IO, SONO IL MIO DIO.

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

Un passaggio tratto dall’Atto 2° della Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume 2

… indignata, Gia: «Ti dirò di più, amore; io vorrei che fosse normale che la gente potesse viversi la propria spiritualità senza che di mezzo vi fosse alcuna Religione a stabilire perché, quando, dove, e come farlo. Stiamo parlando di un sentimento che, se c’è, ci viene da dentro, e non capisco perché taluni se ne debbano appropriare.

Non credo d’esagerare, se non esito a definire le confessioni, e specie le più diffuse, le più potenti e nocive tra le organizzazioni, non escluse quelle mafiose. Non è un caso, se esse ne hanno molti tratti principali. Pensaci: hanno una struttura con uno schema gerarchico stabile nei tempi, disciplinata e di vertice, con pochi gruppi dirigenti e molti membri operativi. E ancora, lo scopo, non dichiarato, ma concreto, del profitto economico; e poi, una continuità temporale attuata attraverso una politica di nuovi reclutamenti. E non è finita, perché praticano l’espansionismo per mezzo del proselitismo; e fosse soltanto questo: hanno pure usato la violenza fisica, dapprima messa in essere attraverso delle barbare uccisioni e delle atroci torture corporali, che, dalla “Santa” Inquisizione, nel tempo, con lo spauracchio dell’inferno, si è andata trasformando in psicologica. E neanche parlo dell’omertà e del reciproco sostegno, dell’organizzazione capillare per introitare denaro, dei profondi addentellati e corruttele con la politica, la finanza, e così via.

Riguardo a quella Cattolica, c’è anche dell’altro: condannando la schiera di maghi e divinatori che ingannano la gente che soffre, e su questo hanno perfettamente ragione, d’altra parte, sono loro stessi a farlo, mettendo in atto delle pratiche para-esoteriche, quali i cosiddetti “Esorcismi”. C’è dunque da chiedersi: a che servono le loro denunce contro gli stregoni, se non a sbarazzarsi della concorrenza?

E non finisce qui, giacché, intendendo avere l’esclusiva sul controllo delle altrui menti, si scagliano pure contro alcune materie che ritengono essere loro antagoniste, quali lo Yoga, e la Psicoanalisi. Infatti, con la pratica della “Confessione”, da loro definita “Sacramento”, impropriamente, ritengono pure di poter sostituire il lettino dello psicoanalista.

Aveva visto giusto, Sigmund Freud, a dire che la religione sia una sorta di narcotico con cui l’uomo controlla la sua angoscia senza, però, accorgersi che ottunde la mente; non a caso, egli ha definito la Chiesa Cattolica come “una nemica implacabile della libertà di pensiero”.

Verrà mai, il giorno in cui la gente capirà che l’unico dio è quello che sta dentro di ognuno di noi? Con ogni probabilità, questo sta pure scritto nel prologo ai Dieci Comandamenti, che recita, “Non avrai altro Dio al di fuori di ME”. Una tale interpretazione, non è affatto fuori luogo: in lingua ebraica, la differenza grafica tra “me” e “te”, è minima, e dunque, giacché nessuno ha mai trovato i resti delle tavole di pietra che Mosè esibì scendendo dal Monte Sinai, ne consegue che quanto sappiamo sia stato tramandato da degli scritti; e cosa vuoi che sia, omettere una sorta d’apostrofo, oppure aggiungerlo? In tal caso, la frase reciterebbe, “Non avrai altro Dio al di fuori di TE”, a significare che la tua vita è soltanto tua, e che nessuno ha il diritto d’appropriarsi della tua mente, né di farti il lavaggio del cervello.

La questione vera, però, è che la maggior parte degli adepti, cioè i fedeli, neanche si rende conto di tutto questo; e dunque, tu capisci quanto siano state dannose per l’Umanità le religioni; tutte. Infatti, non si tratta di un caso, se in nome di queste siano state scatenate le più turpi e terribili guerre, come pure degli infami genocidi.

Io mi domando e dico, invece di seguire come tante pecore i pochi “illuminati profeti”, perché la gente non si chiede: “Ed io, uomo, dovrei credere in un dio inventato da altri, i quali non hanno nulla più di me, se non la presunzione, il tornaconto e la menzogna?”. E dopo una siffatta riflessione, dovrebbe pure dirsi: “Il Dio che sento spingere dentro di me, è soltanto mio, e gli do la forma che più mi si attaglia. Insomma, inventato per inventato, me lo faccio io, e come mi pare”. Non vi è dubbio, in altri tempi, che io sarei finita sul rogo per eresia; tuttavia, anche adesso, non è, che questa mia posizione susciti chissà quali consensi o entusiasmi; il problema, lo ripeto, è sempre quello: la gente si conforma, e si beve qualunque cosa che faccia comodo, perché, usare la propria testa e cambiare, lo trova troppo faticoso».

