IL POTERE DELLA SUGGESTIONE.

#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 7° della Saga Erotica Lesbo 

che suscita emozioni anche in chi non lo è.

Presto nelle librerie.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

MultiIcona2 Atto 6°

… lei non la lasciò finire; le morse un labbro, e poi: «Appartiamoci, Gia, e scopiamo sul serio, che mi bolle. A forbice, sai? Alla luce della fiaccola».

«Bel modo d’appartarci, così, in bella vista».

«Perché, ti vergogni? Oppure ti secca che tua moglie ti veda scopare con me?».

«Figurarsi! Sei tu, che hai parlato d’appartarci; e non io». «Appartarci con il cuore, dicevo, Gia; non mica con la fica».

«Ma tu guarda quelle due! Che svergognate sono» commentò ridendo Nourhan.

«Dai, bellezza, sediamoci vicino a loro e vediamo se s’imbarazzano. Magari lo spettacolo darà qualche ispirazione a noi due» le propose, allegra, Rashida.

«Per fare l’amore con te, non ho bisogno d’ispirazioni, tesoro mio; sì, andiamo a rompere loro le ovaie, che sarà divertente. Sai che faremo? Tiferemo per quella che ce la smuove di più».

E fu pressappoco con simili lascivi lazzi e frizzi, che il dopocena continuò.

«Ragazze, si diceva che ritornate a casa avremmo cenato lì, e poi bevuto un grappino; poiché abbiamo fatto presto, però, se abbiamo cenato qui, ora ci spettano non uno, ma due grappini; il conto torna a anche a voialtre?» chiese Gia, molto allegra dopo la copula con Nahed.

Rashida: «Ok; prima dei giochi di mezzanotte, concediamoci un momento di relax. Gia, hai qualcosa da offrirci che vada in accordo con la grappa?».

«Con piacere: entro in tenda a prenderli; uno per te e Nahed, e un altro per mia moglie e me».

Osservano le azzurre volute del fumo dei famosi sigari confezionati da delle donne cubane, sorseggiando la prima delle due grappe, Nourhan: «Vedete, se non abbiamo ragione a scopare tanto? Lo spirito della fica se ne vola dritto in cielo, ovverossia, dove si merita di stare».

Formando un altro anello azzurro, Gia: «Come lo capisco, il moto della tua anima, moglie mia; e mi trovi assolutamente d’accordo».

«Ma è proprio vero, che se li cacciano in fica prima d’arrotolarli?» chiese Nahed.

«Non si cacciano nella passera il sigaro, ma la foglia» la corresse Gia.

«Precisina, lei! È quello, che volevo dire, e che cazzo! E allora? Dall’odore del fumo non si capisce».

«Non lo so; comunque, è questo, che mi è stato raccontato. In ogni caso, che sia vero oppure no, nulla cambia, perché quel che conta è la suggestione che stiamo vivendo; non credi?».

«Se è così, stanotte, invece che darti ancora la mia patatina, metterò il culo su una stampante, mi farò una fotocopia della passera, e ti arrangerai con quella; tanto, quello che conta è la suggestione, non credi?»… (Continua nel romanzo).

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LA LEZIONE PRIVATA.

#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 7° della Saga Erotica Lesbo 

che suscita emozioni anche in chi non lo è.

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Volume 7

…. «Potrei raccontarvi di quando impartivo delle lezioni private, se volete».

«Lezioni, di che cosa: di scopate?» s’intromise Nahed, sfacciata come sempre.

«Che scema, sei. Se pur le scopate ci sono state, non era quello, il tema. Insomma, appena iscritta all’Università, per sbarcare il lunario, pagare i libri, le tasse universitarie e così via, fare soltanto la fotografa, non bastava. E così, decisi d’apporre un avviso nella bacheca di un liceo ad indirizzo linguistico non molto lontano da casa mia. Mi telefonò una signora cui servivano delle lezioni d’inglese per la figlia; stabilito il prezzo, e così via, all’ora convenuta mi presentai all’indirizzo che mi aveva dato.

Non vi dico che casa! Un attico sul Canal Grande, con una terrazza enorme che dava sulla Piazza San Marco, proprio di fronte alla Basilica. Suonai, mi rispose una fresca voce femminile: “Sei Gia? Sali, dai, vieni all’ultimo piano”. Mi aprì il grande portone in ferro battuto finemente lavorato, entrai in un immenso atrio, e presi l’ascensore; suonai, e mi aprì la ragazza. “Benvenuta; entra pure”, mi disse, “Mia madre si scusa se non c’è; è dovuta partire in fretta per Mestre a causa di una questione urgente; una delle solite: soldi. Comunque, mi ha lasciato questa busta per te”.

Guardai per vedere se ci fosse un messaggio; c’era soltanto la cifra concordata per un primo pacchetto di dieci lezioni. La ragazzina, veramente molto carina, era vestita succintamente: senza le scarpe, calzava dei vivaci calzerotti a strisce bianche e rosse, le lunghe gambe sode uscivano da dei jeans stretti e cortissimi, la cui tela di cotone s’infilava nella passera mostrandone lo spacco; sopra, indossava un leggero top azzurro che ogni suo movimento lasciava intravvedere persino i grossi boccioli rosei. Biondissima, di statura media, portava due lunghe e graziose treccine d’oro annodate con degli anelli elastici azzurri, che mettevano in risalto le sue orecchie assai ben proporzionate».

«Quanti anni aveva» chiese Nahed.

Quando glielo chiesi, lei mi disse d’averne compiuti diciotto due giorni prima; ma, credetemi, non ne mostrava più di sedici, e francamente, al momento non ci credetti».

«L’hai scopata?» chiese ancora Nahed

«E aspetta di sapere! Sempre lì, tu vai a parare… tutto e subito; e che diamine!».

«Se così non fosse stato, perché ci racconteresti di questa storia proprio mentre siamo a smanettarci la patatina in nome di una fantomatica Dea dell’Amore che non esiste?». Mentre lo diceva, lo sguardo si spostò a Rashida.

«Nahed, sei impossibile! E smettila! Oltre a essere una miscredente, ci togli tutto il piacere del racconto. Non darle bado, Gia; continua, per favore» intervenne, decisa, la moglie.

Il rimprovero sembrò servire, perché la ragazza non insistette.

«”Felice di conoscerti, Laura” la salutai; così, si chiamava.

“Che dici, incominciamo subito?” spinsi io, desiderosa di finire in fretta per dedicarmi ad altro.

“Per me va bene”.

“Allora, prendi libri e quaderni, e sediamoci a un tavolo per lavorare” replicai io.

“Libri e quaderni sono in camera mia; vieni, seguimi”. Le tette, gliele avevo già viste; a seguirla nella stanza, aveva un culetto che m’ispirò moltissimo. Intenzionata a comportarmi con serietà, nondimeno, non feci nulla per farle capire che mi piaceva.

«E tu, com’eri vestita, Gia?» chiese Nourhan.

«Era estate, e faceva caldo: un top chiaro, abbastanza scollato ma non indecente, su cui indossavo una leggera maglia azzurra con le maniche a tre quarti; e poi, una minigonna non troppo castigata. Sotto, come sempre, niente reggiseno e mutandine; calze di nylon, neanche a parlarne, con quel caldo. Per riprendere, entrate in camera, vidi che il letto era disseminato di libri e quaderni: “Stavo facendo la brava, Prof; come vedi, stavo studiando inglese. Senti, se per te è lo stesso, invece che sederci a un tavolo, cosa che mi riporta alla mente la scuola, perché non ce ne stiamo più comode? Qui, dico, dove c’è già tutto quel che serve”.

“Ok, per me va bene” risposi. E quindi, prendemmo a lavorare.

Per tutelarmi da qualche imprevista evenienza, chiesi: “Senti, Laura, scusami se te lo dico, ma i conti non mi tornano. Dici d’avere diciott’anni, e allora, com’è che frequenti ancora la seconda classe del tuo liceo linguistico, e non la quarta?”

“E’ facile, Gia: sono un’incallita ripetente”, dopodiché, lanciando uno sguardo nella mia scollatura, riportando gli occhi ai miei, aggiunse, molto suadente: “E quindi, una cattiva ragazza”. La faccenda non mi sfagiolava, e vista la piega che stava prendendo la cosa, ritornai a dirle: “Ne mostri sedici, però!”.

“Non mi credi, vero, Prof?”. Replicò, sbarazzina; si alzò, e corse a prendere qualcosa. Ritornata: “Ecco, tieni, questa è la mia carta d’identità; controlla pure”.

“Scusami tanto, Laura, ma io sono abituata a sapere esattamente con chi ho a che fare; quando ho parlato con tua madre, lei mi ha soltanto informata su quale classe frequenti, e non mi ha detto quanti anni hai. Bene, chiarito tutto, ora incominciamo”.

“Agli ordini, Prof”, mi rispose simpaticamente lei, buttandosi sul letto a pancia in giù di fronte al libro di grammatica inglese con cui voleva darmi a bere di stare a misurarsi.

La ragazzina se ne stava con il libro aperto davanti al viso, e una matita per segnare quello che le indicavo; mi ero tolta le scarpe, e seduta, con le gambe piegate sotto il sedere, io ero costretta a starle molto vicino per indicarle dove fare attenzione, e spesso le mie tette, senza che in me vi fosse l’intenzione, le sfioravano una spalla nuda».

«”Senza che in me vi fosse l’intenzione”! A chi vuoi darla a bere, Gia?» commentò ridendo Nourhan.

«Dico davvero! Stavo per iniziare un’attività per me nuova, e volevo farmi una buona reputazione, ma la piccola mi stava mettendo davvero a dura prova!».

«Va beh… fingiamo di crederci. Continua, così vedremo chi ha ragione».

«Notai che spesso lei ritornava a buttare lo sguardo nella mia scollatura, che in virtù della posizione, quando mi chinavo, mostrava anche i capezzoli. Piegandomi di più per scrivere qualcosa, talvolta una mia tetta le sfiorava il viso, e non potevo evitare che il mio profumo le andasse alle narici».

«A quel tempo ti profumavi, Gia?» chiese Rashida.

«No, tesoro; parlavo del mio profumo naturale, di femmina con la passera perennemente allertata. Come ho detto, ero senza le mutandine, e inoltre, per il gran caldo, avevo le tette sudate; per cui, per l’aria, doveva esserci un buon mix di me».

«Mi sento più confortata, Gia; come sai, noi apprezziamo soltanto i profumi che la natura ci ha dato in quanto donne».

«Ok, vado avanti; faceva caldo, e scusandomi con lei per la pausa, mi levai di dosso la maglia azzurra, che pur leggera, mi faceva sudare. Seduta sulla sponda del letto, notai che i suoi occhi, invece che andare al libro, mi stavano osservando; chiesi: ”Come mai mi stai fissando? Intanto che finisco di togliermi la maglia, tu manda a memoria quel che si diceva; l’ora che tua madre ha pagato, corre in fretta, ti pare?“.

La ninfetta: “Sei molto bella, Gia; anche se ho capito che sei brava insegnare, non sembri per niente una Prof”.

