente in cui ritornai a vivere terminata l’Università.

Tuttavia, nonostante l’apprezzabile successo conseguito negli ambienti dell’arte fotografica, giacché quel modo d’esprimermi incominciava ad andarmi stretto, da qualche tempo ho messo da parte la Fotografia; e questo, perché ho scoperto che adoro scrivere, arte che non mi pone alcun limite. Su cos’è che scrivo? Sul tema che mi appassiona più di tutti: di noi donne che amiamo le femmine. I miei romanzi non sono pensati per delle educande, certo, ma sono franchi, diretti, e assolutamente privi di sottintesi; rispecchiano, infatti, il mio modo di rapportarmi agli altri.

E a proposito del “rimorchio”, com’è accennato più sopra, salvo che per qualche sfortunata eccezione, grazie a qualche entità divina, sedurre, per me non è mai stato un problema; e questo, talvolta, anche nei riguardi di donne che non hanno ancora scoperto quella che secondo me costituisce la voluttà più grande: amarci tra di noi. Al proposito, anche se io mi considero ben lontana da ogni forma di misticismo, ho di me stessa un’idea quasi missionaria: se posso, e senza forzarle, mi piace convertire alla mia “religione” le femmine che mi colpiscono; e parlo della professione di fede migliore… quella attribuita a Saffo, è ovvio.

Riguardo a quanto ho appena dichiarato, perdonatemi se appaio presuntuosa nell’affermare che questo mi riesce pure bene; e non perché io sia particolarmente valente: giacché sono tante, le stronzate che certi uomini fanno a noi donne, io ho gioco facile.

Per perseverare in questo breve e vanaglorioso racconto di me, abbiate pazienza se sto ancora a scassarvi le palle o le ovaie, a seconda che siate maschi oppure femmine, ma ciò serve a dare una chiave di lettura dei miei romanzi, che mi rispecchiano…

Benché mi consti d’essere considerata molto femminile, sin dalla mia infanzia io mi sono sentita volta alle cose palpabili della vita, evitando ogni sorta di superflua masturbazione. Parlo di quelle mentali, s’intende, perché, riguardo alle altre, io non ho nulla contro questa sublime pratica cui sono orgogliosamente dedita quasi giornalmente, e specie quando non ho una fidanzata, oppure un’affettuosa amica di letto. Detto in breve, non mi va di sprecare la mia vita, che, per quanto potrà essere lunga, per me, sarà sempre troppo breve.

Certo, io riconosco che il mio senso pratico sia da attribuire alla parte maschile che emerge in me; ma chi, al mondo, può dirsi completamente privo delle tracce del sesso opposto al proprio? Probabilmente, è proprio per questo, che a me piace amare in maniera assai poco spirituale e romantica; tantoché, in amore e nel sesso, io vado subito al sodo. In breve, odiando, come dicevo, le inutili perdite di tempo e ogni altro fronzolo, io mi comporto sempre in un modo molto, molto materiale. E con tutta probabilità, insieme alla mia femminilità, e mi dicono, fascino, è proprio questa mia caratteristica alla determinazione, che mi rende capace di sedurre pure delle donne convintamente eterosessuali, traendone, oltre che piacere carnale, anche tanta soddisfazione morale.

E non è un caso, che io usi questo termine che a molti potrebbe sembrare improprio, poiché della moralità io ho un concetto che, se personale, è molto chiaro; detta a soldoni, la cosa può così essere spiegata: nell’opulenta e demograficamente esuberante società occidentale, la sessualità non dovrebbe più essere concepita tanto per la riproduzione della specie, quanto per il puro sollazzo; e quindi, giacché praticarla tra persone di sesso diverso comporta l’eventualità di procreare, oppure dei rischi per la salute in seguito all’assunzione di anticoncezionali chimici, secondo me è meglio darsi ai più appaganti, voluttuosi, rapporti omosessuali. Giudiziosamente protetti, s’intende.

D’altro canto, chi mi rimprovera di non essere “morale”, non sapendo, mi dona un grande complimento: che cos’è la moralità, se non una reazione all’insicurezza? E della mia identità lesbica, io sono assolutamente certa.

