L’anteprima del Libro 1°: «Dal Cappello di Gia».

Qui puoi leggere l’estratto della saga «Dal Cappello di Gia», Libro 1°.

Libro 1°

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#PROPAGANDA #ELETTORALE 2018 – I DIMENTICATI.

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Come ben sapranno i miei affezionati lettori, io mi occupo di altro; ma sebbene siamo abituati a sopportare, alle volte è difficile tacere. Voglio spendere alcune parole riguardo ai DIMENTICATI dai governanti e dalla politica.

Non so se vi abbiate fatto caso, ma proprio alla vigilia delle urne, alcuni contratti pubblici sono stati finalmente rinnovati, e questo è sicuramente positivo… se non fosse, che desta dei fondati sospetti. E così, gli stipendi di alcune categorie salgono, e di conseguenza salirà anche il costo della vita.

E che ne è del potere d’acquisto dei pensionati minori, quelli che a malapena percepiscono importi sotto i milletrecento-quattrocento euro? Saldati da Renzi con pochi spiccioli malgrado la Corte Costituzionale avesse stabilito l’illegittimità del blocco voluto dal governo Monti (condito dalle calde lacrime della signora Fornero), in quest’annoiante corsa a delle iperboliche quanto vuote promesse fatte da ogni parte, riguardo a loro, che poi costituiscono una cospicua parte dell’elettorato, non vi è neppure un accenno. Non è questa, quantomeno, anche una mancanza di considerazione? E poi si lamentano se la gente non va a votare; è proprio il caso di dire “no comment”!

Vostra Gia.

#CICLOVIA DELL’ALPE ADRIA.

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 7° della Saga Erotica Lesbo 

che suscita emozioni anche in chi non lo è.

Presto nelle librerie.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Volume 7

… «A proposito di bici, ve ne voglio raccontare una curiosa. In una delle numerose escursioni che facemmo quand’ero a vivere da lei, trascorremmo un bel weekend ad Arnoldstein, un’amena località montana austriaca. Poiché da lì si può percorrere un fantastico giro su pista ciclabile, che può arrivare persino in Croazia, patita della bici, lei mi propose di affittarne due a pedalata assistita per arrivare quantomeno a Tarvisio, una ridente località montana che sta nella vicina Italia».

«Assistita… da chi?» chiese Nahed, che mai aveva sentito parlarne.

«Da un motore elettrico a batteria, gioia. Sapete, i percorsi di montagna sono pieni di saliscendi, e noi, preferendo riservare le energie per scopare, non avevamo alcuna intenzione di stroncarci pedalando».

«Che bella idea; peccato che fuori dalla nostra Oasi, sulla sabbia del deserto, servano a poco. Continua, dai».

«Beh, pedala e pedala, passata qualche ora a un certo punto la mia vescica si mise a protestare a causa di un’ovvia impellenza. “Gia” dissi, “Non ne posso più”. La stagione estiva era sul finire, i pochi punti di ristoro erano chiusi, e per i quaranta chilometri già percorsi non c’era un cesso neppure a cercarlo con il lanternino.

“Amore, fermiamoci un momento in quell’area di sosta, spostati un po’ addentro, sotto gli alberi, accucciati, e falla”, mi disse Gia.

Bene, non ci crederete a quanto possa essere infame la sfiga: per tutta la strada avevamo incrociato forse soltanto due o tre ciclisti, ma combinazione volle che mentre accucciata la mollavo, giungesse una coppia attempata che si fermò proprio lì. Quando mi videro, quella vecchia gallina spennata commentò: “Che schifo! Non vi vergognate?”.” Cazzo”, pensai, “che ci avesse colto a scopare, avrei anche potuto capire”.  Il maturo ganzo pelle ed ossa che stava con lei, si unì sfoderando un’espressione indignata. Fortunatamente io avevo già finito, ma non vi dico quale fu la reazione della mia Gia: irata da divenire rossa in volto, con il fuoco nello sguardo, veementemente le replicò: “Senti, moralista dei miei coglioni; non so se te ne sia accorta, ma qui non c’è un cesso per decine di chilometri. E comunque, qui pisciano lupi, orsi, e pure delle vacche come te, perché non dovrebbe farlo lei? Invece di rompere la minchia a noialtre, perché non fai un bell’esposto a chi di dovere? Facile, per questo coglione che ti accompagna, che deve soltanto sfoderare dalle brache quel che rimane del suo uccello moscio.

