CHE PECCATO!

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#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

Un passaggio tratto dall’edizione 2017 dall’Atto 3° della Saga Erotica Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android)

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… Vorrei tanto, dirmi orgogliosa d’essere italiana; invece, sempre più spesso ne provo una vergogna profonda. É ben vero: coloro che nel mio Bel Paese detengono i Poteri, ormai non rispecchiano per nulla l’anima del nostro Popolo.

Non ci rimane che la gioia della fica…

PRIMI APPROCCI IN CHAT

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Un passaggio tratto dall’edizione 2017 dall’Atto 3° della Saga Erotica Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

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… anche Gia mosse un altro passo; ma non volle apparire invadente in quel rapporto che l’amante stava tessendo in chat con la neofita. A differenza di Veronica, lei era molto capace a saper attendere; digitò: «Il mio cuore, come il mio corpo, ti appartiene, Veronica; e tutto quel che va bene a te, è okay anche per me. Francesca: anche se te l’ho già dichiarato, anch’io, ti trovo molto carina. Sei veramente tenera, e mi piace, questo tuo modo d’essere, tanto semplice, essenziale, sincero, che mi prende dritto al cuore. Per dirla con franchezza, mi ha preso una voglia di baciarti, tesoro mio, che proprio non ti dico! Vuoi che ti baci, amore?» digitò Gia.

«Sì, mi piacerebbe; anch’io lo vorrei: in fondo, che c’è di male in un bacio? E specie tra donne; tu sei tanto rassicurante, e così bella: molto femminile. Io, però, non ho mai baciato una donna, Gia; non so…».

«E allora, dimmi: come mai quella mattina in biblioteca mi guardavi in quel modo, monella che non sei altro?» la rintuzzò simpaticamente lei.

In realtà, per nulla sprovveduta, in biblioteca Francesca lo aveva intuito dall’espressione, che mentre la guardava e le parlava, qualche cosa stesse lievitando tra le cosce di Gia: «Non me lo so spiegare; quel che so, è che guardandoti intanto che leggevi con quell’espressione tanto intensa sul tuo bel viso, eri così bella, che mi hai affascinata. Soprattutto quando ho scoperto i tuoi splendidi occhi; insomma, mi hai colpita moltissimo. I tuoi occhi, sono belli da guardare, Gia: da perdersi in loro. Quando li guardo, io vedo rispecchiarsi il mio desiderio di te; e, inoltre, ho avvertito nell’aria qualcosa che mi ha attratta in maniera irresistibile». Avendo ormai ben capito dove il discorso sarebbe andato a parare, anche Francesca si fece spudorata quando, dopo una breve pausa, continuò: «Odore di sesso… feromoni, credo; erano tuoi? Guardando me, tu ti stavi accarezzando; non è vero, Gia? Puoi confessarmelo, sai, perché la cosa, invece che “dis-turbarmi”, scusami per il pasticcio di parole, mi “turba” al punto che mi è venuta voglia di “mas-turbarmi”» concluse senza mezzi termini, digitando le parole con i trattini.

Gia si sentì pimpante: quella giovane sapeva usare benissimo le parole per intrigarla. Volendo accorciare alla svelta le distanze per portarla sul terreno di una confidenza molto più intima, con altrettanta impudenza digitò: «Avevi capito bene, amore; guardandoti, m’ispiravi moltissimo, e non potevo evitare d’accarezzarmi la passerina. Dimmi, però, avevo visto giusto? Sei ancora vergine?».

 «Se mi sono fatta qualche uomo, dici? No. Non mi vanno a pelle: proprio no! Oltretutto, m’intimoriscono… sì. Anche se l’imene me lo sono tolto di torno da sola, e non ti spiego come, io sono ancora vergine, Gia; nel senso che non sono mai stata a scopare con un uomo, e che neanche voglio starci. E nemmeno ho mai scopato con una donna, purtroppo: non ancora» lessero Gia e Veronica sul monitor, per vero o no che fosse.

A sostegno di Gia, s’intromise Veronica: «E fai bene, sai? Loro, non sanno che cosa sia la tenerezza, e, nella maggior parte dei casi ignorano il vero piacere. Tant’è, che con quelli lì il rapporto si termina in un guizzo: il loro, però! Lasciando noialtre deluse e con le ovaie dolenti».

Fu Gia a riprendere in mano la conversazione: «L’amore, quello vero, dev’essere dolce, intenso, interminabile; e questo, se loro hanno qualche difficoltà a comprenderlo, figuriamoci a dartelo. Per questo, noi donne ce ne dobbiamo servire unicamente per farci inseminare, se, e quando, decideremo di avere dei figli: femmine, si auspica».

«Ora che siamo entrate un po’ di più in confidenza, tesoro mio, posso chiederti alcune cose di te che forse troverai intime? Tu me lo permetti?» riprese in mano la conversazione Veronica, anche lei stringendo sul terreno che le intrigava.

«Certo che puoi, Veronica: siamo amiche ormai, ti pare?».

«Ottima cosa! In sostanza, tu sei vergine, e gli uomini non ti piacciono; e con il sesso, amore, come fai, allora? Astinenza di stampo cattolico? Non dirmi che è così, te ne prego! Spero che quelli non abbiano sulla coscienza pure te».

Arretrando rispetto alla spregiudicatezza mostrata prima, lei si mostrò fintamente pudica: «Mi vergogno un po’ a dirlo, Veronica; ma, sai, ho già vent’anni, sono grande, e, sino a ora, insomma, sì, per i miei orgasmi mi sono arrangiata da sola, spesso usando qualche giocattolo che tengo nel comodino.