Nourhan le rivolse un amorevole sorriso di comprensione; comprendendo che ritornare sul tema spirituale avrebbe giovato al suo scopo, allontanando da loro ogni… (Continua nel romanzo).

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E-CIGARETTE.

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Volume 2

… da lei incalzata, Gia: «Vorrei che fosse NORMALE, nel mio Paese, che invece di un muto consenso, vi fosse della riprovazione verso quei ladri i quali, rubando in grande e anche vantandosene, lo mandano a “quel Paese”, appunto; ossia più a fanculo di quanto già lo sia. Nella grave depressione economica in cui si trova l’Italia di questi tempi, grazie a quegli stronzi, alla gente potrà mancare di tutto, ad eccezione della grande quantità di teste di cazzo; fenomeno, questo, che è in continua e inarrestabile crescita. La vuoi sapere l’ultima? Ebbene, da un lato il Ministero della Salute scoraggia il fumo, a parole, s’intende; e dall’altro, che ti fa il Governo in carica? Emana dei decreti legge che colpiscono il fumo elettronico, aggiungendo dei gravosi balzelli che lo rendono più costoso delle solite sigarette, e stabilisce che sia commercializzato esclusivamente dal Monopolio di Stato, cancellando pure con un colpo di spugna i numerosi negozietti sorti dappertutto in Italia, come pure la commercializzazione via web! Chiediamoci: qual è, il fine ultimo? Scoraggiarne l’uso; è logico, ti pare? Eppure, ho degli amici che grazie alle E-cig[1] hanno smesso, ed altri che hanno ridotto notevolmente il consumo delle solite sigarette. Anche un nome illustre, non assolutamente di parte, quale Umberto Veronesi[2], aveva indicato il fumo elettronico come un ottimo sistema per ridurre il cancro; ma, ancora una volta si dimostra che a fronte del profitto di Stato, del business, non c’è nulla che tenga».

Nourhan aveva una carta sicuramente vincente. Si apprestò a giocarla per imprimere un’efficace svolta al suo intento: «Beh, ora tocca a me… vorrei che fosse considerato NORMALE che chi stupra o insidia dei bambini, oltre ad essere condannato, andasse a finire in carcere. E vorrei che si buttasse via la chiave della cella dove dovrebbe rimanere a marcire per il resto dei suoi giorni: anche nel tuo Paese, Gia. In “tutto” il tuo Paese: compresa la porzione in cui vi è una diversa e secolare giurisdizione. Hai capito a che cosa io mi riferisca, no?».

Gia non abboccò alla provocazione: «E lo dici a me, Nourhan? Io comincio a pensare che tu voglia cambiarmi anche troppo l’umore, dolcezza; e ci stai riuscendo alla grande. Su questa linea, però, non… (Continua nel romanzo).

[1] E-cig, o sigaretta elettronica, è un dispositivo elettronico nato con l’obiettivo di fornire un’alternativa al consumo di tabacchi lavorati (sigarette, sigari e pipe) che ricalchi le mimiche e le percezioni sensoriali di questi ultimi. È usata per diminuire la dipendenza e l’uso di sigarette, pipe e sigari tradizionali. Il dispositivo funziona attraverso l’evaporazione di un e-liquid, una soluzione a base d’acqua, glicole propilenico, glicerolo, aromi ed eventualmente nicotina. Il liquido è vaporizzato da un atomizzatore, un dispositivo alimentato da una batteria ricaricabile. Fonte: Wikipedia.

[2] Umberto Veronesi, (Milano, 28 novembre 1925 – Milano, 8 novembre 2016) è stato un oncologo e politico italiano. Fondatore e Presidente della Fondazione Umberto Veronesi, ha fondato e ricoperto il ruolo di direttore scientifico e di direttore scientifico emerito dell’Istituto europeo di oncologia. È stato direttore scientifico dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano dal 1976 al 1994. Ha ricoperto l’incarico di Ministro della sanità dal 25 aprile 2000 all’undici giugno 2001. Fonte: Wikipedia.

OMOSESSUALITÀ E PROCREAZIONE.

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Volume 2

… quanto vorrei avere una figlia da te, Gia! Sono certa che sapremmo crescerla, e dopo la pubertà, educarla a modo: ad amare le donne, e non altri».

All’espressione accorata di quel suo desiderio, nei pensieri della scrittrice veneziana…

Anche se per tema d’addolorarla, non lo dirò alla mia Nourhan, questo non sarebbe giusto, però: ognuno ha diritto a fare le proprie scelte. E già il fatto d’avere per genitori due femmine o due maschi, è di per sé condizionante: se poi s’incomincia pure a forzare intorno alle scelte sentimentali e sessuali, con il libero arbitrio, proprio non ci siamo.