Tra l’altro, dovendosi così arrangiare, accucciandosi, mia moglie ha rischiato di prendersi una zecca sulla fica. E tu che fai? Il pistolotto? Vedete di andarvene un po’ a fare in culo».

«Quale fu la loro reazione?» chiese Rashida, molto divertita.

«Evidentemente non se lo aspettavano, perché, inforcate in fretta e furia le bici, se ne andarono; nella direzione opposta alla nostra, fortunatamente. Comunque, la questione della zecca non fu peregrina, poiché, densamente popolate da animali, vacche in particolare, quelle zone ne sono infestate, e se non te ne accorgi subito, rischi di prenderti il cosiddetto morbo di Lyme, una brutta infezione che se non presa in tempo può persino portarti alla morte. A farla accucciata con l’erba a farmi il solletico, non sarebbe stato improbabile che una di quelle bestiacce mi fosse saltata sulla fica. Infatti, arrivate all’Hotel, prima ancora di scopare, chiesi a Gia di sottopormela a un accurato esame visivo».

Ancora divertita, Rashida chiese: «Senti, Gia, come mai, quando sei decisa a offendere, usi sempre dei termini che si riferiscono a degli attributi maschili… tipo “coglioni”, “minchia”, e così via?».

«Per l’uso comune che se ne fa; ma anche, e forse soprattutto perché mi sembrano consoni a quel che molti di loro mostrano d’essere»… (Continua nel romanzo).

 

 

 

MA DOVE VAI, BELLEZZA IN BICICLETTA?

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

Un passaggio tratto dall’Atto 4° della Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Bike2

… quella, era la prima volta che lei veniva al casolare, e dopo le numerose scopate della notte, saputo che, come me, lei amava andare in bici, monella, il sabato mattina preparai le due mountain bike in una maniera un po’ speciale: orientai i sellini in modo anomalo, con la parte anteriore inclinata moderatamente verso l’alto, invece che in basso. Dopo qualche chilometro tra i campi, lei: «Gia… ti parrà strano, ma pedalando, mi pulsa la passerina; che dici, saranno i colpi di coda delle scopate di stanotte, oppure perché sono contenta d’essere con te, e mi sento bene?».

«Dacci dentro, tesoro: pedala! Adesso vai, aumentiamo la velocità… e pure il divertimento» le risposi, maliziosa. Infatti, per me non era la prima volta: i sellini migliori, anatomici, quelli con la parte anteriore molto stretta, se inclinati un po’ verso l’alto come li avevo arrangiati io, sembrano fatti apposta per essere ben accolti dalla fica, e lo strofinamento che riceve la clit a ogni pedalata, non è niente male; tanto, che non è infrequente che io venga correndo.

Pedalando con gran foga, sudata ma contenta, Encarnación mi rispose: «Sei incorreggibile, Gia! Per te, ogni occasione, anche tecnologico-sportiva, è buona».

«Buona per che cosa, amore?» chiesi, allusiva, continuando a pedalare con lena per starle di fianco e godermi lo sfregamento continuo insieme con lei.

«Lo sai, scema! Più che una fica, quella che accoglie il tuo sellino, è un laboratorio di ricerca, mai contento delle innovazioni che t’inventi».

«Il ciclismo è poca cosa: aspetta di vedere le diavolerie “tecnologiche” che ci aspettano nella sala giochi, giù, in cantina. E adesso pedaliamo più velocemente, dai, che sono calda». Dopodiché, mi esibii in una facile rima: «Pedaliamo sin che veniamo, che poi ce ne ritorniamo».

In ogni caso, di là della scherzosa osservazione, Encarnación mostrò d’apprezzare il ciclismo, perché, dopo neanche un chilometro, mentre affiancate stavamo pedalando, mi disse: «Gia…».

