MEDITATE, DONNE.

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«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dal Libro 9° della Saga Erotica Lesbo 

Presto nelle librerie.

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MultiIcona 1 Atto 8

… sai, Gia, si capiva come quell’uomo, pur a distanza di molti anni, avesse ancora il cuore spezzato; e a farlo, dev’essere stata colei la quale, pur avendo ricevuto molto da lui, non ha saputo, o voluto, essergli vicina.

Io penso che alle volte noi donne ci comportiamo ingiustamente nei loro riguardi. Io ne ho conosciuti tanti, di uomini, e devo riconoscere, per la maggior parte di loro, che non sono né aggressivi, né stronzi; sono dei cucciolotti smarriti, che cercano in noi prostitute quello che invece le loro mogli, avrebbero dovuto dar loro.

Alcune donne, e penso che siano la maggior parte, specie se sposate, credono che basti il sentimento. Magari per un po’ funziona pure; ma poi, se si scordano di fare un po’ le puttane, così come mi aveva detto lui azzeccandoci, la fica, gli uomini se la vanno a cercare da altre parti. Oppure, se fedeli, come nel caso del tuo Maestro, soffrono come delle bestie.

Va bene, che gli uomini son quel che sono, bisogna però anche dire che noi donne, alle volte, sappiamo essere delle emerite bagascie mentali. La maggior parte di loro non li capisce, gli uomini; ed io mi chiedo: perché, almeno talvolta, non li rendono felici?

Sono dei giocattoloni, dei sempiterni bambini; ogni tanto, ad esempio, dovrebbero regalar loro un bel pompino, e se l’hanno deciso, lo dovrebbero fare come dio vuole, mettendoci passione, impegno, ed anche tanta energia. E mi spiego meglio: sei tu, che ti devi muovere; è inutile e stupido, che tu stia lì a largire qualche romantica leccatina amorosa al prepuzio, che non smuove niente. E guardalo negli occhi, il tuo uomo, impegnati: la tua bocca, non gli deve far rimpiangere la fica. E lascialo giocare, con quella cosina che per lui è il paradiso; non mica ti sta a torturare, cazzo: sarà un sollucchero anche per te; oppure no?” … (Continua nel romanzo).

 

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L’ABITO FA IL MONACO?

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«Dal Cappello di Gia».

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MultiIcona2 Atto 8°

… quello, Nahed, era un argomento sul quale neanche per l’amore che provavo per lei, io avrei potuto essere d’accordo; cercai di farle capire meglio come la pensassi: “Insomma Violeta, tu mi stai dicendo che l’abito non fa il monaco; ma cazzo, l’immagine che ne viene dal ruolo ricoperto, quantomeno una garanzia, la dovrebbe pur fornire! Oppure no? Se tu avessi ragione, allora non dovremmo fidarci più di nessuno; dei poliziotti, dei magistrati, dei medici, e così via. Non dico di certi politici, poiché riguardo a costoro, che l’abito non faccia il monaco, ben lo sappiamo; ma se tu ti dovessi trovare in pericolo, e chiedessi aiuto a una persona che veste l’abito del poliziotto, quando poi quello ti rapinasse invece d’assisterti, io mi domando e dico: in che cazzo di mondo stiamo, a vivere?

E quello stronzo, che pur non riuscendoci, mi ha insidiata da bambina, l’abito talare l’aveva; eccome! Non pensi che sarebbe una responsabilità dell’amministrazione cui l’individuo appartiene, verificare se quell’abito sia indossato con la dignità dovuta?”.

Sai, Nahed, ciò che le dissi, doveva averla convinta, perché lei mi rispose manifestandomi solidarietà: “Coraggio Gia; con il recente cambio della guardia che è avvenuto nella vostra Chiesa, pare che alcune cose stiano cambiando in meglio”.