Ecco, questo è qualcosa che mi fa incazzare da parte di certi gay cui mi pregio di non assomigliare, come pure da parte della politica che li appoggia forzando le cose, sì da spacciarle, in ogni caso e sempre, per probe ed equanimi: fermo il diritto d’amare chi ti pare, e pure di formalizzare la tua unione allo scopo d’avere i pari benefici delle coppie etero su un piano amministrativo e assistenziale… che so, pensione di reversibilità, eredità, e altri diritti, io rimango comunque dell’opinione che un bambino debba vivere in una famiglia dove vi siano due modelli, una femmina, e pure un maschio; ovverossia, quelli che per natura sono preposti al concepimento. E perciò, sposarsi tra di noi, certamente sì; ma sul tema “figli” fatti nascere con artifici biologici, francamente, io sono dell’opinione che si tratti di un’autentica, esecrabile schifezza. Al più, da parte di coppie omosessuali, io potrei accettare l’adozione; ma anche quella con delle riserve, giacché, in ogni caso, verrebbero a mancare i modelli di riferimento di cui dicevo.

E per tutti, cito il caso di Elton John, e marito, il quale ha ottenuto dei figli con la fecondazione in vitro: sul web si racconta che quei due abbiano mischiato il loro sperma, e che con quello siano stati fecondati gli ovuli di una donna, per poi depositarli nell’utero di un’altra sino al parto.

Se l’intento era di trasmettere al nascituro i geni d’entrambi, si tratta di una cazzata che mostra una becera ignoranza: infatti, nella competizione, è soltanto uno, lo spermatozoo che feconda l’ovulo: e quindi, di chi sarà? In ogni caso, di là di questo, io mi domando e dico: che colossale perversione è mai questa? Quando il “prodotto” di questo mix biologico, il “bambino”, sarà cresciuto, il poverino, che cosa potrà pensare di se stesso? Si dovrà pur chiedere: «Ma di chi, veramente, sono figlio io? Di quale madre, e quale dei due è veramente mio padre? E da dove provengo? Di quale parte del mondo, e di quale cultura, sono le origini antropologiche e genetiche che mi sono state trasmesse dalla madre, che peraltro non ho mai visto, né conosciuto?».

E a soddisfarlo, non basterà che gli si racconti la commovente favoletta: «Siamo noi, i tuoi genitori, tesoro; e questo, perché ti abbiamo voluto, e allevato con tanto amore».

La mia indignazione trae origine anche da un’altra questione: per l’identificazione del proprio “Io”, le radici culturali sono importantissime. Anche se lesbica, io non sarei felice di sapere d’essere il risultato biologico di una doppia sega in provetta, e quindi della manipolazione dell’ovulo di una tal donna, che poi è stato depositato nell’utero di un’altra; e che cazzo! Io sono orgogliosa di sapere, per esempio, che per metà sono geneticamente pugliese, e per l’altra olandese, che di queste due diverse culture mi porto dentro i geni caratteriali, e non soltanto quelli, e che se voglio, per conoscermi meglio, posso ritornare nei luoghi in cui la mia famiglia ha avuto origine: e che minchia! Non mica siamo dei prodotti industriali, delle vacche d’allevamento; merda!

Per non parlare poi, di quanto d’orribile circola intorno alla maternità surrogata, in seguito alla quale si affitta il proprio utero e/o si vendono gli ovuli per dei soldi: cazzo, ma è mai possibile che oggi si debba commercializzare proprio tutto, e persino la maternità, e quindi la vita? Neanche parliamo poi della crudeltà di strappare dalla puerpera il bambino appena nato, che ha bisogno della sua tetta e del calore della mamma, per ritrovarsi poi a succhiare il latte da che cosa? Dai mascolini capezzoli rattrappiti di uno dei due o di entrambi i padri, forse? C’è un’altra cosa, che andrebbe spiegata: quando, specie di notte, il bebè piange, invece di trarre conforto dal morbido seno della madre, da quali altre prominenze il poverino dovrebbe sentirsi consolato, se entrambi i “genitori” sono maschi? Non credo che un biberon di latte caldo sia sufficiente; e qui mi taccio, altrimenti scado in una triviale e macabra volgarità di pessimo gusto, a prescindere dalla quale la questione non si sposta di una virgola.

Intorno alla questione, la propaganda si è fatta strumentale e assillante, e la gente beve, beve: non capisce, che i diritti degli omosessuali non c’entrano per niente, e che prima dei loro, vengono quelli dei bambini. Inoltre, per questo complesso di cose, sembra che nessuno si renda conto che il Capitalismo ha infranto l’ultimo baluardo delle libertà: impossessarsi anche della vita delle persone, per manipolarla a piacimento a scopo di lucro. Lo slogan del grande, turpe business è conclamato: TUTTO, è in vendita, vita compresa.