Ve lo devo confessare: anche se non lo davo a vedere, sarà stato anche a causa del caldo, ma la ragazzina mi stava turbando non poco. Riprendemmo, ma a un certo punto, quando l’esortai a ripetere la coniugazione di un verbo, lei: “Lo vedi, Prof? Mi riesce difficile! In questo, io non sono mai stata brava”. Dopo una pausa, guardandomi la bocca come se avesse voglia di baciarmi, aggiunse: “Sono altre, le cose che vorrei; in questo momento, almeno”.

Non lo disse esplicitamente, ma voi, a che cosa avreste pensato lei si stesse riferendo?».

«Beh, più chiaro di così! Mancava solo che te la sbattesse in faccia» osservò con buonsenso Nourhan.

«Vai per gradi, figlia mia; e non tralasciare nulla, che ascoltarti, si addice in quanto di sacro, sia voi che io, siamo occupate» le raccomandò la Santa Madre. In quelle occasioni rituali, Rashida amava sentirsi appellare così. Tuttavia, un attimo dopo, molto meno curiale, lei aggiunse: «Adoro questo tuo indugiare sulle sfumature, Gia; è persino più erotico di quando entri nei particolari più inverecondi. Infatti, a ben guardare, figlie mie… la vedete la mia clit? Quella che a voi tanto piace onorare, come se ne sta ben ritta? Spetta a te, Gia, che “lei” continui a mostrare il suo compiacimento; riprendi, ti prego».

«Vedete, sulle prime, io mi sentii un po’ in imbarazzo; per la deontologia, capite? Ma poi, avreste dovuto essere lì: dai miei, i suoi occhioni grandi andavano alle mie labbra tumide, per poi ritornarvi. Ora, ditemi: lei era un bijou fresco, innocente… come resisterle?».

«Sempre le ragazzine, ti vai a cercare. Guarda me! E in quell’occasione, sei stata anche pedofila… sedici anni!» la provocò Nahed, un po’ gelosa.

Non l’avesse mai detto! L’atmosfera si raggelò; sapendo come la pensasse intorno alla pedofilia, preoccupata, aspettandosi la sua violenta reazione, Nourhan s’interruppe dall’accarezzarsi ciclicamente la clitoride, e volse lo sguardo alla moglie, la quale, portando via immediatamente la mano dalla propria vagina, forzò Nahed a girarsi verso di lei; puntando gli occhi nei suoi, veemente: «Pedofila, io? Non ti permettere, sai! Se è da una vita, che combatto quegli infami scellerati, uomini o donne che siano! E se scoparti, per te significa questo, allora, con la mia fica tu hai chiuso! E per inciso, tanto per mettere le cose in chiaro, oltre che scema, sei pure distratta: l’avevo ben detto, d’avere verificato che Laura avesse diciott’anni compiuti, e quindi, che fosse maggiorenne».

Neanche Rashida, se la sentì d’intervenire: né da moglie, e nemmeno nel suo ruolo comunitario di Santa Madre. D’altra parte, che cosa avrebbe potuto dire? Calò un pesante silenzio, e delle lacrime presero a scendere dagli occhi della sventata ragazza ventenne, la quale capì d’averla fatta grossa. Singhiozzando, avvilita: «Gia, perdonami; non parlavo sul serio. Volevo soltanto scherzare, prenderti per il culo, come facciamo sempre per divertirci; ma capisco, che non avrei dovuto scherzare su questa cosa. Ti prego, non essere arrabbiata con me».

Rashida lanciò uno sguardo a Gia, come a esortala a passarci sopra; la donna veneziana rifletté, e capì che Nahed, se pur avventata, era in buona fede. «Abbracciami, mascalzona, che resettiamo tutto con un bacio». Interrompersi nella masturbazione rituale, che loro definivano “l’Amor di sé”, era severamente proibito dalle regole della Santa Comunità, e chi di loro, per una qualsiasi ragione l’avesse fatto, sarebbe stata costretta a confessarsi al più tardi nel giorno successivo, e quindi a subire il castigo comminato quale penitenza. Quando le due si avvinsero in un lungo e carnale bacio, la Santa Madre, però, non obiettò nulla; temendo di far peggio, anche Nourhan si guardò dal metter becco.

Quando i corpi si divisero e gli occhi si guardarono, la Santa Madre: «Figlie mie; ora che tutto è stato chiarito e il malinteso risolto, riprendiamo con la sacra funzione del vespro: toccatevi, figlie mie, e non abbiate timore a venire più volte. Lo sapete, che questo onora la nostra Dea. Gia, mentre ti accarezzi, vorresti riprendere? Come vedi, quella che tu una volta hai definito un sacro Totem,  così come è stato per il nostro spirito, si è depressa, ed ha un urgente bisogno di ritornare al suo splendore». Nel dirlo, il suo sguardo si volse alla propria vagina.

«Volentieri, Santa Madre. Insomma, care consorelle, quegli occhi mi fecero perdere il controllo; le dita di una mia mano andarono alla spallina del suo top, e come attratte da una calamita, seguirono con tocco di farfalla quel percorso sulla sua pelle bollente, setosa come la superficie d’una pesca. Mentre le dita continuarono ad esplorare nella scollatura, i nostri volti si accostarono, e fu inevitabile baciarsi». Ancora un po’ incavolata per l’infelice uscita di Nahed, la volle provocare per vedere se lei si fosse pentita sul serio; infatti, seguitò: «Oddio, ragazze! Ancora adesso, conservo la sensazione di quella fresca, virginale dolcezza; dal suo caldo e sodo seno, la mia mano migrò al collo, tra le sue treccine d’oro, e l’accostai nuovamente alla mia bocca vogliosa. La sua mano si poggiò sulla mia coscia nuda, che accarezzò per un breve istante: sentii una scarica elettrica. Il bacio non finiva mai; mentre la mano le avvolgeva la guancia, la mia bocca andò dietro il suo orecchio e il lungo, sensuale collo, a riempirli di piccoli, appassionati baci. Gli occhi chiusi, una sua mano andò alla mia spalla nuda; poi le bocche si rincontrarono, e si fusero in inviluppo di calde, serpentesche lingue».

«Gia! Sono venuta! È stata colpa tua, e non soltanto delle mie dita» annunciò al mondo Nahed.

«Ben “arrivata”, allora, gioia. Ora puoi prendere il prossimo autobus» la sfotté lei, che ancora non aveva ben digerito il qui pro quo di prima.

«E se vengo ancora prima che tu abbia finito di raccontare?».

«Non sei tu, quelle che ripete all’infinito che puoi venire quante volte ti pare? Se capita, prendi un altro autobus, allora. Un consiglio, comunque, te lo do: fai l’abbonamento mensile, che così risparmierai».

«Chi credi di prendere in giro? Vai a fare in culo, Gia».

«Magari più tardi… nel tuo».

«Sempre disponibile, per una trentaseienne che ama i sederini delle giovinette… come me, che sono ventenne». La ragazza fu accorta, perché se dopo la breve pausa non avesse aggiunto quella coda, di sicuro la donna veneziana se la sarebbe presa di nuovo.

«Nahed, se hai finito di provocare Gia, noi vorremmo sentire il resto» la esortò Nourhan.

La donna veneziana riprese: «Quel bacio ci riscaldò; senza staccare la bocca dalla sua, le sfilai le spalline del top, e le sue giovani mammelle piene poterono finalmente respirare un’aria di libertà. Se le tette erano a mela, come le mie, i capezzoli assomigliavano molto ai tuoi, Nahed, poichè erano grossi, e svettavano su delle areole molto gonfie. Con delicatezza, presi a stringere e ad accarezzare quei polposi frutti dai turgidi apici mentre le nostre bocche talvolta si staccavano per guardarci negli occhi, per poi ricongiungersi.

Sarà stato perché appariva appena adolescente, ma io mi sentivo attraversare il corpo da incontrollati brividi. Entrambe sedute sul letto, le nostre cosce a sfiorarsi, la mia mano corse a un suo fianco, a percorrerne la sinuosa linea; eravamo andate troppo avanti per fermarci: senza smettere d’accarezzarla e baciarla, mi rialzai sulle ginocchia, la indussi a fare come me, e mentre le mani si beavano delle sue mammelle palpeggiandone le coppe, anche la mia bocca corse ai suoi seni, a suggere quei rosei, grossi fragoloni. Mi accorsi che mentre la accarezzavo e succhiavo, il suo sguardo andò al proprio seno, come se fosse stupita delle sensazioni che le andavo elicitando; leccandola con avida dolcezza, spesso i miei occhi andavano ad incontrare i suoi.

“Ti piace così?” chiesi. In un ansito, lei: “Gia, tu mi fai diventare matta; mai, avrei pensato che una donna mi avrebbe fatto sentire ciò che sto provando. Com’è dolce!”. “Se vuoi, ma soltanto se lo vuoi tu, dopo potrai farlo a ma, tesoro”, dissi. Incoraggiata per come reagiva alle blandizie, ai succhioni e alle leccate, aggiunsi dei piccoli morsi; lei prese a gemere anche più forte.

Era arrivato il momento d’osare di più: le sfilai dal capo il top. Inginocchiate sul letto, una di fronte all’altra, anche le sue mani presero a farsi attive, correndo dalla schiena, ai fianchi, e infine, al mio sedere. Con dolcezza, senza che le bocche si staccassero, la indussi a portare una coscia di là della mia, e anch’io mi tolsi il top scollato tenuto su dalle spalline sotto la quale, per mia abitudine, non indossavo nulla. Il suo sguardo concupito andò alle mie mammelle libere; strettamente avvinte, i seni a sfiorarsi e a premersi, le mani d’entrambe corsero lungo i corpi, a far propria la carne fremente dell’altra».

«Anch’io sono arrivata, Gia; ora mi tocca prendere un altro autobus per ritornare alla stazione di partenza, e quindi ripartire per la stessa meta» gemette Nourhan, ancora palpitante per l’orgasmo. Quando si fu acquietata: «Scusate se ho interrotto; riprendi, Gia, ti prego».

«Sostenendola per le reni, la indussi ad adagiarsi, e senza smettere di guardarci negli occhi e di baciarci, mi accostai sopra di lei, con le mie cosce tra le sue, scostate, ad accogliermi. Voi ben sapete, quanto importante sia il bacio, e specie con chi è giovane e poco o per niente esperta. Lei supina, dalle labbra la mia bocca prese a migrare nuovamente al suo seno, mordicchiandole ancora i rosei, rilevati boccioli. Mentre le mie mammelle le accarezzavano il pancino, lei ansimava; era giunto il momento di capire quanto fosse bagnata, e che sapore avesse. Mi tirai su, sulle ginocchia, e le sfilai i cortissimi jeans: portava le mutandine, e la cosa mi fece gioco, perché, dopo avergliele sfilate, fradicie come ormai erano diventate, notai che la piccolina ostentò un momento d’imbarazzo. Mi portai quella tenue stoffa alle narici per odorarla, e poi alla bocca per leccarla là, dov’era fradicia: la mia espressione d’infinita estasi, rassicurò la cucciolotta».

«A me, non mi hai mai chiamata così affettuosamente; eppure, anch’io sono piccola» riprese a sclerare Nahed, mostrando un’espressione tra il corrucciato e il faceto. In realtà, lei non parlava seriamente, poiché la voleva soltanto provocare.