Adesso però, non mi basto più. Non è da ieri, che mi sorprendo a guardare in un certo modo le ragazze; ma ultimamente non riesco ad arginare dei pensieri spudorati che mi passano per il capo, e che, non mi vergogno a dirlo, mi fanno sentire eccitata al punto che, quando mi masturbo, penso a loro. Tuttavia, non ho mai avuto il coraggio di affrontare con chiarezza la questione e risolverla; spero tu abbia capito che cosa voglio dire. Per essere chiara, io credo d’aver bisogno di qualche donna esperta, molto paziente, che si prenda cura di me, e che m’insegni a non esser impacciata nell’esprimere le mie voglie; insomma, di una specie di mamma, e… se fossero due, sarebbe anche meglio» digitò lei, lanciando un chiaro segnale su quale fosse la propria disponibilità.

Veronica entrò molto bene nella parte. Simulando che si trovassero per davvero insieme, scrisse: «Ti vergogni di che? Nel darti piacere, non hai proprio nulla di cui vergognarti, sai? Far da sé l’amore è una cosa buona e giusta. E se è di una “nave scuola”, che tu senti d’aver bisogno, ebbene, ne hai trovate ben due. Su, alzati in piedi, zuccherino, che voglio ammirarti come dio comanda: ma che vedo? Con questo caldo, tu porti le calze! Tesoro! Ti stanno davvero bene, certo; ma ti faranno sudare da morire la patatina! Oltre a un culetto da sogno, hai delle gambe molto belle; eleganti direi, ben tornite e slanciate».

«Le calze velate, io le porto sempre: mi ci sono abituata, e se mi fanno soffrire il caldo proprio lì, questo mi piace; sentirmi la patatina bagnata, voglio dire. Inoltre, adoro sentirmi la loro carezza sulla pelle; in particolare all’interno delle cosce».

Gia andava accalorandosi, e s’intromise di nuovo: «Anche adesso provi caldo lì, amore?» digitò.

«Tanto, tanto caldo, veramente. E non è colpa delle calze, e tantomeno del vino: infatti, non ne ho bevuto».

«E allora, da cosa pensi che dipenda il calore che senti, cuoricino mio?».

«Ad accalorarmi, siete voi due; e anche la situazione, credo».

«Sai, tesoro, riguardo a farsi l’amore da sole, anch’io la penso come Veronica; tuttavia, dimmi, perché usi dei giocattoli?» chiese Gia: salvo per l’eccezione del periodo trascorso con Giorgia[1], un’affascinante fotomodella mora abituata a usare degli Strapless[2], da sempre, lei era contraria a usare i cosiddetti “dildo”. Al più, lei tollerava gli ovetti vibranti[3] con telecomando wireless, che indossava quando, nuda sotto il mantello, se ne andava sul vaporetto che porta a Torcello.

Ormai senza imbarazzi, alla domanda di Gia lei digitò: «Per la penetrazione, è ovvio. Quando avevo appena tredici- quattordici anni, usavo quello che mi capitava sottomano, che ne so, una carota, una zucchina, un cetriolo, e così via; ed è proprio con uno di quegli ortaggi, che mi sono sverginata… una grossa zucchina, credo. Ma poi, cresciuta un po’, ho preferito acquistare qualcosa di meglio che poteva pure vibrare. In ogni caso, di solito tendo a non penetrarmi profondamente, perché ho capito che spesso vengo meglio entrando soltanto per cinque o sei centimetri e spingendo verso l’esterno del pancino».

Ad ascoltare tali confidenze, Gia si sentì di dissentire: ma non per la cosa in sé; infatti, lei era fermamente convinta che un tale modo di sfogare le proprie smanie sessuali non fosse coerente con una concezione ortodossa dell’amore saffico. Non che lo escludesse perentoriamente; ma era dell’opinione che si potesse indulgere in tali sfizi soltanto quando fossero ormai consolidate le proprie preferenze sessuali, che escludevano qualsiasi cosa che, anche alla lontana, potesse riportare l’idea di un rapporto etero, ossia, la penetrazione per opera di un pene.

Tuttavia, si trattenne dall’obiettare poiché sarebbe stato prematuro. Ben sapendo che le cose non si risolvono soltanto parlandone, lei avrebbe aspettato di averla alla sua scuola, cioè, nel suo letto, così da farle comprendere meglio il proprio punto di vista.

Lo stesso, non era però per Veronica, la quale adorava darsi piacere usando degli attrezzi. Infatti, coinvolta, chiese: «Amore, hai mai provato quelli doppi, i vibratori cosiddetti Rabbit[4], che, al tempo stesso, possono stimolarti la clit e pure il punto G? Io li trovo fantastici!».

«Quelli no, Veronica: lo vedi, quanto sia utile per me avere una mammina che m’insegni come fare meglio le cose?». Fu molto arduo per Gia impedirsi dall’intervenire, ma ci riuscì; e ciò anche grazie a Veronica, la quale, improvvisamente dette un diverso taglio a quell’invereconda conversazione. Infatti, compenetrandosi ancora di più nella simulazione che andava progressivamente riscaldando sempre di più loro tutte, lei la esortò; virtualmente, s’intende: «Forza, bella Francesca, adesso fai un giro su te stessa, e mostrati da dietro. Lo vedi, Gia? La nostra bella bambina ha un sederino veramente stupendo. Tesoruccio, quelli, sono collant? Fai vedere meglio: tirati ben su la gonna, per favore».