Pur contenta per quanto stava innovando l’ultimo Papa, comprendendo quante resistenze quel sant’uomo avrebbe ancora dovuto incontrare lungo il suo cammino, scettica sulla questione che egli potesse fare tanto, io le risposi: “Cambiando, tu dici, Violeta? E perché? A me risulta che al momento non ci siamo proprio per niente… se ti riferisci al cosiddetto Divin perdono che la Chiesa concederebbe agli omosessuali, ai divorziati, a coloro i quali hanno abortito e a quelli che indossando il preservativo si cautelano da gravidanze indesiderate e da infezioni da HIV; e bada, si specifica pure: se ravveduti. Il che significa che non si potrebbe scopare se non per procreare, che si dovrebbe rischiare di beccarsi l’HIV, che si dovrebbe vivere eternamente il senso di colpa per un’eiaculazione non trattenuta, che si dovrebbe vivere in un matrimonio fallito sino a quando uno dei due non uccida l’altro o entri in una clinica psichiatrica.

E dove sarebbe l’innovazione, quando si sancisce, cito le sue stesse parole, Gli omosessuali non possono continuare a vivere la loro tendenza, perché, comunque, il loro, rimane un peccato. Tu, poiché lesbica, ti senti colpevole di qualcosa? Io, per nulla!”.

Si vedeva dall’espressione, che Violeta non fosse d’accordo con me: “Tu non capisci, Gia: sino a ieri, quelle persone, tu ed io comprese, erano totalmente escluse dalla Chiesa; ora, anche se considerate peccatrici, possono ritornarci. Guarda, che non sentirsi esclusi, non è cosa da poco”.

Tu lo sai, Nahed, che intorno a questi temi, io sono piuttosto intollerante; le risposi pressappoco questo: “Insomma, tu mi stai dicendo che tu ed io, ad esempio, dovremmo ravvederci dall’essere lesbiche per apprestarci ad amare degli uomini, e magari, figliare con loro! Violeta, ma, ti rendi conto di quel che dici? E tu, hai pure una ragione in più, riflettendo su com’è considerata la professione che fai; anche dalla Chiesa, dico!

Oppure, continuando a vivere le nostre vite come desideriamo, tu ed io dovremmo dar ragione a loro, e considerare sbagliate le nostre inclinazioni e scelte? Dovremmo eternamente sentirci reiette per delle colpe che non abbiamo, per poi confessarci e scontare una penitenza con il fine di redimerci dai nostri presunti peccati?  Ma quali peccati! Ad amare te, io non mi sento per niente una peccatrice; anzi, mi sento beata. Non lo capisci, che fanno tutto ciò con l’unico scopo di dominarci nell’anima? Non lo vedi, che si ostinano a esercitare il controllo sociale nelle subdole forme da loro predilette e attuate nei secoli dei secoli?

Non sarebbe giusto, invece, accogliere gli omosessuali senza mortificarli, umiliarli, giacché nulla, loro hanno commesso di male? In quanto all’aborto, ora passo a spiegarti quale sia il mio pensiero”.

Nahed, te lo dico chiaro: per la prima volta, io mi ritrovai quasi incazzata con lei, e per niente convinta da quell’interpretazione, che ritenevo “gesuita”, nella diffusa accezione storica d’ipocrita. Lei mi aveva riscaldata, Nahed; allora continuai sul tema dell’aborto: “Con le dovute eccezioni per la tutela della salute della madre, neanch’io l’approvo. E neanche ve ne sarebbe bisogno, se quegli stolti la piantassero di condannare i sistemi anticoncezionali, anziché incoraggiarli; l’uso del preservativo, in particolare. Ma non ti rendi conto della palese contraddizione? Da un lato ti proibiscono l’uso dell’anticoncezionale, e dall’altro pure di rimediarvi, sia pure in una maniera dolorosa”.

Seria, ecco che cosa mi rispose, Nahed: “Tu sei troppo radicale, Gia! Per te, tutto è bianco o nero; mentre, talvolta, noi dovremmo accettare dei compromessi con la nostra coscienza. Anche in questo caso, si tratta di una questione che non è improprio definire politica”.