«Dovresti aprire le orecchie, oltre che la passera: “Cucciolotta”, non l’ho detto a lei, ma ho usato il termine parlandone a voi. E comunque, tu non sei piccola, ma giovane; hai vent’anni già compiuti, Nahed!».

«Ma che dici! Se voialtre mi chiamate sempre “la nostra piccolina”!».

«Sei tu, a volerlo, e noi ti accontentiamo… piccolina!» la redarguì la moglie. Dopodiché: «Forza, Gia, non darle bado, e continua, che anch’io presto onorerò una prima volta la Dea… se non ci saranno altre interruzioni a causa di questa birbante, naturalmente; mia moglie non la vuol capire, che ci vuole almeno un po’ di concentrazione perché la gnocca risponda a modo».

Mentre Gia stava per riprendere il racconto, la ragazza: «Boh, scopare con una che, pur maggiorenne, frequenta ancora la seconda liceo! Non sei tu, quella che ripete sempre che la fica non basta, e che ci vuole pure l’intelligenza? E non dico altro, sennò t’incazzi di nuovo». Fu chiaro a tutte, che lei era preda di un attacco di gelosia. Anche se ancora dovessero divorziare dalle loro attuali mogli per poi sposarsi, lei la considerava già sua.

Seguendo la raccomandazione della Santa Madre, Gia non replicò, e riprese: «Dicevo… vedendomi odorare e leccare le sue secrezioni vaginali, mostrando per di più un sublime rapimento, la ragazza mise a tacere il proprio pudore; sapete, era la prima volta che si sarebbe giaciuta con una femmina, e perciò non poteva sapere che si tratta di quanto di più inebriante ci sia al mondo per l’olfatto e per il gusto. Notai con piacere, salvo un vezzoso ciuffetto biondo poco più su della clit, che lei era ben depilata; tuttavia, siccome nulla si fa senza uno scopo, le chiesi: “Hai un ragazzo, oppure una ragazza, Laura? Se ti depili, ci sarà pure una ragione”.

“Lo faccio perché mi piace accarezzarmi di fronte allo specchio; e così si vede meglio che cosa succede. Io sono vergine, Gia”, mi rispose.

Dio, com’era tenera! “Stai tranquilla, se sei vergine, con me, tale rimarrai” dissi per rassicurarla, mettendo in conto di farla venire con un orgasmo che fosse soltanto clitorideo.

“Che vuol dire? Che la cosa finisce qui… così?”, mi chiese, con un’espressione imbronciata.

“Figurati, tesoro; tu lascia fare a me, che rimarrai contenta; sono, oppure no, una tua insegnante? E da tale, non sarebbe bene dare il cattivo esempio sottraendosi dal terminare il compito”. Quando le ebbi tolto anche le calze multicolore, lei si adagiò supina, ed io, con infinita delicatezza, mi misi sopra di lei, riprendendo a baciarla. Le sue  calde e setose cosce spalancate mi accolsero frementi, le sue mani andarono alle mie natiche; i nostri seni a premersi e strofinarsi, io continuai a baciarla con sagace passione. “Mi piace molto, la sensazione dei nostri seni a baciarsi, Gia, e specie i capezzoli a toccarsi. Prima di oggi, non avevo mai conosciuto una tale sensazione”, mi disse, in un ansito. La mia bocca a percorrere la celeste via che porta alla fica, le baciai il pancino, l’ombelico, e scendendo ancora, l’interno delle cosce. Infine, la mia bocca prese a dispensarle le delizie più intense; lei si rialzò sui gomiti, e mentre la facevo godere, prese a guardare, come per capire come facessi, per imparare. Ogni tanto la mia bocca smetteva, e mentre la guardavo negli occhi, le dita di una mano prendevano a titillarle il pistillo già infiammato. Non volevo, però, che lei venisse in fretta, e perciò, sovente, la mia bocca si attardava a mordicchiarle ancora la carne delicata e sensibile all’interno delle cosce, sino ad arrivare in prossimità della polposa vagina, ma senza comprenderla.

Anch’io, sapete, facevo fatica a resistere; così, decisa a farla venire una prima volta, detti lo start alla mia vorace bocca; ancora i gomiti poggiati al letto, i seni che sembravano anche più belli e pieni in quella posizione semi eretta, le areole e gli annessi capezzoli inturgiditi, lei prese prima ad ansimare e gemere, e poi a gridare, stringendosi spasmodicamente una mammella. Né la mia lingua e né le labbra, però, si arrestarono, e come a infliggerle un inesorabile tormento, continuai sino a che lei non venne una seconda volta. La sua mano libera andò ai miei capelli, ad accarezzarmeli, come a ripagarmi con affetto per il piacere che le stavo infondendo. “Ti piace così, tesoro? Guarda che non smetterò tanto presto”, chiesi retorica.

“Mi fai morire, Gia; adesso voglio farlo anch’io a te… almeno provare, visto che non l’ho mai fatto”.

“Tempo al tempo, gioia”.

“Ma non ti stanchi, a farlo così a lungo?”.

In parte, mentii: “Guarda che non lo faccio soltanto per te, ma anche per me: sono troppo golosa del rosolio che mi stai donando!”. E ritornai a mangiarle con passione la patatina. Una sua mano cercò una mia, e me la tenne, stringendomela forte per tutto il tempo; il suo gonfio Monte di Venere si alzava ed abbassava ritmicamente, e vidi che incominciava ad avere delle altre contrazioni. Gli occhi nei suoi, la mia lingua prese a svettare velocemente, e spesso tutta la mia bocca andava all’intera vulva, ad aspirarla e leccarla incessantemente. Un’espressione tra lo smarrito, lo stupito e il godereccio, le illuminava il volto ogni volta che, accasciata sul cuscino, di scatto si tirava nuovamente un po’ in su a guardare quello che le andavo facendo. La ragazza aveva veramente una fica da sogno, e la mia bocca assassina gliela faceva sbocciare in tutta la sua carnale magnificenza. Infine, gridando come una forsennata, lei venne una terza volta.

«E com’è stato per la tua ninfetta, anch’io, Gia; e già il terzo autobus, che tu mi fai prendere!» gridò Nahed, mentre un convulso orgasmo ancora l’agitava.

Contenta dell’effetto sortito con il proprio racconto, la scrittrice veneziana continuò: «Quando Laura si calmò, ingoiato tutto quel che la mia bocca poteva avere, dopo un’ultima leccata di temporaneo commiato, mi rialzai dalle sue cosce spalancate. Anche lei si tirò su, e ritornammo a baciarci; in una brevissima sosta, chiesi: “Baciandomi, lo hai sentito nella mia bocca, il gusto della tua patatina, tesoro?”.

“No, ma mi aspetto di conoscere il tuo” tornò a chiedere. Io indossavo ancora la minigonna, me la sfilai, e lei credette che stessi offrendo la mia passera alla sua boccuccia d’oro; ma non fu così. Quando me la vide, commentò, “Che bella, è; meglio della mia”. “Non bestemmiare, tesoro; ogni gnocca è unica, e non si possono confrontare”.

“Grazie della dritta, Prof”, rispose lei, spiritosa. Ci baciammo ancora, e poi la indussi a starsene supina; accolsi una sua morbida e setosa coscia tra le mie, e sostenendomi con le braccia poggiate dietro la mia schiena sulle lenzuola, feci baciare le nostre passerine bollenti.

“Avverto che sei in un lago, cara Prof” mi disse la cucciolotta, quando ebbi ben spiaccicato la mia Iolanda alla sua.

“E che credi, che prima io sia stata indifferente? È una benedizione, che sia così; scivoleranno meglio”. Una mia mano corse alla coscia che stava a contatto della mia passera, e la trassi per aderirle ancor di più; con un continuo lavoro di reni, incominciai a strofinarmi a lei, e pur inesperta, lei imparò subito che cosa doveva fare: fu un tribbing da ricordare, care ragazze mie! Venimmo insieme, e dopo, ritornai a baciarla; fuori di sé, Laura: ”È stato bellissimo, Prof; siamo state una stessa carne; non pensavo, tra femmine, che si potesse trombare tipo come con i maschi”.

“Sbagli a dire, tesoro: non come, ma mille volte meglio” volli precisare.

“Gia, tu, ci sei mai stata con un maschio?” mi chiese.

“È proprio per questo, che amo le femmine. Oltretutto, anche se difficilmente loro saprebbero farti godere, potresti rimanere incinta” risposi. Insomma, sorelle care, come Santa Madre Chiesa insegna, non si deve mai perdere l’occasione per fare del proselitismo, e così convertire delle povere anime alla nostra fede; e l’argomento della fortuita inseminazione, gioca sempre bene, giacché poggia sull’angoscia.

“Riguardo al tuo entusiasmo per com’è andata la scopata, non per mortificarti, tesoro, ma oltre a quel che hai provato, ci sono molte altre cose che ancora non sai; e se vorrai, io sarò felice d’insegnartele… insieme all’inglese, si capisce”.

“Lo voglio, Gia; davvero!”.

“Volevi conoscere il sapore della mia patatina, è vero, amore di ragazza?”.

“Rimarrei delusa del contrario, Prof”».

«E quindi, le hai fatto conoscere anche il sessantanove, immagino; vero, Gia?» chiese Nourhan.

«Certamente; comunque, ora è inutile che io mi attardi su questo, poiché, ormai svezzata, potete capire da sole come la ragazzina reagì; in maniera eccellente, direi. Piuttosto, voglio passare a quel che avvenne dopo, perché fu molto tenero».

Nourhan: «Siamo tutte orecchie, Gia».

«E fica, giacché è quella, che Gia ci muove con i suoi racconti» aggiunse Nahed, da quella gran sfacciata che era.

«Bene; le avevo promesso che non l’avrei sverginata, ma in attesa d’una presa di coraggio, un pochino di penetrazione ci poteva stare. Prima d’incominciare, per metterla a proprio agio, le spiegai: “Come avevo promesso, non ti sverginerò, Laura; nondimeno, ti farò provare anche la penetrazione”.

“E come?” chiese lei, stupita.

“Tu usi gli assorbenti interni, vero? Quelli più piccoli con il filo”.

“Per forza; altrimenti, come faccio quando ho allo stesso tempo l’ora di ginnastica e le mestruazioni?”.

“Bene; allora, tu saprai che l’imene non chiude tutto, altrimenti, da dove uscirebbe il sangue mestruale? Ebbene, un mio dito non è più grosso di un assorbente”. Detto questo, mentre la mia bocca riprese a lavorarle la clit, con cautela presi a penetrarla. Sembrò impazzire: una volta venuta, però, accadde qualcosa che non mi aspettavo. Dopo che di Motu Proprio mi ebbe baciata, “Gia… prendimi. Per davvero, però; e non soltanto con un misero dito”.

Ragazze, lo capite? Senza batter becco, mi era offerta una giovanissima vergine su di un piatto d’argento; voi che avreste fatto?».

«A me non è mai potuto capitare; l’ho data, e mai ne ho presa una vergine» si lamentò Nahed.

