LA “ROBA”.

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«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dal Libro 8° della Saga Erotica Lesbo 

Presto nelle librerie.

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Volume8

… Si potrà pure dire che in me alberghi il preconcetto, ma quanto siamo diversi! Anch’io, adesso, sono qui a giocare con un aggeggio tecnologico: il computer; ma lo faccio soltanto perché mi serve, e tra l’altro, non lo amo per niente. Gli uomini, invece, tendono ad affezionarsi a ciò che è inanimato; sono portati ad amare di più le cose, che non le persone. Se ciò accadesse solamente da bambini o da ragazzi, io lo potrei anche capire; ma loro rimangono così persino quando sono cresciuti, quando dovrebbero essere diventati maturi. E perciò: la moto, l’automobile, l’yacht, le armi, e così via. Vogliono giocarci, oppure farne degli status symbol per competere, per dimostrarsi migliori degli altri.

“Fratello, ricordati che devi morire”, si sente ripetere da secoli nei conventi ogni sera prima d’addormentarsi: ciò non vi suggerisce nulla, cari maschietti? E la cosa peggiore, qual è? Che molti di loro considerano tali, vale a dire, delle “cose”, anche le donne! Dopo aver conquistato il loro cuore, non si limitano a possederle sessualmente, ma le considerano “roba” loro.

“Chi cammina con lo zoppo, impara a zoppicare!”, ripeteva sempre mia nonna. A parte quelle “etero”, le quali, accompagnandosi a loro, dopo un po’ vi assomigliano, in generale, noi donne non siamo come loro. A parte forse l’amore per i gioielli; e anche in questo caso, non è, che ci piacciano per la cosa in sé, quanto per le ragioni, affettive o sentimentali, che stanno dietro al dono. Ci servono per capire quanto, chi ce le ha donate, tenga veramente a vederci contente. Anche a noi, certo, va di circondarci di cose belle e costose, ma non rimaniamo attaccate all’oggetto per quel che è; non ci giochiamo. Per noi, conta ciò che quello comporta: se ci fa sentire belle, amate, sicure, e così via.

Oddio, bisogna ammettere che alle volte anche noi donne ci comportiamo da emerite stronze; quando lo facciamo per scatenare l’invidia delle altre, ad esempio. Ma questa è più una prerogativa delle “etero”, che non di noi, donne omosessuali: per accaparrarsi il maschio, loro sono sempre in competizione.

Lo sai, Gia, qual è il dilemma principale dell’umanità? Aver abbandonato la dimensione più propriamente animale. Da quando ci siamo messi a camminare su due zampe, non abbiamo fatto altro che contornarci di cose, d’oggetti cui non possiamo e non vogliamo rinunciare; e non abbiamo capito un concetto fondamentale: quelle stesse cose, possono divenire le nostre prigioni.

E gli uomini, riguardo a questo, sono addirittura assatanati: per conservarsele e per averne di più, molti di loro sarebbero anche disposti persino a uccidere; e spesso pure lo fanno. E tutto perché? Per la “roba”! È “roba mia”, si sente spesso dir loro. E per paradosso, loro neanche si rendono conto che invece di dominare le cose, ne sono dominati. Dovrebbero imparare dagli animali, invece; quelli sì, che hanno capito tutto: non tengono in alcun conto gli oggetti, ed è proprio per questo, che sanno viversi nel modo più naturale la loro vita…  (Continua nel romanzo).

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VINCENTI E PERDENTI.

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Icona 8°Atto

… se c’è una cosa che mi fa incazzare intorno al modo d’essere di tanti statunitensi, è quella frase che spesso loro usano per rendere “felice” l’interlocutore; ossia: «Tu sei un perdente!». A causa dell’elementare struttura cerebrale cui li ha portati i “non valori” della loro “rampante” Società, per loro l’umanità si divide in due sole categorie: i “perdenti” appunto, e per opposto, i “vincenti”. Cari bambocci, oltre al bianco e il nero, se lo sapeste, quante gradazioni di grigio vi sono! E questa loro semplicistica, quanto inclemente classificazione, è stabilita solamente in virtù di quante cose, oggetti appunto, un individuo è riuscito ad accumulare nella vita, come se li potessero portare con sé nell’oltretomba. Che oltretutto, anche quella convinzione secondo la quale alcuni sarebbero fortunati mentre altri no… le cui icone affondano nei personaggi “Gastone e Paperino” di Walt Disney, è veramente una gran stronzata: “Sei uno fortunato… sei uno sfigato”! Dio, che madornali sciocchezze!

Eventi catastrofici a parte, per quanto può dipendere da noi stessi, non è, che la sventura, come la fortuna, ci siano o non ci siano: quest’ultima, tu devi essere capace di vederla; e allora, può pure essere che essa ti sorrida. E così è, in opposto, per la disgrazia: se tu non la guardi, se non la invochi, quella ha altro di cui occuparsi, e non si manifesta, perché va a cercare di farsi sentire da quelli più sciocchi di te…  (Continua nel romanzo).

IO, COME EMILIO SALGARI.

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Volume8

… reagisco, bilanciando con un seducente sorriso la crudezza delle parole: “E no, Myriam; troppo comodo, amore mio! Io non ho finito; e ora mi dovrai ascoltare sino in fondo. Prima, tu mi hai rivolto una domanda, come dicevo, molto intima; e questo, mi autorizza a renderti pan per focaccia. E dunque, ora mi prenderò la confidenza che, bada, indirettamente sei stata tu a concedermi.