Sul monitor comparve la sua risposta: «Non lo sono, vedi? Stanno su con le giarrettiere; i collant non mi piacciono: mi chiudono tutta, e la pelle non respira a modo, insomma; e specialmente la mia patatina. Con tutti i paramenti[5] che indosso, le mutandine, il “body”, forse dovrei portare anche il collant? Proprio no! Mi mancherebbe soltanto di mettere la passerina in cassaforte! Anche se, per l’uso che ne faccio, salvo che per la pipì, questa potrebbe anche essere una soluzione» concluse, sconsolata.

«Che amore, sei; e tanto spontanea, spiritosa. Hai proprio ragione: imprigionare la tua farfallina, che m’immagino profumatissima, sarebbe un imperdonabile crimine, amore mio» commentò sulla tastiera Veronica, felice che si stesse arrivando dove lei mirava.

Scordando il proprio dissenso riguardo alla faccenda dei dildo, anche Gia prese a contribuire con maggiore impegno a quel gioco di simulazione: «È appagante, sfiorare una bella gamba come la tua, in particolare se indossa delle calze di nylon; anche perché, più su, quando le calze finiscono, incomincia la delizia della tua pelle. Quanto sei liscia e calda, Francesca; sfiorarti, è tanto emozionante. Mi stai scatenando dei brividi, lo sai?».

Anche la giovane prese a partecipare più attivamente a quel gioco. Con non poca malizia, digitò: «Mi piace molto, sentire il tocco leggero della tua mano là, proprio dove mi stai accarezzando, Gia; anch’io, sento un brivido… e non è freddo, ciò che provo. Mi tocca accarezzarmi sempre da sola, e questo non mi dà tanta soddisfazione; di sicuro, non come mi sta succedendo adesso».

Molto eccitata, non potendone più, uscendo per un momento dalla simulazione, Gia si tirò su la gonna, proponendo anche a Francesca e a Veronica di fare lo stesso, in modo che, chiacchierando, loro si potessero accarezzare senza togliersi le mutande. Suggerì: «Di solito, io non porto le mutandine; ma stasera ho voluto indossarle. L’avrete provato infinite volte anche voi, amori miei: accarezzarsi attraverso un impalpabile velo di stoffa, provoca una sensazione diversa, che non farlo direttamente sulle mucose della fica; è tanto dolce, e in questo modo la voluttà può durare più a lungo. Senza contare che poi, alla fine, le mutandine rimangono ben bagnate: ed è questo, il miglior regalo che puoi fare alla femmina che ti piace… se poi gliele spedisci ben impacchettate in modo che non se ne disperda l’aroma, si capisce».

Moderatamente feticista, con le proprie amanti Gia amava talvolta scambiarsi per posta le mutandine; una siffatta mania le tornava utile mentre si masturbava, poiché, annusarle, le dava la possibilità di scendere almeno di un po’ dal piano virtuale a uno più tangibile. Portando il discorso dove più le interessava, aggiunse: «Così facendo, anche noi potremo profumare “di nostro” le mutandine, e magari poi scambiarcele. Sarebbe bello, se stasera raggiungessimo l’acme della passione tutte e tre nello stesso tempo; sarebbe quasi come se noi stessimo veramente vicine l’una all’altra. Che ne dite: vogliamo darcelo questo regalino? Non diamoci subito ai ditalini, però; facciamo le cose con calma».

Ad accordo raggiunto, ritornando alla simulazione, l’altra diversamente impegnata, con una sola mano Gia continuò a digitare: «Da oggi, tu non sarai mai più sola, Francesca; stanne certa. Avverto che hai le mutandine umide: ti piace, se ti faccio così?».

«Che bello! Sì, che mi piace; e molto, Gia; ma mi vergogno un po’».

«E di che cosa, tesorino mio?» digitò Veronica.

«Eccetto me, nessuna donna mi ha mai toccato lì, e poi… sono veramente fradicia: vi farò schifo!».

«Che dici, tesoro: non ti devi vergognare, sai? È naturale, che sia così: è la preziosa e profumata rugiada che imperla il tuo fiore in germoglio. E comunque, se colpa deve esserci, non è certo tua, ma di Gia, quella malandrina!» digitò Veronica.

Chiamata in causa, concedendosi una pausa nella convinta masturbazione in cui era impegnata, lei intervenne. Fuori dalla finzione, con un tono di voce basso che sprizzava sesso, le chiese: «Amore, Francesca, tu hai mai assaggiato il tuo dolce nettare?».

Mentendole, lei: «No; non ne ho mai avuto il coraggio; da lì, esce anche la pipì!».

«Devi prendere confidenza con te stessa, conoscerti: infila un dito sotto le mutandine, intridilo e poi assaggia. Ah… se ci potessi essere io lì, con te!».

Dopo qualche minuto: «Ho fatto, Gia, per davvero, e non fingendo; non lo pensavo, ma non mi disgusta. Non ha tanto odore di pipì; e se pure ci fosse, il sapore non è poi male» rispose Francesca accalorata, senza interrompersi dal masturbarsi.

«Pensavi che fosse sgradevole? Giovane e bella come sei, la tua, dev’essere ambrosia degli dei, amor mio».