«Dimmi, tesoro».

«Passa davanti».

«Perché?».

«Veder ballonzolare il tuo bel culetto, di sicuro migliorerà la mia ispirazione, e di conseguenza, il mio trastullo “vaginal-velocipedista”»… (Continua nel romanzo).

 

PROFUMI DEL SUD.

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

Un passaggio tratto dall’Atto 5° della Saga Erotica Lesbo 

che suscita emozioni anche in chi non lo è.

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

MultiIcona2 Atto 4°

… come ti dicevo, dalle alte dune di sabbia orlate di vegetazione rada ma odorosa di spezie e inframezzata da spinosi cardi, la spiaggia era bellissima, e assolutamente deserta; pur estendendosi libera per decine di chilometri, i miei parenti sceglievano sempre lo stesso posto. Pavidi nel loro rapporto con il mare, loro sostenevano che più in là ci fossero dei “gorghi”; e per avvalorare la loro credenza, raccontavano che addirittura un bue ne fosse stato risucchiato, annegando. La verità è, che i miei parenti maschi erano dei valenti agricoltori, allevatori, cacciatori, ma con il mare avevano ben poco a che vedere. Neanche i pescatori, là, sapevano nuotare.

Io mi domando e dico, ma come si fa? Era loro, il mare più bello del mondo, e solo i più bravi e “temerari” sapevano nuotare? Che poi, nuotare: nel senso che a malapena riuscivano a galleggiare, boccheggiando impauriti; avventurarsi dove “non si toccava”, era considerato un atto di notevole coraggio dai giovani, e di somma sprovvedutezza dagli anziani, colà detentori esclusivi della saggezza.

Pur piccolina, a me questo sembrava quasi inconcepibile, poiché già allora io nuotavo come un pesce; tant’è, che poi, da più grande, al College e anche dopo, per lungo tempo praticai pure la fotografia subacquea, rimpiangendo quel mare tanto limpido, di smeraldo, che nei miei sogni rivedevo spesso. E se devo dire il vero, credo sia stata quella, la ragione per la quale, molto più tardi, decisi di fare un reportage fotografico sulle coste del sud Italia, includendo nel viaggio una lunga tappa anche lì. Tuttavia, rimasi profondamente delusa, poiché la bellezza selvaggia che ricordavo era ormai scomparsa.

Per ritornare al racconto, ricordo che tranne mia madre e le mie zie settentrionali, cui la cosa era perdonata giacché “nordiche”, le donne non portavano il costume, ma si bagnavano con tutti gli abiti addosso; rigorosamente di colore nero, naturalmente, per evitare le “audaci e scostumate trasparenze”. Grazie al secolare, battente condizionamento della Chiesa Cattolica, lì c’era una concezione molto rigida intorno alla moralità; quando ci si cambiava per indossare i costumi da bagno, a noi bambine era frequente sentirci dire dalle zie, “nasconditi le vergogne”. Eppure, non è, che loro non scopassero; tant’è, che le coppie sfornavano in media una decina di figli: sarà stato forse a causa del retaggio fascista, che esortava a “dare figli per la patria”? Nella mia mente le vedo ancora, quelle sagome nere le quali, giunte dove l’acqua non era più profonda che quaranta o cinquanta centimetri, si accucciavano per bagnarsi di più… e, probabilmente, per liberarsi dalla vescica ben stimolata dalla frescura dell’acqua.

E ora, pian piano, arriviamo alla fatidica lavanda; ti parrà stupido, Rashida, ma il profumo di Nahed richiama in me una serie di ricordi e di sensazioni che apparentemente nulla hanno a vedere con quelle profumate infiorescenze: tra poco te ne spiegherò la ragione; ma prima, voglio farti capire quanto, ancora oggi, contino per me le atmosfere felici che vivevo da bambina…

“Vieni qua, Gia, assaggia quanto sono buone le cozze patelle”. Eravamo andati al mare, e la zia Immacolata, coltello in mano, staccava dalle rocce dei frutti mono-valva, che a gustarli, mi pareva fossero il “cibo degli Dei”. Fu già da lì, credo, che imparai ad amare il profumo di fica.

