PUTTANE, le chiamano!

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Un passaggio tratto dall’edizione 2017 dall’Atto 3° della Saga Erotica Lesbo

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… Povere donne! Pensando a loro, io ho sempre provato una pena infinita; intendiamoci: non tanto per il lavoro che sono costrette a compiere; anche per quello, certamente, che deve essere proprio una schifezza, e specie se, per varie ragioni, vi sono indotte contro la propria volontà. A farmi incazzare da bestia, è soprattutto la diffusa mancanza di considerazione che c’è verso di loro. E ancor di più, il disprezzo dimostrato nei loro riguardi da quegli stessi coglioni da loro beneficiati in cambio di qualche euro: “Puttane”, sono da loro chiamate con disprezzo; oppure baldracche, troie, donne di malaffare, da marciapiede, bagascie, meretrici, e via discorrendo. E quando sono beneducati, le chiamano prostitute, squillo, Escort, oppure accompagnatrici: perché non “operatrici professionali del sesso” invece, tanto per fare un esempio? Oppure, “assistenti psico-sessuali”? Dell’uso e abuso del termine “assistente”, abbiamo esempi a ufo: sociali, sanitari, ecologici, e così via.

Eppure, noi italiani, tanto bravi a inventarci le cose a parole con la diabolica convinzione che i problemi si risolvano semplicemente coniando degli eufemismi, non dovremmo  delle difficoltà; no?

Verso se stessi, gli uomini sono invece molto teneri, e si guardano bene dal dire pane al pane e vino al vino: ad esempio, quando vien loro la voglia di sentirsi qualcosa di duro viaggiare dentro il culo, “Massaggio prostatico”, lo definiscono! E, un siffatto eufemismo, allo scopo di allontanare il “vergognoso”, “tremendo” sospetto che possano essere considerati gay dalla donna cui chiedono di essere penetrati con un dildo[1]!

In tema di circonlocuzioni, poi, neanche parlo dell’impotenza sessuale, quel loro diffuso e frequente “problemino” oggi definito “disfunzione erettile”: come se, cambiandone il nome, mutasse la precaria consistenza del loro pene barzotto.

E allora, dico io, già che siamo immersi nel fatuo regno delle parole, perché non definire quei poveretti, sofferenti d’impotenza sessuale, come dei portatori di “ridotte capacità scopative” nei casi meno gravi, oppure, sempre che si rammentino che all’uccello possono sostituire le mani e la lingua, “diversamente scopanti”, se il loro impedimento è proprio grave?

Forse dovremmo essere noi, donne baciate da Saffo[2], a insegnar loro come far godere una femmina quando il loro pene latita. Lasciando da parte il faceto, come mai delle altre pur umili categorie sono state rinominate più degnamente? Gli spazzini, che sono diventati “operatori ecologici”, per citarne una. Il più tragico guizzo di creatività di qualche coglionazzo di cronista o commentatore, è avvenuto quando è stata coniata la definizione “Pulizia etnica” per indicare i genocidi: semanticamente e psicologicamente, il termine “pulizia” rimanda a dei valori positivi, teste di cazzo che non siete altro! Che fate, state a nobilitare degli stermini? Forse, però, Gia, tu sei un’ingenua: probabilmente, non si è trattato d’ignoranza; ma di turpe calcolo.

Ritornando a quelle povere donne, le quali svolgono una benemerita opera dall’insostituibile contenuto umanitario, e dall’indiscutibile valore sociale proprio verso quegli ingrati, definendole “puttane”, sempre disprezzate, sono!

Che ne sarebbe di tutti quegli uomini i quali, per varie cause, incapaci o impossibilitati a fottere, senza di loro imploderebbero, riversando così la loro libido repressa in comportamenti spregevoli, se non criminali? E a quelli portatori di handicap fisici, lasciare il diritto di prendersi qualche piccola consolazione che li distragga dalla propria sventura: proprio no? Non se ne deve neanche parlare, non è vero? Sarebbe “moralmente disdicevole”; cazzo, merda, e già che ci siamo, mettiamoci pure un “vaffanculo”!

Recentemente, ho assistito a un’inchiesta alla tv, dove si presentava il caso di un ragazzo che, portatore di handicap, a causa di quello, non poteva neppure masturbarsi. Non una comune prostituta, ma una dolce ragazza, la quale voleva offrirsi professionalmente per aiutarlo usando dei guanti, dietro corresponsione di un giusto corrispettivo, naturalmente, ebbene, non poté farlo: la cosa si sarebbe configurata in un reato, e quindi lei sarebbe stata considerata una puttana! E quando un’infermiera t’infila un catetere in fica o nell’uccello, oppure la canna di un clisma nel culo, anche quella, è una puttana? E il ginecologo che te la esplora con le dita, è un gigolò?  E l’andrologo, che rallegra il culo agli uomini per controllare la loro prostata, oppure, che procede a un massaggio della stessa portando il paziente a svuotarsi anche i coglioni, anche quest’ultimo va denunciato per sodomia?

In ogni caso, va precisato che le noie legali non sarebbero state di quella volenterosa e generosa ragazza, poiché la nostra legge non persegue la prostituzione in sé, ma l’istigazione, termine entro il quale si comprende ogni attività legata al commercio del sesso, e quindi anche quei contatti, come pure i pagamenti che necessariamente sarebbero stati a carico dei familiari del giovane ragazzo sfortunato. Tu guarda, in che cazzo di umanissimo Paese siamo costretti a vivere; merda al quadrato!

E così, in nome di un malinteso concetto di morale, e per non dispiacere la potente Curia Romana, Stato che sta nel nostro, la legge italiana costringe le prostitute a esercitare illegalmente, in condizioni di stress, di pericolo e di sfruttamento: perché non disciplinare in maniera legale e civile le cose, com’è stato fatto in svariati Paesi europei, quali la Svizzera, l’Olanda, la Germania, l’Austria, per citarne alcuni? Da quelle parti le donne possono lavorare tranquille, senza sfruttatori, e rassicurate dai controlli medici obbligatori; e giacché incassano i dovuti tributi che loro versano come ogni altro libero professionista, anche i Governi ne sono contenti. E, in aggiunta a questo, per le minori spese che non sono costrette a sostenere per combattere la criminalità, come pure per la diminuita assistenza medica e sanitaria che sarebbe conseguente alle infezioni veneree o di altro tipo, le amministrazioni pubbliche ci risparmiano pure.

Ciò nondimeno, con quell’altro Stato di cui accennavo, che cogita, efficientissimo e iperattivo, nel cuore del nostro, hai voglia Gia: da noi, un po’ di civiltà… mai più? Mettendosi nei loro panni, si capisce pure: come sarebbe possibile continuare a infondere il senso di vergogna e di colpa, sia nei loro riguardi, sia negli avventori? E soprattutto, come si potrebbero giustificare le loro ipocrite crociate moralistiche condotte in nome della “Libertà e dignità della donna”? Da noi, non sono forse le prostitute, delle donne lasciate da sole al loro destino, che in tal modo, libero, non lo è per nulla?