Nahed, a sentir nominare quel termine, sbottai: “Cazzo, Violeta, se anche nella spiritualità dobbiamo scendere a dei compromessi politici, allora, è bene che senza mezzi termini si mandino a fanculo anche le religioni, oltre che i politici che si comportano da coglioni!”.

Lei mi sorrise, e calma: “Tu prova a immaginare una Chiesa Cattolica che dopo aver sostenuto quei principi per dei millenni, per giusti o sbagliati che fossero, improvvisamente cambiasse diametralmente rotta; ora, tu non credi che milioni di fedeli ne rimarrebbero quantomeno sconvolti? Sarebbe come se fino a ieri tu avessi imposto a un bambino una serie di regole, pur sbagliate, e all’improvviso gli dicessi che stavi scherzando, e che perciò, da quel momento in poi gli sarà concesso di comportarsi come più gli piacerà”.

Non lo potevo accettare; le obiettai: “Ecco, l’hai detto tu”. Anche perché ero stata ermetica, lei non capì: “Che cosa?”, mi chiese.

«Che ci considerano da sempre dei bambini, ossia delle pecorelle smarrite da educare; non per nulla, si ostinano a farsi chiamare Padre per i preti, e Madre per le suore. Ma padre e madre di chi? Che neanche sanno, dato il cosiddetto voto di castità, o se fottono comunque, di celibato, che cosa significhi avere un figlio! Se ne trovo uno che si rivolge a me in questo modo, anche se di quello stronzo di mio padre non me ne fotte un cazzo, giuro che lo denuncio per furto di patria potestà”».

Nahed scoppiò a ridere; ancora irata al ricordo, Gia: «Mi stai prendendo per il culo?».

«Rilassati, scema; non ti sto prendendo in giro: dovresti vederti in uno specchio… sei proprio buffa!».

«Mi dici che sono buffa, e insieme, che non mi stai prendendo in giro? Ma che ti dice il cervello?».

«Stupida; non capisci? Mi ha divertita la questione della denuncia per furto della patria potestà rivolta ai religiosi; che poi, a ben vedere, hai pure definito in maniera impropria, poiché avresti dovuto tagliare il termine potestà. Comunque, dimmi: da dove le tiri fuori? Forza, ora riprendi con il racconto».

«Alle mie pacate obiezioni, Violeta…».

Un’altra risata di Nahed la interruppe: «Pacate? Se te la stavi mangiando! E non parlo della sua patatina».

Ripreso il buonumore, anche lei si mise a ridere, e riprese: «Silente, Violeta mi guardò seria. Dopo qualche minuto, calma, prese a dirmi qualcosa che mi piacque di più: “Nella vostra Chiesa, Gia, gli impedimenti a evolversi provengono proprio da sé stessa; il cambiamento, loro neanche se lo possono permettere, perché è viziato d’incompatibilità con la loro secolare dottrina.

Seguimi, Gia: la concezione secondo la quale il sesso sia ammissibile soltanto a scopi riproduttivi, comporta la logica conseguenza che alle coppie gay tale cosa non possa che essere vietata. Esattamente come vietano il ricorso agli anticoncezionali.

Queste son cose assurde, lo capisco; e neanche comprendo come, nel terzo millennio, stiano ancora in quella dottrina che li condanna all’immobilismo: è come il cane che si morde la coda; una tautologia. Tu pensa alla contraddizione che c’è quando sostengono che la Chiesa insegna ad amare ogni persona per quella che è, negando apparentemente ogni discriminazione: e poi, che accade? Non riconoscono agli omosessuali la possibilità d’essere sé stessi, la qual cosa è un diritto naturale.

Quei poverelli che si credono d’amministrare la parola di Dio in terra, sono condannati a vivere in un’irrisolvibile contraddizione, che io credo, li faccia pure soffrire: nella sostanza, continuano a muoversi con prudenza nello spazio di compromesso che dovrebbe accontentare un po’ tutti, ma che non soddisfa nessuno, come fece all’inizio del nazismo… (Continua nel romanzo).