 Veronica si sentì esclusa; riportò entrambe le partner dentro la finzione: «É proprio un pasticcino, questa cara bambina; non è vero, Gia?».

«Un pasticcino, certamente; e molto gustoso, anche. Se ti faccio così, Francesca, ti piace, amore?» riprese a simulare Gia intanto che, a gambe oscenamente divaricate, in un solfeggio fra le proprie cosce, rinforzava la propria ispirazione riprendendo a masturbarsi.

«Sì: è bello sentirmi la tua calda mano fra le cosce umide, Gia; e tanto» rispose Francesca, la quale, stando al gioco, con dei movimenti circolari aveva preso a strofinarsi di continuo e forsennatamente verso l’alto della vagina, sul minuscolo prepuzio della clitoride.

Veronica uscì dalla finzione: «Descrivimi come lo stai facendo, amore; il movimento, intendo».

«Circolare, Veronica; e, sempre più svelto».

«Non avere fretta; e fai come ti dico. Invece di ripetere pedissequamente sempre lo stesso motivo, per stavolta prova a fare come me: bagnati le dita nella bocca, entra nelle mutandine, parti dal fondo delle piccole labbra, risali lentamente soffermandoti su di esse, stringile e accarezzale più volte con movimenti sempre diversi, e poi risali alla clit. Giunta lì, soffermati, e immagina di tracciare con la punta delle dita le lettere dell’alfabeto corsivo, dalla “a” alla “zeta”, per poi ripetere il tutto sino a quando vieni».

Passò un buon quarto d’ora durante il quale le tre donne ci dettero dentro con notevole impegno, dopodiché, sullo schermo, comparve il messaggio di Francesca, che diceva, laconicamente: «Sono venuta».

Quasi simultaneo, apparve lo stesso messaggio; ma digitato da Gia e Veronica. Dopodiché, Gia scrisse ancora: «É stato bello, amore?».

«Molto, soprattutto perché sono venuta insieme con voi».

«E allora, adesso che per la prima volta noi abbiamo fatto sesso insieme, posso finalmente baciarti, amore? Non senti più imbarazzo, non è vero?» imperversò Gia.

«Sì, ti prego; anch’io ne ho tanta voglia: sì, baciami… Gia, Gia mia». Fuori dalla finzione, aggiunse: «Anche se sono appena venuta, sono già ritornata a godere, sai? Avevi ragione, Veronica: come mi hai insegnato tu, ho goduto bene. In ogni caso, intanto che Gia mi sta baciando, ritorno a farlo da sopra le mutandine; neanche ti dico, quanto siano inzuppate!». Ormai, nella chat la finzione si rimescolava di continuo con la realtà, la quale, com’è evidente, non poteva che consistere nella sola masturbazione comune.

Per infiammare i loro sensi, Gia si sforzava di rappresentare continuamente come ciò sarebbe potuto essere se le tre donne fossero state insieme in carne, invece che in chat: «Mhh, la tua bocca è proprio uno zucchero! Quanto sei morbida e calda, amore mio. Per non avere esperienza, tu baci molto bene, Francesca. Veronica, perché non ti unisci a me e alla nostra bella piccina? Avvicinati, tesoro, accostati a questa nostra bambina: è tanto dolce! Amore, vuoi che anche Veronica ti baci?».

Gia non usò a caso i termini, “bambina”, oppure “piccina”: per quel morboso bisogno di un incestuoso calore materno che aveva scoperto in lei, la “psicologa” aveva compreso perfettamente, essere quella, la leva che mandava in alto la libido di Francesca. Infatti, lei si accalorò anche di più: «Sì, mi piacerebbe proprio tanto! Sei tanto bella, Veronica; ma, come dicevo a Gia, io non ho mai baciato una donna prima di…».

«Beh, “prima”, era prima. Ora sei stata baciata da Gia, e anche tu l’hai baciata; perciò, il ghiaccio è rotto. Vieni amore, dammi le tue labbra; ti piace se ti sfioro con le mie? Così, è dolce? Siamo tre bocche unite in un unico bacio poliamoroso: ora vai nuovamente a quella di Gia, e poi ritorna alla mia; e intanto non smettere d’accarezzarti».

Gia e Veronica erano molto soddisfatte: efficacemente aiutata dall’altra mano impegnata a digitare altrove che non sulla tastiera, anche la loro frenesia montava di nuovo. Le due donne erano contente perché Francesca mostrava di saper stare molto bene a quel gioco, che diveniva di momento in momento sempre più stuzzicante.

«Mi fai girare la testa, Veronica… oh!» squittì digitalmente lei, con vezzo civettuolo.

«Francesca, e di uomini, tu ne hai mai baciati?» chiese Gia.

«Sì, qualcuno, quand’ero più piccola, al liceo; ma… (Continua nel romanzo).

[1] Giorgia, le relative vicende sono narrate nel 5° Atto della saga «Dal Cappello di Gia».

[2] Strapless dildo, come si evince dal termine, si tratta di falli che possono essere indossati senza cinghie, assicurandoli con un butt-plug saldamente infilato nella vagina oppure nel retto di chi li indossa: in tal modo, la vagina, oppure l’ano della donna che indossa il dildo è stimolato dal butt-plug mentre penetra a sua volta la partner nel retto oppure nella vagina. Tale toys dal duplice effetto è usato anche nel cosiddetto “pegging”, ossia, in un rapporto sessuale, dove una donna penetra il partner maschio nell’ano. Fonte: Wikipedia.