«Quando ci siamo sposate, neanch’io ho avuto questo piacere con te, Nahed; non che m’importasse, ma tanto per mettere i puntini sulle “I” intorno alle tue futili pretese» la riprese Rashida.

«Boh, non importa; tanto, qui, nessuna di voi mi capisce. Volete soltanto la mia passera; continua, Gia».

«E dai, amore; che dici mai! Lo sai, che ti amiamo» la confortò la donna.

«Sì, certo, scopando; a nessuna di voi, però, e nemmeno a mia moglie importa che cosa io abbia dentro. Anche la mia mamma, mi ha abbandonata quand’ero piccola; ma lasciamo stare. Dai, Gia, dicci com’è andata a finire, che poi risolviamo le mie paturnie come il solito: scopando variamente in allegra compagnia. Come con l’alcol; soltanto che invece di bere per dimenticare, per farlo, qui da noi si scopa con la moglie… o con chi capita, meno con chi vorresti. Che palle!».

A sentirla, a Rashida si gelò il sangue; non fu facile per lei nascondere la grande pena che l’incolse. In effetti, Nahed non ne poteva più d’aspettare: ormai, sposarsi con Gia, era diventata un’ossessione. Oltre a questo, il suo malumore era dovuto a delle gravi carenze affettive, che affondando nell’infanzia, non erano ancora state risolte; infatti, ogni tanto, pensando alla morte della madre avvenuta quando lei aveva soltanto pochi anni d’età, capitava che lei perdesse la sua abituale spudorata allegrezza.

Con il muto linguaggio degli occhi, nella riposta speranza che ciò potesse alleggerire la pesante cappa che era scesa, Nourhan fece capire a Gia di riprendere con il racconto.

«All’offerta della bella studentessa, io replicai: “Sei sicura di volerlo fare, Laura? Non è, che dopo te ne pentiresti? Non perché io non voglia, giacché mi faresti un regalo unico, ma prima che a me, mi piace pensare a te”.

“Senti, Gia; vediamo le cose come stanno: sono grande, ormai, e ho diciott’anni; prima o poi dovrà capitare. Voglio che sia tu; la mia insegnante… sporcacciona”. Naturalmente, lo disse in senso buono, per scherzare; poi mi chiese: “Mi devo preparare a sentir male… Prof?”.

“Che tenera sei, tesoro; stai tranquilla, che ci andrò con cautela. Incomincerò come prima, con un dito; poi, sentendo come reagisci, entrerò con due, e continuerò fin che ci ti abitui, e così avanti, sino a che avrai un orgasmo vaginale, e non come gli altri, clitorideo”.

“È più intenso?” mi chiese ancora.

“È diverso; tuttavia, dipende da donna a donna; sarai tu, a decidere che cosa sia meglio”.

“E per te, com’è?”.

“Per quanto mi riguarda, mi piace averli entrambi; ma ci sono anche delle altre possibilità molto sfiziose che potrei farti conoscere se continueremo a frequentarci; se ti va, si capisce, perché mai, io ti forzerei ad avere un qualsivoglia tipo di relazione che in qualche modo abbia a pesarti”. Dopodiché chiesi: “Hai degli asciugamani da mettere sopra le lenzuola?”.

“Ora li vado a prendere; ce n’è un armadio pieno”.

Ritornata, li disponemmo per non macchiare di sangue le lenzuola, e lei vi si sdraiò supina, i piedi appoggiati sugli asciugamani, a ginocchia piegate e con le gambe allargate, pronta per essere penetrata da me. Mentre ormai aperta, la mia mano scivolava agevolmente dentro di lei, premendole talvolta il punto G soltanto per farla godere e senza ancora portarla a squirtare, tra i gemiti, lei: “Ho sanguinato molto, Gia? Nella posizione in cui sono non posso vedere”.

Per non interrompere il climax, mentii: “Pochissimo, tesoro”. Meno male che avevo pensato a proteggere le lenzuola, altrimenti, al suo ritorno, la madre se ne sarebbe accorta. Neanche dire, quando uscii dalla casa, che portai con me gli asciugamani, e li lavai a casa mia nella lavapanni; glieli avrei ridati il giorno successivo, e considerata la gran scorta di cui mi aveva accennato, la madre non se ne sarebbe nemmeno accorta».

La Santa Madre: «Come andò a finire, Gia? Dicevi che la sua mamma ti aveva pagato in anticipo per dieci lezioni. Non credo, una volta ritornata, che voi due abbiate avuto il coraggio di scopare ancora a casa sua».

«Infatti, Rashida; non ci ritornai più, a casa sua. Con la bella Laura ci accordammo perché lei venisse a lezione da me; per giustificarlo, alla madre lei snocciolò una frottola che concordammo per non essere scoperte: le disse, poiché la sua scuola era vicino a casa mia, che per lei sarebbe stato più comodo, finite le lezioni, venire a ripetizione da me, dove avrebbe anche pranzato. E così, quando veniva, dopo mangiato, per un’ora facevamo seriamente la lezione, e nell’altra scopavamo come conigliette infoiate. Pensa che la madre insistette per pagarmi un sovrappiù per i pasti, cosa che rifiutai decisamente».

«Figlie mie, i nostri doveri li abbiamo assolti più volte; è tempo che ci si ritiri» dispose la Santa Madre. Poi, mentre si allontanava, volgendo il capo all’indietro, rivolta a Nahed e a Gia: «Voi due, lo sapete che domani vi dovrete confessare? Non s’interrompe l’Amor di sé!».

«Sì, Santa Madre, e non aspettiamo altro che poterci mondare alla prima stazione del santo percorso di sofferenza» rispose Gia, ridendosela dentro.

«Idem» si accodò, laconica, Nahed, lanciandole uno sguardo non propriamente amorevole… (Continua nel romanzo).

NON FORNICARE.

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 7° della Saga Erotica Lesbo 

che suscita emozioni anche in chi non lo è.

Presto nelle librerie.

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MultiIcona2 Atto 6°

… felici d’aver raggiunto insieme l’orgasmo, abbandonate, esauste per il coito, le gambe intrecciate, i grembi umidi ancora a baciarsi, Nahed: «Gia…».

«Sì amore?».

«Che cosa significa in italiano “fornicare”?».

In mezzo a una fragorosa risata, lei: «Né più né meno di quello che facciamo noialtre da mane a sera e pure di notte, bambina».

Nahed, risentita: «Beh? E che c’è da ridere?».

«Scusami amore; tu non c’entri. La questione è, che a sentire quel termine, ogni volta non posso fare a meno di ritornare alla mia infanzia. Ora ti racconto: tu sa già che per non perdere l’opportunità di frequentare l’oratorio e giocare insieme agli altri ragazzini, da piccola, ho dovuto subire gli insegnamenti del catechismo cattolico; ebbene, un giorno il gesuita, parlandoci dei dieci comandamenti, invece che “Non commettere atti impuri”, ossia, come dicevo, scopare, usò la forma “non fornicare”, senza peraltro spiegarci nulla… fortunatamente, devo dire, innocenti com’eravamo.

Più tardi, ritornando a pensarci, per la somiglianza dei termini, credetti che volesse significare “Non uccidere le formiche”. Nahed, lo credi se ti dico che per un anno intero, camminando, sono stata attenta a dove mettere i piedi per paura di “peccare”?».

Lei scoppiò a ridere; dopo, strusciandole, maliziosa, la coscia contro il grembo: «Gia, ogni volta che ti guardo e tu mi parli, mi ritorna la voglia; adesso che mi hai spiegato, che ne dici, mettiamo in pratica? Fornichiamo ancora?»… (Continua nel romanzo).

#CICLOVIA DELL’ALPE ADRIA.

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Volume 7

… «A proposito di bici, ve ne voglio raccontare una curiosa. In una delle numerose escursioni che facemmo quand’ero a vivere da lei, trascorremmo un bel weekend ad Arnoldstein, un’amena località montana austriaca. Poiché da lì si può percorrere un fantastico giro su pista ciclabile, che può arrivare persino in Croazia, patita della bici, lei mi propose di affittarne due a pedalata assistita per arrivare quantomeno a Tarvisio, una ridente località montana che sta nella vicina Italia».

«Assistita… da chi?» chiese Nahed, che mai aveva sentito parlarne.

«Da un motore elettrico a batteria, gioia. Sapete, i percorsi di montagna sono pieni di saliscendi, e noi, preferendo riservare le energie per scopare, non avevamo alcuna intenzione di stroncarci pedalando».

«Che bella idea; peccato che fuori dalla nostra Oasi, sulla sabbia del deserto, servano a poco. Continua, dai».

«Beh, pedala e pedala, passata qualche ora a un certo punto la mia vescica si mise a protestare a causa di un’ovvia impellenza. “Gia” dissi, “Non ne posso più”. La stagione estiva era sul finire, i pochi punti di ristoro erano chiusi, e per i quaranta chilometri già percorsi non c’era un cesso neppure a cercarlo con il lanternino.

“Amore, fermiamoci un momento in quell’area di sosta, spostati un po’ addentro, sotto gli alberi, accucciati, e falla”, mi disse Gia.

Bene, non ci crederete a quanto possa essere infame la sfiga: per tutta la strada avevamo incrociato forse soltanto due o tre ciclisti, ma combinazione volle che mentre accucciata la mollavo, giungesse una coppia attempata che si fermò proprio lì. Quando mi videro, quella vecchia gallina spennata commentò: “Che schifo! Non vi vergognate?”.” Cazzo”, pensai, “che ci avesse colto a scopare, avrei anche potuto capire”.  Il maturo ganzo pelle ed ossa che stava con lei, si unì sfoderando un’espressione indignata. Fortunatamente io avevo già finito, ma non vi dico quale fu la reazione della mia Gia: irata da divenire rossa in volto, con il fuoco nello sguardo, veementemente le replicò: “Senti, moralista dei miei coglioni; non so se te ne sia accorta, ma qui non c’è un cesso per decine di chilometri. E comunque, qui pisciano lupi, orsi, e pure delle vacche come te, perché non dovrebbe farlo lei? Invece di rompere la minchia a noialtre, perché non fai un bell’esposto a chi di dovere? Facile, per questo coglione che ti accompagna, che deve soltanto sfoderare dalle brache quel che rimane del suo uccello moscio.

Tra l’altro, dovendosi così arrangiare, accucciandosi, mia moglie ha rischiato di prendersi una zecca sulla fica. E tu che fai? Il pistolotto? Vedete di andarvene un po’ a fare in culo».

«Quale fu la loro reazione?» chiese Rashida, molto divertita.

«Evidentemente non se lo aspettavano, perché, inforcate in fretta e furia le bici, se ne andarono; nella direzione opposta alla nostra, fortunatamente. Comunque, la questione della zecca non fu peregrina, poiché, densamente popolate da animali, vacche in particolare, quelle zone ne sono infestate, e se non te ne accorgi subito, rischi di prenderti il cosiddetto morbo di Lyme, una brutta infezione che se non presa in tempo può persino portarti alla morte. A farla accucciata con l’erba a farmi il solletico, non sarebbe stato improbabile che una di quelle bestiacce mi fosse saltata sulla fica. Infatti, arrivate all’Hotel, prima ancora di scopare, chiesi a Gia di sottopormela a un accurato esame visivo».