LA RITORSIONE.

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… unite nel nostro adolescenziale amore, noi ci sentivamo d’essere una forza dirompente: anche se potevamo fare all’amore a casa sua in tutta comodità, ogni giorno, di mattina, ci piaceva rifugiarci nello sgabuzzino di cui ti dicevo, anche soltanto per chiacchierare, o scambiarci qualche bacetto; ormai, eravamo abituate a scopare molto più comodamente e senza fretta nel suo letto».

«Che storia tenera, Gia!».

«Non è finita, amore; ora te ne racconto una che ti piacerà: un bel dì, avvenne che da quell’arpia della professoressa di scienze, io non riuscissi a farmi accordare il permesso d’uscire durante la lezione con la scusa d’andare alla toilette; ebbene, quella troia, a fronte della mia disperata insistenza, mi diede pure una bella nota sul registro di classe, appellandomi “incontinente” di fronte a tutti gli altri della classe. Lo sai, qualche giorno più tardi, quale fu la nostra rappresaglia? Era una giornata piovosa, e sapevamo, quando capitava, che la stronza veniva a scuola calzando degli alti stivali anfibi di pelle, che fastidiosi da tenere ai piedi per tanto tempo, la troia riponeva nel suo armadietto, per indossare delle ciabattine.

Silenziose e senza farci scorgere, li prendemmo, ce li portammo nel nostro sgabuzzino, e vi pisciammo dentro: io in uno, ed Eleonora nell’altro; poi, li riportammo, semipieni e la pelle intrisa dei nostri profumi, al loro posto. Non ti dico le risate che ci facemmo pensando alla sua faccia quando, di fronte ai colleghi professori, avrebbe cercato di calzarli per ritornarsene a casa! E sai che odorino si sarebbe sparso per tutta la sala insegnanti, dopo qualche ora che la pipì sarebbe rimasta lì a sedimentare! Era andato tutto liscio, e nessuno ci aveva scoperte; l’unica cosa che ci dispiacque, fu di non essere presenti alla scena.

Eravamo proprio incorreggibili! La settimana dopo, quando, con dipinto sul volto un sorriso che diceva tutto, chiesi a quel puttanone d’uscire per recarmi alla toilette, torva, lei mi fissò: non poteva provare, che fossi stata io la responsabile; ma sono certa che comprese, chi fu a combinarle lo scherzetto. Non si oppose, però; credo sia stato temendo una nuova ritorsione anche più trucida».

Scossa da un’improvvisa e irrefrenabile risata, Nahed frenò la Land Rover; quando si calmò: «Gia… mi sono bagnata le mutandine; anche a me, ne è scappata un po’. Per colpa tua, la mia ciccina bagnata adesso si costiperà», la incolpò, ancora sganasciandosi dalle risa.

«Sciagurata: sprecare in questo modo un tale dono del cielo! Amore, non te ne sei accorta, che siamo nel deserto? Devo rilevare che tu non tieni in nessun conto la sete che ho di te», le rispose sorridendo, Gia.

Più calma, ancora ridendo, lei ripartì, e Gia continuò a raccontarle: «Insomma Nahed, la bella Eleonora è stata il mio primo amore, anche se quello vero, quello che ti prende tutta, comprese le viscere, è arrivato più tardi, verso i vent’anni, la tua età d’adesso. Anche se per gli altri ciò era una provocazione, con Eleonora non ci facevamo problemi a mostrarci innamorate. Alla fine delle lezioni, quando noi ci aspettavamo fuori dalla scuola per percorrere un pezzo di strada comune sulla via del ritorno a casa, ci abbracciavamo e ci tenevamo per mano; neanche avevamo dei problemi a baciarci in pubblico.

“Le morósete”[1] ci chiamavano gli altri, con una nota affatto celata di disapprovazione; e specialmente da parte dei maschi. Quello almeno servì a tenerceli alla larga: meglio il disprezzo e la derisione, che la rottura di palle»…  (Continua nel romanzo).