I casi di “conversione spirituale” di cui mi sono occupata nella mia non troppo lunga vita, trentasei anni, sono stati numerosi; tuttavia, il maggior successo l’ho avuto con le femmine “timorate di Dio” e sature dei pregiudizi inculcati loro. Proprio così: il pregiudizio. Perché se questo ti dà delle effimere sicurezze, allo stesso tempo ti rende debole; e se tu sei capace d’abbatterlo, ti ritrovi un’anima da rimettere insieme, la quale può diventare molto bella, e finalmente divenire propria, e non altrui.

Tra le altre vicende amorose che ho avuto il piacere di vivere, alcune me ne sono capitate con delle donne convinte d’essere “etero”; delle belle femmine, certamente, ma dal carattere remissivo, e molto deluse dalla loro vita riguardo ai “ritorni” ricevuti per bilanciare i loro cosiddetti “sacrifici”. Tali miei “rimorchi” hanno avuto successo a prescindere dal desiderio che poteva provenir loro dalle suppliche di quello che io considero costituire il centro dell’universo: la nostra passerina. Mi è capitato spesso, infatti, di trovarne di convinte che il gentil sesso debba essere fragile, così come da millenni ci è stato scolpito nel cuore e nella mente.

Principalmente a causa dei condizionamenti religiosi, che ti promettono un adeguato premio nell’aldilà commisurato ai sacrifici che sei stata capace di fare “nell’al-di-qua”, mi ricordo di quella mia amica che un tempo ho portato sulla retta via; sedute al Gran caffè Quadri di piazza San Marco, nella mia amata Venezia, lei mi diceva: «Gia, io non mi ci raccapezzo più; ma ti rendi conto? Sono rimasta vergine sino ai venticinque anni; e questo, con la speranza di donarmi pura quando avrei trovato l’amore vero, l’uomo della mia vita. Quando, però, credevo che fosse arrivato, quello lì, altro non ha fatto, che darmi sofferenza. Eppure, in considerazione della rinuncia, un po’ di felicità me la sarei pur meritata; ti pare? E allora, perché la vita è così ingiusta? Perché ho dovuto soffrire?».

Ricordo che le chiesi: «Secondo te, chi avrebbe dovuto compensarti?».

«Non lo so: il destino, o Dio. O almeno così mi hanno fatto credere».

«E se Dio non esistesse? Oppure, se avesse altro di più importante di cui occuparsi? Delle bazzecole, sai… quali le guerre, le stragi del terrorismo islamico, i bambini denutriti o ammalati, l’ebola; oppure occuparsi di coloro che nel nostro Paese sono dediti al malaffare, sperperando e rubando il denaro pubblico. Che so, i politici corrotti, i faccendieri, e così via» la incalzai io.

Lo sguardo smarrito, ricordo che lei si domandò e mi chiese: «In confronto a quanto di più tragico accade nel mondo, io lo capisco, che queste mie fisime possano apparire futili; nondimeno, secondo te, tutte le rinunce che ho fatto sarebbero state vane?».

«No, tesoro; perché, escludendo Dio, sulla cui esistenza non scommetterei, ti rimane sempre il destino. In ogni caso, tu devi comprendere che non si tratta di qualcosa che ti viene da chissà dove, di definitivo e immutabile; la sorte che ci spetta è sempre transitoria, e siamo noi a determinarla, capisci? Non devi dare ascolto a quei beoti che dividono il mondo in due categorie: i vincenti e gli sfigati. Tu guarda, come tale idiozia si sia andata consolidando negli US; tant’è, che verso chi è definito “sfigato” c’è anche una sorta di disprezzo. E così, oltre il danno, c’è pure la beffa. E c’è un’altra cosa che tu devi considerare: quest’atteggiamento sociale è talmente dannoso, che il più delle volte gli sfortunati sono tali soltanto perché si convincono d’esserlo.

E perciò, se ti è chiaro che in questo momento il tuo destino sono io, gioia mia, ebbene, togliamo il sedere da qui e trasferiamoci a parlare nel mio appartamentino; dopodiché, esaurite le parole, scopiamoci in letizia sino a scoppiare. Il destino, comunemente inteso, non c’entra una beneamata minchia, giacché, a costruirlo, è soltanto la nostra volontà e la nostra voglia di averci… bella figa del mio cuore.