Dimmi: se nell’intimità il tuo fidanzato ti confessasse la sua voglia di sculacciarti, ammesso che a te piacesse e che glielo permettessi, è vero che al solo pensarci, e prima ancora di farti arrossare il culetto, ti sentiresti quantomeno un po’ accalorata? Io penso di sì; e sino al punto, che alla fine voi potreste anche decidere di non dar seguito a quella tenera manifestazione, poiché l’eccitamento sarebbe ormai già presente in voi due con tutta la sua forza, e preferireste dedicarvi ad altro.

Quanto ho detto, amore, serve a spiegare come la comunicazione verbale abbia un potere avvincente spesso superiore a quello delle azioni concrete; orbene, quelle truci scene che sono narrate nel mio primo libro, hanno l’unico scopo di creare delle situazioni stimolanti sul piano erotico. Insomma, servono a scatenare delle fantasie sessuali che rimangono soltanto tali, punto e basta. E le troverai di sicuro anche negli altri che seguiranno, di cui ho già buttato giù le tracce.

Per chiudere anche sulla faccenda di una presunta disposizione al sadomasochismo che tu mi attribuisci, e che caratterizzerebbe il mio romanzo… e lo ripeto, almeno in senso canonico non è così, tu hai mai letto, Myriam, le opere dell’italiano Emilio Salgari?”.

Lei: “Certamente, Gia, chi non li ha letti, nella propria tarda infanzia? La gigantesca e affascinante opera del vostro scrittore, è stata tradotta in moltissime lingue”.

Portata sul mio terreno, le dico: “Bene; allora, tu hai presente quelle avventure, quei personaggi, quei luoghi narrati con meticolosa precisione persino nei particolari? É vero, leggendo i suoi romanzi, che hai l’impressione che quei luoghi e quelle vicende, lo scrittore le abbia conosciute per davvero?”.

Lei: “Sì; trovo che sia stato molto bravo, ed efficace nella narrazione”.

Termino: “Eppure, noi sappiamo che lo scrittore, in quei posti, non c’era mai stato, né aveva vissuto alcuna di quelle avventure che ha saputo narrare in maniera tanto avvincente e convincente.  Questo, per dire che attribuire a uno scrittore l’esperienza personale del contenuto dei suoi racconti, è una cosa sbagliata, un controsenso in termini: se così fosse, non sarebbe più un racconto di fantasia, ma una biografia, oppure un reportage; è vero, oppure no?”.

Lei: “Non vi è dubbio”.

Io continuo: “Altra cosa, invece, è il dovere che ha un narratore di documentarsi per far apparire credibile il suo racconto. E come entrambe noi sappiamo, oggi questo è molto più facile che non ai tempi di Salgari, poiché, nel bene o nel male, su internet trovi proprio di tutto, e spesso non si tratta di sole fantasie. Questa, è la cosa che potrebbe essere tragica, e non il mio romanzo! Tutte quelle cose che hai letto, comprese le pratiche sessuali più morbose e deviate, non me le sono mica inventate da me: le ho viste rappresentate in filmetti porno in cui tutti possono incappare sul web, minori e adulti immaturi inclusi, purtroppo. Io ne ho soltanto tratto degli spunti, e le ho elaborate a uso e consumo dei miei racconti. E comunque, Myriam, a chi importa quel che io sono? Importa ciò che scrivo, e come lo faccio; o no? D’altra parte, chi io sia e come la pensi, ai lettori della tua intervista, neanche credo interesserebbe ”.

Lei mostra i primi segni di cedimento: “Forse importa a me, Gia; con le tue capacità affabulatorie, dapprima sconvolgi la gente, ma insieme, riesci a stabilire un particolare feeling. Vedi me, ad esempio: sebbene ci si conosca da neanche un’ora, mi sembra d’essere in confidenza con te da sempre”.

Il mio spiritello gongola: “Ullallà! Si è sbilanciata: hai colpito ancora, Gia; sta andando meglio di quanto tu avessi potuto sperare! Dai, che vai bene; adesso, però, la devi coccolare”, mi dico.

Riparto all’attacco: “Sei molto dolce, Myriam; grazie”.

Lei: “Sembra che questo match sia tuo, Gia; mi hai stesa, complimenti! Comunque, se vuoi sapere come la penso, io sono dell’opinione che almeno per gran parte, i racconti di fantasia traggano origine dalle nostre: tu non credi?”.

Io: “Siamo in grande sintonia, mia Myriam; ma lo hai detto tu ora: si tratta soltanto di fantasie. E quale libertà ci rimarrebbe, se anche quelle ci fossero negate? Per farti un esempio, prima fra tutte a morire sarebbe l’Arte; no?”.

Lei mi lusinga: “Lo sai, Gia, che tu assomigli molto a quel tuo personaggio… Harlene, mi pare si chiamasse, la quale chiudeva tutti i suoi discorsi con un “no”? A proposito del tuo romanzo, con quale dei tuoi personaggi t’identifichi maggiormente?”.

Mi dico: “Benissimo! Anche lei ha preso a chiamarmi più spesso per nome, e i suoi occhi li ho sorpresi più volte a farmi una scansione, indugiando nella scollatura e sulle gambe; ma per riprendere con quella manovra alla Sharon Stone, è meglio che io pazienti ancora un pochino: deve sembrare casuale”.

Replico: “Mentre io rimango sempre me stessa, m’identifico oggi con l’uno e domani con l’altro. In tal modo, mi sembra di vivere più vite diverse; e ti assicuro che tutto ciò è molto appagante, Myriam cara”.

Lei: “Non ne dubito, Gia. Sì, ora ne sono proprio convinta; tu sei Harlene, non c’è dubbio. O almeno, in questo momento lo sei. Dimmi una cosa: come sappiamo, questo tuo lavoro ha riportato un notevole successo di vendite sul web, e oltre al sesso e all’erotismo, dentro c’è dell’altro; in realtà, tu non perdi un’occasione per dire la tua su diverse cose, Clero Cattolico compreso. Se era questo, ciò cui tenevi di più, non potevi farlo senza mettere di mezzo il sesso e tutto il resto?”.

