A PROPOSITO DEL “COMUNE SENSO DEL PUDORE”.

Un passo tratto dalla collana «Gia Erotica».

… riguardo a quanto stavi dicendo quando ti paragonavi alle donne occidentali, devo dire che sei stata veramente sciocca, amore; infatti, la tua bellezza supera di mille volte quella delle donne che insensatamente invidiavi. Come dicevi tu, noi dovevamo essere delle predestinate, Nourhan, poiché, non appena ci scorgemmo da lontano, incominciammo a correrci incontro come due pazze; e, nell’abbraccio interminabile che vi fu alla fine alla nostra corsa, fregandocene della gente che ci guardava, una gioia incontenibile spazzò via ogni pensiero angoscioso. E appresso, il conforto e la gioia di percepire per la prima volta la morbidezza delle tue labbra, di sentire il tuo respiro, d’assaporare la tua saliva, fecero il resto.  Ricordo ancora il tuo imbarazzo quando, al cheek out, aspettando il bagaglio, anche là, in mezzo alla gente, io ti baciai ancora profondamente con la lingua».

Con un’ombra di turbamento negli occhi, come se ancora fosse spaventata, la voce della bella araba assunse un tono molto serio: «Mancò un niente, perché mi facessi la pipì addosso, mia cara; ero letteralmente terrorizzata. Quella cosa tanto sublime, dolce… un tenero bacio d’amore, se scambiato pubblicamente e specie tra donne, nel nostro Paese, L’Egitto, può portarti in carcere, farti fustigare a sangue, e pure lapidare».

Gia sentì la collera montarle dentro: «Non pensare che da noi siano tutte rose e fiori, sai? Ce n’è, ancora, di strada da percorrere. Per dei baci, in Italia, in carcere non ci finisci; ma se facendolo, tu palpeggiassi il culo all’altra e avessi la sciagura d’incappare nello stronzo di turno, ancora oggi potrebbe scattare una denuncia per dei cosiddetti “Atti osceni in luogo pubblico”».

Causa il carattere per nulla accomodante, innescata da quelle chiacchiere, fu inevitabile che nella donna veneziana scattasse l’indignazione: «Quando penso che dei mascalzoni, colpevoli d’autentici atti osceni contro la società e la vita stessa delle persone, rimangano impuniti, ebbene, questo mi fa davvero infuriare! E mi sto riferendo a certi politici corrotti di casa nostra. A proposito di quei gaglioffi, quando nel mio Paese dei bei tomi hanno capito che un comportamento onesto non porta profitto, che hanno fatto? Hanno brigato per rendere legale ciò che è immorale. Ed è qui, che è entrata in ballo certa Politica: è essa, infatti, a reggere il moccolo ai disonesti.

Non c’è da stupirsi, se la Magistratura incontri non poche difficoltà a combattere il malaffare, poiché, se questo è in linea con le leggi all’uopo confezionate, essa non può ravvisare il reato; e quindi, ha le mani legate. Ecco, dove nasce il conflitto tra la Politica e i Magistrati; e questo spiega anche la ragione per la quale la Magistratura si è andata via via politicizzandosi: se sei costretto a combattere una guerra, sarà bene che tu abbia a disposizione le stesse armi dell’avversario; non ti pare?

Per venire all’attualità, con il pretesto della semplificazione, c’è un ricorrente tentativo per depredarci d’alcuni articoli della Costituzione, snaturandola da come l’hanno concepita i nostri Padri Costituenti, mentre basterebbe applicare i sani e onesti principi che vi sono contenuti, i quali, però, hanno il grave “difetto” di legar loro le mani dove queste non dovrebbero sguazzare.

In ogni modo, io me ne sbatto, e rivendico il mio sacrosanto e naturale diritto di comportarmi come mi va di essere». Con gli occhi che ancora lampeggiavano, seguitò: «In Italia, ma non soltanto da noi, se tu non sei “conforme” a quel che altri hanno deciso anche per te, hai non pochi cazzi da cagare; ma come ho detto, io me ne infischio, e mi vanto d’essere “difforme”. E a fanculo, chi ha qualche cosa da ridire: s’impicciassero dei cazzi loro!

Oltretutto, pur avendo occhi per vedere e intelletto per capire, loro neanche sanno guardare dentro di sé; e naturalmente, mi riferisco a coloro che con tanto ardore condannano l’omosessualità».

Mentre continuava a parlarle, gli occhi di Gia continuavano a schizzare fuoco: «Ne abbiamo già argomentato a ufo; tuttavia, non mi stanco mai di ripetere che tutti, e rimarco, “tutti”, hanno nella loro esperienza… (Continua nel romanzo).