 

[1] Morósete, fidanzatine, in dialetto veneziano.

COPPA DI TESTA.

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… sedute alla lunga tavolata imbandita, molti erano stati i momenti ilari dell’allegra compagine nuziale; tra questi, gustandosi la “coppa di testa” che nell’ultimo viaggio in città Gia era riuscita quasi miracolosamente a trovare, Rashida: «Ma è qualcosa di squisito, Gia! Con che parte del maiale la fanno? Non sarà mica impura?».

Lei era scoppiata in una risata; in un lampo, la sua mente era ritornata al giorno in cui Rashida aveva spiegato che il Corano la proibiva poiché i maiali si rotolano nelle feci del loro trogolo. Per persuaderla, la donna veneziana aveva argomentato: «Non soltanto i maiali, si rotolano nella loro cacca, ma anche le vacche, i cavalli, e ogni altro quadrupede che sia costretto a vivere in uno spazio angusto, genere umano compreso, quando, ad esempio, nel Medio Evo, era cacciato in galera».

Gustandosene un’altra fetta, allegra quanto scherzosa, a quell’ultima obiezione, le aveva risposto: «Stimatissima Santa Madre, già tu ti mangi il Culatello di Zibello, che è ricavato dalla parte interna della coscia; orbene, poiché notoriamente questa sta vicino al culo, e per quanto ne so, la scrofa che dopo aver defecato si fa un bidè deve ancora nascere, a maggior ragione puoi sbafarti la coppa di testa, che è ricavata da qualcosa che se ne sta più lontano».

Dopo una generale, convulsa risata, Nahed: «Ma come ti vengono, Gia? “La scrofa che si fa un bidè”! Che bella immagine!».

Dopo i festeggiamenti, il banchetto, e quant’altro, nella notte, da sole nel talamo nuziale, ciascuna delle spose si sarebbe… (Continua nel romanzo).

UNA TISANA NEL DESERTO.

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Volume8

… la giovane non si mostrò affatto sorpresa: «Sei cocciuta, sai? Quante volte te l’avrò fatto capire? Noi siamo unite più di quanto immagini, Gia».

«Che vuoi dire?».

«Non ti dice nulla, la sensazione familiare che hai avuto quando hai conosciuto mio padre? In ogni caso, chi non vuol credere, almeno non chieda».

«Sei un bel tipo, tu!».

La donna veneziana aveva capito, che non avrebbe tirato fuori un ragno dal buco, e già com’era accaduto numerose altre volte, non insistette.

Di punto in bianco Nahed: «Voglio farlo qui, Gia; e adesso».

«Ma sei matta? E se dovesse ritornare tuo nonno? Credo che mi vergognerei per tutta la vita!».

«Lui ne avrà per almeno quattro ore: non è facile, catturare le salamandre. E quando ritornerà, noi ce ne saremo andate da un pezzo».

«Ma non mi sento a mio agio, Nahed; scusami, amore, ma non me la sento proprio».

Lei si sollevò, accese l’arcaico focolare di pietre; dopodiché: «Vado nel tendone a prendere la teiera, e a riempirla d’acqua».

Ritornata portando con sé anche due grandi tazze di terracotta, lei appese la teiera sul focolare. Ritornata a sedere, le mostrò il vasetto che aveva preso: «È una tisana speciale che prepara il nonno: ti piacerà».

Versata l’acqua bollente e l’essiccato in una delle tazze, gliela porse. «E tu non bevi, Nahed?».

«Dopo, forse; bevi, dai!».

«Non sarà, che mi vuoi avvelenare, spero! Con tutte le diavolerie che ci sono in quei vasetti che ho visto dentro; e poi, veleno del cobra, salamandre, e dio solo sa cos’altro!».

Con un seduttivo sorriso sul volto, lei: «Non ci sarebbe nulla di strano, e da italiana, tu dovresti saperlo; si tratterebbe del vostro classico divorzio», celiò.

«Va beh… mi fido; tanto, se tu avessi voluto liberarti di me, ci sarebbero state mille occasioni. Specie alla guida della Land».