“Mettici un po’ di limone, Gia; così si disinfettano”, mi esortava, come se si trattasse di qualche cosa di contaminato; figurarsi, se poteva esserci qualche pericolo per la salute, con quel mare limpido che c’era, e con la totale assenza d’industrie nel raggio di trecento chilometri.

Tra l’altro, Rashida, pensa tu all’amore dei genitori per quella figlia cui appiccicarono quel nome, che al tempo stesso era un augurio di merda: Immacolata, nel senso “d’intonsa”. Io mi domando e dico: ma come si fa? Cucito indosso un tale nome, pur sposata e madre… e quindi “peccatrice” per essersi gustata un pene, quella povera donna timorata di Dio, invece che in accordo con le loro vergini madonnine, si sarà sentita colpevole. Addolorata, Immacolata, Incoronata, Assunta, Annunziata, Incatenata, Ausiliatrice, e via dicendo. Pensa a tutte le povere donne i cui genitori, per onorare la loro Madonna, hanno affibbiato un nome simile da portarsi indosso per la vita. E neanche parlo di altri nomi assurdi che si usano nel meridione d’Italia: Carmela, Concetta, Filomena, e così via.

Ritorniamo, però, alle sensazioni che conservo, e che in qualche caso non sono piacevoli da ricordare: oltre alle cozze patelle, c’erano anche i ricci di mare, molto buoni da mangiare, che si consumavano direttamente sulla spiaggia; anche quelli “disinfettati” con il limone, naturalmente. Il ricordo è particolarmente vivo poiché, rotolandomi giù per le dune di sabbia, una volta capitai su di un cumulo di gusci vuoti di riccio mangiati da chissà chi e lasciati là, conficcandomi nella coscia una congrua quantità di neri aculei: un dolore acuto e amaro che ancora ricordo, ma anche una complicazione, poiché essendo piuttosto fragili, si rompevano a filo di pelle, e diventava ostico estrarli.

Fortunatamente c’era la zia Immacolata, quella di cui parlavo prima, per sua buona ventura non più vergine, moglie dello zio Elia, che abile sarta, con infinita pazienza da parte sua, e con altrettanta sofferenza da parte mia, usando un ago prese a estrarmeli uno per volta; cosa che andava fatta, altrimenti, putrefacendo, l’aculeo avrebbe provocato un’infezione. Per disinfettarmi non usò il limone, ma un antisettico, diceva lei, più efficace: la mia stessa pipì. Come vedi, Rashida, anche da quelle parti l’essenza profumata dei nostri corpi era fondatamente tenuta in alta considerazione: ma soltanto quella dei bambini, che era definita “santa”.

Andare al mare, per le donne era anche una buona occasione per raccogliere dalla vegetazione profumata delle dune di sabbia i “cuzzieddi”: delle bianche e squisite lumachine che sarebbero state cucinate nel sugo rosso. Quelle erano diverse dalle “patedde”, sempre lumache di taglia piccolina, ma con la “panna”, ossia, un velo di bianco muco essiccato che ne ricopriva l’ingresso. Dal guscio di colore terreo, ancora oggi quei gasteropodi sono molto estimati nella cucina locale, e nei mercati paesani si vendono a più di venti euro al chilo».

Raccontando, a Gia s’illuminava il viso, rendendo in tal modo Rashida partecipe del suo entusiasmo: «E le “chianchiarelle”? Quant’erano buone! Si tratta della pasta di farina integrale di grano duro, che da quelle parti era sempre fatta in casa, naturalmente; e la preparavano in due formati: i “ricchiteddi”, che sarebbero le orecchiette pugliesi ormai note a tutti, e i “pizzicarieddi”, una specie di fusilli. Io, bambina, assistevo affascinata a quelle preparazioni anche perché, affamata e golosa, ne pregustavo la scorpacciata che ne sarebbe seguita. Ricordo l’abilità, e soprattutto la velocità con cui le zie la preparavano; per fare le orecchiette, loro usavano la punta di un coltello per dare la forma, e per i pizzicarieddi, un ferro a sezione quadrata, chiamato, “firricieddu”.