Sai tesoro mio, per bene che possa andarci, tu devi considerare che dopo averci strizzato tette e culo e stantuffato per qualche minuto, con gli uomini, tutto si termina in un baleno; e questo, sempreché gli si rizzi, beninteso, cosa che non è per niente scontata, e che costringe noialtre a fare pure le crocerossine per consolarli della figuraccia. A differenza di loro, che spesso neanche mostrano di sapere come funzioni, tanto per dire, una cosina chiamata clitoride, oppure punto “G”, tra noi donne il rapporto può essere lunghissimo, piacevolmente estenuante, e quindi l’orgasmo diventa qualcosa di veramente speciale. Oltretutto, non avendo i loro limiti, dopo non molto tempo, noi possiamo ricominciare daccapo. E giacché spesso mi dico, “Nessuno sa fare sesso con me, meglio di me”, allora, chi più di una donna, nella fattispecie io, sa come far salire in paradiso un’altra? Ovverossia te, amore.

Sai, lo dico sempre ai miei amici maschi: per rimorchiare di più e meglio, voi dovreste frequentare un master tenuto da un’esperta femmina lesbica; me, per esempio.

Per ritornare all’argomento topico, tesoro, se per caso tu dovessi tirarmi fuori la questione del pene, che noi donne fortunatamente non abbiamo, ebbene, dovresti considerare che tutta quella prosopopea che loro hanno con riguardo a quell’antiestetica prominenza, spesso pure molto modesta e immutabilmente floscia, è del tutto infondata. Pensaci… di prominenze, noi donne ne abbiamo ben undici: dieci dita e la lingua; e quindi, rispetto a loro, una soltanto in meno. E neanche ho messo in conto i nostri maliziosi piedini. Si tratta di ben poca cosa, ti pare? Tuttavia, a differenza degli uomini, noi abbiamo tanta più fantasia nell’usarle, le nostre sapienti prominenze. E se questo non ci dovesse dare una sufficiente sensazione di pienezza nella penetrazione, giacché le abbiamo minute, possiamo sempre usare una mano intera; con grazia, s’intende.

Vedi, dolcezza, in un mondo talmente popolato, che non ha più un gran bisogno della procreazione, sentirsi ed essere omosessuali, o almeno “bi”, secondo me è l’atto d’amore più solidale e sublime verso l’Umanità; e adempie pure la saggia, buona, esortazione del Cristo, che dice, “Ama il prossimo tuo come se fosse te stesso”. In effetti, amando una persona simile a te, con un corpo non tanto diverso dal tuo, è come se, in maniera traslata, ti stessi amando da te; con il vantaggio, però, di goderti le vibrazioni di un’altra carne. E come dicevo, neanche pongo l’accento su degli altri vantaggi: grazie alla conoscenza profonda del sé, rispetto alle tue attese e alle tue reazioni psico-fisiche, chi, più di una persona dello stesso sesso, ha la sensibilità e la sapienza per far godere un’altra? Sempreché, oltre ad avere la gnocca vivace, a costei funzioni anche il cervello. Naturalmente, affinché tutto ciò funzioni, ci deve essere attrazione; dimmi, amore, io ti attraggo?».

«Sei bella, Gia; molto. E anche se mi considero etero, non lo posso negare».

«Vedi? Questa è un’altra rilevante differenza tra noi e loro: mai, anche se è falso, un uomo etero ammetterebbe di provare attrazione fisica per un altro; e questo, perché sono sempre a confliggere tra di loro, con la conseguente necessità di dimostrarsi più forti, cosa che mal si concilia assoggettandosi a farsi penetrare oppure, inginocchiati, a regalare un bocchino. Noi, invece, giacché più intelligenti e sensibili, siamo pacifiche, e non subordiniamo l’attrazione a tali meschinerie.

Per venire a noi, amore, e non uso a caso il verbo “venire”, che prelude a un auspicabile evento a brevissimo termine che ci riguardi, scopare tra donne è sempre molto, molto piacevole; e cosa di non poco conto, è pure rasserenante. Infatti, non comporta alcun pericolo o ansia di rimanere incinta, e neppure dei possibili rischi conseguenti all’assunzione di pillole varie. Scoparci tra noi è soave, profondamente empatico, e soprattutto, come dicevo, non implica un legame di prevaricazione o dominazione… sempre che tu non ti accompagni con una stronza che, convinta d’essere un maschio, a tale si atteggi, magari attrezzata con un pene di gomma. E quanto dico t’induce il sospetto di come, parlando di lesbiche, non si debba mai generalizzare, poiché ve ne sono di vario tipo: quelle che, amando le femmine, tali rimangono felici d’esserlo; come me, ad esempio. E poi ve sono delle altre, che mostrano delle gravi crisi d’identità di genere.