«Ingrata!».

Passò soltanto un quarto d’ora, e Gia si sentì rinfocolare; eccitatissima, volse un sorriso alla novella moglie: «Ripensandoci, anche a me piacerebbe».

Sorniona, lei finse di non capire: «Che cosa?».

«Non volevi scopare? Spogliati, allora, che lo facciamo sul tappeto».

«T’è venuta di colpo, la voglia, eh?».

«Mi sento friggere la patata».

«Amo, le patatine fritte! Ma stai tranquilla, che non te l’affetto: mi serve intera».

Dopodiché: «Senti, Gia, se questo serve a farti sentire di più a tuo agio, giacché indossiamo entrambe i larghi gonnellini, neanche serve che ci spogliamo. Forza, sfilami le mutandine, che poi le sfilo a te; facciamo baciare le nostre bambine. Uniamoci in un tribbing da sedute, Gia».

Mentre era intenta a sfilarle il capo di biancheria, aspettando semisdraiata, Gia: «Cavolo! La mia mutanda non ne vuol sapere di separarsi da me!».

«Scema! E allunga il piede, no?». Come si sa, anche se mai con asprezza, due non se le mandavano a dire: si trattava soltanto di un ulteriore segno della spontaneità che correva nel loro rapporto.

Nahed: «Ora infilo una gamba tra le tue, e tu sollevami per il sedere, che mi arrostisco la patatina al calore della tua, Gia, amore».

Dopo quella prima manche, mentre, sdraiata tra le sue gambe, il gonnellino rivoltato sul ventre, la giovane le serviva un sapiente cunnilingus, Gia: «Zuzzerellona, che sei, bambina mia! Ma sì, baloccati; rallegramela, amore, che “lei” non riesce a starsene buona».

«Che forbito, il tuo parlare! Come desideri, tesoro: ora ti ridurrò all’ombra di te stessa. Comunque, sono contenta, che tu mi abbia chiamata anche “bambina mia”, “mamma”».

Ad amplessi consumati, rivestite senza potersi sciacquare i genitali, Gia chiese: «Che cosa ci hai messo, in quel the? Un afrodisiaco? Non appena ho bevuto, morivo dalla voglia di farmi scopare da te».

Lei scoppiò a ridere: «Un afrodisiaco a te? Se sei tu stessa, un afrodisiaco!». Poi, più calma, sempre sorridendole: «Non ne hai certo bisogno, Gia. Stai tranquilla, che non ti ho dato nulla che possa farti male. Eri agitata per la paura che il nonno potesse scoprirci a scopare; hai bevuto una tisana a base di passiflora e biancospino, e il resto è venuto da te… compresa la tua esortazione a che io mi “baloccassi” con la tua patata».

«Davvero. Ho usato questo termine?».

«E non soltanto questo, amore; anche venendo, hai mostrato la tua anima di letterata. Hai gridato: “Oh sì, così! Ora trascendo!».

«Scema!».

All’improvviso, Nahed si fece seria; Gli occhi puntati nei suoi per studiarne la reazione: «Ti sei mai chiesta come mai la nostra Oasi sia così diversa da questa e da tutto quello che le sta intorno? In un ambiente ostile, desertico e roccioso come questo, una tal cosa dovrebbe essere impossibile da concepirsi, non credi?».

«Infatti!».

«Lo so quanto tu sia avversa al soprannaturale, ma se ti dicessi che è stata opera di mio nonno, tu ci crederesti?».

«Nahed! Finiscila di raccontarmi delle panzane! E chi sarebbe lui: Dio?».

«Fai come credi: comunque, io te l’ho detto, e adesso pensa quel che vuoi. In ogni caso, dovresti ricordarti di alcune cose, tra cui le piante di lavanda che crescono subito dopo che io mollo la pipì sul terreno, sabbia, o erba che sia, oppure, a come ti senti vitale dopo che te la faccio ingoiare».

«Nahed: qui, con te, il mio raziocinio se ne va via via a farsi benedire».