Oggi, non serve più fare un figlio: con cinquantamila euro, in media, puoi comprartelo. Se hai i soldi e il pelo sullo stomaco, è chiaro. Ma ti rigirano la frittata al punto che, malvagia e suonata in testa, sembri essere tu, che passi per una che si rifiuta di capire che l’amore è sempre e comunque amore… ti dicono. E così, di quel piccolo che, crescendo, avrà non pochi problemi psichici e identitari, a nessuno frega un beneamato cazzo! Oggi, con le raffinate tecniche mediatiche di merda, quei politici cialtroni che appoggiano qualsiasi cosa possa dar loro consenso, non si fanno scrupolo di farti credere che quel che è ingiusto sia invece l’opposto; e in questo, una larga fetta di responsabilità ce l’hanno quegli “anchorman” che, nella televisione, abili a manipolare, tengono loro mano: sempre per soldi o per gloria, s’intende. E la gente continua a bere: tracanna cazzate, rinunciando a usare il proprio cervello.

E quindi, io mi domando e dico: se da parte degli omosessuali il desiderio di maternità o paternità è tanto grande, perché, invece, non adottare? Meglio questo, che generare dei figli in provetta, e che cazzo! Tuttavia, Gia, lo sai che cosa ti obietterebbero: «Io voglio un figlio che sia carne della mia carne», per esempio. Io però farei presente a quel tale: «Sei un beota! Come cazzo lo fai a considerare “carne della tua carne”, giacché è il frutto di una siffatta manipolazione?».

E tali considerazioni le faccio da psicologa, e da cittadina che si sforza d’essere imparziale; e non da parte interessata, ovverossia, da omosessuale. Per quanto mi riguarda, certo, che più in là mi piacerebbe essere madre; ma non in questo modo, cazzo! Quando ho fatto le mie scelte, ben lo sapevo, che da due persone dello stesso sesso non può nascere la vita, che avrei dovuto rinunciare a qualcosa d’importante, e che le mie personali esigenze non vanno fatte scontare sulla pelle di bimbi innocenti, i quali hanno ogni diritto di viversi una vita più naturale possibile, così come, del resto, è stato per quegli egoisti che oggi la vogliono negare a loro.

Casomai, una volta cresciuti, saranno loro, a guardarsi dentro; a scegliere se essere etero oppure omosessuali: ma questo non deve avvenire per un condizionamento messo in atto già dalla nascita, nella famiglia che li alleva. Quegli ignoranti che si battono a spada tratta affinché tutto ciò avvenga, hanno mai sentito parlare dell’Imprinting, ovverossia, dell’apprendimento primario? E parlando sempre di quelli… hanno almeno una pallida idea, nel lungo periodo, di che cosa possa comportare snaturare l’ordine universale delle cose, ossia gli equilibri naturali?

Ma va là, scema di una Gia, di che stai parlando? Sono il Capitalismo e la Finanza internazionale, le uniche leggi che hanno imperato e continuano a farla da padrone: non ti dice nulla l’innalzamento della temperatura terrestre a causa delle ferite inferte alla natura da chi persegue l’unico obiettivo del denaro per avere il Potere? E questo, è ancora nulla; ti rimando a un unico nome: Donald Trump, novello Presidente degli US, il quale se n’è fregato degli accordi di Parigi inerenti alla protezione del clima; e non si è fermato a questo, poiché ha dichiarato di voler avviare delle nuove trivellazioni petrolifere, e di puntare sul carbone. Ma lasciamo da parte quest’infausto evento, che purtroppo, a breve, avrà delle ripercussioni in tutto il globo: la sua elezione a Presidente degli US.

Per ritornare al tema della fecondazione artificiale, che, più appropriato sarebbe definire “artificiosa”, se prima ho citato Elton John, è tuttavia vero che anche in Italia c’è stato un “edificante” esempio di quanto parlo: mi riferisco a quel leader della sinistra, dichiaratamente e orgogliosamente omosessuale, che, con il suo marito, ha fatto qualcosa di simile. Devo dire che quello lì mi ha deluso moltissimo: infatti, prima che si procurasse un figlio in questo modo, lo stimavo molto per la sua intelligenza, cultura, umanità, e per i principi d’equità sociale che andava propugnando. E sarebbero dovute essere proprio la sua intelligenza e umanità, a impedirgli d’indulgere in questi sogni, che, per me, oltretutto, sono delle inammissibili forzature: una violenza alla vita stessa, la quale, prima o dopo, si vendica.