Le spiego, e sono sincera: “Vedi tesoro, io sono dell’opinione che se tu vai a proporre un discorso serio usando un linguaggio, che se pur erudito, è noioso, probabilmente, nessuno ti ascolterà.

Ciò nondimeno, se tu metti le tue idee e le tue opinioni all’interno di un involucro dilettevole, o addirittura conturbante, molte più persone ti leggeranno; e quale veicolo migliore usare, se non il sesso? È uno dei canali che attrae maggiormente l’interesse della gente; ed è così dalla notte dei tempi: non lo vedi, com’è usato, spesso in modo subdolo, nella pubblicità, nella politica, nei giochi del Potere? Attraverso i canali del sesso e dell’erotismo, che attraggono l’attenzione, quelle tue idee e opinioni, possono raggiungere anche quelle fasce di persone che per una ragione o per l’altra, non sono interessate a leggere di cose che siano pur minimamente impegnate.

Nota bene, amore, che a differenza di quei disinvolti soggetti che citavo, io non lo faccio in maniera subdola; ma tanto chiara, che di più non potrebbe esserlo. Nel mio romanzo, non vi sono dei messaggi subliminali[1], né vi è ipocrisia alcuna: io racconto il sesso per come lo conosco o me lo immagino; e anche per quel che mai potrebbe essere, poiché, te lo rammento, si tratta in larga parte di fantasie.

Quanto ti dico, tuttavia, non deve farti credere che ho usato quei canali solamente come una strategia: personalmente, attribuisco all’eros un grande valore anche etico, soprattutto se è concepito in contrapposizione alla gretta pornografia”.

Il suo volto mi mostra favore; tuttavia, mi attacca: “Prima, tu mi hai chiesto se puoi essere franca con me, e perciò anch’io lo sarò. Ebbene, io penso che tu ti approfitti dell’occasione per esprimere la tua opinione personale sulle cose. Su di un piano etico, ciò non ti pare scorretto, Gia? Se uno ha voglia di conoscere delle opinioni intorno alla politica, non compra un romanzo erotico, ma qualcos’altro; ti pare?”.

Sapete, mie amate consorelle… la cui espressione del volto mostra la grazia in cui il vostro corpo si trova immerso, se devo essere sincera, salvo che non fosse stata una provocazione, e al tempo non lo pensai, quanto mi disse, mi fece incazzare per davvero; infatti, m’insinuò dei seri dubbi intorno alla sua professionalità. Mi chiesi: “Oltre alla seducente figa, che razza di giornalista sta davanti a me?

Decisi di somministrare una lezioncina alla bambina; e volli cogliere l’occasione anche per degl’altri motivi: infatti, conquistarmi del carisma ai suoi occhi, avrebbe giocato a mio favore. Tuttavia, ero conscia che ci sarei riuscita soltanto se mi fossi conquistata una supremazia in uno scontro dialettico. Lei avrebbe dovuto capirlo, che non stava parlando con una sprovveduta demente! Mi dissi: “Andiamo all’attacco Gia; dai, che se riuscirai a gestire le emozioni della piccina, lei sarà tua, e come piace a te”.

Fu così, che usai la carota, e poi il bastone. Con il mio più smagliante sorriso: “Myriam! Se nei tuoi occhi è racchiuso il firmamento, ed io ne sono incantata, ebbene, lo stordimento che il tuo fascino m’induce, non m’impedisce di stare attenta alle parole che dici: ci sei, oppure ci fai?

Non te l’hanno insegnato, alla scuola di giornalismo, che una comunicazione è sempre spuria, che essa non viaggia mai da sola? Non lo sai, che accanto all’informazione che dai, per quanto oggettiva tu ti proponga d’essere, che si voglia o no, strettamente correlata viaggia sempre la tua personale interpretazione? E non te l’hanno spiegato, che per non essere stupidi, tanto vale che sia tu, a decidere come vada vista la cosa di cui parli? E comunque, io credo che ognuno di noi, se ha voglia di farlo, abbia il sacrosanto diritto di diffondere i valori in cui crede; starà poi nell’interlocutore, accettarli o meno”.

Si capiva dall’espressione mortificata, che l’avevo colpita; la sua, non era stata una provocazione, ma soltanto una sprovvedutezza. Myriam non aveva capito ancora con chi veramente avesse a che fare; chi le stava davanti, cioè io, era attrezzata quanto e più di lei. Il suo tono era frustrato e risentito, quando mi rispose: l’avevo messa KO, la piccolina. Avrei dovuto continuare a pestarla ancora per un po’, e poi, per rivedere le punte dei suoi capezzoli svettare sotto la tenue stoffa del vestito, risollevarle il morale.

Contrariata, Myriam: “Essere stupidi, hai detto, Gia? Ti riferisci a me?”.

Ribatto e spiego: “Certo, ho detto esattamente stupidi! Non in senso offensivo, però; nel senso del contrario d’intelligenti. Un comportamento che si voglia definire tale, è quello di chi sa organizzare dei mezzi in funzione di scopi, o se preferisci, di chi sa comprendere le cause che producono determinati effetti.

Scusami se te lo dico, e perdonami per il tono che uso, ma devi essere sempre consapevole di ciò che stai facendo, Myriam. La comunicazione può divenire un’arma potentissima, e devi trovarti sempre in grado di gestirla, perché, altrimenti, potresti persino comunicare inconsapevolmente ciò che non vuoi o che non condividi; o peggio ancora, ciò che altri, pensandola diversamente da te, vogliono che tu dica in loro vece, usandoti.