Proprio da loro, viene la predica! Con tutte le sozzerie che sono emerse intorno ai loro comportamenti “santi”! Festini omosessuali a gogò, uso improprio dell’otto per mille, auto blu dell’ultimo modello con tutti i confort, bar incluso, magioni principesche di centinaia di metri quadri per i porporati “Principi della Chiesa”, e quant’altro fa schifo solo citare! Non so fino a quando lasceranno mano libera di muoversi a quel povero Francesco, il quale sta cercando in tutti i modi di dare qualche attendibilità alla Chiesa Cattolica. Speriamo bene: con i criminali interessi che lui sta disturbando, non sarebbe la prima volta che quei corrotti, travestiti da uomini di Fede, pensino ad attuare dei sistemi drasticamente risolutivi. Se credessi, innalzerei a Nostro Signore una preghiera per quel papa umano, buono e giusto; dopo Roncalli, cosiddetto “il Papa Buono”, il primo, secondo me, che trasmette credibilmente le parole del Cristo.

Eppure, per ritornare alla prostituzione, lo sanno, che essa è vecchia quanto il pianeta, e che fin quando ci saranno dei maschi, sempre continuerà ad esistere. E quindi, perché non accettarla e regolarla, nel frattempo cambiandole il nome per rendendola degna al pari di altre professioni? Potrebbero considerarla un’attività simile a quella della badante, ad esempio, o delle massaggiatrici chiropratiche, mettendo il servizio sessuale a disposizione non solo degli uomini, ma anche delle donne non belle o anziane, e, perché no, anche di noialtre, femmine lesbiche.

La realtà è, che, nello scorrere dei millenni, Maria Maddalena deve continuare a ravvedersi e a lavare i piedi a Gesù: questa, è la loro verità, cazzo! Se la tenessero per sé, almeno; ma la loro beghina morale, “quelli”, la vogliono imporre a noi, che intellettualmente liberate dai loro beceri pregiudizi, con loro non abbiamo nulla da spartire. Questo, è l’annoso e insolubile dilemma italiano, merda! Il giorno in cui lo Stato Vaticano dovesse decidere di trasferirsi in altro continente, per la gioia, io mi darei alla Trance Dance[3] per un mese intero, che coronerei con una sbronza megagalattica e con un centinaio di copule godute a ritmo continuo con delle belle strafighe!’…(Continua nel romanzo).

 

[1] Dildo, è un giocattolo sessuale, spesso a forma di pene. La parola deriva, probabilmente, da una storpiatura dell’italiano “diletto”, potrebbe anche derivare dall’inglese Dil Doul (pene eretto). Fonte: Wikipedia.

[2] Saffo, era originaria di Mitilene, città dell’isola di Lesbo nell’Egeo. Nell’ambito dell’Eros omosessuale dell’epoca, diverso da quello delle epoche successive, e dettato da un preciso contesto culturale, scrisse liriche che alludono a rapporti di tipo omosessuale con le sue giovani studenti. Fonte: Wikipedia.

[3] Trance Dance, è un rituale sciamanico e una danza libera in cui il danzatore può accedere a stati di estasi in modo totalmente naturale. La Trance Dance utilizza musiche con ritmi e melodie che possono evocare memorie di altri tempi; essi possono contenere suoni della natura e di animali, canti tribali, e il suono di strumenti come il tamburo, il didjeeridoo, le maracas, e molti altri, provenienti da ogni parte del mondo e alcuni dei quali, come il tamburo, vibrano con frequenze particolari che aiutano il cervello a rilassarsi dai pensieri, facilitando l’entrata nello stato di trance.

MAGIE TRIESTINE

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… tuttavia, se ne tacque, poiché non voleva suscitare del compatimento nei propri confronti. Nourhan chiese: «Anche se a Venezia ne abbiamo spesso parlato, non te l’ho mai chiesto, Gia; anche il tuo Maestro è veneziano come te?».

No, lui è di Trieste, una splendida città, dove natura, cultura e arte si mischiano in un mix che ti fa esultare l’anima. Giacché essa dista appena centocinquanta chilometri da Venezia, spesso io ci vado per rilassarmi. Sai, a viverci, pur bella, talvolta Venezia ti stufa; e specie quando piove, oppure è immersa nella nebbia. A Trieste, invece, non sai che cosa sia la melanconia. Se ti piace il mare, vi trovi le spiagge rocciose, come pure quelle sabbiose, a Grado, una splendida e rinomata località che dista appena quaranta chilometri da Trieste, prima della quale, trovi delle incantevoli oasi naturalistiche, come, ad esempio, l’Isola della Cona, oppure le foci del fiume Isonzo, storica linea di fuoco durante la prima guerra mondiale.

Se in un tal giorno, invece, preferisci la montagna, a due chilometri puoi trovare la famosa Val Rosandra, un’incredibile località, che, appena fuori dagli insediamenti industriali, ti appare d’incanto come una splendida località montana, con due erte catene rocciose collinari, che però sembrano essere montuose, entro le quali c’è pure una cascata che poi diviene un torrente. Su quelle scoscese pareti, è zeppo d’amanti dell’alpinismo i quali si esercitano nelle loro scalate. Lì, vi trovi pure i resti di un antico acquedotto Romano. Sapete, a ridosso della città, che si sviluppa su ben diciassette colli, vi è pure un vasto altipiano chiamato “Carso”: non vi dico quanto sia piacevole per gli occhi e lo spirito farvi delle escursioni.

E neanche parlo del famoso Castello e parco di Miramare, magione di Massimiliano d’Asburgo, arciduca d’Austria e imperatore del Messico. E mi fermo qui, perché sarebbe lungo da raccontare quale paradiso sia Trieste per chi ami la storia, l’arte e la cultura. E se la tua voglia è di sciare, d’escursionismo impegnato, oppure d’arrampicare, non hai che da percorrere pochi chilometri per trovarti nelle Alpi Giulie. A Trieste, io ci vado molto spesso, in particolare d’estate, quando sono in viaggio per arrivare sulle isole croate, dove c’è un mare d’incanto costellato da miriadi d’isole; un paesaggio davvero favoloso. Inoltre, incollata alla città, vi è la Slovenia, splendido Paese dove posso sbizzarrirmi tranquillamente con l’off-road, senza che nessuno venga a rompermi le ovaie, com’è invece in Italia, Paese zeppo di divieti di ogni tipo.

Se le fighe che ci trovi in quella splendida città sono da sballo e… molto aperte, e lo dico riferendomi alle loro cosce, tuttavia, c’è un’unica cosa che non mi va tanto dei triestini: la loro scarsa propensione al cambiamento, che si manifesta pure quando, negli uffici, sei in cerca di qualcosa. In quelle occasioni, il più delle volte ti senti dire, “No se pol!”[1].

É possibile che si tratti di un marcato, nostalgico retaggio della tradizione conservatrice austro-ungarica; ma, probabilmente, è proprio per questo, che la città e dintorni si sono mantenuti privi di efferati sconvolgimenti.