Ancora divertita, Rashida chiese: «Senti, Gia, come mai, quando sei decisa a offendere, usi sempre dei termini che si riferiscono a degli attributi maschili… tipo “coglioni”, “minchia”, e così via?».

«Per l’uso comune che se ne fa; ma anche, e forse soprattutto perché mi sembrano consoni a quel che molti di loro mostrano d’essere»… (Continua nel romanzo).

 

 

 

LEGITTIMA DIFESA.

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Volume 6

… ritornata in bici al campeggio, dopo un paio di giorni che me ne stavo lì beata, al mare, insomma, incominciai ad annoiarmi. Già mi frullava per il capo di riprendere il mio peregrinare, quando, verso sera, vedo finalmente arrivare qualcuno: erano due belle ragazze giovani, una mora e l’altra biondissima, con le bici stracariche di bagaglio».

«E poi tu vuoi farci credere che non sei sempre in cerca di fica fresca» la interruppe di nuovo Nahed.

«Ascolta, tesoro; prima d’incontrare Rosina alla masseria, non scopavo da più di un mese, ero stanca di farmi dei ditalini, e dovevo rifarmi del tempo perduto; non per me, credimi, ma per la mia povera Iolanda cui voglio molto bene per le gioie che sa darmi. E quindi, benché di recente non mi fossi fatta mancare nulla con la bella massara, se anche quelle due avessero avuto, che so, quaranta o cinquant’anni, sarebbe stato lo stesso. Purché fossero belline, almeno, s’intende».

«E quelle, lo erano?».

«Per niente. Nel senso che erano delle strafighe; adesso, però, Nahed, lasciami continuare con la storia, altrimenti perdo il filo. Uscita dal camper, vidi che si guardavano un po’ in giro per decidere dove sistemare le loro tende. Quando mi notarono, mi chiesero in inglese: “Ti dispiace se ci accampiamo qui, vicino al tuo camper? Questo posto è così deserto, e non vorremmo che qualche malintenzionato ci facesse una brutta sorpresa. Infatti, siamo già rimaste scottate”.

Naturalmente, non chiesi loro a che cosa si riferissero; oltre a essere prematuro, la tenda ancora da montare, non era neppure il momento adatto. In ogni modo, mie compagne di vita e di piaceri: dispiacermi? Figuriamoci! Con uno dei miei migliori e più invitanti sorrisi, mentendo, risposi: “Oltre al piacere della vostra compagnia, per le stesse vostre ragioni anche a me fa comodo non starmene isolata».

«Perché hai detto “mentendo”, Gia?» chiese Nahed.

Lei sembrò essere spaccona: «Beh, è già quando ho raccontato delle serate al “Trombador”*, che ho spiegato come mi regolo in certi casi».

«E che cosa faresti se qualche testa di cazzo tentasse di derubarti, o peggio, violentarti?» chiese Rashida.

«Amore, come ho già spiegato, mirerei ai coglioni oppure agli occhi, o entrambe le cose. E comunque, viaggiando da sola e percorrendo dei territori talvolta sperduti, specie in Calabria e Sicilia, mi ero premunita».

«Avevi un’arma?» chiese Nourhan.

«Certamente; ma non una pistola oppure un fucile. Portavo con me tre cose; un Taser[1], uno spray al peperoncino, e una micidiale arma d’autodifesa che mi ero costruita da sola per quando andavo per boschi».

«E cioè?».

«Avevo modificato un mono-piede fotografico, un attrezzo che sostituisce il treppiede, inserendo alla sua base un grosso e appuntito scalpello da muratore in acciaio temprato, mascherato da un tubo d’alluminio. Alla sua sommità avevo poi avvitato un blocchetto d’acciaio del peso di un chilo che lo trasformava pure in una micidiale mazza. A vederlo, sembrava un normalissimo mono-piede, ma svitato il tubo d’alluminio, poteva essere usato come un micidiale strumento di difesa e anche d’offesa. Ho dovuto fare così, ossia, camuffarlo da mono-piede, poiché è proibito portarsi addosso delle armi. Infatti, da noi, soltanto i mascalzoni possono circolare armati, mentre la gente onesta deve rimanere indifesa».

«Mitico!» esclamò Nahed, ammirata.

Rinforzata da quel plauso, la donna veneziana: «E a proposito di armi, nel mio bel Paese, quando capita che dei ributtanti farabutti tentino d’entrare in casa d’altri con lo scopo di rubare o violentare, anche se sei in regola con il porto d’armi, se gli spari per difenderti e lo uccidi o ferisci, è probabile che sia tu, a finire in carcere, e non l’infame farabutto; e se sopravvive, oppure se muore e la famiglia si costituisce parte civile, gli avvocati ti spogliano di ogni tuo bene: bella giustizia, no? Ma se invece puoi dimostrare che in una botta d’angoscia, fuori dal lume della ragione, hai usato la prima cosa che ti è capitata in mano all’unico scopo di difenderti, le cose possono mettersi meglio. Allo scopo, sia a Venezia, che al casolare, in camera da letto ho delle mazze da baseball complete di cappellini della squadra degli New York Yankees, di cui mi fingo tifosa, ma che in realtà non cago per nulla. Li faccio passare per degli oggetti d’arredamento appesi alla parete. Ritornando al mono-piede di cui parlavo, con la faccenda di un’esagerata protezione della fauna promossa dagli animalisti più estremi, molto in voga nel mio Paese, dovete sapere che nei boschi di montagna, oltre che incontrare dei farabutti, ormai, non è improbabile incocciare in un orso oppure in un lupo, e avere con me quell’attrezzo, mi fa sentire sicura».

«Un orso è grosso e forte, Gia; veramente, tu credi che si farebbe impaurire da una lancia o da una mazza?» osservò Rashida, scettica.

«Dipende dalla tecnica che usi».

«E sarebbe?».

Se sei attaccata da un orso, non devi scappare, perché ti raggiungerebbe e sbranerebbe; quel che devi fare, è di accucciarti e di mantenere poggiata a terra la lancia. Quando arriva l’orso e sta per caricare, lesta, tu devi sollevare inclinata la lancia in maniera che l’orso s’infilzi grazie al suo stesso peso. E quindi, devi correre; molto: superare il record mondiale dei cento metri piani anche se sei in salita. Comunque, non è detto che così tu possa salvarti la pelle: potrebbe scoppiarti il cuore» terminò, scherzando.

«Dov’è che hai imparato queste cose, Gia?» chiese, non più scettica, Rashida.

«Da nessuna parte; come dice sempre il mio caro Maestro, la conoscenza sta intorno a te, basta che tu la sappia vedere e farla tua».

«Citi sempre il tuo Maestro, Gia; come mai?».

«Beh, ve ne avevo già parlato a lungo; comunque, è strano: pur non essendo legati che da una profonda, sincera intesa e amicizia, non so come, ma lui è riuscito a infondere in me la sua conoscenza, esperienza, e saggezza, ossia, ciò che mai ha potuto fare con chi gli era più vicino. Per questo, io lo porterò sempre nel mio cuore. Ragazze, qui si svicola! Mi sembra che si stava parlando d’altro; ossia, di gnocca».

«Hai ragione, Gia, per favore, riprendi con la storia».

Dove eravamo arrivati? Ah, sì; a quando mi hanno… (Continua nel romanzo).

[1] Taser, acronimo di Thomas A. Swift’s Electronic Rifle, è un dispositivo classificato tra le armi da difesa «meno che letali» che fa uso dell’elettricità per paralizzare i movimenti del soggetto colpito facendone contrarre i muscoli. In italiano è anche nota come “pistola elettrica”, “storditore elettrico” o “dissuasore elettrico”. Fonte: Wikipedia.

ADORAZIONE.

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MultiIcona 1 Atto 5

… Nourhan riprese a raccontare; e intanto per la mente di Gia scorrevano le immagini di un’altra splendida ed estenuante vacanza al mare da loro trascorsa in seguito; era come se, con quella reminiscenza, lei stesse rievocando con delle inflessioni, talvolta liriche, i felici momenti passati insieme con la moglie…

È ormai lontano nel tempo, ma, come se fosse ora, la memoria di quei dolci momenti è presente in me; è il ricordo di quella mattina, quando, eccitate come due bambine alla scoperta di un nuovo gioco, nell’assolata spiaggia dal mare di smeraldo, irresistibile, s’impadronì di noi la voglia d’amarci.

C’era folla quel giorno, ma l’altra gente, noi, neanche la vedevamo; ci sentivamo da sole in quella spiaggia, noi. Il desiderio, l’una dell’altra, si fece a poco a poco irrefrenabile, e solo quel mare, ci poteva essere complice, aiutarci nel delirio che progressivamente, inesorabile, ci assaliva. E ci fu amico, quel mare, che nel profondo del suo mistero registrò la nostra passione.

Impazienti, ci levammo da lì distese, e, mano dell’una a stringere quella dell’altra, corremmo incontro a quell’acqua a noi connivente sino a dove essa poteva nasconderci il corpo agli occhi della gente. Con una determinazione che non le avevo veduto mai, Nourhan s’immerse sotto il pelo di quel mare, e giocando, mi sfilò la mutandina del costume; mentre l’altra sua mano stringeva con decisione un mio gluteo, lei incominciò a esplorarmi furiosamente nel grembo. Affogata nel mio orecchio, la sua bocca mi sussurrò: «Voglio prenderti qui, adesso! Ti desidero, Gia; devo averti ora… non l’abbiamo mai fatto in mare».

Allora, ci spostammo un po’ più lontano, dove non c’era nessuno nelle vicinanze e dove l’acqua era più profonda, ma non tanto da sommergerci il capo. Con noncuranza anche lei si tolse lo slip; giacché, per buona sorte, dalle nostre parti prendere il sole in topless non porta scandalo, il reggiseno già l’avevamo abbandonato sul bagnasciuga.

Predone, le nostre mani furono finalmente libere d’esprimere il nostro comune desiderio; sotto quella coltre liquida, noi fummo libere di prendere possesso l’una del corpo dell’altra, toccandoci, stringendo furiosamente i corpi ignudi, sfregando la nostra carne soavemente sdrucciolevole, mentre le nostre bocche, con le lingue che si cercavano e s’intrecciavano, non ne volevano sapere di staccarsi.

Chi da lontano ci stesse osservando, avrebbe pensato che noi fossimo occupate in un gioco scherzoso; ma neanche ce ne fregava, che qualcuno scoprisse in che cosa noi veramente eravamo intente.

Fu tanto piacevole possederti anche così, Nourhan, amore mio. Quel mare asciugava istantaneamente il sudore dei nostri corpi, ed era delizioso, percepire la nostra pelle scivolare leggera l’una sull’altra. Un solo rimpianto mi rimane: a causa delle inopportune e invariabili leggi della fisica, di non essere stata in grado d’esplorare il tuo grembo salato anche con la mia bocca. Se non con quella, le mie mani e tutto il mio corpo ti resero felice; e anche tu mi tributasti tanta gioia, soave amore mio.