Per essere anche più chiari, secondo me, alle proprie voglie, aspirazioni e sentimenti, non si dovrebbe mai mettere di mezzo chi, con questi, non c’entra un beneamato cazzo; e specie se si tratta di bambini, delle vite… (Continua nel romanzo).

L’ANDROIDE.

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Volume 2

… a proposito d’impulsi repressi di vario tipo, ascolta la conversazione che ebbi con un mio compagno d’Università etero, anche lui studente di Psicologia, quando, all’uscita da una sala cinematografica, ebbi a chiedergli: “Riguardo al film fantascientifico che abbiamo visto, tu, che reazione avresti se potessi crearti tutte le ragazze virtuali che vuoi?”.

“Come nel film, Gia? Sarebbe davvero un sogno, potermele concepire fighe, disponibili a ogni mio desiderio, e scoparmele quanto, come e quando mi pare senza avere l’intrigo di gestire le loro paturnie”.

“Bravo! Nonostante che tu ci sbavi dietro, osservo che hai un’alta concezione di noi donne. In ogni caso, ora dovrai rispondere a un’altra domanda…”.

Per farti capire, Nourhan… il film trattava di una fantascientifica possibilità: ciascuno poteva crearsi qualunque essere, che, nelle forme, era simile a noi umani. Con delle sostanziali differenze, però: privo di volontà autonoma, obbediente a ogni ordine, che reagisce docilmente alle situazioni soltanto nel modo in cui tu lo programmi, e cosa di non poco conto, privo della possibilità d’emanare degli odori, versare del sangue, e del tutto insapore al gusto. In pratica, si trattava di una sorta di robot umanoide, realizzato in tutto e per tutto con dei materiali siliconici simili alla carne e alla pelle umana, e completo degli attributi genitali.

«Credo che sia il sogno d’ogni uomo, Gia; ma, forse, anche di qualche donna etero, che il cazzo se lo sogna senza poterselo prendere. Spiegami, però, che cosa centra questo, con il caso di quell’uomo anziano di cui stavamo parlando?».

«Adesso te lo dico; incalzai l’amico: “Ascoltami… se tu potessi, lo faresti anche con un androide dalle forme maschili? Scopare, intendo. Naturalmente, giacché si tratterebbe di una macchina, il simulacro umano sarebbe privo d’ogni voglia di confrontarsi o competere con te; e non soltanto, perché sarebbe pure docile, remissivo, e completamente condiscendente a tutti i tuoi comandi. E così, potresti toccarlo, succhiarlo, penetrarlo; insomma, farci qualunque cosa ti piacesse, e senza tema d’essere giudicato. E i ruoli potrebbero essere rovesciati, si capisce”.

Visibilmente imbarazzato, lui mi rispose: “Io non sono gay, Gia”.

“Questo lo so; tuttavia, pensaci su un attimo, leggiti dentro, e dammi una risposta sincera senza preoccuparti d’essere giudicato o etichettato. In fondo, manca poco che noi si divenga degli psicologi, e quindi, possiamo tranquillamente parlare su ogni materia senza per questo imbarazzarci. Io te l’ho pur confidato, che sono lesbica; non è vero?”.

Più sciolto, mi rispose: “Beh, è un’esperienza che non farei mai con un uomo, perché il solo fatto di pensare al suo odore e sapore, mi fa torcere le budella dal disgusto. Non parliamo poi d’avere dei rapporti sessuali completi, dove, che si voglia ammettere o no, c’è sempre della dominazione e sottomissione. Al solo pensare di stare inginocchiato dinanzi a uno di loro a fargli un pompino, mi sento morire dalla vergogna; figurati, quindi, oltre che in bocca, a prendermelo pure nel culo”.

“E dai! Te l’ho pur detto, che devi scartare la questione degli odori, come quella di una gerarchia nel rapporto: per verosimile che fosse, si tratterebbe soltanto di una macchina. Un elettrodomestico di cui servirti come ti pare: come le donne di cui andavi sbavando, ma con un corpo maschile; completo del pene, è ovvio. Dimmi, veramente, non ti attrae l’idea di provarci ad accarezzarne il duro e muscoloso sedere e il membro turgido, di penetrarlo e di farti penetrare? Così, tanto per conoscere la sensazione che si prova”.

“Soltanto perché sei un’amica, Gia, sarò sincero; ma tienitelo per te: non posso negare d’averci talvolta pensato; tuttavia, come ho detto, mai lo farei con un maschio in carne ed ossa. Trattandosi però di una macchina, perché no? Non sarebbe tanto diverso dall’usare dei sexy toys, cosa che talvolta non mi dispiace fare insieme con la mia ragazza di turno. Ma perché mi chiedi di queste cose, Gia?”.