[3] Ovetti vibranti, sono dei “sexy toys” da introdurre nella vagina, che appartengono alla categoria dei vibratori (in inglese Love Eggs). Fonte: Wikipedia.

[4] Vibratore Rabbit, o vibratore coniglio, è stato reso celebre negli anni ‘90 dalle ragazze di “Sex and The City”. La sua particolarità sta nella presenza di una doppia estremità in grado di stimolare simultaneamente il clitoride e il punto G. Il vibratore Rabbit ha quindi due punte, una più lunga e una più corta, che vibrano insieme per procurare una penetrazione vaginale dal doppio risultato: un orgasmo vaginale sommato a quello clitorideo.

[5] Paramenti, si riferisce all’insieme degli indumenti che indossa il ministro del culto durante la messa.

 

INVITO A PRANZO

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… riprese a istruirle: «Per frustarvi la fica, sarà meglio usare quelle due basse panchette imbottite che vedo là; e quindi, adesso sdraiatevi supine su di esse, in maniera che, infilato un bel cuscino sotto il sedere, Nourhan ed io vi possiamo assicurare, a due a due, le caviglie con i polsi. Nella posizione che sarete costrette ad assumere, vi troverete ben aperte, e con il pube proteso verso l’alto; sarete quindi facilmente raggiungibili dalle sferze e dal frustino. Al resto, ci penseremo dopo; sempre che, doloranti, siate disposte a continuare» terminò, sfidandole.

Quando le due donne furono sistemate nella sconcia postura richiesta, molto eccitata dal sentirsi così esposta ai loro lubrichi sguardi, con un’occhiata conturbante e tentatrice, Rashida propose: «Ascolta, Nourhan; e anche tu, Gia… così “amabilmente” disposte come siamo ora, non credete che prima sarebbe carino che bilanciaste l’afflizione che già ci avete largito con qualcosa d’altro?».

«Mi hai infiammata tanto, sai Gia? Prima della frusta, ti piacerebbe darmi uno zuccherino consolatorio? Se ti dimostrerai brava, stavolta potresti pure provarci a farmi venire: inoltre, con tutto quell’altro miele che ti darei, di sicuro il tuo mal di capo scomparirebbe in un lampo» si unì a lei Nahed. Se la giovane era ritornata a essere languida e tentatrice, al tempo stesso sfidò Gia riguardo alle sue abilità nel sesso orale, già prima saggiate, ma non portate a conclusione. A quell’invito, benché preoccupata per il solito motivo, la donna veneziana si sentì al settimo cielo: benché di vagine, nella sua vita, ne avesse gustate a iosa, vuoi per la freschezza e l’avvenenza, che per le particolarissime fragranze, quella della giovane aveva il potere di mandarla in sollucchero. I suoi occhi e quelli di Nourhan s’incontrarono e si accordarono. Pur tentata dall’idea di potersi godere l’inconsueta clitoride di Rashida, a dedicarsi a Nahed fu lei: sdoganato il veto di portarla a un orgasmo, quella, era la prima volta che poteva godersela molto più a lungo, e di certo non si lasciò scappare tale bramata opportunità.

Qualche tempo dopo, per merito delle dolci parole e delle blandizie che, con estrema dovizia e senza fretta alcuna, le amanti profusero loro, l’atmosfera si declinò a una pregnante voluttà, e l’aria si riempì del coro ansante e gemente delle due donne. Dedicandosi al ventre di Nahed, Gia si sentì trascinare in un’estasi divina…

‘Dio! Che dolcezza è la sua passerina, che ora mi posso godere in una posizione più appropriata. Quando, succhiandola, intanto esercito con le dita una pressione all’altro buchino, lei lancia delle urla da sembrare una tigre. Se non fosse per questo, lei reagisce proprio come una tenera bambina cui vai largendo delle coccole: io mi domando e dico, come mai farà ad avere dei toni di voce tanto acuti e, insieme, tanto grevi e sensuali?’.

Dopo che le due donne furono uscite da un primo orgasmo, Nourhan lanciò un’occhiata a Gia, la quale intese all’istante: per l’amore che le portava, la moglie era impaziente che anche lei si gustasse l’insolita e unica particolarità di Rashida. Si scambiarono di posto, e Gia si dedicò a Rashida mentre Nourhan prese a occuparsi di Nahed. Sempre disposte sulle panchette in quell’indecente posizione tanto aperta, ben presto gli ansiti delle due donne ritornarono ad accompagnare le sapienti blandizie delle amanti.

A un palmo della clitoride di Rashida, Gia era quasi attonita: mai, in vita sua, aveva incontrato una femmina dotata come lei. Tra le polpose grandi labbra, al convergere superiore di quelle interne, sopra il frenulo troneggiava quella prominenza carnosa di dimensioni ragguardevoli: appariva simile a un pene di dimensioni medio-piccole, con il glande in parte scoperto dal prepuzio, e privo, ovviamente, del meato uretrale.

Incuriosita, quanto attratta da morire, dopo averle mordicchiato e leccato a lungo le grandi ali, lei prese a penetrarla con tre dita di una mano opportunamente piegate verso l’esterno del pube per sollecitarle la ruvida zona del cosiddetto punto “G”[1].  Mentre la sua lingua svettava sul glande inturgidito, con due dita dell’altra mano le forzò con grazia il prepuzio clitorideo, scoprendole anche di più il gonfio glande.