Un’espressione un po’ contrita, ma non tanto, lei comunque vuole l’onore delle armi: “Touché… Gia. Io ignoro, che cosa mi stia accadendo; quelli che tu mi hai espresso, sono dei principi che conosco bene, e in cui anch’io credo. Sarò sincera con te: non ne capisco la ragione, ma per la situazione inconsueta che si è creata tra di noi, io volevo metterti alla prova; in ogni modo, ti ringrazio per la lezione di giornalismo. Come vedi, prima non sbagliavo, a chiederti perché anche tu non ti ci dedichi”.

Io penso: “Mettermi alla prova? Balle! Lo so io, perché, amore: stai cedendo, e tentavi di difenderti da me; oppure, perché vuoi sapere com’è fatta dentro la donna alla quale darai per la prima volta la tua dolce patatina.

Laconica, rispondo: “De rien[2]”… (Continua nel romanzo).

[1] Messaggio subliminale, in psicologia si riferisce a un’informazione che il cervello di una persona assimilerebbe a livello inconscio. Fonte: Wikipedia.

[2] De rien, in lingua francese: di nulla.

DISINVOLTURA.

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Elaborate.12

… dunque, ero arrivata a quando vedo arrivare la giovane ragazza. Fregandomene se stia in coppia con quell’altra, io ci provo; un largo sorriso sul volto, la saluto: “Ciao; io sono Gia… che sta per una scopata e via. E tu? Non dirmi che ti chiami te la sogni, perché, bella come sei, ci rimarrei male”».

«Non ci posso credere! Ma quand’è, che te le studi? Di notte?», commentò Rashida, ridendo.

«Precisamente, tesoro; mentre ti scopo. Insomma, lei, sorridendomi: “Tu devi essere tutta matta; ma sei simpatica. Ieri ho notato che mi guardavi”.

Glissando, io: “Che ci fai tutta sola?”, chiedo.

“Quella scema che hai visto ieri con me, si è incazzata: è gelosa da morire, e non mi lascia respirare. Intendiamoci, io le voglio bene; ma, cazzo, ho neanche vent’anni, sono giovane, e voglio guardarmi in giro, divertirmi, insomma. Scusa se sono tanto franca, ma visto il modo in cui ti sei presentata, penso che anch’io possa parlare senza peli sulla lingua. Se ho capito bene, anche a te piacciono le femmine; non è vero?”.

“E non sai quanto: ci potresti scommettere la patatina, tesoro”, rispondo io».

«Diamine, Gia, ma come fai a essere così disinvolta con chi hai appena conosciuto?», chiese ammirata Rashida.

«Ascolta, Santa Madre: nelle settimane scorse, abbiamo già toccato il tema; ma lo ripeto. Non so se te ne sia accorta, ma il mondo intero soffre d’imbecillità; e per questo, non sa vedere quali siano i veri valori della vita».

«Che vuoi dire? Stai accorta, però: prendimi ancora per il culo chiamandomi Santa Madre fuori dai riti, e ti sculaccio il sederino!».

«Sai, quanto mi dispiacerebbe! Di là degli scherzi, rispondimi: secondo te, perché mai, soddisfatti i bisogni primari, la gran parte delle persone si affanna per arricchirsi sempre più, giungere a qualche forma di Potere, e così via?».

«La tua, è una domanda retorica, Gia; vogliono mostrarsi più grandi o importanti dei loro simili».

«Risposta sbagliata! Lo fanno per la fica, se maschi o lesbiche; e per il cazzo, se femmine etero. Naturalmente, io ho semplificato e riportato all’osso il concetto, perché sostituendo il termine “fica” con “sentimento”, oppure “amore”, il meccanismo non cambierebbe. Nei casi meno nobili, che poi sono i più numerosi, il termine “fica” andrebbe sostituito con “possesso”. Vedi, per averla, basterebbe che abbandonassero i loro contorti disegni ipocriti, e che fossero più chiari con sé stessi e gli altri. Se tanto fossero capaci di vedere di là del proprio naso, si accorgerebbero che la felicità cui agognano, oppure l’oggetto delle loro brame, sta già lì, a un palmo dai loro occhi, e che senza fare tante pantomime, per goderne, basterebbe che chiedessero».

«Ne convengo, Gia; e mi pare che si tratti del caso di noialtre, femmine illuminate».

«Esattamente, amore; infatti, che altro c’è, per cui valga la pena di vivere? Io lo ripeto sempre: a passera spiegata, devi trombare sino a quando l’organismo non ti implora “Basta!”. E quindi, appena puoi, devi riprendere.

Ritornando alla domanda che mi ponevi riguardo alla mia disinvoltura, giacché la vita è breve, dimmi: perché dovrei sprecare del tempo in inutili sceneggiate? Io lo dico subito, quel che voglio avere e quel che posso dare: che nel mio caso è la fica nell’accezione di cui si diceva. E se lo vogliono, mi danno la loro, e si prendono la mia; altrimenti, ciao, e amici come prima».

«Il tuo ragionamento non fa una piega. E allora, come sono andate poi le cose?».

«Chiedo: “Ti dispiace se mi sposto al tuo tavolo? Altrimenti dovremo parlarci con lo smartphone”.

“Io lo vorrei, ma aspetto una persona; e non credo che Rebecca sarebbe contenta se mi vedesse insieme a una donna… affascinante come te, poi”.

“Tranquilla, che me ne prendo io, la responsabilità”. Spostato il mio caffè, mi siedo di fronte a lei: “Siete della stessa mia parrocchia, vero?”, chiedo.

“Lesbiche, dici? Sì, stiamo insieme; o almeno fino a ieri. Quando quella lì arriva, si vedrà: abbiamo fissato quest’appuntamento per chiarirci; e se non accade, la mollo”.