“Lo faccio per te: prima di diventare amici, quando, al tempo, tu mi tampinavi ed io ti avevo spiegato d’essere omosessuale, anche se l’avevi dissimulato bene, mi ero accorta che eri rimasto sconcertato. Quel che voglio farti capire, è che anche tu, come ho fatto io, non ti devi rassegnare a comportarti secondo il conforme, ma devi leggere bene dentro di te; e quindi, una volta che hai capito come veramente sei, prendere la strada giusta per te. Sai, secondo me, ognuno di noi è anche omosessuale per via della masturbazione, e…”.

E così gli sciorinai la mia solita teoria che ben conosci».

«Beh, e come andò a finire? Insomma, è rimasto etero, oppure ha cambiato?».

«Che io sappia, è rimasto etero; ma almeno, dopo di ciò, scoprendo che l’omosessualità alberga anche nel profondo di sé, si è mostrato più aperto verso quella esplicita di altri uomini».

«Ma tu guarda, quante complicazioni inutili; e pure dannose, dico io: non sarebbe più semplice accettarsi per come ci si sente di essere?» commentò Nourhan, divertita da quei racconti.

«Ma tu scherzi? Se si può complicare, perché mai si dovrebbe semplificare? Tu hai ancora molto da imparare dai politici del mio Paese, amore… alta scuola, quella!»… (Continua nel romanzo).

ODE SAFFICA.

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Volume 2

… ne ero veramente innamoratissima, e anche lei di me… ingenuamente credevo; ricordo che una volta, quando dovemmo forzatamente stare lontane l’una dall’altra per un periodo, prendemmo a chattare. Al tempo, non eravamo attrezzate per farlo anche con la webcam, e le ricordo ancora, una per una, le parole che le scrissi per confidarle le mie più segrete pulsioni; ormai avanti nel nostro rapporto, con la fregola che avevo con lei lontana, volevo farle intendere che, una volta riunite, avremmo potuto esplorare degli altri paradisi. Quel che le scrissi aveva per oggetto, “TU”…

TU, Angela, sei il mio percorso, sei la mia avventura che si rinnova ogni giorno, sei il mio viaggio senza fine intorno al mondo: TU, sei il mio mondo. Se il viaggio della vita ha per tutti un’unica meta, allora, non è quella, che conta: sono le tappe, a renderla diversa. TU, sei l’unica tappa che per me ha un significato.

Quant’è piacevole scoprirti e riscoprirti: ogni volta, TU mi sorprendi. Oggi, invece, non voglio parlare della tua anima, che pur tanto m’intenerisce, mi attrae e mi affascina, amore mio; per una volta, io voglio pensare a te nella tua entità palpabile, tangibile, carnale, per tessere le lodi del tuo, da me venerato corpo di giovane femmina bruna. Voglio esprimerti lo straordinario stupore che mi coglie ogni volta che TU, cuore mio, mi concedi di viaggiare in te, e con te.

Non serve la tua voce, quando, i tuoi occhi sorridenti e scintillanti come due grandi soli, silenziosa e pur fragorosa, TU m’inviti: quando lo fai, io sono presa da una gioia infinita, ma anche da un tremito; e allora, incerta per l’emozione che mi travolge e mi squassa l’anima, io vorrei prendere subito totale possesso di te. Ma ti sfioro appena, e ti miro: sei bella, amore! La più bella, per me.

Quando ti guardo, il tuo corpo mi appare essere, insieme, partenza, itinerario e meta di quel mio viaggio straordinario che TU sempre mi concedi di godere. Le tue labbra sensuali che mi baciano, e che io bacio con passione, ardono come vulcani in procinto d’esplodere. La tua gola mi appare un lungo, infinito, confortante percorso lungo il quale la mia bocca risale dal tuo slanciato e incantevole collo al piccolo e aggraziato orecchio, dove posso finalmente riversare l’espressione vocale, inintelligibile, ma assolutamente inequivocabile, della mia mai sazia brama di te.

E che dire della tua pelle, che profuma di campagna rugiadosa? Scivolando leggere, emozionate, le mie labbra scorrono per l’infinita distesa del tuo dorso, contando, a uno a uno, i dolci, rilevati dossi che lo dividono nella sua metà; sono le corde di quel violino che mi piace pizzicare con i denti, per indurti a vibrare e a fremere. E il tuo ventre, gioia della mia vita? Scorgere quel tuo pancino liscio e piatto come una piazza d’armi, con una deliziosa, minuscola ansa nel mezzo, in cui l’immagine, nel suo finire, culmina con le dolci colline disegnate dalle tue mammelle, ebbene, questo mi riempie d’estasi divina. É quell’immagine del paradiso, ciò che si frappone ai miei occhi rivolti ai tuoi quando, raggiante, mi trovo prona dinanzi a te, che sei languidamente abbandonata, offerta a me: è imperativo che io m’inginocchi, umile, tra le affusolate gambe della mia Dea, affondando con il capo ad adorarla al fine di dissetare la mia insaziabile sete alla generosa, rovente, fonte del suo grembo.