Nonostante il tuo proponimento, noi capimmo che, sia tu che io, non volevamo raggiungere l’orgasmo; non ancora, non là, e non in quel modo. Il pensiero di ciò che di migliore ci sarebbe potuto essere più tardi, c’infiammò il cuore e i sensi. Quelle giocose e maliziose carezze che ci scambiammo nell’acqua non ci bastarono, e non dovemmo neppure dircelo: ci prese una frenesia incontrollabile, e come due pazze scatenate, ridendo, mano dell’una in quella dell’altra, dopo esserci rimessi gli slip, uscimmo dall’acqua e corremmo a rifugiarci nell’intimità di quel bungalow che ci fu complice, e affabile protettore.

Ricordo l’emozione che mosse i miei pensieri, oltre al mio corpo. Pensai: «Finalmente siamo qui, dove questa lieve penombra ci ripara dagli sguardi indiscreti di chi non ci permette d’essere come noi sempre vorremmo, in ogni luogo, in ogni momento, in ogni modo».

Ora siamo qui, amore mio: tu ed io, al sicuro, libere d’amarci come il nostro cuore ci dice di farlo, d’ascoltare e assecondare l’urlo della passione che sempre sconvolge i nostri sensi, ma che vicine l’una all’altra, si scatena violenta e indifferibile.

Adesso, amore mio, ti sei allontanata da questa grande stanza che senza di te mi sembra essere meno di un deserto arido; sei entrata nella sala da bagno, amore. Mi hai sussurrato che ti saresti andata a preparare, a farti bella e desiderabile per me. Tu lo sai, che non ce ne sarebbe stato bisogno, non è vero? Tale, tu lo sei sempre.

Hai scordato la porta aperta, e irriguardosa, osservo nello specchio: la tua sublime visione mi appare, rapendomi e sconvolgendomi; mi attrae, mi esalta nei sensi e nella fantasia, e mi legittima a prendermi l’ambito permesso di violare le tue più personali intimità, amore mio dolcissimo.

Ti osservo incantata: seduta su quella bianca tazza di lucente porcellana, le gambe brune lievemente divaricate, il busto eretto, lo slip da bagno teso tra le caviglie… ah, tu, immagine sublime! In qualunque postura o situazione in cui il tuo amato corpo si trovi a essere, tu sai sempre essere bella, elegante, e fiera. E tu non lo sai, crudele amore mio, che mi stai trasmettendo un’emozione senza pari: quanto vorrei essere io, quella tazza, vita mia, per accoglierti dentro di me anche così. Mi manca il coraggio, però; non sono certa che tu possa accettarmi volentieri nella tua intrigante, segreta, e splendida intimità.

Ora ti sei rialzata, sei di fronte allo specchio e ti spazzoli i meravigliosi, lunghi, capelli corvini che incorniciano preziosamente le tue ambrate spalle brune, e l’armoniosa tua schiena; io non posso rimanere oltre in attesa di te: timida di violare la tua intimità, ma ansiosa di cogliere la delicata morbidezza e il tepore della tua carne bruna, io mi avvicino. Riflessa nello specchio, tu mi vedi arrivare, e da quello, mi guardi negli occhi: e la comprendi, la febbre che mi possiede, amore. Tu lo sai, che è febbre di te.

Dal tuo sguardo impertinente e spudorato, io capisco che mi hai scoperta mentre ti spiavo; ma esulto, quando comprendo che non mi rimproveri, e non mi porti rancore. Perfido amore mio, sapendo che non avrei resistito, l’hai lasciata aperta apposta, quella porta; non è vero? Ora mi pento d’essermi comportata da pusillanime: quanto sarei rimasta inebriata dal suggerti, mia gioia, felice d’assaporare anche quella tua adorata, aurea delicatezza; per dopo, finalmente placata la mia sete di te, amorevolmente tergerti dalle residue gocce. Ma per mia disdetta, a godersi le tue perle è stata invece quell’indegna tazza.

Ora la tua immagine nello specchio non lascia per un attimo i miei occhi puntati nei tuoi; e mi sorridi, mia gioia. Nel tuo sorriso scorgo, o forse m’immagino di riconoscere un’ombra di rimprovero per la mia mancanza d’ardimento: avrei dovuto essere audace. Rassicurati però: ho appreso la lezione, e mai accadrà, nel futuro, che io mi perda nelle mie insicurezze quando, in qualunque modo sia, la brama d’averti accenderà, furioso, il mio desiderio.

Ti guardo, amore; e quel tuo sorriso, ogni volta come se fosse la prima, m’incanta, mi stordisce. Esso annulla la mia persona, che vorrebbe fondersi nella tua, fare della tua carne la mia, essere dentro di te con tutta me. Mi perdo in quei tuoi grandi occhi di porcellana, che scuri come la notte, eppure appaiono tanto luminosi quando tu mi sorridi. Mi basterebbe poter affondare per sempre i miei occhi nei tuoi, ed io non chiederei altro alla vita.

La tua bellezza mi emoziona e mi commuove, ma mi faccio ardita, questa volta: sì, mi avvicino a te. Garbata, io ti levo quella spazzola indegna di toccarti, e una delle mie mani si perde nella leggerezza dei tuoi lunghi, soffici, e quasi impalpabili capelli nerissimi. Non è possibile narrare l’emozione che mi prende scorrendo la fluente cascata che ricade a incorniciare le splendide, larghe spalle abbronzate e il tuo torso. É con un’armonia più alta della perfezione, che esso si raccorda ai tuoi fianchi prodighi, che tanto mi affascinano, e che ti sono stati dati per quella danza, unica, che la tua cultura ti ha tramandato, e che tu, quando i nostri ventri si baciano, balli solo per me. Sono i tuoi fianchi, amor mio, che l’altra mia mano non può esimersi dallo sfiorare, leggera, in una lunga carezza».

Riflessi nel grande specchio i tuoi occhi perseverano a non lasciare per un attimo i miei; ammaliante, il tuo sorriso non mi abbandona, e m’invita a te: mi richiami come un fiore attrae un’ape, amore mio. Tu ti rinserri le braccia al seno, come a invitarmi ad abbracciarti; ed io, amore, l’accetto, quell’invito: ora, il mio coraggio ha preso il sopravvento sull’emozione che il tuo corpo nudo, splendido e arrendevole, mi scatena.

Le mie labbra si poggiano sulle tue spalle, ed io ti bacio, mia gioia infinita; poi, trepide e tumide, si portano al tuo collo, dietro all’orecchio, e ti baciano ancora. Tu hai un brivido, e lo trasmetti al mio corpo, che ti aderisce come la buccia combacia al frutto acerbo. I tuoi occhi continuano a guardarmi e a provocarmi attraverso lo specchio: lo so, amore, vuoi riempirti l’anima di quella tenera immagine di noi, amorosamente trepidanti nell’attesa di goderci la carne l’una dell’altra. È sublime quell’immagine, amore: oltre che il mio cuore, rapisce anche i miei occhi.

Indegnamente timida e inoperosa sino allora, l’altra mia mano finalmente trova l’ardire di cogliere il tuo ambito, polposo e succulento, frutto; amabilmente, ti ghermisce al ventre. Hai un sobbalzo, ed io ti sento, forte, nel desiderio del mio grembo. Poi ti volgi a me, mi guardi negli occhi: decise, le tue labbra si appropriano delle mie, e lo trovi tu, quel coraggio che, impedita dall’emozione, io non so prendere. Mi baci con passione, con ardore, mentre, in una profferta irresistibile, spingi forte il ventre ad avvertire, deciso, il tocco malizioso della mia mano curiosa di scoprire il madido segno dell’emozione che ti sortisco.

Dopo quel lungo bacio, mi prendi la mano nella tua, e, guardandomi negli occhi, mi parli con lo sguardo: non servono le parole tra di noi, amore. Ti seguo su quel grande letto freddo che aspetta, impaziente, il calore che la nostra febbre non mancherà di conferirgli.

L’espressione di Nahed era sognante, quando chiese a Gia: «Perché non dedichi anche a me una cosa tanto bella, poetica?».

Lei rimase sconcertata, e si vide anche sul suo volto. Dentro di sé…

Son desta, oppure sto sognando? Ho capito bene? Questa, non è la prima volta che capita: che cos’è, mi legge nel pensiero?

Insicura sul significato di quanto aveva udito dirle, chiese: «Di che stai…  (Continua nel romanzo).

AMO IL PESCE FRESCO, E NON MENO, I FRUTTI DI MARE.

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«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 6° della Saga Erotica Lesbo 

che suscita emozioni anche in chi non lo è.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

MultiIcona2 Atto 5°

… in una di quelle gite, non verso un’isola, ma a Chioggia, sul vaporetto notai una giovane ragazza sui vent’anni che attirò la mia attenzione non soltanto per il bel volto e per la sensuale espressione, ma soprattutto per com’era vestita: un orrendo camicione in grezzo cotone dalle maniche lunghe abbottonate sui polsi, una sciatta gonna, anch’essa dello stesso tessuto, che le arrivava sino alle caviglie. I capelli biondi, raccolti in uno chignon, mostravano l’attaccatura a un lungo collo che avrei percorso molto volentieri con le mie labbra. Sotto, a giudicare dal volto, si capiva che doveva avere una carnagione chiarissima, più ancora della mia. Siamo donne, e non abbiamo bisogno di guardarci nude per capire come siamo: un sedere da opera d’arte scultorea, e delle tette, che pur compresse dal reggiseno, intraprendevano una spiegata diatriba con il camicione.

Il mio animo samaritano, che più appropriato sarebbe tradurre con “ficaiolo”, decise di occuparsene; con tatto la abbordai: “Io sono Gia; bella giornata, vero? Ti va se scambiamo qualche chiacchiera? Il viaggio non è breve, e così non ci annoiamo. Inoltre, se qualche maschietto si è messo qualcosa in testa, vedendo che siamo in due, si fa passare i bollenti spiriti”.

«Gia, ma com’è che riesci ad essere sempre così creativa, disinvolta nello stabilire dei rapporti?» chiese ammirata Rashida, la quale, anche per la sua professione di docente universitaria era capace a parlare, certamente; ma non a improvvisare in situazioni che non fossero accademiche.

«Amore, basta comportarsi come ci si sente d’essere in un determinato istante, e soprattutto liberarsi della paura del rifiuto. Per farti un esempio, se incontri una che ti piace, non devi esitare ad affrontarla, per esempio in questo modo: “Piacere; io sono Gia. Ascolta; se non sei già impegnata, voglio dirti che mi piaci, e se vuoi te la dò”.

«Così? Bruscamente esplicita, Gia?».

«Certamente; come ben sai, a noi donne non dispiace essere sorprese. Inoltre, in questo modo passa un doppio messaggio: le fai capire di che pasta sei fatta, e che lei t’arrapa.

Certo, lo puoi fare soltanto se sei sicura di te; insomma, se sei una gran figa, perché in questi casi è l’abito, a fare il monaco… o per meglio dire, quel che c’è sotto gli abiti».

«Lo capisco, ma tirare in ballo la faccenda dei mosconi che ronzano d’intorno, richiede anche una gran fantasia, oltre che dei riflessi pronti; ti ammiro davvero molto. Scusami se ti ho interrotta; se vuoi, continua».