Dopo che ebbe giocato così per qualche tempo, attratte irresistibilmente, le sue labbra presero possesso della sua gonfia propaggine, scorrendo su quella come se stesse regalando una fellatio[2] a un pene. Un’invocazione di Nahed la distrasse: «Nourhan! Mentre mi succhi, infilami due dita nell’altro buchino; prima, Gia me lo ha risvegliato, e ora “lui” vuole la sua parte. Ah… dopo questa tua vacanza veneziana, devo proprio ricordarti di tutto! Ma che facevate lì, voi due? Invece di scopare, vi dedicavate al ricamo sul tamburello?».

A Gia venne da ridere, ma non smise di dedicarsi a Rashida: mentre continuava a blandirla incessantemente imprimendole dei continui colpi di lingua da direzioni sempre diverse, e perseverando a massaggiarla e a penetrarla con impeto nella vagina, non poté trattenersi dall’ingoiare completamente la sua clitoride, godendo nel sentirsela pulsare tra i denti e nel cavo del palato.

Era eccitatissima: un’esperienza del genere, lei non l’aveva mai vissuta. Intanto che con sapiente passione non le dava un attimo di tregua, nei suoi pensieri…

‘Mamma mia, che fica immensa! Da perdersi proprio! E se penso che la parte visibile sia pochissima cosa rispetto al tutto, devo pensare che, ramificandosi nel diaframma urogenitale, essa vada a invadere completamente il perineo, che così viene a essere costituito dalla sola fica che vi s’irradia da padrona.

 L’ha anche più sterminata di quella della dolce Francesca[3], il che, non è poca cosa. Quando le praticherò un fisting, e spero sia presto, la mia piccola mano potrà scomparire in lei sin ben oltre il polso. Mi chiedo con quante dita potrò forzarle la cervice, quando mi capiterà di massaggiargliela: di solito ne uso uno soltanto, ma, “vasta” com’è, potrò di certo impiegarne quantomeno due.

E tu senti com’è polposa la clit! Quando sono presa dalla voglia di mangiar carne, quel che sino a ora mi sono potuta mettere nel cavo della bocca, sono state soltanto delle tette e della saporita fica: se tanto mi ha mai attraversato per il capo la voglia di ciucciare qualcosa di più corposo, ossia di cimentarmi in un pompino, ora non mi manca proprio nulla; e questo, con l’indiscutibile vantaggio che non sono a servire un coglione di maschietto che alla fine t’insozza con la sua eiaculazione.

Quando le donne etero sono a regalare di questi servizietti a un uomo, io ho sempre pensato che loro lo facciano soltanto per l’altrui piacere, e non pure per il proprio; ma mi sbagliavo: oddio, che sensazione è sentirmelo caldo, pulsante, vivo nel cavo della bocca, questo suo gigantesco, gustoso bocconcino di carne viva e fremente. É così emozionante ciucciarglielo, ed è pure molto arrapante. E neanche devo temere che lei mi riempia la bocca di schifoso sperma! Qui, c’è solamente il suo gustoso, profumato, denso miele, che è veramente un piacere suggere.

Non vedo l’ora di fare questa minchia d’iniziazione, per poi finalmente godermela in fica: se per un pene cinque centimetri sono nulla, questa sua clitoride, io la trovo veramente eccezionale. Giacché fuori dall’eccitazione la profondità media di una vagina si aggira intorno agli otto centimetri, la sua misura sarebbe pure sufficiente a penetrarmi soddisfacentemente in fica sino al punto G, quel tanto che basta per sentirmi posseduta “alla missionaria”[4]; ma da una bella femmina, e non da un uomo!

Tanto, quando vorrò di più, ben arroventata, con la vagina che raggiunge la profondità di una volta e mezza rispetto a quando non è eccitata, potrò sempre chiedere a Nahed di penetrarmi con la sua graziosa manina, così da scavarmi per bene sino al polso. E anche di più, bene a fondo, sino alla cervice: con quelle dita minute che lei ha, me ne potrebbe pure infilare uno lì, nel buchino, e così farmi godere a ripetizione come una coniglietta!’.

Neanche ebbe terminato di pensare a quelle licenziosità, che, quasi ad accompagnare quei lascivi proponimenti sessuali, urlando e inarcandosi, Rashida prese a inondarle il viso con dei ripetuti e abbondanti spruzzi chiari. Felicissima di averla portata pure a eiaculare, il volto dilavato, leccandosi le labbra bagnate a raccogliere quel che era possibile, Gia non smise: abbandonando con la bocca la sua vagina, intensificò ancor di più la manipolazione, sino a quando non si rese conto che la donna aveva dato quanto possibile, e non reagiva più. Durante la stasi, raccogliendo dal proprio volto i residui dell’eiaculato per portarsi poi le dita alla bocca, ecco, che cosa le passò per il capo…

‘E meno male che un attimo fa avevo pensato ai vantaggi di fare un pompino senza correre il rischio di prendermi degli spruzzi! Mi ha inondata completamente; ma, se si tratta di donne, mi piace accoglierle nella mia bocca e sul viso. Com’è gustosa; ha un sapore che trovo insolito, molto diverso da quello che mi sono gustata con le mie altre amanti. Anche in questo, lei è speciale’…(Continua nel romanzo).