In ogni caso, riguardo alla mentalità conservatrice cui ho accennato, di là di tale tendenza, al centro di traffici grazie al suo porto, storicamente ricca di diverse etnie, Trieste ha sempre avuto una vocazione cosmopolita: pensate che, oltre a quelle cattoliche, vi sono ben quattordici chiese di religioni diverse. Sia detto senza offesa: ben altra cosa, rispetto al Paese mussulmano in cui ora ci troviamo; vero? Malgrado io non mi professi credente, mi piace pensare che anche questo sia un segno di civiltà, oltre che di libertà e democrazia.

Venendo ad argomento anche più interessante, ovverossia, il sesso, ebbene, a Trieste neanche si vedono per strada delle prostitute, poiché la mercificazione del loro corpo avviene esclusivamente negli appartamenti. E così, se non la sostanza, almeno il decoro di facciata è rispettato. A prescindere da questa nota di costume, non vi dico quali atmosfere si respirano, con riguardo al sesso più raffinato, per chi sappia capire dove si trova e come ci si debba muovere. Tutto avviene nei circoli chiusi di strette élite “culturali” a orientamento artistico, dove, per entrarci, devi essere presentato da amici, e mostrare di avere una mentalità molto, molto aperta. Naturalmente, quando ci sei, non è di sesso in senso stretto, che s’incomincia a parlare; ma questo diviene un’inevitabile conseguenza delle situazioni pregne di sensualità che di solito si vengono a formare, le quali fanno nascere un feeling seduttivo con qualche artista che ti piace; femmina, s’intende. In ogni caso, se devo essere sincera, io frequento tali compagnie soltanto sporadicamente, poiché, come avrete capito, a me piace dire pane al pane e vino al vino, e sono contraria a quei ghirigori cervellotici pseudo culturali, che, alla fine, si terminano a letto, certamente, ma con dei percorsi talmente arzigogolati, che, il più delle volte, ti fanno passare la voglia.

Per passare ad altro argomento, a tutto quanto ho detto, riguardo alle condizioni atmosferiche, devo aggiungere che, secondo me, Trieste è migliore di Venezia; infatti, non appena accenna a piovere, ecco che arriva la cavalleria: un vento impetuoso, che spazza via ogni cosa, smog compreso. Si tratta della famosa la Bora[2], a riportare l’azzurro nel cielo. Tuttavia, per chi non c’è abituato, l’esperienza può essere scioccante, perché questa arriva a soffiare persino a centosettanta chilometri orari, con dei picchi che sono arrivati a duecento dodici. E non vi dico quante buffe scene si possano vedere per le strade quando, insieme alla bora, c’è la neve e le strade divengono gelate. Mi raccontava il mio caro Maestro, che una volta, scivolando trasportato dal vento, quasi gli capitò di baciare un baffuto carabiniere! Infatti, con il cocktail bora-ghiaccio, non c’è verso, né di starsene in piedi, né di mantenere una direzione, tant’è, che la città è piena di catene, o simili appigli, cui afferrarsi».

Nourhan: «E perché, tanto bella e interessante come dici, non mi ci hai mai portata?».

«Amore: non mi sembra, che ci siamo fatte mancare qualche cosa; non ti pare? In ogni caso, quando ritorneremo a Venezia, e spero, insieme a Nahed e Rashida, senz’altro vi ci porterò: là ho delle amiche che sarebbero molto felici di ospitarci e di fare sesso insieme. Rashida, tu pensi che sia possibile che tu e tua moglie veniate da me per un lungo periodo? Come ti avrà raccontato Nourhan, nel casolare abbiamo tutto lo spazio e il confort che vogliamo… e pure il nostro luna park, in cantina».

Nourhan non lasciò a Rashida il tempo per rispondere, poiché, piena d’entusiasmo, perorò l’invito di Gia: «Come vi raccontavo per telefono quand’ero a Venezia, dovreste veramente vedere, consorelle care, che roba ha messo su in cantina Gia; e non soltanto lì. Godersi i supplizi in quel luogo tanto ben attrezzato, è qualcosa che non si può raccontare.

«Grazie per l’invito, Gia. Ci penseremo, ma dopo che la mia Nahed si sarà laureata» rispose Rashida, seguitando: «Di là dell’accattivante affresco che hai fatto su Trieste, il mio pensiero ritorna alle pene del tuo sfortunato Maestro; pover’uomo; quando si dice l’ingiustizia! In ogni caso, è l’eccezione, a confermare la regola, Gia; e certo, io non metto tutti gli uomini nello stesso mazzo.

Comunque, riferendomi a quelli che sarebbero da rieducare, nei casi che citavo, che non si può negare che…(Continua nel romanzo).

[1] No se pol, nel dialetto triestino significa: è vietato.

[2] Bora, è un vento continentale, secco e molto freddo, che può divenire furioso e turbolento. Nasce nell’altopiano Carsico, per poi tuffarsi nel mare Adriatico. La Bora è dovuta essenzialmente alla configurazione geografica molto particolare della città. Infatti, Trieste si colloca fra l’estremità di un mare relativamente caldo che s’inoltra nel continente, ed un elevato e freddo retroterra con un valico aperto sul golfo della città. Questa situazione produce le condizioni per la formazione di forti differenze di temperatura e di pressione atmosferica, per cui ne possono conseguire frequenti e intensi deflussi di masse d’aria dal retroterra al mare.

TUTTE PER UNA.

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… dopo quel sonno ristoratore, lei aveva ritrovato parte delle sue energie, e la sua libido si era nuovamente ricaricata: «Sto aspettando voi, amori miei; e con tanta impazienza. Se ricordo bene, secondo il rito adesso dovrebbe spettarmi un altro zuccherino; non è vero?».

Se avesse immaginato quale delirio la aspettasse, forse non sarebbe stata tanto ansiosa, poiché, molto più tardi, si ritrovò tanto stremata, da dover essere “raccolta con il cucchiaino”. E avrebbe dovuto capirlo: se già da sola, nelle copule, l’esuberanza araba di sua moglie aveva il potere di esaurirla, figurarsi con tre donne arabiche insieme, e così esperte in faccende di sesso lesbico, per giunta. Tuttavia, anche a causa dell’astinenza cui era stata costretta in precedenza, lei aveva accumulato in sé una tensione erotica la cui impellenza era tale, da renderla molto, e forse troppo, impaziente.

Le tre donne se ne resero conto, e compresero che, in quello stato, lei non si sarebbe potuta godere a modo le delizie che avevano messo in conto di profonderle amandola assieme: infatti, mentre loro avevano in animo di protrarre per delle interminabili ore il suo diletto, sarebbe bastato che soltanto la sfiorassero, e il tutto si sarebbe terminato in un baleno. Fu quindi necessario portarla una prima volta, e rapidamente, a un orgasmo, in maniera che, liberata la libido accumulata, lei potesse poi centellinarsi a modo quel che di meglio sarebbe seguito.