AMARSI.

Tratto dal Libro 7° della Collana «Gia Erotica».

… «Se penso che questa meravigliosa avventura, questa realtà che ora sono felice di vivere, sia nata standomene seduta su di una poltroncina davanti al computer, ebbene, mi sembra quasi trattarsi d’una favola. Chi l’avrebbe mai pensato? Non tanto tempo fa, a casa mia, era alle parole, che lasciavo il compito d’indurre il pensiero visivo, e, con quello, il sentimento e l’eccitamento dei sensi; oggi, invece, mi ritrovo qui, in questo Paradiso, che sembra paradossale giacché circondato dalle dune d’un arido deserto. Dio! Com’è possibile, un siffatto, repentino contrasto? Una tal cosa è come l’eterno, strenuo sfidarsi tra il male e il bene, tra un inferno e un paradiso: è come se io mi trovassi finalmente liberata dall’alienante trambusto materiale e psichico che la tumultuosa e contradditoria vita d’ogni giorno comporta, per trovare, insieme all’appagamento dei sensi, la pace interiore. Devo dire che questa combinazione d’eventi mi sorprende non poco, specie se riferita a me, che la gnocca me la sono sempre procacciata là, dove mi trovavo, nella vita reale.

Il mio vagare per il web incominciò ancor prima di conoscere Veronica, Francesca e le altre mie gioie, quando, per ragioni promozionali legate alla vendita dei miei romanzi, oltre a scrivere sul mio blog, presi a usare anche la chat: Ad ogni nuovo incontro, anche se avessimo potuto usare la webcam, io insistevo per non farlo già dall’inizio, ma di posporlo a dopo, quando avessimo raggiunto una maggiore intimità, scambiandoci soltanto delle foto un po’, anzi, molto osé; la ragione? Da scrittrice quale sono, m’intrigava praticare la seduzione usando le sole parole. Ci presi gusto, e la cosa m’infiammò a tal punto, che spesso, chattando prima di coricarmi, mi masturbavo di fronte alla partner di turno… anche lei occupata in questo. Esattamente: masturbarsi! Mi fanno specie, coloro che si vergognano ad ammettere che lo fanno, e ancor di più quelli che se ne astengono in ragione d’assurde quanto incomprensibili regole da loro definite “morali”. Sono mille, le cose che chiediamo al nostro corpo: di faticare, di farci muovere, e così via; e allora, perché non chiedergli di darci anche del quotidiano piacere, dato che la natura ci ha così concepiti? Amarsi è cosa buona e giusta; infatti se non sapessimo amare noi stessi, come potremmo amare gli altri?

Per ritornare alla chat, fu così, che incontrai la mia bella Veronica, quell’amore che fu soltanto un primo step, per poi arrivare ad amare le altre fantastiche fanciulle con cui mi sono ampiamente trastullata sino a non molto tempo addietro.

Ma dopo lo splendido periodo passato in compagnia delle mie “nipotine”, Francesca, Mara, Roberta e Encarnación, giunse alfine il momento che io guardassi avanti, alla ricerca di qualche nuovo amore. Certo, la mia Venezia non è manchevole di splendide figliole, e sarebbe bastato che, come nel passato, di sera io ritornassi a rimorchiarne qualcuna al Trombador[1], quell’osteria, ritrovo d’Universitari, che tuttavia è frequentata da artisti e scrittori, come pure da una schiera di fresche fighe galattiche in sempiterno calore e dallo spirito libero; tuttavia, tanto per non lasciare nulla al caso, per incominciare, ripresi a chattare, anche perché non volevo rimanere rinserrata nella mia Venezia e dintorni.

E così, era già da qualche settimana che lo andavo facendo con una certa Nourhan, di cui avevo visto soltanto delle foto; nudo compreso, ovviamente: una giovane e affascinante femmina egiziana, dagli occhi bellissimi, con delle poppe generose, con la quale ogni volta riuscivo a trovare un feeling formidabile. E così, dopo aver cenato abbastanza tardi, come il solito, anche quella sera noi ci eravamo ritrovate in chat; era già passata una mezz’ora da quando avevamo iniziato a parlarci: quelle parole che c’eravamo già scambiate avevano a poco a poco infiammato i nostri sensi. Eravamo entrambe pronte per quel piacevole e ormai consueto rito serale che in seguito portava dei dolci sogni al nostro sonno.