«Grazie, Madre; bene, dicevo… la sua reazione fu positiva, perché mi rispose: “Io mi chiamo Assunta; e forse è un segno del destino”.

“Come mai?” chiesi.

“Mi trovo in un momento in cui devo prendere una decisione molto importante; infatti, sto andando a Chioggia, a casa dei miei a comunicare loro che intendo prendere i voti”.

Ragazze! Se dapprima il mio obiettivo si limitava a prendermi la sua gnocca, a quel punto ebbi una ragione in più: se fossi riuscita a dissuaderla, non avrei privato il mondo di una bella figa, guadagnandomi così il Paradiso per la buona azione fatta».

Una risata delle altre la incoraggiò a continuare; seguitò: chiamandola per nome allo scopo di stabilire una certa familiarità che mi sarebbe stata utile, le dissi: “Assunta, non voglio forzarti, ma sarei curiosa di sapere come mai sei arrivata a una tale decisione. Vuoi parlarne?”.

Anche lei lo fece: “Vedi, Gia, ho poco più di vent’anni, ed ho avuto qualche esperienza sentimentale che, mi capisci, non è stata soltanto tale; le delusioni che ne sono seguite mi hanno fatto pensare che forse l’amore più grande io lo possa avere soltanto da Dio”.

“Da quel che dici, mi sembra di capire che tu sia stata delusa da qualche fidanzato. Se ti va, io so ascoltare” andai prudente, per non farla rinchiudere a riccio.

“Ascolta, Gia; non so perché, ma sento che con te posso parlare, e confidarmi… insomma, non è soltanto l’amore per Dio, che mi muove”.

“Se me ne vuoi parlare, sappi che io non amo giudicare”.

“L’altr’anno ho dovuto abortire, Gia; e questo mi ha fatto sentire in colpa, condizione in cui ancora mi trovo. Perciò, voglio espiare rinchiudendomi in un convento, lontano dagli uomini, sperando che un giorno o l’altro il Signore mi perdoni per quella vita che portavo in grembo cui non ho permesso di nascere. Inoltre, mi sento colpevole anche verso i miei genitori; il mio nome, Assunta, è meridionale, e tu puoi capire come reagirebbero se conoscessero la mia storia recente. Per nascondere loro il mio stato, ho dovuto mentire, raccontando d’esser stata trasferita temporaneamente per lavoro”.

Ma lo capite, sorelle mie? Non soltanto qualche mascalzone l’aveva messa incinta inducendola poi ad abortire, ma a causa del sistema in cui viviamo, lei si è dovuta pure sentire in colpa! E di là del trauma dell’aborto, nemmeno il conforto dei suoi cari, la poverina ha potuto avere. Ora: se dei genitori non servono a capirti, a consolarti, a proteggerti, ditemi voi, che cazzo di famiglia è?

Se fossi stata me stessa, avrei reagito con furente indignazione, ma non volevo che il clima di fiducia che si era stabilito tra noi mutasse in senso negativo. Rimandai ad altro momento la mia reazione. Chiesi: “Vuoi parlarmi un po’ di te, della tua vita? Che fai, studi? Lavori? E dove abiti, a Venezia, oppure a Chioggia, o altro? Manca un’ora all’arrivo, e perciò ne abbiamo il tempo”.

Insomma, dopo aver parlato del più e del meno, seppi che lei lavorava come cameriera in una nota catena di fast food, a Venezia, e che desiderando essere indipendente, invece che ritornare a Chioggia ogni giorno, si era presa un appartamentino in affitto a Venezia, e come potete immaginare, nella mia città gli affitti sono molto alti, tant’è, che pagato quello, le restava ben poco del suo stipendio.

Infine, tra una chiacchiera e l’altra, giungemmo a Chioggia. Al momento di salutarci, io le strinsi una mano, e lei, guardandomi con quegli occhioni, mi mormorò: “Gia, sono  contenta d’averti incontrata; è strano per due che si sono appena conosciute, ma mi dispiacerebbe che ci salutassimo qui”.

Comprendendo la sua situazione, non soltanto per portarmela a letto, ma mossa, diciamo, da carità cristiana, provai il desiderio di prendermi cura di lei. Le dissi: “Ascolta, tesoro; adesso io ti farò una proposta che non potrai rifiutare: perché non vieni a vivere da me? Il mio appartamento non è grande, ma è più che sufficiente per starci comode in due”.

I suoi occhi s’illuminarono: “Davvero, dici? Ci siamo appena conosciute, e a malapena tu sai chi io sia”.

A fronte del suo imbarazzo, per alleggerire la situazione, allegramente reagii con una battuta: “Allora, dimmi… qual è secondo te un tempo giusto affinché due persone possano decidere di condividere un appartamento? Una settimana, un mese, un anno, una vita; e anche quell’altra che dicono verrà?”.

In una risata mi rispose: “Sei unica, Gia; grazie. Ma dimmi, perché lo fai?”.

Era giunto il momento d’essere chiari quanto espliciti, anche per evitare dei fraintendimenti con conseguenti paturnie: “Perché mi piaci, amore. E non soltanto per il bel corpo che ti sforzi di nascondere sotto gli stracci con cui ti sei agghindata pensando così di castrare la tua femminilità. La tua pelle di pesca non se lo merita”.

“L’avevo capito, sai, che ti piacciono le donne, Gia; ma io non sono lesbica. Inoltre, ho deciso di darmi alla castità”.

“Tesoro, la carne mortificata grida vendetta, e se non la compiaci, lei ti punisce facendoti ammalare giacché gli ormoni hanno bisogno di sentirsi in equilibrio. In quanto alla questione che non ti senti lesbica, lo diverresti comunque, gioia mia; e non appena metteresti piede in un convento.

Come credi che si arrangino da quelle parti per il sesso? La differenza sta nel fatto che lì non potresti scegliere, e magari saresti costretta a leccare la fica rinsecchita di una Madre Superiora di più di sessant’anni. Allora, che decidi? Sappi che non ti chiederò nulla in cambio, e neanche di fare sesso con me; se non sarai tu a volerlo, si capisce”.

“Hai un gran cuore, Gia; accetto volentieri, e apprezzo molto che tu non mi chieda nulla in cambio”. Dopo una pausa, guardandomi negli occhi, seguitò: “E comunque, chi è in grado di leggere nel futuro? Mai dire mai, si dice; non è vero? Ascolta, se non hai delle cose importanti da fare a Chioggia, verresti con me, a pranzo dai miei? Mio padre fa il pescatore, e in casa non manca mai il buon pesce, né i frutti di mare assolutamente freschissimi. In pratica, a parte il pane, gli spaghetti e i pomodori, in casa non c’è altro da mangiare. Comunque, stai tranquilla, perché mia madre sa cucinare il pesce meglio di chiunque altro”.

La mia generosità si prendeva un compenso anticipato; come sapete, care sorelle, io amo moltissimo il pesce e i frutti di mare, soprattutto perché il loro profumo mi ricorda la passera… e non mi riferisco soltanto a quella di mare. Risposi: “Tesoro, sono venuta a Chioggia proprio per acquistare del pesce fresco; ma se pranzo da te, non mi serve più».

Intervenne Nahed, che fintamente crucciata, in realtà desiderava estorcerle un inverecondo complimento: «Dicevi che ti piace il pesce perché profuma di fica; la mia patatina, però, profuma di lavanda, Gia; mi dispiace».

«A parte la questione che tu sai bene quale sia l’effetto che mi fa il tuo profumo di lavanda, in realtà, anche tu hai un retrogusto, come definirlo… ittico?» la burlò lei.

«E ti piace, Gia?» chiese, facendo la smorfiosa.

«Mi sembra d’avertelo dimostrato a profusione, tesoro».

Era giunto il momento adatto per togliersi un sassolino dalla scarpa, e Gia ne approfittò: «Per ritornare alla storia, Assunta non mi aveva prospettato in maniera completa quel che a pranzo avrebbe deliziato il mio palato, poiché oltre a quanto elencato, c’era pure dell’ottimo, fresco vinello bianco, che devo dire la verità, qui all’Oasi incomincia a mancarmi moltissimo».

Le tre donne arabe non commentarono, e visto vanificato il suo tentativo, Gia continuò con il racconto.

«Per convincermi ad accettare l’invito a pranzo, Assunta seguitò: “Con te vicina, mi sentirei protetta da me stessa, ed eviterei di sbottare in lacrime in una confessione”.

Sapete, oltre che passare il tempo a godermi la bella giornata di sole, ed acquistare del pesce fresco dalle barche dei pescatori, non avevo altro da fare, per cui acconsentii. A pranzo a casa dei suoi, tra una portata di buon pesce ed un eccellente bicchiere di fresco vinello che mi deliziò il palato…».

Rashida la interruppe; con fare gioviale, tuttavia fu diretta: «Gia, l’abbiamo capito; non mica siamo sceme». Dopodiché, rivolta a Nourhan: «Vediamo come si può comporre questa questione; riguardo a questo, come vi regolavate a Venezia?».

«Beh, durante il desinare Gia non si faceva mancare uno o due bicchieri; e in tutta franchezza devo riconoscere che non ha mai esagerato, tant’è, che baciandola, mai ne ho sentito l’odore».

«E dunque, a quale compromesso potremmo giungere? Non vorrei che vedendo Gia bere del vino, a qualche altra di voi due venisse in mente di provarci, e così peccare».

Parteggiando per lei, mise bocca Nahed: «Senti, Gia; sarebbe proprio durante i pasti, quando siamo insieme, che tu vorresti bere? Perché, da com’è chiaro, la preoccupazione di nostra Madre sta proprio in questo».

Lei comprese che un compromesso sarebbe stato infine possibile: «Beh, se sino ad ora ho bevuto soltanto durante i pasti, potrei prendere l’abitudine di berne un calice per aperitivo, per poi, a pranzo, bere soltanto dell’acqua, o del tè alla trigonellina, così come siamo abituate a fare». Dentro di sé pensò…

Magari per accompagnare un grissino avvolto da del buon prosciutto di San Daniele. Ma è meglio che neanche nomini il maiale, altrimenti potrei perdermi anche il vino. Come spesso mi capita di pensare da quando sono qui, gli unici suini ammessi siamo noialtre maialine. Nel caso la faccenda andasse a buon fine, vorrà dire che mi accontenterò di qualche sfizioso crostino guarnito con salsetta al pomodoro e rosmarino. Dio! Sono talmente vogliosa, che inconsapevolmente ho fatto persino la rima.

La Decana: «Dimmi, Gia, che capacità ha una bottiglia di vino?».

«Se è DOC, di solito è di sette decimi, ossia, settecento millilitri».

«E un calice, quanto ne contiene?».

«Beh, un flûte, poco meno di duecento».

«E quindi, se faccio bene il calcolo, con una bottiglia se ne riempirebbero poco meno di quattro bicchieri. E dunque, figlie mie, dopo avere ascoltato, ecco la mia decisione: la prossima volta che ci recheremo in città per acquistare quanto ci serve, prenderemo anche qualche cassa di vino; ovviamente, sarà Gia a sceglierne il tipo.