Per la prerogativa che le proveniva dal ruolo rivestito nella comunità, fu Rashida a occuparsene: le fece raggiungere velocemente l’acme in un modo che solo a lei era possibile in virtù della sua inconsueta particolarità clitoridea, che per gli antefatti erotici, si presentava ancora gonfia, eretta, e parzialmente scoperta dal prepuzio. Aderendo con il proprio corpo al suo, con le mani abbrancata alle reni, e la bocca nella sua a baciarla, dapprima lei prese a strusciarsi incessantemente, sollecitandole le numerose terminazioni nervose che si trovano nella porzione più esterna della vagina, e poi incominciò anche a penetrarla per quel che era possibile, infiammandole pure i recettori vaginali situati più in profondità. Così facendo, le provocò una vaso-congestione intensissima, per la quale, ridotta l’apertura vaginale, intanto che la penetrava ripetutamente, lei si fece sentire ben viva nella sua carne.

A quell’emozione nuova per lei, che, travolgente, le provenne da quell’insolito modo di far l’amore con una donna, nel sentirsi invadere ripetutamente in un movimento fluido che ogni volta le infiammava anche la clitoride, Gia fu una scheggia, e, urlando come un ossesso, non ci mise molto a venire. Dopodiché, i toni dell’alcova divennero più languidi e quieti, e, quando, fuori dall’orgasmo, Gia si riprese, la scena si presentò come se lei fosse un salterio[1] da cui trarre una melodia, suonato da sei leggiadre, quanto, sapienti mani.

Non passò molto tempo perché, ansante e fremente, Gia prendesse nuovamente a gemere e a gridare come se la stessero scannando: le sarebbe piaciuto essere parte attiva nel carosello del piacere che andava svolgendosi con lei come unico oggetto del desiderio, ma, legata com’era, non poteva quasi muoversi, e, figurarsi, quale fosse la sua possibilità d’interagire! Pur tenere, ma scatenate, infinitamente leziose, le sue tre esperte amanti non si ponevano alcun limite nel procurarle una voluttà che la travolse anche nella mente.

Da dietro al suo capo Nourhan le dedicava con passione le proprie mani e la bocca, baciandola; tratte le mammelle verso sé, se ne riempì le mani, stringendole, alternando la bocca ai gonfi capezzoli, leccandoli e succhiandoli con forza. Poi affidò quei gonfi seni al contatto dei carnosi e sodi glutei di Nahed, la quale, inginocchiata a gambe allargate a cavallo del suo torso, in senso opposto al suo, in un movimento ritmato, prese a strusciarla con la propria vulva infradiciata, solleticando prima l’uno e poi l’altro capezzolo. La sua bocca, come le sue mani, nel frattempo, non era certamente inoperosa, perché, instancabile e deliziosamente insistente, grazie alla sua piccola statura, si occupava sapientemente del suo grondante grembo.

Finalmente la giovane donna fu paga di potersi gustare appieno i profumi e il sapore di quella fonte, ormai da troppo tempo ambita: le mani ad accarezzarle l’interno delle cosce, i pollici a pressarle con forza i tendini in prossimità dell’inguine, come se si stesse gustando le valve di un’ostrica, senza soste lei la scavava con la lingua, dalla clitoride, sino al meato dell’uretra, spesso addentandole dolcemente le ali delle labbra interne, a tirarle senza pietà, per esaltare con un moderato dolore la voluttà che le andava infondendo.

Al tempo stesso, prona sul tavolato di legno, le mani ad afferrarle i glutei svettanti verso l’alto, con infinita malizia e perizia, Rashida andava leccandola e forzandola con le proprie dita nella stretta e rosea apertura che, pulsando nel solco delle natiche, trepidava sincrona agli spasimi che Nahed le scatenava alla vagina. Dopo che l’ebbe lubrificata abbastanza, prima con due e dopo con tre dita, Rashida scivolò in lei, alternando la penetrazione delle dita con quella della sua lingua irrigidita, ogni volta lubrificandola con la propria saliva affinché Gia potesse accogliere senza fastidi la successiva manipolazione più invasiva. Quando lei fu scivolata nelle sue viscere con l’intero pugno, in un momento di lucidità, Gia si sorprese…(Continua nel romanzo).

[1] Salterio, antico strumento a corde, simile alla cetra e all’arpa, di forma triangolare o trapezoidale. Fonte: Wikipedia.

L’OFFERTA

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… stabilito quel punto fermo, le chiese di disporsi ritta in piedi tra due delle colonne che, fuori del padiglione, ergendosi dal tappeto erboso contribuivano a sostenere l’ampio loggiato. Intanto Nahed era ritornata con i tre cappellini in mano; dopo che tutte l’ebbero indossato, Rashida chiese alle consorelle di assicurare Gia alle colonne in maniera che, con una semplice inserzione delle dita, fosse per lei possibile sganciarsi senza l’aiuto di alcuno.

Dopo averle applicato, sia ai polsi, che alle caviglie, i bracciali in morbido cuoio, le due donne li collegarono a delle funi usando dei moschettoni d’alluminio; terminato, Rashida le chiese di divaricare il più possibile le gambe, esortando poi Nourhan e Nahed ad assicurargliele saldamente alla base delle colonne. Lo stesso, fecero con le braccia, che, allargate alte sopra il capo, offrivano l’incantevole visione delle sue candide mammelle, dalle dimensioni non esagerate ma colme, e ben conformate: lo sguardo di Nahed fu quasi ipnotizzato dall’incantevole curva che esse disegnavano su quel corpo sinuoso, raccordandosi armoniosamente con le ascelle perfettamente depilate.

Anche Rashida, che seguiva immobile le operazioni, fu rapita dalla bellezza resa dalla sua immagine, tanto conturbante in quella posizione tesa allo stremo. Non riuscì a trattenersi dall’esprimerle l’emozione che la colse, e, quasi declamando, le disse: «Gia, quant’è bello il tuo corpo, tanto latteo, tanto diverso dai nostri, e, anche per questo, da me tanto ambito. I tuoi capezzoli, dalle aureole delicatamente rosee, tanto gonfie e prominenti, un po’ mi ricordano quelli più bruni dell’adorata moglie mia; sono ansiosa di sapere se siano altrettanto dolci da stringere tra le mie labbra.

Sei proprio un infinito mare di cristallo in cui immergersi; tutto, di te, mi fa sognare; ma il basso ventre, tanto liscio e carnoso, senza nulla che lo nasconda agli occhi, così rivelato tra le tue immacolate cosce, si svela essere un allettante paradiso cui non posso nascondermi di agognare, per dissetarmi dell’ambrosia che certamente saprei far sgorgare. Nell’attesa della santa copula che ci unirà, io ardo dal desiderio! In una delle prossime notti, sarei molto felice se tu volessi condividere la mia alcova. Gia, io t’invito alla mia mensa: vorresti, per una notte, giacere da sola con me?».