[1] Punto “G”, secondo alcune diffuse interpretazioni, si tratterebbe di un punto particolarmente sensibile della parete anteriore della vagina. Tuttavia, la questione è controversa. Da un lato, nonostante ricerche ed esami approfonditi, la quasi totalità degli studi condotti smentisce l’ipotesi della sua esistenza. Secondo la ricercatrice australiana Helen O’Connel, sarebbe in realtà la parte terminale della struttura interna della clitoride, che può raggiungere una complessiva lunghezza interna di dieci centimetri. Sembrerebbe pure che recentemente la scienza abbia dimostrato non trattarsi per nulla di un punto, ma una superficie di maggiore innervazione, e quindi molto sensibile.

[2] Fellatio, è una pratica di sesso orale rivolta al pene. Consiste nella sua stimolazione tramite la bocca, eseguita per portare all’eiaculazione, o usata come preliminare, prima del coito. Fonte Wikipedia.

[3] Francesca, si riferisce alle vicende narrate nel primo atto del romanzo «Dal Cappello di Gia».

[4] Missionaria, ovverossia, posizione del missionario. Riguardo ai rapporti eterosessuali, la femmina è supina, e il maschio si pone, steso su di lei, appoggiandosi su gomiti e ginocchia per sostenere il proprio peso. Prende il nome dall’epoca in cui la Chiesa evangelizzava le terre lontane. Sebbene, ciò non sia provato scientificamente, i sacerdoti inviati presso gli indigeni consigliavano loro questa posizione sessuale, usata solo dagli umani, convinti che fosse più favorevole alla procreazione. Nel caso di rapporti lesbici, invece, le due donne stanno disposte con il pube a stretto contatto. Fonte: Wikipedia.

A PROPOSITO DI MITI

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Un passaggio tratto dall’edizione 2017 dall’Atto 3° della Saga Erotica Lesbo

«Dal Cappello di Gia».

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… e a proposito dei linguaggi rudimentali, vi è pure un’altra considerazione che mi viene di fare, e che non centra con quella disgraziata di Mellow: quando qualcuno afferma che la lingua inglese, per via della sua semplicità, sia migliore di quelle romanze[1], dell’Italiano, ad esempio, mi viene da pensare che valgano le stesse considerazioni; o no? Infatti, con la traduzione dei miei romanzi, che nascono in Italiano, io ho non poche difficoltà: con i congiuntivi, ad esempio, che nella lingua inglese non esistono. Trovo orribile che i concetti che esprimo, i quali avrebbero bisogno di strumenti linguistici ricercati, poi siano resi addirittura puerili da un linguaggio tanto rozzo, qual è, di fatto, quello di cui vado parlando.

E quella che, secondo me, è la più grossolana di ogni altra, è pure divenuta la lingua ufficiale dell’umanità! Tanto varrebbe ritornare a comunicare gestualmente; e che cazzo! E a proposito della popolarità dell’Inglese, mi ricordo che verso i quattordici anni, quando di quella lingua incominciai a capirne meglio, in un primo momento quasi mi crollò il mondo addosso.

Poi, però, scoppiai a ridere; dei nomi che erano delle icone, magari non per me ma per il resto del mondo, come Elisabeth Taylor, Tom Cruise, Carol Alt, Alicia Silverstone, Nicolas Cage, George Walker Bush e altri, ebbene, tradotti in lingua italiana, diventavano persino ridicoli: Elisabetta Sarto, Tommaso Crociera, Carolina Fermati, Alice Pietra D’Argento, Nicola Gabbia, per non dire degli innumerevoli “Fisher”, pescatori senza la lenza, e terminando con Giorgio che Cammina nel Cespuglio, ex presidente repubblicano degli US, noto per la sua marcata inclinazione guerrafondaia.

E neanche cito l’ultima catastrofe che ha recentemente colpito gli US, Donald Trump, perché, di là dei danni che ha promesso di combinare, chiamarsi così fa troppo ridere: dunque, secondo Wikipedia, il nome deriva dal gaelico Domhnall, che significa “Dominatore del Mondo”; il cognome, invece, indica il gioco della briscola. E adesso, traete voi le conclusioni sulla serietà che ci si può aspettare da un tizio che si chiami così, e si presenti ossigenato di paglierino! Poveri US, e poveri noi; con le grette idee che ha espresso in campagna elettorale, se quello lì si mette a giocare a carte con i destini delle persone, siamo veramente fottuti!

Fu allora, che un orgoglio nazionale mi prese: molto meglio i nostri. Ad esempio, Diego Della Valle, Luca di Montezemolo, Piera degli Esposti, Federico Fellini, Rita Levi Montalcini; e mi fermo qui, poiché ve ne sarebbero moltissimi altri degni di citazione. Certo, che anche noi, però, abbiamo i nostri bravi scheletri negli armadi; vedi ad esempio quel tale il cui nome fa quasi rima con “Cialtrone”, il quale, guadagnando qui da noi, le tasse le paga dove più gli conviene. In ogni caso, se si può criticare la moralità, non gli si può certo imputare la responsabilità, giacché quella è dei nostri amati politici, che sono sempre condiscendenti nei riguardi di chi promette a destra e a manca dei posti di lavoro, senza poi dare molto.

Credano quello che vogliano, ma è da noi, dall’Europa, che si sono diffuse, e ancora si espandono, la civiltà e la cultura; e spesso, quelli, di là dell’oceano, neanche sanno che cosa questa sia, purtroppo. Per loro, conta solo il successo che hai nella vita, che tradotto, significa quanti soldi sai fare indipendentemente dal mezzo che usi; tant’è, che, ormai, di fatto tolta di mezzo la politica, a decidere le sorti delle genti e del pianeta, è la finanza spregiudicata la quale, tanto per fare un esempio, ora sta tentando pure di comprare dei corruttibili politici europei per accordarsi sullo scellerato accordo chiamato TTIP[2], che, tra l’altro, annullerà, di fatto, le efficaci protezioni europee in tema di genuinità e salubrità dell’alimentazione.