Giunte all’Oasi, lo gestirò io stessa, chiudendo a chiave l’armadio in cui lo conserveremo; consegnerò a Gia non più di due bottiglie a settimana, che lei terrà in fresco da qualche altra parte che soltanto lei conoscerà, e non nel frigorifero della cucina. Questo, per evitare tentazioni sue, o di altre, me compresa. Ed ora, se non ti dispiace, Gia, riprendi con il racconto, che ci sta avvincendo moltissimo».

Cazzo! Proprio con il bilancino! Neanche si trattasse di una medicina. Nessuno le ha mai detto che negare significa aumentare la voglia? Non è certo che io abbia intenzione d’ubriacarmi; ma così mi fa sentire come una drogata in una comunità di recupero. In ogni modo, qualcosa porto a casa, e quindi, accontentiamoci.

Minchia, voglio bene a Rashida, e pure l’ammiro; ma quando fa così, un po’ la odio. Capisco, che si senta investita del ruolo di Decana, e che avverta il dovere di non scordare la sua fede musulmana; ma un po’ di tolleranza, perbacco, potrebbe pure averla! So di musulmani, in Italia, che si strafanno di carne di maiale, e che si prendono la scuffia ad ogni fine settimana! Se si comportasse così anche riguardo al sesso, qui, neanche si scoperebbe più!

Quand’ebbe finito di rammaricarsi per conto proprio, riprese a raccontare: «A pranzo, dopo avere messo i suoi a parte della decisione presa, questi si mostrarono molto contenti, anche perché, oltre ad avere trovato un’amica più grande di lei che l’avrebbe potuta consigliare al meglio per rimanere sulla retta via, la figlia sarebbe stata affrancata dal pagare un affitto.

Che io fossi femmina, fu per loro dirimente, poiché, meridionali amovibili dalle loro tradizioni, mai avrebbero accettato che Assunta convivesse con un uomo. Si mostrarono talmente felici, che ci fecero promettere di andare da loro ogni domenica a pranzo; e così facemmo. Al momento di andarcene, poi, ci caricarono una borsa frigo colma con non meno di quattro chili tra pesce e frutti di mare… cosa che io gradii moltissimo; Assunta fu meno contenta, poiché, da quando era nata, a casa sua non si era mangiato altro che del pesce.

Giacché gliel’avevo promesso, con la giovane ragazza io ci andai piano, e non la forzai sino a quando non fu lei a chiedere. Naturalmente, in una casa tanto piccola, era normale vederci nude, e…».

Come spesso faceva, in cerca di particolari che l’eccitassero, anche questa volta Nahed la interruppe: «Era figa, Gia?».

Lei capì di che cosa la ragazza andasse in cerca: «Era graziosa, sì, Nahed. Il vestito che indossava il primo giorno non le rendeva giustizia; biondissima, grandi occhi azzurri su un volto angelico, le sue tette erano da sogno. Di pelo biondo chiaro, la prima volta che scopammo, tra le cosce aveva una selva piuttosto fastidiosa; ma poi, su mia esortazione, lei si fece depilare completamente, e così potei gustarmi meglio la sua gonfia e pulsante patatina».

«Adesso sì, che andiamo d’accordo, Gia; continua, dai, che cercherò di farmi venire anche con questa tua storia».

«Dicevo, sino a quando il ghiaccio fu rotto, ossia fino a quando trombammo per la prima volta, io avevo sistemato una branda per lei nella stessa mia stanza da letto. Sapete, sarà stato per la mancanza di sesso, oppure perché le piacevo, ma una sera, già addormentata, sentii un corpo caldo accanto a me, e una voce suadente che mi diceva: “Senti, Gia, che prima o poi le cose dovessero andare a finire così, entrambe l’avevamo capito; e quindi, perché stiamo a perdere tempo? Su quel lettino che mi hai preparato non si dorme male, ma si sta meglio qui, nel letto matrimoniale”.

“Cara, come sei dolce” risposi, infilando una coscia tra le sue.

“Gia, io non ho mai fatto sesso con una donna, e non vorrei deluderti. Aspetto che mi dica tu che cosa devo fare”.

“Tesoro, stai tranquilla, che guido io. Comunque, è facile; immagina che cosa ti piacerebbe che io facessi a te. Intanto, se ti va, baciami”.

Ragazze mie, la sua bocca era un burro, e sapeva baciare da dio; e inutile che io scenda in particolari, non vi pare?». Osservando Nahed occupata ad ascoltare e intanto masturbarsi, fu una vena di divertita perversione, a indurla a interrompere il racconto proprio quando questo si andava facendo più arroventato.

«Lo fai apposta, Gia?» irruppe lei, affatto diplomatica. E seguitò: «Stavo entrando in un’onda in cui mi fluttuavo nel piacere, e tu ti sei interrotta proprio sul più bello; lo capisci o no, che sono proprio i particolari a interessarmi? Insomma, l’hai capito da tempo, ormai, che io sono morbosetta. Ma non fa niente, continua, dai; vuol dire che aspetterò la prossima».

«La prossima… cosa?».

«Trombata, no? Che altro mai!».

Non era soltanto nell’aspetto, che lei sembrava essere una ragazzina, ma anche nei modi e nelle motivazioni. La sua fresca spontaneità la incantava, e avrebbe voluto interagire con lei; ma per rispetto delle altre donne, Gia riprese con il racconto: «Interessante fu quando la portai a visitare il mio casolare per trascorrevi un weekend. A casa talvolta ci sculacciavamo, ma temendo che non la prendesse bene, io non le avevo ancora raccontato nulla riguardo ai dolci supplizi erotici che tanto noialtre amiamo. Ormai, però, era tempo di mettere le cose in chiaro; giunte in cantina, osservandone l’attrezzamento, lei: «Sei forse sadica, Gia? Devo spaventarmi?».  Se le parole furono quelle, così non fu per il tono che usò, né per l’atteggiamento, che non si mostrò per nulla sconvolto oppure sdegnato. Potete immaginare che cosa le risposi; messe le cose in chiaro su tale punto fondamentale, poi tutto filò liscio, tanto, che una sera, mentre la stavo fustigando, lei si sentì di dire: “Fare sesso anche così, Gia, oltre che godermela, se mai ho peccato, posso espiare”.

Insomma, il nostro rapporto filava rotondo e piacevole, tanto, che oltre a scopare e divertirci con la frusta, in quel periodo in cui siamo state insieme, io l’ho pure incoraggiata a crescere. Una sera, esauste per la reiterata ginnastica da letto, l’affrontai: “Ascoltami bene, amore; conti di fare la cameriera per tutta la vita?” chiesi.

“E che altro potrei fare, Gia? Ho studiato soltanto al liceo, e non ho nessuna specializzazione. Il mio CV si limiterebbe a un rigo”.

“E perché non ti prendi una laurea? Una di quelle che ti permettono d’esercitare una professione, però” la incalzai.

“E come faccio? Devo stare in piedi per otto, nove ore al giorno, quando ritorno a casa sono distrutta, e se voglio scopare con te, prima devo riposarmi almeno per un’ora. Meno male, carina come sei, che di solito sei tu a preparare la cena, se non addirittura a portarmi al ristorante”.

“Tesoro, qui c’è la tua Gia che vuole prendersi cura di te; un tetto già ce l’hai, da mangiare pure, e perciò licenziati. Vorrà dire che quando finiranno i soldi della liquidazione, ci penserò io a coprire le spese per le tasse universitarie, i libri, eventuali oneri sanitari e quant’altro ti dovesse servire per vivere decorosamente”.

Si commosse; con le lacrime agli occhi, chiese: “Perché faresti questo per me?”.

“Tesoro, non sarebbe un regalo; tu mi dai tanto, e non sto parlando della fica, ma della tua fresca e spontanea compagnia, che non mi fa sentire sola e che mi rende felice… per non menzionare gli avvincenti supplizi cui ti sottoponi per amor mio, che sopporti con gioia e senza farmi pesare le tue sofferenze”.

“Sei forse innamorata di me, Gia?” mi chiese, credo, sperando che io assentissi.

“Neanche per sogno, amore; e ti dico di più: se tu dovessi incontrare qualcuno, uomo o donna che fosse, per quanto mi riguarda, tra di noi non cambierebbe nulla”.

“Uomini, dici? Dopo l’aborto, non ne voglio nemmeno sentirne parlare! Con te, mia Gia, il sesso è così gioioso, fantasioso; e soprattutto sicuro. In qualunque maniera noi si scopi, oltre a piacermi, dimmi, come potresti mettermi incinta?”.

“Brava, mio tesoro; hai colto i concetti essenziali. Una condizione, comunque, te la pongo: io odio le donne problematiche, quelle che pensando di possederti, ti rompono la minchia da mane a sera. E perciò, promettimi che rimarrai come sei, dolce e per niente rompiballe”.

Sorridendomi grata, lei scherzò: “E come potrei, non mica ce l’hai, tu, la minchia. Mia Gia, a parte gli scherzi, io non finirò mai di ringraziarti; e non soltanto per quello che mi hai dato e continui a darmi, ma perché mi hai liberata dalle due cose più orribili che offuscavano la mia vita: il senso di colpa per aver dovuto abortire, e gli uomini. Insomma, io non sono in grado di vedere nel futuro; però, di una cosa sono certa: anche se non sei innamorata di me e se non staremo mai insieme come una coppia, sappi che la mia fica sarà sempre tua, così come il mio culetto, contento di prendersi le tue amorevoli frustate”.

Insomma compagne mie, andò a finire che, filando d’amore e d’accordo, senza nulla farci mancare nei fine settimana in cui ci dividevamo tra Chioggia a pranzo dai suoi, e il casolare a fornicare, tre anni più tardi lei si prese a pieni voti una laura triennale in infermieristica, e una settimana più tardi fu assunta con regolare contratto a tempo indeterminato da una importante clinica privata di Mestre. E così, rendendosi utile a chi ne ha più bisogno, gli ammalati e gli anziani, poté pure esaudire il latente bisogno d’espiazione… che se non avesse incontrato me, avrebbe scontato in uno squallido convento di clausura».

«Gia, grazie; è una storia bellissima. E hai pure compiuto una buona azione; fosse soltanto per questo, te lo meriti proprio, il vino che hai chiesto» si complimentò Rashida mentre gli occhi di Nourhan esprimevano orgoglio per la moglie.

«Gia, quanti anni avevi allora?» chiese Nahed.

«Boh, non ricordo esattamente; credo intorno ai ventisette, ventotto».

«Però, lei venti e tu ventotto, te le trovi sempre giovani, eh? Ti piace la carne fresca… come la mia, Gia, confessalo». Non aveva ancora finito di sfotterla, perché continuò: «Senti, a me sembra che tu abbia una predilezione per le monache; questa è la seconda avventura che ci hai raccontato su di loro. Che sia un inconscio bisogno di trascendente?».

«Nel caso, sarebbe un bisogno di pura fica, tesoro; in ogni modo, io non guardo alle monache che sono già tali, ma a quelle che vorrebbero divenirlo chiudendosi in un convento, così da privare il mondo esterno della loro gnocca, che nel caso opposto andrebbe a solo beneficio di un mondo interno».

«Tu dici, Gia? E come la metti con…  (Continua nel romanzo).