Di comune accordo, da qualche minuto anche lei si era interrotta dal digitare; io lo sapevo, che quell’affascinante, carnale femmina araba si apprestava a fare quel che anch’io mi disponevo a iniziare. Infatti, le sue ultime righe erano state: “Gia, le tue parole mi hanno reso molto calda, e ho voglia d’esplodere; lasciamo da parte per un po’ le parole per dare spazio alle nostre immagini? Adesso ho una voglia matta di vederti mentre vengo. Non badare alla tastiera, dunque, che, oltretutto, mi servono entrambe le mani… una lì, e l’altra a portarmi una tetta alla bocca per succhiarmi il capezzolo”, qualcosa che io non potevo fare; benché le mie tette non siano affatto piccole, pur avendoci provato infinite volte, mai c’ero riuscita. Come lei stava facendo con le mie, feci scorrere sul monitor le sue immagini più ardite, alcune delle quali riprese a distanza molto ravvicinata, delle riprese non molto lontane da essere definite “porno”; ma che male c’è? Non sono le stesse che gli occhi si godono quando stai facendo l’amore nella realtà e non nel virtuale?

Mi misi più comoda, mi sfilai i jeans e mi tolsi le mutandine, che, a onor del vero, per opera sua erano già fradice dei miei caldi, vischiosi umori: sì, sino a qualche minuto prima, cercando le parole adatte a farla eccitare, per riflesso, anch’io mi ero arrapata; così come mi capita quando sono a concepire le scene erotiche dei miei romanzi. Sarà per questo, che mi sono data a tale attività? Boh, e che m’importa saperlo? Ciò che conta, è esserne contenti, ed io lo sono: trascorrere delle ore con la passerina emozionata, per poi, alla fine, concederle il pass per esplodere in quel fantastico orgasmo a lungo represso, è davvero qualcosa di straordinariamente piacevole.

Dunque, con riguardo al viscoso ruscelletto che solitamente mi fluisce fra le cosce in tali evenienze, ebbene, nella fluida manifestazione del mio eccitamento, non c’è dubbio che io sia veramente prodiga. E di sicuro, questo non è mai stato vissuto male a letto: alle mie amanti, la mia prerogativa piace moltissimo, giacché soddisfa, oltre che i sensi, anche il loro olfatto; e ancor di più, il gusto. Me l’hanno confermato a profusione le mie splendide “nipotine”, le quali facevano a gara per saziarsi di me, la loro “incestuosa e amorale zietta”.

Naturalmente, nel nostro rapporto non c’è stato alcunché d’incestuoso, poiché non siamo parenti neanche alla lontana; ma giacché usare tale termine implica un’atavica trasgressione, farlo è utile a far pulsare ancor di più la gnocca. In quanto ad “amorale”, parlando seriamente, perché lo sarebbe, se il sesso è qualcosa di naturale che ci è stato dato da Dio, o da chi per lui? Che strana cosa, che l’eccitamento si amplifichi a fronte dei tabù, vero? Sarà forse un meccanismo psichico di questo tipo che spinge alcuni ributtanti maschi a stuprare noi donne? Misteri della psiche, che tu, cara Gia, giacché psicologa laureata, dovresti ben conoscere, però. Ma non si può sapere tutto.

Ritornando al mio stato di grazia, la mia disposizione a sciogliermi in tal maniera di fronte alla femminina avvenenza, è un’altra delle ragioni per le quali non amo indossare le mutandine, salvo che queste non mi servano per la seduzione: con tutta la gnocca, nativa o d’importazione, che in ogni stagione gironzola per Venezia ad attrarre inevitabilmente la mia attenzione, me le ritroverei costantemente inzuppate.

Non parliamo poi di quando mi capita d’avere un appuntamento con qualche mia affettuosa amicizia in un caffè di piazza S. Marco: a insinuare furtivamente le dita sotto le loro gonne a far cortese visita alla loro passerina, oppure a dar di ginocchietto tra le loro cosce sotto il tavolo intanto che ci prepariamo spiritualmente ai coiti che seguiranno a casa sua o mia, oppure nei luoghi più impensati, le mie povere mutandine sarebbero da cambiare ogni cinque minuti. Senza di quelle, invece, la mia micetta può tranquillamente asciugarsi all’aria, e starsene sempre fresca, pronta a gioire sino a far sgorgare delle nuove lacrime.

“Micetta” per modo di dire, giacché la porto sempre ignuda, perfettamente depilata dal mio soffice vello castano appena riccioluto. Non sono proprio bionda ma castano-chiara, e la mia pelle, mi dicono le compagne di letto, è candida come il latte: addolcito con il miele, aggiungono loro, dopo avermi assaggiata per la prima volta.