Prima di proseguire con il mio viaggio nella gioia senza fine che tu sei, m’è rassicurante riposarmi sulle dolci, amorevoli colline che alcuni scellerati indegnamente nomano “glutei”, e che invece sono le colme, calde e morbide propaggini che sovrastano il sotteso Paradiso. Mi piace, calarmi nella profonda valle che le separa, lussureggiante e misteriosa; adoro, colmarmi i polmoni dell’emozionante afrore silvestre che vi alberga.

Con quest’immagine di te nella mia mente, io fantastico che TU, maliziosamente abbandonata, ti volga sul fianco offrendomi la nuova, affascinante e armoniosa visione del profilo che formano i tuoi fianchi tra la sommità della spalla e i glutei: amore, m’immagino la mia mano, leggera e felice, scorrere su te, poi scendere dal declivio, e appropriarsi della tua eccitante levigatezza e della tua rassicurante morbidezza. Il tuo calore, anima mia, m’infiamma la carne, come il cuore.

Perversamente, io ti bacio e ti mordo in mezzo alla schiena, e TU, come colta da una scarica elettrica, ti volgi a me, vita mia: era questo, che io mi aspettavo. Sono confusa, emozionata, quasi stravolta da te, dalla tua grazia e dalla tua bellezza. Le tue piene mammelle, cui sovente, assetata, io mi abbevero tormentandole sino a quando riesco a stillare qualche sparuta goccia della tua lattea, materna ambrosia in embrione, ebbene, sì: esse mi appaiono dolci e floride colline da cui discendere per rifugiarmi nella confortante ansa delle tue ascelle glabre, che tanto agogno baciare. Il profumo che vi trovo, m’inebria sempre, specie quando, accalorata per le deliziose fatiche dell’amore, vi affiora l’odorosa rugiada: soprattutto quando sei sudata, amore.

Quando TU mi guardi con le braccia sollevate a scorrerti i capelli con le dita, il soave e armonioso raccordo dei seni con le ascelle mi suscita un’emozione ineguagliabile; con il mio sguardo, a poco a poco e con infinita lentezza, percorro la tua immagine, giungendo a quell’altra ansa, che dopo l’ombelico, si raccorda con la morbida e polposa collina che si erge e svetta. Inesorabilmente elicitata a esplorare l’oscuro e riccioluto boschetto che si mostra al suo declivio, foriero di gioie inaudite, mi arresto. Lo faccio per riprendermi dall’emozione che ancora una volta m’incoglie, e che questo mio viaggio ha reso ormai incontenibile, anima mia. Lo so, che talora TU sei gradevolmente crudele, amore; io lo so! Lo capisco, che sempre TU puoi farmi morire dal desiderio: ma io non ti toccherò; non adesso, almeno.

Su quel letto, tanto fortunato per accogliere la tua calda carne, ti ruoti su te stessa, e poi t’inginocchi: maliziosa, mi guardi. Nella contemplazione del tuo torso, delle tue mammelle, che libere, sfidano orgogliose e vincenti la forza di gravità, io mi perdo. Provocante, TU continui a guardarmi negli occhi; e poi ti chini, appoggiando il palmo delle mani sulle nere lenzuola: insisti a essere perfida. Amore! Te l’ho ripetuto infinite volte: lo sai, quanto mi sia arduo resistere all’impulso di mungere le tue mammelle pendule che oscillano lentamente, mostrando tremolare la loro carne, tanto licenziose e allettanti per le mie mani e la bocca nella posizione che, crudelmente, TU hai voluto assumere. L’hai fatto con l’unico, inclemente scopo di provocarmi, di farmi desistere dal mio casto proponimento. Eppure, ancora una volta, io resisterò, cuore mio.

Il mio sguardo deve distogliersi per ingannare il mio desiderio: allora, indugio su di te, sulle tue spalle, sulla delicata curva della schiena, sulle natiche, ma dopo, inesorabilmente, i miei occhi ritornano là, e si fermano, estatici, sulle turrite e gonfie prominenze di carne che adornano i tuoi seni. Amore: sei spietata! Accattivante, bella, desiderabile e spudorata, TU ti offri a me: avendo ben capito che io mi sono proposta di non prenderti, TU mi provochi.