“E allora, posso sapere qual è il tuo nome?”, chiedo ancora.

“Sono Gaia”, mi risponde.

“Mi piaci, lo sai?”, incomincio.

“Anche tu; mi hai colpita con la tua sfrontatezza. Sei sempre così?”.

“Neanche per idea; soltanto quando mi ritrovo davanti gli occhi una bella figa come te”.

“Mi confondi”, celia lei, vezzosa.

Sono contenta, perché le cose prendono una buona piega; ma non ho fatto bene i conti con il tempo a disposizione, perché lei vede che sta per arrivare la sua compagna. “Cazzo! Eccola che arriva! Adesso che ti ha vista con… (Continua nel romanzo).

SE AMO LA FOTOGRAFIA, LA LETTERATURA È TUTTA UN’ALTRA COSA.

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Elaborate.72.1

… subito dopo: «Raccontami… com’è, che dalla fotografia tu sei arrivata alla letteratura?», chiese, per sviarla ancor di più cambiando ad arte argomento.

Quella domanda intrigò moltissimo Gia, che senza sospetti, si lanciò: «Sai Nahed, per lungo tempo ho praticato la fotografia con la “F” maiuscola; permettimi di dirlo senza per questo apparire presuntuosa, più che una semplice fotografa, io sono stata considerata un’artista, ed ho esposto tantissimo, anche fuori dall’Italia. Quello di cui vado più fiera, tuttavia, è che ho insegnato a migliaia di giovani, ragazzi e ragazze, a “vedere”, oltre che a guardare. La Fotografia è stata importantissima per me, poiché, attraverso quest’arte io ho potuto esprimere le mie opinioni, e anche le mie emozioni, partecipandole ad altri.

È da parecchio, però, che l’ho abbandonata per abbracciare la letteratura. Mi ero accorta, infatti, che con la fotografia potevo esprimermi solamente intorno a ciò che nasceva o esisteva esternamente a me: insomma, era come se io stessi affacciata a una finestra per guardare che succede, a osservare ciò che mi emozionava o che m’interessava, e che poi filtravo allo scopo di trasferire ad altri la mia emozione oppure la mia personale opinione.

Dopo, e ci volle del tempo, io mi resi conto che pur attraversandomi l’anima, ciò che trasmettevo, alla fin fine, non era mio; lo capisci? Parlo delle cose, e non delle opinioni oppure delle interpretazioni che davo loro; mi riferisco ai soggetti, ai temi in sé, che potevano essere persone, eventi, oggetti, e così via. Anche se mi coinvolgevano, quelle cose accadevano o esistevano fuori di me; e perciò, non le consideravo propriamente mie. Insomma, ero vincolata a qualcosa che non dipendeva da me, e che quindi, non mi apparteneva.

Solo recentemente, purtroppo, ho scoperto che con la letteratura potevo invece esprimere qualcosa di completamente mio, d’interiore; insomma, ciò che nasceva in me, che ero io a creare, e che perciò mi apparteneva totalmente, restituendomi quel senso d’autoaffermazione che soltanto la creazione riesce a darti. Con la letteratura, quella attiva e praticata, e non quindi da spettatrice, io posso inventarmi dei personaggi che si comportano come se fossero me; e anche delle situazioni o eventi che non esistono, se non nella mia fantasia. In tal modo, è come se io vivessi molteplici vite; ma al tempo stesso, la mia in esse. La quantità e il tipo di personaggi che posso concepire, sono in teoria innumerevoli, e se sono diversi tra loro, in ognuno ci sono sempre io; e se voglio, si comportano esattamente come farei io.

Tu hai letto uno dei miei libri, e perciò di quei personaggi, ne conosci alcuni: ebbene, io sono al tempo stesso Anna, Harlene, Zoe, Dolores, e loro sono me. Quando una mia fan mi legge e s’immedesima in uno qualsiasi dei miei personaggi, che di solito sono femminili, ebbene, è come se lei diventasse me, che pensasse quel che penso io; insomma, lei è in me, e al tempo stesso, io sono in lei. È come se la possedessi, e se lei avesse me. Tu capisci che la sola idea di possedere tante donne, sia pure soltanto a livello rappresentativo, non può che gratificarmi moltissimo, Nahed mia.

E comunque, c’è un altro aspetto, amore; ed è veramente appagante ed elettrizzante: è come se io avessi a disposizione una quantità infinita di vite che sopravvivranno a me, e che saranno per sempre me.

Non so se a torto o a ragione, ma io attribuisco una grande importanza a questa cosa, che secondo il mio punto di vista, non è da poco: penso che risieda proprio in questo, la concezione concreta del ”Divenire eterni”; insomma, io sto parlando del sopravvivere dello spirito alla carne. Con tutti quei “benpensanti” che stanno a giudicare senza comprendere, io non lo so, se mai diverrò famosa per i romanzi che scrivo; e in particolare se consideri il genere. Quando, tuttavia, questo dovesse verificarsi, ebbene, le mie idee, le mie sensibilità, le mie concezioni intorno alle cose della vita, mi sopravvivrebbero, e perciò diverrei immortale, “eterna”.

Lo sai, qual è la cosa che mi darebbe tanto piacere? Che un giorno, che so, fra trecento anni o giù di lì, leggendo le cose che ho scritto, qualche bella femmina pensasse, “Però, questa Gia! Mi sarebbe proprio piaciuto conoscerla da vicino: oltretutto, dev’essere stata proprio una sfiziosa porcellina, e anche una gran figa. E scriveva pure bene; leggerla, è scorrevole, lo stile è erudito, elegante ma al tempo stesso privo di saccenti e barocchi arzigogoli, e cosa più importante, lei sa trascinarti nelle situazioni al punto che, leggendola, mi sento continuamente bagnare”.