«Nell’attesa che tu mi chiami ad adorarti, anch’io brucio di passione» rispose lei con ardente convinzione, osservando intanto Nahed per capire se le sue parole le avessero sortito del disappunto o della gelosia. Lei si sentì ingelosire; ma non della moglie, ma di Gia. Tuttavia, rimase impassibile; Rashida si riprese la parola: «Prenderti con la frusta, oltre a costituire un infinito piacere, per me sarà un’esperienza nuova, e, ne sono certa, tanto emozionante. Il turbamento che la mia sferza saprà darti, io non l’ho mai reso ad alcuna femmina; e perciò, in questo, tu per me sarai il primo amore. Da un lato, sapere che tra un po’ sarò libera di suscitare un’indicibile trepidazione al tuo corpo, mi eccita da morire; ma, al tempo stesso, ciò mi dispiace: lo sai che ti rimarranno degli sfregi, Gia? Trovo, che sia un crimine farlo! Sei proprio convinta di volerlo veramente?» la interrogò, eccitata come non mai.

Quella questione che a cose finite le avrebbero negato il solito unguento, non l’aveva sconfinferata molto; Gia non seppe trattenersi dall’esprimere un certo disappunto: «A dire il vero, con quell’unguento che ci siamo portate dietro dall’Italia, in breve tempo sparirebbe tutto… ma voi non volete! Tuttavia, va bene anche così. Avrebbe voluto aggiungere: «Ci vorrà più tempo, che sarà “tempo perso”». Ma non lo disse.

Rashida non commentò, ma continuò: «Se lo vuoi, puoi ancora tirarti indietro; così legata e nuda, è tanto conturbante goderti già con i soli occhi. Sei tanto allettante da amare, Gia: invece della frusta, perché non prenderti le gioie che i nostri corpi, le mani e le bocche sono ansiosi di largirti senza di quella?».

Ben consapevole di quanta sofferenza le avrebbe inflitto a causa dei tredici duri colpi con i quali avrebbe straziato quella diafana carne così totalmente offerta a lei, sembrò quasi che Rashida stesse cercando di dissuaderla, quale giustificazione per la propria coscienza. Tuttavia, gli occhi e il tono della voce mostrarono la lussuria di cui era preda, e tradirono la brama che aveva di prenderla anche con una sferza, rendendo retorica l’esortazione, e mostrando, chiaro, il desiderio che Gia non recedesse dal proprio generoso proposito.

La risposta di quest’ultima non la deluse: «Per rinunciare definitivamente al piacere dello staffile? Per negare una tale gioia a voi, che siete ciò che ora ho di più caro al mondo? Grazie per il pensiero, Rashida; ma non recedo dalla mia offerta. Adesso, ti prego, non è più tempo per le parole; io sono pronta, e la mia carne, smaniosa, ti sta aspettando»…(Continua nel romanzo).

UNA SANTA, IO?

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… sono convinta che se ci sia una persona al mondo che si meriti di far parte della nostra Santa Comunità, ebbene, quella sei tu, Gia; e ora che ti abbiamo conosciuta, sarà opportuno che anche tu sappia meglio come noi siamo.

Nei nostri cuori non siamo diverse da come appariamo ai tuoi occhi: siamo trasparenti e limpide, proprio come tu lo sei. Come prima ti spiegava Nourhan, presentarci abitualmente nude a chi amiamo, per noi è un atto marcatamente simbolico, che trascende il sesso: esattamente come nudi e senza fronzoli ti appaiono e vedrai di solito i nostri corpi, anche i nostri sentimenti sono completamente svelati a te perciò che tu li veda e li faccia tuoi; e quindi, giacché noi ci doniamo a te, potrai prenderci nella carne in ogni momento tu avessi a desiderarlo, e in qualsiasi maniera ti piacerà di farlo, certa che anche le nostre anime ti accoglieranno con gioia.

Vi sono delle persone, Gia, la cui coscienza si perde nella voluttà, e una tal cosa può ingenerare tormento e rimorsi; tant’è, che dopo le copule possono giungere a dei ripensamenti, e negarti il rinnovarsi di quelle gioie che tu brameresti avere ancora. Noi, invece, abbiamo sempre la coscienza del piacere, perché esso stesso, è la nostra coscienza. Nella nostra Santa Comunità, a meno di non essere indisposte o nel mestruo, mai, ti sentirai rifiutare qualcosa: la frase fatta che usate nel vostro occidente, “andare in bianco”, per noi non esiste proprio; né nei fatti, né concettualmente.

Per noi, Gia, fare all’amore con fantasia non è una “cosa sporca”, come la falsa e ipocrita morale beghina corrente vorrebbe far credere. Farlo, per noi è sempre un sublime atto che non esagero a definire di santità. Io mi rendo conto che quanto affermo potrebbe sembrarti una presunzione esagerata, se non persino blasfema; ma non è così. Presta attenzione Gia; e segui il mio pensiero…

I santi sono definiti tali poiché hanno largito o dispensano il bene; ed è questo, anche, che noi facciamo. Tutte noi, te compresa, ciascuna nelle proprie peculiarità, siamo fuor di dubbio delle donne piacenti, e questa nostra bellezza non ce la teniamo solo per noi: verso chi se lo merita, siamo prodighe nel concederne il godimento. Ora, se come a ragione affermava Stendhal, “La bellezza è una promessa di felicità”, e quest’ultima è indubitabilmente un bene, allora non è improprio affermare che concedendo la nostra bellezza, largendone il godimento, noi elargiamo gioia; in altre parole, offrendoci liete alle copule, noi dispensiamo il bene. E quindi, per quanto sostenevo prima, possiamo a ragion veduta affermare di essere delle sante; e da oggi, una nuova santa viene a rendere più bello e dilettevole il nostro paradiso: questa nuova santa sei tu, Gia».

A quelle parole, lei sì sentì l’animo esultare: quella magnifica donna mostrava una spiritualità davvero sconfinata; neanche lei, con la vasta cultura, larghezza di vedute, e con l’esperienza che poteva vantare, aveva mai considerato le cose da quel punto di vista. Oltre a metterla completamente a proprio agio, Rashida sapeva anche farla star in pace come mai prima si era sentita. L’ira le era sbollita completamente, e i suoi pensieri ricominciarono a volare…

‘Sant’Iddio! Questa donna è per davvero straordinaria. Da Stendhal, arrivare alla proclamazione di una mia presunta santità! Mai, avresti pensato a te stessa come a “Santa Gia”, non è vero? Non ti distrarre però, scema! Ascoltala, e non perderti una sola sillaba di ciò che sta dicendo: ne vale proprio la pena. Ma tu senti: Santa Gia! E questo, nonostante tu sia costantemente assatanata, e con la passera in fiamme. Cavolo, è proprio da non credere!’.

Intanto, Rashida continuava a spiegarle quali fossero i principi morali in cui tutte loro credevano, e ai quali s’ispiravano per condurre le loro vite nella maniera più coerente: «La donna bella, colei che si lascia amare, e non importa se da uomini da donne o da entrambi, perciò non è una “troia” come degli sciagurati uomini affermano, ma una santa; e a quanti più dona il suo corpo, più grande diviene la sua santità, guadagnandosi il Paradiso già in terra. Ed è in questo modo, che io me lo immagino il paradiso che forse verrà dopo questa vita: pieno di noi donne, bellissime, che ci lasciamo amare da chiunque lo chieda; se femmina naturalmente. É in siffatta maniera, che noi ci guadagniamo il diritto di amare a nostra volta chi ci seduce; questo, ogni volta ce ne venga la voglia, e senza neppure dover chiedere con la parola, ma soltanto con lo sguardo».