Tuttavia, gioia mia, anche nel caso nostro, purtroppo, non tutto è sempre “rose e fiori”: ci sono donne e donne. Ecco, tanto per farti un esempio… quanto mi stanno sulle ovaie quelle di noi che, appena possono, usano la banale frase, “Al femminile”! E quindi, “Un romanzo al femminile”, Una “iniziativa al…”, e così via. Perché non dire, semplicemente e più chiaramente, “Un romanzo scritto da una donna”; e che cazzo! Che minchia vuoi rimarcare: che esistano delle donne che lo sono, ma che non lo sembrano? E questo, al punto che lo devi specificare? Francamente, mi sembra una colossale stronzata; anche perché ciò è ambiguo. In effetti, detto così, quello che scrive “al femminile” potrebbe pure essere un uomo; ti pare?

Non c’è davvero limite alla stupidità umana; guarda, per esempio, il vezzo di certe vetero femministe di volgere in maniera inappropriata il genere di alcune parole: la ministra, la direttora, la sindaca, e così via. Per coerente reciprocità, anche i gigolò dovrebbero allora chiamarsi “prostituto”, “puttano”, “bagascio”, eccetera, no?

In quanto alla sofferenza, che tu mi dici d’aver ricevuto soprattutto dagli uomini, tesoro, devi renderti conto che essa fa parte della vita: a ogni buon conto, sappi che io conosco un modo per far sì che quella sgradita sia sostituita da un’altra, che invece è molto arrapante».

Non le dissi subito a che cosa mi riferissi, poiché la moderata, sublime fustigazione erotica, impartita e subita, gliela feci conoscere più tardi, quando divenimmo delle affettuose, abituali amiche di letto con un elevato grado di confidenza e intimità, anche intellettuale.

Quando, tempo dopo, noi fummo in più completa sintonia, lei mi confessò che il suo uomo le rimproverava di non essere abbastanza sexy. La cosa mi sorprese non poco, poiché oltre a essere una gran figa, sensuale, lo era; eccome! E se a dirlo è una donna come me, parecchio difficile, questo non può che essere vero. A delle mie domande più precise, lei mi confidò che quello lì aveva delle difficoltà d’erezione, al che compresi ancor meglio le ragioni di quell’aggressività che mostrava nei riguardi della poverina che io mi stavo facendo alla faccia sua. Me ne vanto poiché sono dell’opinione che chi non merita, non debba avere; oppure debba, ma nulla di meno di quelle grandi corna che si merita.

A tale proposito, devo rilevare che farsi una donna sposata, a patto che il marito non venga a sapere che tu sei lesbica, è un bel vantaggio. Infatti, in genere, l’amicizia tra donne non è osteggiata, ci si può frequentare con grande facilità, e con un occhio attento agli orari, si possono pure rendere più lunghe le corna del marito, scopando nel suo stesso talamo nuziale. Io vado molto orgogliosa di questo, poiché, allentata la tensione psichica delle mogli grazie alle sublimi scopate, mi riconosco il merito d’aver salvato più di un matrimonio.

Ritornando a quell’impedimento comune a tanti maschi… di quando non gli si rizza, oppure dal non riuscire a mantenere abbastanza a lungo l’erezione da soddisfare la loro femmina, ci sono alcuni uomini che per costruirsi un alibi cercano un capro espiatorio colpevolizzando la loro donna; e un siffatto imbroglio non è infrequente, purtroppo. È simile a come accadeva un tempo, quando si attribuiva alle donne la causa di non avere dei figli, o di non averli avuti maschi. Quelli lì, dovrebbero invece rivolgersi a un andrologo, oppure a uno psicologo; non credete?

Ma così è, di solito. D’altro canto, poverini, in fondo bisogna pure capirli: rispetto a noi, che se siamo secche basta usare della saliva o del lubrificante, a loro servirebbe il gesso a presa rapida, e quindi, il loro compito è sempre arduo; e un tanto, sia nello scopare, che a mantenere viva l’autostima.