Inoltre, devi considerare che la soddisfazione che ne ricavi è grandissima. È un po’ come ritornare a essere una bambina; se in loro la caratteristica saliente è l’egocentrismo, che cosa vi può essere di più gratificante, che non sentirsi al centro del mondo e delle cose? Questa, come dire, è l’apoteosi dell’egolatria, il trionfo del tuo ego che, nonostante gli sforzi per farlo tacere, spinge sempre per emergere.

Infine, voglio dirti che io non potrò mai essere abbastanza grata alle parole. Tu lo sai, come noi ci siamo… (Continua nel romanzo).

 

NOI.

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… da quando il fato mi ha concesso di amarti, mio giovane, fresco amore arabo… mia dolce bambina, io pensavo che una gioia più grande, non l’avrei mai conosciuta. È stato questa notte, amor mio, che quel nuovo stato di grazia si è insediato in me ancor più potentemente, trasportandomi corpo e anima nel paradiso che tu sei.

Non è possibile, esprimere a parole l’estasi che io provo nel vivere i nostri sentimenti e la nostra fremente carnalità nel calore, nei profumi, nei sapori. E non meno m’è caro anche l’oblio, amato amore mio: dolce, è il mio sonno accanto a te; e ancora di più lo è il risveglio. Appagante, è l’addormentarsi avvinte tra le nostre braccia, una mia gamba al tuo inguine, rinserrata tra le tue ancora trepide: ebbene, siamo noi, felicemente esauste dalle estenuanti, amabilmente interminabili quanto deliziose fatiche dell’amore; noi, sì, due, ma in  una cosa sola. Dolce, è respirarti con la coscienza ancora vigile a un palmo dal mio viso quando tu ti addormenti. Ancora dolce è dopo, lasciarmi andare tra le braccia di Morfeo abbracciata a te; ma forse ancor più sublime, è il mio risveglio al primo mattino, abbandonata e lontana dal tuo corpo, ancora disfatta nella coscienza, su quel letto anch’esso vinto, ma soddisfatto poiché nutrito dei caldi fluidi appagamenti del nostro amore.

Quella beata e dolcissima incoscienza che il sonno porta, mi stupisce sempre: in quale dimensione del Paradiso io sto vagando, per sentirmi tanto raggiante? Quando la coscienza a poco a poco, emerge gioiosa, infine comprendo: tu sei là, e sei ancora con me e per me, amor mio.

Quant’è dolce, accostarmi a te, e guardarti nella penombra dell’alba illuminata da quella fioca luce che i veli alle finestre lasciano filtrare discreta. Rilassata, serena e placata, è sempre l’espressione del tuo viso dormiente, mio angelo mediorientale; tanto diversa da com’è da sveglia, quando, intrepidamente selvaggia e irruente, tu scateni le mie passioni più profonde, e inconfessate persino a me stessa.

Quant’è dolce, ascoltare il tuo calmo respiro, osservare il tuo petto che a ogni fiato lievemente si solleva sincrono al mio, rendendo ritmicamente alte e colme quelle deliziosamente, minute onde del tuo seno, che tanto licenziosamente mi concedi di possedere. Quant’è inebriante respirare il tuo leggero fiato, amore, quel tuo profumato alito che il torpore del sonno rende pregno, e tanto ambito al mio olfatto.

Dapprima esitante e rispettosa del tuo sonno, timida, io sfioro la dolce ansa del tuo fianco con una lieve carezza; una sensazione sublime mi avvince. Amore: tu lo sai, quanto io ami il profumo fruttato del sudore della tua pelle; anche se ben la conosco, ogni volta, quella è una sensazione nuova, travolgente, per me. Quant’è amabile, la levigatezza della tua setata epidermide, che tersa da ogni umidore e tiepida, permette ai miei polpastrelli di scivolare senza sforzo, leggeri, sulle distese infinite delle tue membra e dei tuoi fianchi mossi dal solo calmo tuo respiro. Leggere, le mie mani colgono paghe il tuo tepore, quel particolare, unico calore che soltanto il sonno sa conferire alla tua, da me, bramata carne. E quant’è appassionante, per il mio tatto percepirla nel particolare abbandono che il sonno ti conferisce: tanto morbida, così amabilmente cedevole al tocco delle mie dita; tiepida, tanto inebriante per i miei sensi e per la mia anima. Accarezzandoti, il mio olfatto s’ubriaca dei tuoi profumi lievemente speziati, medio orientali: sapori e odori di cannella intrisa di bergamotto, in cui spicca la delizia della lavanda. È sapere che sono i tuoi, amore mio, che oltremodo, mi mandano in estasi.

È allora, che tu, nel dormiveglia, ancora abbandonata ai sogni nei quali io agogno occupare almeno un piccolissimo posto, fuori dalla tua coscienza, mi percepisci, amore. Gli occhi sono chiusi, ma le labbra si muovono e mi chiamano: comprendo che la tua bocca esige la mia. Quant’è buono, quel sapore di te così eccelso, gradevolmente diverso da quello che già conoscevo, e che il sonno ti ha conferito. Quel tuo torpore e il tuo tiepido calore, mi attraggono inesorabilmente. Durante l’infinito bacio, paghe, noi ci scambiamo le nostre salive rese saporose da quel tal Morfeo che ci ha appena lasciato.