Le parole della donna la affascinavano sempre più; Gia non poté evitare di distrarsi…

‘Se penso alle mistificazioni che l’uomo è stato capace di inventarsi, a quelle che nel tempo sono diventate dei dogmi indiscutibili, c’è proprio di che incazzarsi; riguardo alla “verginità” di noi donne, ad esempio. Neanche ho voglia di rinvangare su tutte le sciocchezze che si sono dette intorno a essa: tali fandonie ci hanno resa complicata la vita, e, in alcuni casi, hanno addirittura rovinato tante donne. Tant’è, che ancora oggi, nel parlar comune, togliersi di torno l’imene si dice “perdere la verginità”! Che mai “perdere”, cazzo! Non c’è nulla da perdere: disfarsene, invece, per finalmente aprirla, quella porta; per dare aria alla “games room”! Dagli stolti, l’imene è considerato alla stregua di un sigillo di garanzia pari a quelli di un giocattolo; che, alla fine, quand’anche fosse, non sarebbe meglio romperlo, quel lembo? E questo, al fine di giocarci con ciò che occlude, altrimenti, sarebbe tutto divertimento perso che non ritorna mai più; minchia!

E quegli stronzi dediti all’infibulazione, per sentirsi sicuri intorno alla condizione di “vergine” delle svariate femmine che sposano, sino a quattro, dovrebbero cucire loro anche la bocca: anche il bacio è un atto carnale intimo, no? Per non parlare dei pompini e dell’altro luna park, il secondo ingresso, spesso anche più bramato da quegli stessi i quali ti vorrebbero vergine sino a quando non gliela dai.

“Cucire” le donne, e non piuttosto conquistarsi il loro amore e la loro fiducia; come se la purezza potesse identificarsi con una sottile membrana di tessuto organico.

Tu pensa che razza di problemi esistenziali avrà avuto colui al quale raccontarono che la propria madre, pur vergine, l’aveva concepito. Dopo essersi chiesto “Come?”, si sarà legittimamente detto, “Se così è, che mai potrebbe ostacolarmi dal compiere dei miracoli, giacché io stesso lo sono?”.

Io mi domando e dico, ma come si fa a ricondurre la purezza morale alla condizione della fica? Non vi è dubbio che Rashida abbia ragione intorno al concetto di santità: è riuscita a far sentire santa pure me, che mi pregio di essere una gran porca, assolutamente dissoluta nell’amore’.

Un attimo dopo le passò per il capo una riflessione sul giudizio che si era data…

‘Io, dissoluta? Perché mai? Perché mi piace fare all’amore in libertà e senza porre e darmi dei limiti? Si potrebbe obiettare: «Se fosse solo per quello, passi; ma con la frusta, Gia, come la vogliamo mettere?». Se alle donne con le quali ci gioco, va bene, che problema ci sarebbe? Dissoluta, perciò… un’emerita minchia! Se porto il rispetto dovuto alle altrui volontà, e se non fa male alla salute, giacché mi piace, perché mai dovrei privarmene? Per prestare ascolto alle perverse minchiate moralistiche di quelli che dissoluti lo sono per davvero, dato che vorrebbero decidere sull’altrui morale? Che se ne vadano a fare in culo quelli, e i loro giudizi di merda, e godiamoci questa vita fin che si può. Fortunatamente, dove mi trovo, di stronzi di quel genere non ve n’è neanche il sospetto.

Altro che! Se io non sono felice qui, in questa sorta di tranquillo ritiro spirituale, dove mai potrei esserlo? Renditi conto: ti sta andando di lusso, Gia. E il meglio deve ancora arrivare: io lo so già, quali saranno i miei sogni stanotte … (Continua nel romanzo).

E SE DIO FOSSE UNA “LEI”?

Un passaggio tratto dall’edizione 2017 dall’Atto 3° della Saga Erotica Lesbo

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… quel giorno, noi potremo persino decidere che i figli che vorremo avere siano solo femmine, per ristabilire così la genesi primaria».

Gia rimase di stucco; con quelle semplici parole, Rashida aveva tracciato una via che non solo le sembrava realisticamente percorribile in un divenire non troppo lontano, ma anche pacifica e giusta, perché avrebbe “lavato” secoli, se non millenni d’ingiustizie subite dalle donne. Ammirata, chiese: «Che vuoi intendere con “Ristabilire la Genesi primaria”, Rashida?».

«Sto parlando di una delle favole che la storia ci ha propinato, di quella tratta dalla Bibbia, secondo la quale la donna fu creata da una costola dell’uomo: insomma, di Adamo ed Eva e della genesi umana. Per credere alle fregnacce varie che ci sono date a bere da millenni, mi si dovrebbero sensatamente spiegare alcune cose. Nella Genesi[1], a proposito della creazione[2], è scritto che Dio creò, a sua immagine e somiglianza, dapprima l’uomo, e in seguito, da una sua costola, la donna.

Sarai d’accordo con me nel convenire che ogni cosa vi sia nel corpo umano attenda a qualche funzione utile; se poi a crearlo è stato Dio, il quale per definizione sarebbe perfetto, ebbene, spiegami allora: quale senso avrebbero avuto nell’uomo i capezzoli? Per essere leccati da quella donna che sarebbe arrivata dopo? Oppure, per appendervi le chiavi di casa e quelle della cintura di castità cui l’avrebbe costretta una volta saputo dei suoi presunti inganni con il serpente? Quello che si sarebbe attizzato all’idea di cercarsi un nido nella sua fica. Pressoché atrofizzati e inutili come sono, se l’avesse creato per primo, per quale ragione Dio gli avrebbe dato i capezzoli? Per allattare quel neonato che mai, sarebbe potuto nascere senza una donna?

E quindi, se si vuol parlare di una successione di creazioni, mi sembra più ragionevole pensare che sia stato l’uomo a discendere dalla donna, invece che l’opposto. E questo, in una brutta copia della sua immagine, ovverossia, senza le tette, di cui i capezzoli sarebbero un miserevole residuo genetico; naturalmente, allo scopo d’inseminarla, poi l’ha dotato di una disgustosa protuberanza in vece della vagina, generando così uno sgorbio estetico. É sempre in tal modo, che vanno le cose quando si modifichi un originale che che di per sé era perfetto; ovverossia, male».

Una risata delle tre donne la interruppe. Contenta che loro avessero apprezzato la battuta, sorridente, lei seguitò: «Perciò, quando io parlo di genesi primaria, mi riferisco a quella che sarebbe logica, e non a quell’altra, improbabile, che sta scritta nella Bibbia. Oltretutto, è già da lì, che sono state fondate le premesse per colpevolizzare noi donne; non ti sembra, Gia? Secondo la Bibbia, scritta non certo da Dio ma dagli uomini del tempo, per la questione della mela e del serpente Eva sarebbe stata la prima delle puttane; e uso questo termine nel senso deteriore, e non riferito alle disgraziate prostitute, le quali nulla, hanno di cui rimproverarsi, naturalmente».