E questo, con il contributo di un personaggio che prima, considerandolo un Grande, io stimavo moltissimo: ovverossia, Barack Obama, ex Presidente degli US, il quale, durante il suo mandato, sembra abbia fatto delle grosse pressioni intorno alla questione al fine di portare dei vantaggi economici al suo Paese.

Ma tanto, cara Gia, che serve parlarne, giacché nulla si può fare, se non consolarsi nelle copule fin tanto che la fica funziona?’…(Continua nel romanzo).

[1] Lingue romanze, sono derivate dalla lingua latina.

[2] TTIP, sta per: Transatlantic Trade and Investment Partnership; ovverossia, “Partenariato transatlantico per lo scambio e gli investimenti”.

NON SOLTANTO LO SPIRITO, HA IL DIRITTO DI ESULTARE.

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… quando poi te la sei riscaldata per benino, tanto sensibile e reattiva al tocco, accarezzartela, è veramente una delizia! A parte qui, dove ancora non posso a causa dell’astinenza, normalmente io lo faccio ogni giorno, preferibilmente dopo cenato, durante la mia quotidiana, irrinunciabile masturbazione.

Non so se Nourhan ve l’abbia detto, ma io sono dell’avviso che ci si debba voler bene non meno di quanto si amino gli altri, comprendendo in questo anche il sesso, naturalmente; e quindi, riferendomi al piacere che adoro darmi, neanche mi piace usare il termine “masturbazione”. Infatti, nella sua normale accezione, quest’infelice espressione rimanda a qualcosa che è indotto dalla frustrazione sessuale, una pratica tristemente solitaria, insomma; mentre, nel farlo, si dev’essere gioiose e finanche orgogliose, poiché stiamo onorando il nostro corpo in una delle sue principali e gratificanti funzioni organiche. Infatti, come dico sempre, non soltanto lo spirito, ha il diritto di esultare, ma anche la carne, poiché è anche di quella, che noi siamo fatti.

Secondo me, amarsi da soli non è diverso dall’esercizio fisico che si fa per mantenerci nella migliore forma per quando, nel sesso, siamo a fare squadra con una o più femmine; con una differenza, rispetto al jogging: amarsi da sé, non dev’essere qualche cosa di puramente meccanico, perché, nel darci piacere, anche il sentimento dev’essere amorevolmente rivolto verso noi stessi. Ecco, la ragione perché a me non piace dire “masturbarci”, ma “fare l’amore con noi stessi”. Tuttavia, per economia di parole, anch’io continuo a chiamarla nel modo consueto; ciò che conta, è sapere bene a che cosa veramente ci si riferisce, non credete?».

«Sì Gia, naturalmente Nourhan ci ha parlato anche di questo; e, sul tema, noi siamo perfettamente sullo stesso ordine d’idee, tant’è, che oltre a quella individuale, nei nostri rituali abbiamo deciso di comprendere anche una masturbazione plenaria quotidiana. Una tal cosa, allo scopo di osservarci reciprocamente, per dopo essere capaci d’infonderci una maggiore voluttà facendo sesso tra di noi; al proposito, benché noi si abbia una notevole competenza, il tuo consiglio riguardo a quale forma praticarla, sarà particolarmente utile poiché non si è mai finito d’imparare.

In quanto a continuare a definirla in tale modo, come dicevi, ciò che conta non è la parola in sé, ma il concetto che essa richiama. Infatti, anche per noi il termine è privo di ogni accezione negativa, e, in primo luogo, di quella che riporta alla vergogna, così come avviene nella grande generalità dei casi non soltanto nel tuo occidente, ma anche qui da noi.

Un’analoga considerazione si può fare sul termine “lesbica”, giacché questo richiama anche il modo di esserlo di quelle donne che si considerano dei maschi; tuttavia, io mi chiedo: perché, a causa loro, dovremmo essere noi, a rinunciare a definirci lesbiche, giacché il termine deriva dall’isola greca che ne ha ispirato il nome? E lo stesso, è pure per definire l’amore tra donne, che ci piace molto chiamare “saffico” in onore della più famosa tra coloro che, come noi, amano le altre donne senza insultare la propria femminilità. Se lecite, io rispetto ognuna delle scelte sessuali possibili, e quindi, pure quella delle donne che ostentano la mascolinità; in ogni caso, per definirsi, perché mai loro non si coniano un termine diverso? Me lo spieghi, che cosa hanno a che fare loro con Lesbo e Saffo; e quindi, con noi?».

A Gia non sembrava vero di aver sentito quelle parole: infatti, era da sempre, che lei odiava essere scambiata con quelle altre, “diverse” lesbiche. Tuttavia, non ebbe il tempo di replicare compiutamente, perché Rashida ritornò al tema: «In ogni modo, su questa e altre questioni, avremo tutto il tempo di parlare; magari mentre ci masturberemo plenariamente. Stavi dicendo, Gia?».

«Riguardo al tema “Lesbismo”, io penso che tu abbia ragione su tutta la linea, Rashida; dunque, per riprendere, stavo descrivendo le qualità di questa…(Continua nel romanzo).