Per riprendere con il mio egocentrismo e parlare di me, con riguardo alle cose che nel sesso mi eccitano di più, ebbene, sì, lo confesso: è il profumo di donna. Alle prime esperienze omosessuali, giunte al punto topico, è piuttosto comune che qualche mia amica di letto all’inizio si ritragga. Ecco, quel che mi capitò qualche anno fa con una giovane trentenne sposata che mi ero portata a letto…

«No, Gia; per favore, togliti da lì con il capo. Usiamo solo le mani, dai; accarezziamoci soltanto».

«Perché?».

«Per l’odore; anche se non me l’ha mai detto esplicitamente, mio marito mi ha fatto intendere che io ho un odore forte e sgradevole, e quando gli viene la voglia di… insomma, di pasteggiare, lui tira fuori la scusa che gli piace farlo solamente sotto la doccia con la schiuma. In ogni caso, io l’ho capito, che gli fa schifo, e che il suo è unicamente un patetico escamotage. D’altra parte, io lo comprendo: neanche a me piace il suo odore, e specie il sapore del suo sperma… quando lui mi chiede di fargli un bocchino con l’ingoio».

«Cucciolina mia! Come gran parte degli uomini, pur ciondolandogli tra le cosce, il tuo maritino non capisce un beneamato cazzo. Accoglimi nel tuo grembo, cuore mio, non resistermi, che il giardino più fragrante sta chiamando le mie narici a riempirmi i polmoni, e la mia bocca a saziarmi del nettare più squisito che mai, mi sia stato dato di gustare.

E tu, amore, se la voglia di succhiarlo non viene da te, e lo fai soltanto perché lo ami e ti senti nella sua carne, non sottostare alle sue insane voglie: fatti valere, ribellati; oppure, con o senza grazia, mandalo a fanculo. Lo capisci, che quello è un segno di disprezzo verso di te? Spruzzare il viso della propria donna con lo sperma, simbolicamente equivale a considerarla inferiore, di proprietà, e da soggiogare insozzandola. E lo stesso è, quando ti chiede d’ingoiare la sua schifezza; in quel momento, ma anche dopo, tu sei solamente una schiavetta al suo servizio, da umiliare, e con la quale combinare ogni porcheria gli passi per l’ottuso cervello. Se è vero che in amore sia tutto legittimo, se ti piacesse, tutto andrebbe nel modo giusto; ma in tal caso dovresti essere tu a invitarlo, e non lui a chiederlo e persino a insistere».

Lasciando da parte le varie vicende, tante, per ritornare a quello che mi piace fare, devo riconoscere che, in genere, io sono molto soddisfatta della mia “missione” verso le donne coniugate e no; infatti, se certamente lo faccio per me stessa, per godermi la loro passerina dico, io so che ciò è pure per il loro bene: dopo essere passate per il mio letto e la mia amorevole sferza, che incoraggio pure a usare su di me, quelle donne si riscoprono a essere delle persone nuove, più sicure di se stesse, e cosa più importante, dimostrano d’aver capito quel che veramente vogliono essere, ovverossia, delle donne libere; e questo, prima di tutto, dai preconcetti, oltre che da uomini prevaricatori, o peggio, prepotenti e violenti.

Giacché ho citato la sferza, qualcuno potrebbe avere l’impressione che io sia una deviata sadica pervertita; anzi no, giacché nei romanzi, non solo la impartisco, ma anche me la prendo volentieri, è meglio dire sadomasochista. Per sgombrare il campo da equivoci, vediamo un po’ di far la quadra su tale faccenda…

Lasciando da parte la mia vita reale, che è faccenda che non interessa, nei miei racconti i lettori troveranno in maniera ricorrente la pratica di una blanda fustigazione, che talora lo diviene anche meno; e questo, in armonia con la passione suscitata nelle protagoniste. Io spero, e ne sono certa, che i miei lettori mostrino la perspicacia per capire che si tratta di una metafora. E così è pure per le invereconde “effusioni fluide” che ricorrentemente compaiono, le cosiddette “Docce dorate” e i “Pee-drink”, che altro non sono, se non degli escamotage per arricchire il repertorio della suggestione erotica: pur con le dovute variazioni, la scopata, alla fine, sempre quella è; e quindi, per chi scrive di queste faccende evitando psicodrammi e insulse romanticherie, vi è bisogno di rimpinguare il “range”, per così dire, carnale.