In tema di cibo, cara Rashida, da quelle parti la carne rossa si mangiava pochissimo; sarà stata questa, la ragione per la quale buona parte dei miei parenti era di bassa statura? Per un insufficiente apporto di mioglobina[1]? Boh! La cacciagione, i conigli e il pollame, invece, non mancavano; tuttavia, talvolta si mangiava la carne d’agnello, e nel prepararlo alla brace, le mie zie erano delle maestre. Anche se sulla nostra tavola la carne non era un alimento molto frequente, le altre preparazioni, cucinate con i prodotti dei loro raccolti, non la facevano di certo rimpiangere: quei piatti erano davvero squisiti, Rashida. Quanto il buon Dio concedeva loro di raccogliere… pomodori, peperoni, zucchine, melanzane, e così via, le brave massaie lo preparavano in una maniera davvero magistrale; si sarà forse trattato di suggestione, ma è così, che io ricordo.

E lo sai, qual era la specialità che più mi è rimasta impressa? Era chiamata la “puccia alla vampa”, una tipica preparazione povero-contadina d’antiche origini, probabilmente antesignana della più famosa pizza alla napoletana; non ti dico che gusto a mangiarla, specie dopo una corsa in bicicletta o delle scatenate battaglie nell’acqua di mare con i miei cuginetti. Pur somigliando alla pizza, secondo me aveva un sapore diverso e molto più ghiotto; fatta cuocere nel forno di pietra alimentato da fascine, terminata la cottura, era poi farcita al suo interno con ricotta piccante, pomodori, olive o altro: per questo, era chiamata “alla vampa”, nel senso di “avvampata” dal fuoco.

Un’altra cosa mi sovviene alla mente: loro amavano moltissimo consumare i cosiddetti “lampascioni”, dei bulbi che si raccoglievano durante l’aratura dei campi, ed io ne andavo matta, tanto, che la prima volta esagerai nel mangiarne. Non ti dico che avvenne quella notte: a causa del meteorismo che mi procurarono, mancò poco che io entrassi in orbita extra terrestre!

«Vuoi dire pancia gonfia e puzzette, Gia?» chiese Rashida, ridendo.

«Puzzette? No, amore: dei terrificanti boati da arma biochimica!».

«Davvero? Con quel culetto così carino che dovevi avere da piccola… con quella meraviglia che ancora ti porti dietro, mi sembra quasi impossibile!» commentò lei, divertita.

«Cara Rashida, anche nel caso del sedere, può manifestarsi il paradosso dell’insostenibile leggerezza, anzi, “pesantezza” dell’essere[2]».

Alla “colta” risposta, entrambe scoppiarono in una risata; dopodiché, Gia riprese il suo racconto: «Con i greggi di pecore e di capre che c’erano da quelle parti, non ci mancava mai del buon formaggio. Ricordo che il mattino ci portavano le “pampanelle”, una sorta di latte cagliato che era servito in grandi foglie di fico odorose: quant’erano buone! Forse fu da lì, che incominciai a provare un’attrazione irresistibile per i fichi, e quindi, per quella nostra amabile fonte di delizie che porta lo stesso nome volto al femminile: la fica».

Un’altra risata divertita di Rashida accompagnò quella sua facile battuta; ormai lanciata, Gia non si fermava, e con toni entusiastici continuò a parlare di quello spaccato della propria infanzia…

«Ricordo con quale orgoglio i miei familiari e parenti parlavano dei loro prodotti alimentari. Di solito, a pranzo, era servita la pastasciutta rigorosamente fatta in casa: le chiancarelle, appunto; ma condite con la “cacio ricotta”, ossia, una ricotta di pecora molto stagionata, che era grattugiata sul sugo di pomodoro fresco. Oppure, la pasta era condita con la “ricotta forte”, una specie di salsa densa, costituita esclusivamente da ricotta moderatamente piccante. Erano squisitezze che oggi io sarei molto felice di proporre a voi; purtroppo però, sembrano essere introvabili sul mercato.