Pur interessatissime, le tre donne erano ancora a ridere a causa di quella surreale immagine del “appendi chiavi”. Rashida, anche lei ancora divertita per l’effetto che aveva sortito, tuttavia, tra il serio e il faceto, proseguì: «Se vi dovesse essere somiglianza tra il “Creatore” e la sua prima opera umana, diversamente da com’è stato scritto da dei maschi nei sacri testi, sarebbe allora più sensato immaginarla con le tette, capezzoli compresi. E del tipo di quelli utile alla lattazione, e non di quelli inservibili che si continuano a portare dietro gli uomini; e quindi, Dio sarebbe una “Lei”, e non un “Lui”, ossia, una Dea. E non mi sembra assurdo pensare che a creare la donna e dopo l’uomo, sia stata una Dea, invece che un Dio; e ciò, per opposto alle scontate e becere impostazioni maschiliste di antica datazione.

Nondimeno, sono anche convinta che una “Lei”, certo meno sprovveduta di un ”Lui”, mai, avrebbe creato per primo un pasticcione: un maschio! E allora, non mi rimane altro da pensare che a metterci in questo mondo sia stata un’entità asessuata, oppure ermafrodita, ipotesi, quest’ultima, che mal si concilierebbe con la questione, “A sua immagine e somiglianza” riportata nei sacri testi, poiché, nello stesso corpo maschile, la divinità dovrebbe essere dotata della vagina e pure del pene.

Anche secondo la tesi evoluzionistica intorno alla genesi umana, quest’impostazione lascerebbe meno dubbi; non vi pare? I capezzoli sarebbero dei residui embriologici; ossia, una delle tante dimostrazioni che l’embrione si sarebbe sviluppato dapprima come femmina, e solo dopo come maschio. Anche a curiosità di popolo, è da sempre, che ci si chiede se sia nato prima l’uovo oppure la gallina. Di là della celia, detta in altre parole la faccenda, l’uomo discenderebbe dalla donna di cui porta ancora i capezzoli, inutili certamente: ma nulla è perfetto, e perciò neanche la natura, o Dio, che dir si voglia. Per la qual ragione, Gia, presto o tardi, in questo pianeta ritorneremo a esserci soltanto noi donne, e quando un siffatto evento dovesse accadere, noi non avremmo certamente un comportamento autolesionista: ci guarderemmo bene dal chiedere a Dio, o meglio alla Dea, che ci conceda, invece che una grazia, una sciagura; ossia, un maschio per compagno» le rispose con un sorriso.

Rashida non aveva ancora terminato, poiché, allegra, riprese: «Lo capite, quindi, belle femmine? Eccola, la ragione per la quale i ministri delle tre principali religioni monoteiste sono stati da sempre dei maschi: potrebbe, secondo loro, una femmina rappresentare in terra un Dio maschio? E così sono dimostrate le secolari resistenze della Chiesa Cattolica, e non soltanto quella, a conferire l’investitura di ministro di Dio soltanto agli uomini. Per quanto ho esposto, mi si perdonerà, se mi corre il ragionevole dubbio, che, quanto scritto nella Bibbia, come pure nei sacri testi delle altre religioni monoteiste, siano soltanto delle gran fregnacce scritte da degli uomini, e non certo ispirate da un dio, chiunque egli possa essere; sempre che ci sia, cosa intono alla quale nutro dei fondati dubbi.

Gia non poté contenersi: «Rashida, oltre che…(Continua nel romanzo).

[1] La Genesi, il primo libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana. Fonte: Wikipedia.

[2] Creazione, secondo la seconda versione della Genesi: «allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente… Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne. Il Signore Dio, con la costola che aveva tolta all’uomo, formò una donna e la condusse all’uomo». Fonte: Wikipedia.

TRANCE DANCE

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… povere donne! Pensando a loro, io ho sempre provato una pena infinita; intendiamoci: non tanto per il lavoro che sono costrette a compiere; anche per quello, certamente, che deve essere proprio una schifezza, e specie se per varie ragioni vi sono indotte contro la propria volontà. A farmi incazzare da bestia, è soprattutto la diffusa mancanza di considerazione che c’è verso di loro. E ancor di più, il disprezzo dimostrato nei loro riguardi da quegli stessi coglioni da loro beneficiati in cambio di qualche euro: “Puttane”, sono da loro chiamate con disprezzo; oppure baldracche, troie, donne di malaffare, da marciapiede, bagascie, meretrici, e via discorrendo. E quando sono beneducati, le chiamano prostitute, squillo, escort, o accompagnatrici: perché non “operatrici professionali del sesso” invece, tanto per fare un esempio? Oppure, “assistenti psico-sessuali“? Dell’uso ed abuso del termine “assistente”, abbiamo esempi a ufo: sociali, sanitari, ecologici, e così via.

Eppure, noi italiani, tanto bravi a inventarci le cose a parole, con la diabolica convinzione che i problemi si risolvano semplicemente coniando degli eufemismi, non dovremmo  delle difficoltà, no?

Verso se stessi, gli uomini sono invece molto teneri, e si guardano bene dal dire pane al pane e vino al vino: ad esempio, quando vien loro la voglia di sentirsi qualcosa di duro viaggiare dentro il culo, “Massaggio prostatico”, lo definiscono! E un siffatto eufemismo, allo scopo di allontanare il “vergognoso”, “tremendo” sospetto che possano essere considerati gay dalla donna cui chiedono di essere penetrati con un dildo[1]! E, in tema di circonlocuzioni, neanche parlo dell’impotenza sessuale, quel loro diffuso e frequente “problemino” oggi definito “disfunzione erettile”: come se, cambiandone il nome, mutasse la precaria consistenza del loro pene barzotto.

E allora, dico io, già che siamo immersi nel fatuo regno delle parole, perché non definire quei poveretti, sofferenti d’impotenza sessuale, come dei portatori di “ridotte capacità scopative” nei casi meno gravi, oppure, sempre che si rammentino che all’uccello possono sostituire le mani e la lingua, “diversamente scopanti”, se il loro impedimento è proprio grave?

Forse, dovremmo essere noi, donne baciate da Saffo, a insegnar loro come far godere una femmina quando il loro pene latita! Lasciando da parte il faceto, come mai delle altre pur umili categorie sono state rinominate più degnamente? Gli spazzini, che sono diventati “operatori ecologici”, per citarne una. Probabilmente per opera di cronisti, il più tragico guizzo di creatività di qualche coglionazzo è avvenuto quando è stata coniata la definizione “Pulizia etnica” per indicare i genocidi: semanticamente e psicologicamente, il termine “pulizia” rimanda a dei valori positivi, teste di cazzo che non siete altro! Che fate, state a nobilitare degli stermini? Forse, però, Gia, tu sei un’ingenua: probabilmente, non si è trattato d’ignoranza; ma di turpe calcolo.