A prescindere della questione che si tratta di diffuse pratiche para-erotiche dei cui video è pieno il porno-web, nel caso dei miei romanzi, questo è pure un traslato, un’efficace invenzione per raccontare qualcos’altro che travalica il racconto apparente: la vocazione a donarsi e a possedersi all’estremo, senza compromessi di sorta; e un tanto, oltre ogni ragionevole limite che, nella realtà, invece, è assennato porsi. Soltanto per fare un esempio, per dare un riscontro materiale alle frasi d’amore del tipo, “Ti amo tanto, che ti mangerei, così da averti dentro di me”, e non cadere in qualcosa che richiami il cannibalismo, che altro rimane, se non i fluidi? Da qui, come si diceva, il “Pee-drink”, e la “degustazione” di svariati umori corporei.

In ogni caso, riguardo al sadomaso, benché nel mio romanzo si tratti di un’allegoria, va rilevato che è abbastanza verosimile accreditargli lo scatenamento di una potente carica libidica; infatti, è provato, attraverso un moderato dolore, che sia possibile raggiungere un’elevata euforia erotica. In effetti, attraverso le pratiche BDSM, tra le quali la fustigazione, il soggetto rilascia dopamina, neurotrasmettitore legato a sensazioni di piacere ed euforia, segno concreto di un esaltante piacere sessuale.

Tuttavia, nei miei romanzi il senso si ritrova in quel che ho appena detto: si tratta di pura invenzione. E non potrebbe essere diversamente, giacché, come avverto nelle “Note dell’Autore”, per resistere ai loro reiterati, amati supplizi, le eroine dei miei racconti dovrebbero essere costituite non di carne, ma di titanio, oppure di carburo di tungsteno. Trattandosi di romanzi che di frequente si spingono sino a una sorta di Fanta-sesso, non mancano certo le esagerazioni, come ad esempio le improbabili manifestazioni fluide dell’eccitamento delle protagoniste, che tanto frequenti e abbondanti, nel reale riguardano un numero di donne assai limitato. Immaginaria, è pure l’Oasi Africana cui mi riferisco negli atti successivi al primo, che, così com’è descritta per la sua geo-conformazione e fertilità, non potrebbe esistere.

Io non mi aspetto che i miei romanzi siano considerati delle somme opere dell’Arte Letteraria; tuttavia, come potrete costatare, sono scritti con uno stile scorrevole, sobrio, e si fanno leggere volentieri. E cosa che per me è molto importante, benché essi trasudino sesso a ogni pagina, mai, sono gratuitamente volgari; e questo, perché io sono dell’opinione che, se il sesso è qualcosa di sublime e nobile, tale debba essere anche il modo di raccontarlo.

Riguardo a qualche parolaccia che vi si trova qua e là, per darne giustificazione riporto un passo che troverete in uno degli atti della Saga…

Con gli occhi che ancora lanciavano saette, Gia: «Mi si perdoni lo stile scurrile del mio colloquiare; ma è funzionale all’efficacia della comunicazione e alla sintetica rappresentazione dei concetti che vado esponendo… porco Adamo!».

Ridendo, Rashida chiese: «Perché mai inveisci contro chi, si dice, essere stato il primo uomo al mondo? Quello del Giardino Terrestre?».

«Non sarebbe ora che anche loro avessero la loro parte? Ovverossia, gli uomini. Da che mondo è mondo, si è sempre sentito imprecare “Puttana Eva”, ed io penso che si dovrebbe incominciare a pareggiare i conti».

Certo, dato il mio temperamento tutt’altro che mansueto, quando sono indignata per qualcosa, non è raro che il mio intercalare presenti spesso delle esclamazioni non propriamente ispirate al “bon ton”. Tuttavia, considerati i tempi che viviamo e quel che si sente dire anche fuori dalla fascia protetta per TV, credo proprio che mi si possa perdonare.

Nel prendere commiato, auguro alla vostra fantasia di librarsi alta, e di viversi in gaiezza un’esperienza di lettura che, se emozionante, mi auguro sia serena e catartica.

Vostra Gia.

ADORO LE FRISELLE.

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

Un passaggio tratto dall’Atto 1° della Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume 1

Qui, per chi ha difficoltà a leggere (oppure preferisce ascoltare):

… dopo qualche giorno le donne si lasciarono con il proposito di mantenersi in contatto, magari invitandosi a vicenda per una breve vacanza. Partite, Mara commentò: «Gustose, le loro passerine; ma quello che mi è piaciuto molto, sono state le buone cose che ci hanno fatto assaggiare quando ci hanno invitato da loro: friselline di grano integrale, ammorbidite nell’acqua, con sopra il pomodoro, olio, sale e origano; delle tapas semplici ma gustosissime, molto estive».