Nei caldi pomeriggi d’agosto, non si capisce stanchi di che cosa poiché in quel mese la campagna non richiede troppo impegno, quelli che noi bambini appellavamo “i grandi”, ossia gli adulti, andavano a riposare. Nel frattempo, noi ragazzini, sia maschi che femmine, andavamo a saccheggiare le provviste di Tex Willer[3] e del Grande Black[4] dei nostri cugini più grandicelli. Intanto che leggevamo avidamente quei fumetti immaginando di trovarci nel Far West, o nelle distese messicane, facevamo progetti avventurosi per il dì che sarebbe seguito. E quando il nuovo giorno arrivava, il mattino, quel simpaticone di un mio caro zio organizzava il drappello dei “soldati” che si sarebbe occupato di rifornire il “fortino” di acqua: in fila indiana, ciascuno con un secchio in mano, via, giù al pozzo a riempirli, al suono fischiato dell’inno delle giacche blu, l’esercito nordista americano.

Gemma ci seguiva sempre; ma, dispiaciuta di non saper fischiare, abbaiava: era una bella cagna da caccia, bianca e pezzata in nero, intelligente e affettuosa; tra i tanti cani che c’erano là, io le ero affezionata da morire».

Pur mostrando interesse per quei racconti, erano ben altre le cose che Rashida voleva comprendere; amabilmente la esortò: «Mi avvince molto, questo tuo racconto, Gia; ma ancora non capisco cos’abbia a che vedere con questo tuo sviscerato amore per il profumo di lavanda».

«Te lo dicevo, Rashida; ti parrà strano, ma ogni volta che lo avverto, nelle narici come nel cervello, l’odore intimo di tua moglie mi riporta le immagini del tempo di cui… (Continua nel romanzo).

[1] Mioglobina, è una proteina globulare la cui funzione specifica è quella di legare reversibilmente l’ossigeno. Fonte: Wikipedia.

[2] L’insostenibile…, è un romanzo di Milan Kundera, scritto nel 1982 e pubblicato per la prima volta in Francia nel 1984. All’origine dell’insostenibile leggerezza dell’essere vi è, per Kundera, l’unicità della vita: ovverossia, ciò che avviene una sola volta, è come se non fosse accaduto mai. Estremizzando l’argomento, il contrasto tra la sfuggente evanescenza della vita e la necessità umana di rintracciare in essa un significato, si risolve in un paradosso insostenibile. Fonte: Wikipedia.

[3] Tex Willer, è il protagonista del fumetto Tex, creato da Gian Luigi Bonelli e Aurelio Galleppini nel 1948 e tuttora pubblicato da Sergio Bonelli Editore. Fonte: Wikipedia.

[4] Grande Blek, noto al pubblico anche con il nome di Blek Macigno, è stato un fumetto italiano di grande successo del gruppo EsseGesse, formato dai tre sceneggiatori e disegnatori piemontesi, Giovanni Sinchetto, Dario Guzzon e Pietro Sartoris. Fonte: Wikipedia.

INSEGNARE, NON È UNA MISSIONE.

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

Un passaggio tratto dall’Atto 4° della Saga Erotica Lesbo, 

«Dal Cappello di Gia».

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Volume 4

… dopo aver rassicurato il mio Maestro riguardo alla discrezione, volendogli esprimere la mia gratitudine per la sua comprensione e rispetto, lo feci in una maniera non diretta; con uno sguardo di gratitudine, misto a un’ammirazione che si poteva leggere con molta evidenza nei miei occhi e nel tono della mia voce, gli volsi una domanda. Sebbene entrambi fossimo italiani, con lo scopo di migliorare l’apprendimento della lingua, ma anche per una forma d’educazione verso gli altri, noi eravamo abituati a parlare in lingua inglese anche tra connazionali; come lui ci aveva incoraggiato a fare sin dal primo incontro, chiamandolo per nome[1], gli chiesi: «Come hai fatto per giungere a essere quello che sei, un bravo insegnante, e non solo?».

«Tu credi che io lo sia? Io non ne sono poi tanto convinto; comunque, bontà tua, ti ringrazio. Se è come dici, la risposta è semplice, Gia: lo sono proprio perché non mi riconosco delle grandi capacità, e per questa ragione mi sono dovuto sempre impegnare molto.