Ritornando a quelle povere donne, le quali svolgono una benemerita opera dall’insostituibile contenuto umanitario, e dall’indiscutibile valore sociale, proprio verso quegli ingrati, definendole “puttane”, sempre disprezzate, sono!

Che ne sarebbe di tutti quegli uomini i quali, per varie cause, incapaci o impossibilitati a fottere, senza di loro imploderebbero, riversando così la loro libido repressa in comportamenti spregevoli, se non criminali? E a quelli portatori di handicap fisici, lasciare il diritto di prendersi qualche piccola consolazione che li distragga dalla propria sventura: proprio no? Non se ne deve neanche parlare, non è vero? Sarebbe “moralmente disdicevole”; cazzo, merda, e già che ci siamo, mettiamoci pure un “vaffanculo”!

Recentemente ho assistito a un’inchiesta alla tv, dove si presentava il caso di un ragazzo che, portatore di handicap, a causa di quello non poteva neppure masturbarsi. Non una comune prostituta, ma una dolce ragazza, la quale voleva offrirsi professionalmente per aiutarlo usando dei guanti, dietro corresponsione di un giusto corrispettivo, naturalmente, ebbene, non poté farlo: la cosa si sarebbe configurata in un reato, e quindi lei sarebbe stata considerata una puttana! E quando un’infermiera t’infila un catetere in fica o nell’uccello, oppure la canna di un clisma nel culo, anche quella, è una puttana? E il ginecologo che te la esplora con le dita, è un gigolò?  E l’andrologo, che rallegra il culo agli uomini per controllare la loro prostata, oppure che procede a un massaggio della stessa portando il paziente a svuotarsi anche i coglioni, anche quest’ultimo va denunciato per sodomia?

In ogni caso, va precisato che le noie legali non sarebbero state di quella volenterosa e generosa ragazza, poiché la nostra legge non persegue la prostituzione in sé, ma l’istigazione, termine entro il quale si comprende ogni cosa legata al commercio del sesso, e quindi anche quei contatti, come pure i pagamenti che necessariamente sarebbero stati a carico dei familiari del giovane ragazzo sfortunato. Tu guarda in che cazzo di umanissimo Paese siamo costretti a vivere; merda al quadrato!

E così, in nome di un malinteso concetto di morale, e per non dispiacere la potente Curia Romana, Stato che sta nel nostro, la legge italiana costringe le prostitute a esercitare illegalmente, in condizioni di stress, di pericolo e di sfruttamento: perché non disciplinare in maniera legale e civile le cose, com’è stato fatto in svariati Paesi europei, quali la Svizzera, l’Olanda, la Germania, l’Austria, per citarne alcuni? Da quelle parti le donne possono lavorare tranquille, senza sfruttatori, e rassicurate dai controlli medici obbligatori; e giacché incassano i dovuti tributi che loro versano come ogni altro libero professionista, anche i Governi ne sono contenti. E in aggiunta a questo, per le minori spese che non sono costrette a sostenere per combattere la criminalità, come pure per la diminuita assistenza medica e sanitaria che sarebbe conseguente alle infezioni veneree o di altro tipo, le amministrazioni pubbliche ci risparmiano pure.

Ciò nondimeno, con quell’altro Stato di cui accennavo, che cogita, efficientissimo e iperattivo, nel cuore del nostro, hai voglia Gia: da noi, un po’ di civiltà… mai più? E mettendosi nei loro panni, si capisce pure: come sarebbe possibile continuare a infondere il senso di vergogna e di colpa, sia nei loro riguardi, sia negli avventori? E soprattutto, come si potrebbero giustificare le loro ipocrite crociate moralistiche condotte in nome della “Libertà e dignità della donna”? Da noi, non sono forse le prostitute, delle donne lasciate da sole al loro destino, che in tal modo, libero, non lo è per nulla?

Proprio da loro viene la predica! Con tutte le sozzerie che sono emerse intorno ai loro comportamenti “santi“! Festini omosessuali a gogò, uso improprio dell’otto per mille, auto blu dell’ultimo modello con tutti i confort, bar incluso, magioni principesche di centinaia di metri quadri per i porporati “Principi della Chiesa“, e quant’altro fa schifo solo citare! Non so fino a quando lasceranno mano libera di muoversi a quel povero Francesco, il quale sta cercando in tutti i modi di dare qualche attendibilità alla Chiesa Cattolica. Speriamo bene: con i criminali interessi che lui sta disturbando, non sarebbe la prima volta che quei corrotti, travestiti da uomini di Fede, pensino ad attuare dei sistemi drasticamente risolutivi. Se credessi, innalzerei a Nostro Signore una preghiera per quel papa umano, buono e giusto; dopo Roncalli, il cosiddetto Papa Buono, il primo, secondo me, che trasmette credibilmente le parole del Cristo.

Eppure, per ritornare alla prostituzione, lo sanno, che essa è vecchia quanto il pianeta, e che fin quando ci saranno dei maschi, sempre continuerà ad esistere. E quindi, perché non accettarla e regolarla, nel frattempo cambiandole il nome per rendendola degna al pari di altre professioni? Potrebbero considerarla un’attività simile a quella della badante, ad esempio, o delle massaggiatrici chiropratiche, mettendo il servizio sessuale a disposizione non solo degli uomini, ma anche delle donne non belle o anziane, e, perché no, anche di noialtre, femmine lesbiche.

La realtà è, che nello scorrere dei millenni, Maria Maddalena deve continuare a ravvedersi e a lavare i piedi a Gesù: questa, è la loro verità, cazzo! Se la tenessero per sé, almeno; ma la loro beghina morale, “quelli”, la vogliono imporre a noi, che intellettualmente liberate dai loro beceri pregiudizi, con loro non abbiamo nulla da spartire. Questo, è l’annoso e insolubile dilemma italiano, merda! Il giorno in cui lo Stato Vaticano dovesse decidere di trasferirsi in altro continente, per la gioia, io mi darei alla Trance Dance[2] per un mese intero, che coronerei con una sbronza megagalattica e con un centinaio di copule godute a ritmo continuo con delle belle strafighe!…(Continua nel romanzo).

 

[1] Dildo, è un giocattolo sessuale, spesso a forma di pene. La parola deriva, probabilmente, da una storpiatura dell’italiano “diletto”, potrebbe anche derivare dall’inglese Dil Doul (pene eretto). Fonte: Wikipedia.

[2] Trance Dance, è un rituale sciamanico e una danza libera in cui il danzatore può accedere a stati di estasi in modo totalmente naturale. La Trance Dance utilizza musiche con ritmi e melodie che possono evocare memorie di altri tempi; essi possono contenere suoni della natura e di animali, canti tribali, e il suono di strumenti come il tamburo, il didjeeridoo, le maracas, e molti altri, provenienti da ogni parte del mondo e alcuni dei quali, come il tamburo, vibrano con frequenze particolari che aiutano il cervello a rilassarsi dai pensieri, facilitando l’entrata nello stato di trance.