«E che te ne fai, del raziocinio? Quello, non mica ti fa star bene, o godere; serve soltanto a complicarti la vita. A volte, Gia, è unitile chiedersi il perché delle cose: accettale, goditele, e basta. Beh, prima d’andarcene da qui, ritorna a leccarmi a modo la fica, che ti fa bene alla salute».

Divertita, lei: «Beh, non si può certo dire che tu sia criptica! Senti, amore, preferisci che io stia davanti, o dietro di te?».

In palese fermento, lei: «Di dietro, dai; che così, quando riprendi fiato, mi puoi sculacciare».

«Bene; voltati, inginocchiati prona, e solleva bene il culo, che ti servo».

«Gia…».

«Sì?».

«Già che ci sei, non scordarti di leccarmi anche l’altro buchino. Le chiappe, me le tengo allargate io».

«Ai suoi ordini, mistress!».

Mentre, vezzosa, la giovane si disponeva a ricevere le sue tenere attenzioni, un pensiero attraversò la mente della sua amante…

Ecco una delle cose che mi piace di lei: la sua spontaneità, l’ingenua freschezza del suo modo d’esprimersi anche nelle richieste che, per quanto audaci, mai appaiono volgari.

Alla fine di quell’altro step, mentre, inginocchiata eretta, la giovane si massaggiava i glutei in fiamme, leccandosi le dita madide, allegra, la donna veneziana: «Allora, che voto mi dai? Me lo merito, un bel bacio, amore mio».

«Ti darò un “più che sufficiente”; se ti applichi, però, puoi migliorare». Mentre la baciava: «Ci penserò io, a darti delle ripetizioni; ora scambiamoci, che ti faccio vedere… anzi, sentire, perché dalla posizione in cui sarai, non potrai vedere niente».

«Ingrata d’una bambina! Ed io che mi sono prodigata tanto».

«Brava, mamma: chiamami ancora bambina, che mi piace, sentirtelo dire».

Più tardi, uno sbadiglio osceno a marcare la sua temporanea soddisfazione, Nahed: «Non credi, Gia, che le nostre siano delle vite sfavillanti?».

«Altroché, se lo sono».

La donna stava per rivestirsi, quando la ragazza: «Gia; la fica mi va di nuovo a fuoco: sto divampando! Presto, fai qualcosa!».

Timorosa che il nonno facesse ritorno trovandole in quella situazione imbarazzante, lei: «Ma non dovevamo andarcene?».

«Hai fretta?».

«No, che non ne ho; lo sai, perché sono preoccupata».

«Come te lo devo dire? Lui ritornerà molto tardi; avanti, adesso facciamolo a forbice; ma prima d’incominciare a sfregarci con la fica, smorzami il fuoco con una bella pipì, che così scivoleremo meglio».

Più tardi, ancora a baciarsi, Nahed le sussurrò: «Sei la più bella, Gia».

«Non è vero», si schermì lei.

«Sei bellissima: da togliere il fiato. Gia, stringimi a te, aderiscimi quanto più puoi; voglio sentirmi avvolta dal tuo caldo, vellutato corpo, come se tu fossi una mia seconda pelle. Non lasciarmi mai, Gia: senza di te, io non sarei».

Mentre, le cosce a incrociarsi e la mano sui suoi piccoli, sodi glutei a trarla a sé, l’accontentava, intenerita dal tepore della sua vagina ancora madida baciata alla propria, lei pensò…

«”Io non sarei”, ha detto, la mia piccolina; in che senso? Dell’esistenza, forse? Che risponda al vero, che io sia la reincarnazione della madre scomparsa? Speriamo di no, altrimenti, ricadrei nel complesso incestuoso che tanto mi ha sconvolta all’inizio del nostro magico rapporto d’amore. E perché, proprio or ora, dentro di me, l’ho chiamata “La mia piccolina”? Gia: vedi di darti una dritta! Tanto più ora, che hai sposato una ragazzina appena ventenne, tocca a te, recuperare per entrambe il discernimento… che sennò, per la tua coscienza, son cazzi»… (Continua nel romanzo).