Da adolescente, io non ero tanto bravo a scuola, soprattutto perché non ero motivato; tra gli altri insegnanti meno avveduti, ebbi tuttavia la fortuna d’incontrarne alcuni intelligenti, verso i quali io provai una grande ammirazione per il modo in cui sapevano farmi amare le loro materie. E come talvolta succede, da quell’ammirazione scattò forte in me la molla dell’emulazione; fu così, che già da allora io decisi quel che sarei stato da grande: un docente che si sarebbe sforzato al massimo per farsi comprendere intorno alle cose che avrebbe insegnato. E questo, andando controcorrente riguardo all’impostazione di gran parte dei miei colleghi, spesso sprovveduti in tema di pedagogia e di psicologia, e aggiungo, anche arroganti, i quali ritengono che la scuola debba costituire una sorta di competizione finalizzata a far emergere i più intelligenti e astuti dalla massa di quelli che lo sono meno.

A questo proposito, ti voglio raccontare un episodio curioso: devi sapere che per un periodo della mia vita ho insegnato ai bambini della scuola media primaria. Ebbene, in un consiglio di classe, un’oca giuliva mia collega ebbe a dichiarare con enfasi: «Eh… è proprio vero. che la nostra è una missione!». Cara Gia, non riuscii proprio a trattenermi; incavolato, e si vedeva, replicai: «Missione, un piffero! Il concetto di “missione” implica il “volontariato”; ma tu, come noi tutti qui, percepisci uno stipendio pagato dai cittadini, e perciò non ti è chiesto di fare la missionaria, bensì di operare con professionalità». Neanche dire che, increduli, gli altri mi fissarono con gli occhi sgranati: evidentemente non ero stato gentile nel dichiarare una verità che li metteva in crisi.

Ritornando al tema del dovere di un insegnante a seguire particolarmente quei suoi allievi che non ottengono un grande successo scolastico, c’è da rilevare che in un “range” di normali capacità psichiche, per come insegna una buona pedagogia, non esistono persone più o meno intelligenti, ma soltanto motivate, oppure no; e quindi, è soprattutto sui fattori stimolanti, che un bravo insegnante dovrebbe lavorare.

In aggiunta, diversamente da loro, io ritenevo, e tuttora sostengo, che oltre a conoscere a fondo la materia che gli compete, un educatore debba innanzitutto saperla insegnare; essere un formatore, insomma: sapere, non significa di per sé saper insegnare. Ero fermamente convinto, e rimango di quest’idea: se non soffrono di gravi handicap o malattie, tutti gli studenti sono sempre in grado di comprendere; e non soltanto alcuni. E allora, una volta preparato il terreno motivazionale, il compito dell’insegnante dev’essere innanzitutto quello di farsi capire, e di adoperarsi per accompagnare chi gli è affidato sulla via della crescita; e non di metterlo in difficoltà. Io non amo molto il termine “insegnare”; preferisco “educare”, che in soldoni, dal latino significa “tirar fuori” quel che c’è già, destrutturarlo, ricomporlo, e poi ricacciarlo nel contenitore dove stava prima, ovverossia, in quello dell’altrui intelligenza».

«E dimmi, come hai potuto apprendere tutte quelle cose che conosci e che sai fare? Non soltanto, tu sei un artista e un maestro di fotografia: hai pure una cultura enciclopedica! A volte, sembra che tu ci stia parlando di fotografia, di Teoria della Conoscenza, e delle Tecniche di Comunicazione, ma in realtà, ci stai anche insegnando filosofia, psicologia; e neanche dico del resto. E per quanto riguarda le… (Continua nel romanzo).

[1] Chiamare per nome, come ben si sa, per esprimere il rispetto, in lingua inglese non si usa dare del “voi”, forma che non esiste, e quindi, per farlo, al nome si antepone “Sir”, oppure “Madame”. In realtà, in origine, “you”, corrispondeva all’italiano “voi”, poiché il pronome personale di seconda persona singolare era, “thou”; ma, poi, gradualmente è stato sostituito da “you”.