È dolce, per le mie cosce, percepire il contatto delle tue, tiepide e costantemente trepide. Una mia mano corre al tuo grembo nudo, a cogliere il caldo, vischioso, delizioso umore del rigoglio genitale che ti è conferito dai sogni che accompagnano il tuo sonno. Quasi parossistica, tu stringi le cosce e m’imprigioni, impedendo alla mia mano di lasciare abbandonato il tuo nido d’amore: non ha alcun senso, amore mio. Per nulla al mondo, io l’avrei fatto. Mi è dolce, avvertire la tua carne che trattiene la mia mano, perché mi fai sentire importante: io ti sono preziosa, mia gioia infinita. Poi, ti apri a me: non le tue cosce, ma soltanto la tua mano, questa volta mi trattiene a te, e accarezza il dorso della mia, mentre questa si esprime in una danza, nel tuo umido, bruciante, ventre.

Com’è incredibilmente eccelso, amarci in ogni pausa del sonno: Morfeo non è il fine, ma l’espediente per amarci ancora, e poi ancora. Com’è tenero, quando, esauste delle nostre impetuose battaglie d’amore, talvolta noi ci prendiamo scambievolmente senza frenesie, rilassate e serene per la dolce e sommessa promessa di felicità che trasporta lentamente sempre più in alto i nostri cuori e i nostri sensi. Le nostre bocche si godono reciprocamente, perennemente fuse; le nostre lingue mielose si cercano, si trovano, si comprendono.

Quanto sono gentili e lievi, le tue mani sulla mia carne, amore mio: siamo tanto stanche, e questa volta sono le nostre mani, da sole, a portarci nel paradiso, mentre i nostri corpi, esausti, rimangono abbandonati in attesa del rinnovato, intenso, fremito che li coglierà. Dopo, nuovamente abbracciate, fiato nel fiato, noi ci riaddormentiamo ancora una volta felici e paghe, con il sorriso che dipinge sui nostri volti una gioia impossibile da dire: fremo, nell’attesa di sapere come ti scoprirò al vero e proprio risveglio, mia mutevole Araba Fenice.

È mattino! Impertinente, il sole forza con violenza quelle tende che ora non gli possono più resistere. Mi sveglio, è tardissimo, e voglio lavorare, scrivere su di noi e per noi: mi propongo di fissare in parole i momenti di gioia che la notte ci ha donato.

Mi giro sul fianco; profondamente immersa nel sonno che i giusti si meritano per aver colto il senso vero della vita, l’espressione ancora beata, io ti guardo: sei incantevole! Con la tua immagine sublime nella mente, concitata, a malavoglia io mi sollevo dalle lenzuola ancora pregne dei nostri odori e madide dei nostri mieli. A esse io sono grata, poiché conservano la testimonianza della nostra carne in una. Scontenta e quasi infelice, io corro a svegliarmi definitivamente con una doccia, e a perdermi, in tal modo, quegli aromi d’amore che ancora impreziosiscono il mio derma, e che danno un senso alla mia carne, perennemente insoddisfatta.

Devo affrettarmi, il mattino è d’oro, per la mia fantasia; devo buttare giù alla svelta le sensazioni e le emozioni che fanno fremere ancora il mio corpo esausto; devo tentare di tradurle in parole. Lo so, che non basteranno a descrivere ciò che tu mi sai dare; ma ho forse un’altra scelta?

Neanche faccio colazione: non è quello, il cibo che cerco. Svelte, le mie dita pigiano sulla tastiera: non riescono a correre dietro a quei pensieri che, tumultuosi, scatenati dai miei sensi ed evocati dalla mia memoria, galoppano veloci e si affannano concitati alla mia mente. Voglio fermare in un file le sensazioni che la mia anima si sforza d’onorare come si meritano. Quei pensieri, però, sono tanti, sono troppi! Non riesco a dar loro una parvenza che sia plausibile a chi non può neppure immaginare, quale astrale mistero il mio amore ed io, siamo. Ma scrivo, scrivo, scrivo senza fine…

All’improvviso, sento un profumo di lavanda espandersi intorno a me: quanto lo amo! Ogni volta, al solo sentirlo, il mio grembo esulta dalla contentezza, e pulsando, le lacrime si affacciano a esso. Sento due mani, leggere, delicatamente sfiorarmi la gola; delle dita, impalpabili, farmi rabbrividire, quando mi lambiscono le orecchie. Sollevo il mio capo all’indietro, e trovo il conforto del tuo caldo, generoso e soffice seno: due labbra, morbide come il burro d’estate, e calde come il punch che d’inverno conforta dal freddo, si poggiano alle mie; due mani, leggere, invadono il mio seno scoperto a rivendicare il loro diritto. Poi, una voce che sembra il canto degli angeli, mi accarezza l’anima: «Ho bisogno di te Gia; Gia mia».

Lo so, che cosa significano quelle parole: io lo so! Mai sazia, hai deciso d’uccidermi, non è vero, amore? Di questo passo, lo sai già, noi deflagreremo, scoppieremo d’amore. E che m’importa? Io mi sciolgo in te. Fammi morire dolcemente: voglio morire, e dopo rinascere, per poi morire ancora, amore mio; con te, e per te, anima mia… (Continua nel romanzo).

LIBRETTO E PATENTE, PREGO.

#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dal Libro 8° della Saga Erotica Lesbo 

Presto nelle librerie.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume8

…. fu l’inizio di un’amicizia da letto che durò a lungo. Ecco, io avrei finito; anzi, no. non vi ho raccontato tutto, poiché c’è stato anche un episodio carino. Volete saperlo adesso, oppure rimandiamo a un’altra sera?».

«E no, Gia! Non puoi fare così: non è onesto!», esclamò Rashida.

«Sì, dai; racconta», si unì Nahed, una volta tanto in accordo con lei.