Ritornando a quella sera in cui le cose con Nourhan andavano svolgendosi come il solito, mi sfilai anche la maglietta e il reggiseno, in modo da potermene stare con le tette libere da ogni impiccio; rimasi con indosso i soli calzini a strisce bianche e rosse… che uso solamente quando sono da sola, s’intende. Mi sentivo bene, libera e rilassata, e stetti un po’ a rimirarmi le poppe, massaggiandone la porzione inferiore, che sa sempre rendermi una bella soddisfazione: ben polposa, essa riempie a modo l’avido cavo della mia mano. Le trovavo belle, piene; i capezzoli, rosei e gonfi, nel loro muto linguaggio, eccitati, mi esortavano a coccolarli, a massaggiarli premurosamente con le dita intrise del mio secreto vaginale, che talvolta a me piace chiamare “miele”. Non c’è da stupirsi, che io lo chiami così, perché se non è dolce nel sapore, lo è nelle sensazioni che lo inducono ad affiorare copioso.

Dopo quella giornata di merda che avevo avuto litigando con l’editore, decisi che mi sarei goduta alla grande quel mio sospirato momento intimo, la voluttà che mi accingevo a regalarmi con la prospettiva di venire insieme con lei. Nourhan ed io non concepivamo una tal cosa alla stregua d’una masturbazione: in fondo, anche se lontane migliaia di chilometri l’una dall’altra, noi eravamo in due, e non importava se le mani, a darci piacere, non fossero dell’altra. Come facevamo di solito, dopo le sole parole, accesi la webcam, e vidi che anche lei l’aveva fatto: “Eccomi, amore, pronta a godere con te”, le dissi”. “Se tu sapessi con quanta impazienza aspetto sempre questi nostri momenti, Gia!”, mi rispose lei, amorevole. “Sei bella, amore mio”, aggiunsi. “E molto calda a causa tua; ma non prenderlo come un rimprovero, mia Gia”, mi rispose lei, maliziosa, mentre continuava ad accarezzarsi la micetta e un seno.

Dio, che bello era ammirarci nelle nostre lascive nudità! Ci piaceva un sacco guardarci l’un l’altra mentre ci facevamo godere, spesso suggerendo all’altra come farlo. Attraverso il pollice e il medio intrisi di me, allargati in forma d’una “V”, a formare un sottile velo opale, guardai l’immagine della mia affascinante, lasciva femmina fremere di piacere sul monitor: vedere la sua figura confusa, era intrigante; fu come se la osservassi con gli occhi rimescolati dalla brama d’averla.

Il velo si ruppe, lei mi riapparve, nitida in tutta la sua sfolgorante bellezza, e le mie dita non ebbero altra scelta se non di ritornare al confluire inferiore delle labbra tumide, a inzupparsi nuovamente. Mi piaceva, replicare quel gioco: era come appropriarmi dell’immagine della mia donna attraverso il filtro del mio piacere. Aperte a “V” davanti a un occhio e vicine alle narici, le due dita mi fecero avvertire il mio intenso odore, dalle mie amanti spesso definito “marinaro”; mi portai le dita alla bocca: in quei momenti mi piace molto gustare il mio stesso aroma. Certo, preferisco quello di altre belle femmine; ma, in mancanza d’altro, che fare se non accontentarsi? E poi, testarlo, è anche una questione di bon ton: come potrei offrirmi alle loro bocche, se a me, per prima, non piacesse?

Ecco, un’altra cosa che ai maschi non è dato fare: giacché, “modestamente”, siamo quanto di più perfetto la natura abbia creato, noi femmine diveniamo “fluide” già durante lo svilupparsi della libido[2], e ben prima di giungere al top. Il loro unico fluido, invece, si fa vivo solamente a cose finite, quando si ammosciano e viene a morire la motivazione: poverelli! Non credo, che gustarsi il proprio sperma a cose finite sia il massimo della vita.

“Dio, Gia, quanto t’invidio in questo momento vedendo che cosa stai facendo!”, mi disse mentre si titillava la clit. “Perché?”, chiesi. “Per il sapore che ti stai gustando, Gia, che tanto vorrei conoscere”. Quella donna era davvero straordinaria; come me, nell’amore, non si poneva alcun limite: bramava di godere con tutti i sensi, olfatto e gusto compresi. Non vi è dubbio che fossimo talmente complementari, da giungere persino a sposarci.