 

LE FEDI: ovvero, lussi riservati alle razze autoproclamate superiori.

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«Dal Cappello di Gia».

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Elaborate.23

… passando da palo in frasca, come spesso avveniva, Nahed chiese: «Come mai, tu, Gia, sei tanto refrattaria alla spiritualità?».

«Non lo sono rispetto a essa, ma alle religioni; infatti, sono sotto gli occhi di tutti, i danni e i misfatti, da queste commessi. Secondo me, le religioni non dovrebbero neppure esistere. Casomai, se proprio non se ne può fare a meno, la spiritualità, e quindi la fede, dovrebbero essere dei sentimenti privati, come gli affetti e l’amore; e non diventare delle Istituzioni… che poi, spesso, sono tutt’altro che no-profit e avulse dalla politica.

Vedi, Nahed, tante, sono le ragioni che hanno portato l’uomo a inventarsi delle fedi religiose; oltre a quelle che ti sono già note, scaturite dalle paure e dalle insicurezze, ve ne sono altre, tra cui il bisogno di giustificarsi ai nostri stessi occhi per le nefandezze che ogni giorno commettiamo: come potremmo sentirci in pace con la nostra coscienza, se non avessimo la convinzione d’appartenere a una razza superiore tra le specie animali? Basti pensare a quanto di trucido la razza umana è capace di fare a bovini, equini, suini, pollame, ovini, e così via, facendo passare le cose per “normali”; neanche il più feroce dei nazisti, avrebbe potuto concepire i lager in cui si fanno nascere e crescere gli animali da uova e carne, per poi ucciderli.

Si dirà: “Ma dobbiamo pur nutrirci, no?”. E ancora si obietterà: “E per sopravvivere, le altre specie, forse, non lo fanno?”

«”Col cazzo”, risponderei loro; se carnivori, gli altri animali uccidono soltanto lo stretto necessario per sfamarsi, oppure per difendersi. Noialtri, animali umani, invece, uccidiamo molto di più di quello che ci serve, e per compiacere il mondo della moda, anche li scuoiamo. Tanto per citarti uno solo dei barbari modi di trattare gli animali, pensa che per ottenere la pelliccia, in Cina si usano due barre metalliche: una viene inserita nella bocca dell’animale, l’altra nell’ano. Poi le barre vengono collegate a una batteria per automobili, così che le scariche elettriche paralizzino le bestiole ma senza ucciderle; e quindi, allo scopo di mantenere il loro pelo più intatto possibile, vengono scuoiati vivi».

«Non posso crederci! È orribile, Gia! Tanto, che non esistono delle parole adatte a commentare».

«E c’è qualcos’altro, secondo me, che merita d’essere considerato, mia Nahed: come mai, noi umani, riteniamo che le altre specie animali siano escluse da qualche forma di spiritualità? Anche questo, è un effetto della nostra smisurata egolatria, che ci fa sentire superiori alle altre specie; e perciò, non è azzardato, secondo me, definirci ferocemente razzisti, oltre che ipocriti. E adesso, passiamo a una lampante contraddizione: capita che fuori dal sagrato, dopo aver adempiuto alla settimanale Messa Cattolica, scambiandosi pure un segno di pace, e assumendo la Comunione, la gente si senta in pace con Dio. Orbene, giacché nei Dieci Comandamenti, come nei Vangeli, non mi sembra, che questi aspetti siano toccati, dovremmo dunque chiederci: come mai?».

«Sei animalista, Gia?».

«No, pur amando gli animali, non lo sono per niente poiché non amo le esasperazioni; infatti, prendendo atto di quel che siamo, non mi nascondo dietro a un dito. Vorrei soltanto che non si esagerasse, e soprattutto, che non si tirasse in ballo un Dio che non esiste soltanto a giustificazione di quel che facciamo, considerandoci così superiori alle altre specie animali»…(Continua nel romanzo).