«Dopo un paio d’ameni weekend trascorsi insieme, era di domenica sera, con il mio fido Galloper, stavamo percorrendo la strada sterrata per ritornare a Venezia, e data la stagione, faceva ancora chiaro. A una ventina di metri, sbuca fuori una donna con la divisa giallo blu fluorescente della polizia locale, la quale, agitando la paletta, ci fa segno d’entrare in una piazzola all’interno del boschetto; le due mi chiesero: “Perché ci sta fermando?”.

L’avevo riconosciuta, e la ragione, ben la conoscevo; allegra per quello che immaginavo sarebbe accaduto da lì a poco, bleffando, le rassicuro: “Tranquille, donne; qualunque cosa succeda, voi statevene buone, non aprite bocca, e non spaventatevi, che saprò cavarmela da sola”.

Dovete sapere che il tratturo che porta al mio casolare, finisce lì; in pratica, è come se fosse una mia strada privata, e non ci passa mai nessuno. Parcheggio a fianco della macchina della polizia, e spengo il motore; l’agente femmina si avvicina, e chiede: “Documenti, prego”. Sto al gioco; apro il cassetto, e glieli passo; li guarda, e con tono serio mi dice: “Esca dall’auto, per favore”. Eseguo; sottovoce, senza che le due donne in macchina sentano, mi chiede: “Gia, non è, che quelle due sgrillettate che ti porti dentro mi daranno qualche grana? Sono ancora in servizio”. Piano, rispondo: ”Non preoccuparti, Giuditta, che me le gestisco io; invece, diamo loro un bello spettacolo sull’efficienza delle forze dell’ordine… sono senza mutande, tesoro”.

A voce alta, affinché loro sentano, lei: “L’auto risulta rubata; si appoggi sul cofano, che la devo perquisire”. Dopo avermi ben palpeggiato il culo e le tette, rivolta a Gaia e Rebecca, che attonite seguono la scena che si svolge oltre il parabrezza, lei: “Se non volete subire anche voi la perquisizione, non uscite dalla macchina”.

Portavo una gonna piuttosto larga; sempre a voce alta, Giuditta dice: “Giacché lei è una criminale, il regolamento m’impone di sottoporla a perquisizione corporale. Si appoggi sul cofano dell’auto, prego: devo verificare che lei non nasconda un’arma nella passera”.

Sbircio dentro l’auto, e mi compiaccio dell’espressione esterrefatta della due. Poggiata con le tette sul cofano, già mi eccito; lei mi solleva il corto gonnellino, mi caccia una mano nella fica, e naturalmente la trova bagnata. Mi dice: “Ma non si vergogna? Io sono un agente che agisce nell’adempimento del suo dovere, e lei , che fa? Gode?”. E quindi, prende a sculacciarmi di brutto; il culo fiammeggiante, ancora non contenta, mi assesta un paio di colpi usando il manganello, e poi me lo infila per una decina di centimetri nella passera in sbrodolo.

Io fingo di gridare. Con due mani, lei mi allarga le chiappe, e mi infila un dito nel culo; poi ci sputa, e me ne ficca due. Prende a lavorarmi sapientemente anche la passera, ed io, in un baleno, vengo. M’impone di rialzarmi, mi ficca in bocca il manganello che già mi aveva infilato nella gnocca; con l’espressione, faccio capire che il mio sapore mi piace, e lo succhio guardandola provocante negli occhi.

Lei passa a darmi del tu: “Sei una zozzona! Se è così, ora ti farai anche il mio! E lo troverai di tuo gusto: sono in servizio da otto ore, e mi sono anche pisciata un po’ addosso”. Mi mette le manette ai polsi, mi costringe a inginocchiarmi di fronte a lei. “Sfilami brache e mutande, e succhiami la fica, ladra di merda! E fallo bene, altrimenti ti porto in centrale, e lì saranno cazzi tuoi!”, mi dice a voce alta perché sentano.

Le mani dietro la schiena, ammanettata, io eseguo con gran piacere; lei viene, dopodiché, si volta, e mi ordina: “Adesso leccami il culo. Lo troverai di tuo gradimento: sono dovuta andare al cesso, non ho potuto farmi un bidè, e perciò, puliscimelo bene”.

La conoscevo, sapevo bene che recitava, e l’assecondo; non era vero, che fosse sporca; al contrario, anche lì, a parte un vago sentore di sudore, lei profumava di buono. L’aveva detto per fare scena, era ovvio.

Ogni tanto, do uno sguardo alle due che in macchina seguono terrorizzate. La mia bocca si adopera per far venire un’altra volta Giuditta; alla fine, lei si tira su mutande e pantaloni, mi toglie le manette, mi abbraccia e bacia, e sempre a voce alta, mi saluta: “Alla prossima, cara Gia; stammi bene”. Poi volge lo sguardo all’interno dell’auto, e aggiunge: “E dai un bacio da parte mia alle tue amichette”.

Entro in macchina, e come da manuale delle forze dell’ordine, con la paletta, Giuditta mi fa segno di passare. Mentre ci allontaniamo, Rebecca: “Cazzo, ci avevo creduto! A farci pigliare tanta paura, sei stata una stronza, Gia; ma ti vogliamo comunque bene; è vero, Gaia?”.

Lei non risponde, da dietro cerca d’abbracciarmi, e mi bacia; a stento mantengo dritta l’auto, e poi, via, verso Venezia.

Quello che loro non sapevano, cosa su cui poi le ho edotte, è che, in servizio di pattuglia, quand’era da sola, spesso Giuditta girava da quelle parti per incontrarmi; lei conosceva abbastanza bene le mie abitudini, e di solito ci azzeccava. Sarebbe potuta tranquillamente venire al casolare, e io ne sarei rimasta contenta; ma scopare out door, in una sceneggiata con lei in divisa, era qualcosa che ci arrapava entrambe da matti.

E adesso che sapete tutto, sorelle care, posso… (Continua nel romanzo).