Fatalmente, dinanzi ai miei occhi, ricompare l’immagine di quella volta a casa, lo ricordi? Faceva caldo; avvertite che sarebbe stata interrotta l’erogazione dell’acqua, previdenti, noi ne facemmo un’abbondante scorta. Nella penombra, TU, nel tuo migliore paludamento, il tuo corpo nudo e bellissimo, ti accostasti a quel bacile colmo d’acqua, e ti chinasti per rinfrescarti il seno; volevi toglierti quel sudore che imperlava la tua pelle: eri troppo bella! Ricordo l’emozione che mi prese: fu assolutamente incontenibile. Silenziosa, ammutolita dall’emozione e fremente di desiderio, io mi accostai, e come uno sgherro pronto a ghermirti, mi chinai su di te: quant’era eccitante, avvertire il tocco delle tue calde natiche contro il mio ventre infuocato. Predone, le mie mani corsero alle tue mammelle morbide e pendule, ad accarezzarle, a stringerle.

Amore: mai, io ti perdonerò di non aver lasciato alla mia lingua il grato compito di tergerti da quell’odoroso fluido che rendeva lucida e splendente la tua pelle; anche quella volta, TU fosti perversa: TU ben lo sapevi, quanto io amassi l’odore e il sapore del tuo sudore. Le mie mani avvolte a coppa a colmarsi dei tuoi seni, come a volerli proteggere da me stessa, TU lo comprendesti, l’irreprimibile impulso che mi prese, e fosti comprensiva e tenera, nel permettermi d’averti, di coglierti nella tua intimità confortante.

Quella figurazione, scolpita nel mio cuore come nei miei sensi, lentamente si dissolve, mia diletta, per lasciare il posto a un’altra: l’immagine di te che mi guardi negli occhi, che ne leggi il turbamento, e che finalmente lo capisci, che mi stai facendo del male. Un attimo prima che il mio casto intento di goderti con i soli occhi sia disfatto, TU ti stendi supina sul letto con la schiena appoggiata alla testiera, le braccia allargate e ripiegate con le mani dietro alla nuca. Le gambe leggermente discoste e sollevate, le ginocchia ripiegate, TU mi guardi ancora, fissa negli occhi, in una sfida amorevolmente provocante: è un muto e irresistibile invito a esplorare quella tua misteriosa selva oscura, premonitrice d’inenarrabili emozioni. Non è giusto! Lo fai apposta; e non mi sfugge, quello che sembra essere, ma non lo è, un paradosso: TU vuoi che io ti odi, per poi farti ancor più amare. La tua sfida, io l’accetto, amore mio; e allora riprendo il mio cammino con rinnovata determinazione a non capitolare.

Reminiscente, la tua immagine mi appare quando, con i tuoi occhi sorridenti e scintillanti come due stelle del firmamento, TU m’inviti; nel percorrere con inesauribile smania le vie limitrofe che portano al profondo del tuo ventre, ricordo perdermi. Sei stata TU, cuore mio, senza riserve, e generosa come sei, che mi hai concesso le chiavi di quegli ingressi celati nella profonda, misteriosa e odorosa forra, che mi rimanda agli aromi marinari che tanto amo, quelli dell’imbarcadero battuto dalla risacca. Ed io mi sento beata, per il privilegio: ben lo so, come i tuoi occhi, fermi e immobili, capaci di farsi ghiaccio quando lo vogliono, insieme alle tue lunghe gambe rinserrate e accavallate, precludano, a chi non ti merita, l’ingresso a quel paradiso anche ai soli rapaci sguardi.

E com’è sacrosanto che sia, come si venera una divinità, io ti adoro, gioia della mia vita; e mai, mi stanco di percorrere incessantemente quei tuoi cammini che, attraverso il delirio, mi conducono a uno stato di grazia che mi congiunge a te: perché TU, sei la grazia. Li adoro entrambi, quei tuoi sentieri, tesoro mio: l’uno, lussureggiante foresta pluviale da cui traggo il palpito della mia vita; l’altro, tremulo, fremente, e insieme arduo pertugio che, lusingato e vezzeggiato, diviene capace di restituire degli appagamenti indicibili. E tu seduci anche il mio amor proprio, amore: è quando, credendo che io ti abbandoni, avvolte dal profondo di te, le mie dita si sentono stringere come in una supplica a non lasciarti sconsolata.

Voglio proprio dirtelo, mia amata: oltre al tuo corpo e alla tua anima, quello che più mi piace di te, è questa tua totale generosità nel concederti a me, nell’indovinare con uno sguardo le mie pulsioni, i miei desideri di te. Mai, un’espressione di svogliatezza, di noia o di tollerante sopportazione: sempre pazienti, accoglienti e sorridenti, profondi come il mare, consapevoli della mia voracità e della mia fame di te, i tuoi occhi m’invitano alla mensa della tua carne, cui io mi accosto come se fosse un sacrale atto. Amarti, anima mia, è qualcosa d’enorme, che si può soltanto vivere, e non dire.

Prepotente, alla mia memoria ritorna ancora… (Continua nel romanzo).