Gia: «Non le conoscevi, tesoro? Quando da bambina passavo le mie vacanze in Puglia, le mangiavamo ogni giorno per merenda; e i pomodori li coglievamo direttamente sulla pianta, in campagna. É il pasto classico che i contadini si portavano dietro quand’andavano a lavorare nei campi: semplice, genuino e gustoso, proprio come dicevi. Io ho sempre amato le cose semplici e non elaborate, ed è per questo, che adoro gustare la fica; dimmi tu: cosa c’è di più naturale, semplice ma appetitoso?».

Anche quella volta Francesca non si perse l’occasione per sfotterla: «La prossima volta che te la mangio, prima te la condisco con l’olio extravergine; anche se non te lo meriti, poiché, se extra tu lo sei, vergine certo no».

«Basta che tu non ci metta il sale: sai che bruciore! Sarebbe anche peggio di quando me la maltratti con una canna» commentò lei, ridendo.

Roberta le ascoltava allegra; si sentiva contenta, poiché quella era stata la sua prima conquista femminile, e… (Continua nel romanzo).

IN POLITICA, IO?

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Un passaggio tratto dall’Atto 1° della Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume 1

… l’auspicio di Gia riguardo alle qualità di Roberta fu azzeccato, perché, l’anno dopo, laureata a pieni voti, lei si avviò in Magistratura, entrando nella corte d’appello di Venezia per fare del praticantato.

Salvo che per le “tirate” scandalizzate della loro “zia”, non troppo frequenti in verità, l’atmosfera tra loro era sempre scanzonata e lieve; ed era così anche quando si affrontavano dei temi seri. Non c’era argomento che, alla fine, non fosse trattato anche con irriverenza, come quando Roberta chiese a Gia: «Con la tua intelligenza, cultura, e le capacità dialettiche che hai, perché non t’impegni in politica? Ora che sono laureata, se diversamente da come desidero, non potrò fare il magistrato con lo scopo di far cambiare qualcosa in questo nostro disgraziato Paese, io mi ci darei pure».

Bleffando, sfoderando un’espressione seria, lei: «No, Roberta; amo troppo Venezia, e trasferirmi nelle bigie lande lombarde, non mi piacerebbe per niente».

«Che c’entra la Lombardia? Potresti farlo qui, a Venezia; no?».

«Centra, eccome. É solo lì, che io potrei fondare un partito politico; e questo sarebbe rivolto all’alta borghesia, da cui, peraltro, io mi tengo lontana: quella di Lecco. E quindi, il nuovo partito dovrebbe chiamarsi, “La Lecco Bene”».

Inutile dire che scoppiarono in una risata; ancora ridendo, Roberta commentò bonariamente: «Sei davvero scema; non prendi mai niente sul serio».

«Come no! Dimmi un po’, quando te “la lecco per bene”, ti sembra che io non sia “impegnata”?».

Ritornate calme, Francesca, che aveva ascoltato tutto, commentò: «Non saresti poi tanto originale, Gia; prima di te, c’è stato qualcun altro a fondare un partito politico fondato sulla fica, che tra l’altro, è rimasto per più di vent’anni al potere».

«E quindi, tu mi confermi che la gnocca paga sempre»… (Continua nel romanzo).

LO SPECCHIO DELL’ANIMA.

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Un passaggio tratto dall’Atto 1° della Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume 1

… Intanto che loro due davano seguito allo scostumato proponimento, Gia, che si era divertita molto ad ascoltare tutto quel lungo, indecente discorso, allegra, per la prima volta mise bocca: «Sai, Francesca, io sono molto d’accordo con quanto Veronica dice a proposito del culo; e oltre a quel che lei ha ben spiegato, sono convinta che esso rivesta una fondamentale importanza anche per conoscere di che pasta siano fatte le donne. Mi spiego: quelle che, come noi, l’hanno bello, sono generose, mentre le donne segaligne, dal culo stretto e sciatto, è meglio lasciarle perdere; infatti, sono maligne, maldicenti, impiccione, egoiste. Insomma, non esagero se dico che, al pari degli occhi, il culo sia uno specchio dell’anima»…  (Continua nel romanzo).