Autocensurandomi sulle svariate, invereconde conversazioni che andavano correndo tra noi, per riportare l’attenzione su di me, ecco, come continuò quella serata… qualcosa che, invece, riporto senza alcuna censura, giacché, al solo pensarlo mi eccito: mi portai le dita alla vagina a bagnarmele ancora con il mio denso liquore, e presi a tracciare dei cerchi concentrici intorno ai capezzoli e alle areole, che obbedienti, andarono a poco a poco indurendosi ancor di più. Le pulsazioni che avvertii, mi fecero comprendere che continuavo a bagnarmi profusamente. La mia mano fu richiamata irresistibilmente, e corse a infondere dell’altro impellente sollievo al mio grondante turbamento: con una lunga e lenta carezza, giunse finalmente fra le cosce, dove sostò a lungo, immobile, sulla clitoride. Adoro, percepire l’inturgidirsi e il pulsare dell’infiammato pistillo del mio fiore, che forzo a scoprirsi di più dal suo cappuccetto: neanche fosse un’entità indipendente da me, mi piace avvertire come mi chiama a coccolarla mentre io, perfidamente, protraggo lo svolgersi del piacere, godendo nel sentirmela pulsare mentre la vagina si dilata, come a invocare una più invadente, piena voluttà. Sì, quando mi faccio l’amore penso al mio corpo come se fosse quello di un’altra femmina, sforzandomi di non avere alcuna fretta, per cogliere da esso ogni minima vibrazione di piacere. Perfetto è, se lo fai davanti allo specchio, guardandoti continuamente, studiando le tue espressioni al toccarti variamente, e traendo piacere anche dall’immagine del tuo godimento, cosa che, tuttavia, faccio giornalmente quando non sono con la mia femmina, la mia Nourhan.

I miei occhi, che a tratti chiudevo per meglio concentrarmi su quell’immagine persistente nella mia mente, tornavano incantati a guardare lei, quello splendido esemplare di procace femmina, che, guardandomi nel suo monitor, come me, viaggiava sulle onde d’una intensa voluttà: lei, sì; il mio amore del momento. Si fissavano su quell’adorabile viso bruno, incorniciato da folti e lunghi capelli neri che riempiva il grande desktop; le sue gonfie, carnose labbra mi attrassero: m’immaginai di baciarla, e di mordergliele. Intanto, mi massaggiavo il plesso vulvare e le grandi labbra, talvolta stringendomele quasi crudelmente. Mi piace molto, riempirmi il cavo della mano con la mia gnocca cicciotta, per poi agitarmela ripetutamente con un veloce movimento circolare: per un lungo tempo alternai questo con un frenetico strapazzamento della clit.

Ormai calda da morire, ero pronta a fare il balzo che mi avrebbe portata all’orgasmo insieme al mio amore; con due dita entrai più profondamente tra le mie labbra interne: già pronte a spiccare il volo, era come se quelle ali mi chiamassero a violare il paradiso d’ogni terrena delizia. Io non sono per niente credente; tuttavia, penso che se un dio esistesse, dovremmo lodarlo da mane a sera per quello che, secondo me, è il suo più grande capolavoro: la passerina.

Ritornai ad accarezzarmi piano, con dolcezza, in un movimento ininterrotto, talvolta premendomi l’avvertibile rigonfiamento che percepivo vicino all’imbocco dell’uretra. Con l’altra mano talora andavo stringendomi l’una o l’altra mammella, tormentandomi forte il capezzolo: mi piaceva moltissimo, imprimermi quel moderato dolore che faceva aumentare la mia voluttà. Rallentai: non volevo che finisse troppo presto.

Eccoun’altra cosa di cui noi donne dovremmo ringraziare un’eventuale entità celeste: mentre il glande degli uomini conta all’incirca quattromila terminazioni nervose, la nostra Clitty, come a Francesca piace chiamarla, ne ha ben il doppio. Ecco la ragione per cui, indossando gli strapless d’ultima generazione che ci ha regalato da Penelope, le mie “nipotine” ed io riusciamo a godere molto più di loro mentre scopiamo la nostra partner alla maniera dei maschi, oppure quando lei ci fa una sega, o regala una Spagnola*… che termina con un fantastico pompino, riempiendole il cavo orale con la nostra femminina sborra, un liquore che, solitamente, lei si mostra avida d’ingoiare[3].  A questo proposito, che dire? Mi sembra che sia qualcosa di veramente fantastico, giacché, oltre che da femmine, noi possiamo godere come se fossimo dei maschi, un’alternativa che loro sono ben lontani dal potersi permettere… a meno che non se lo prendano nel culo, cosa, certamente gradevole, ma bel lungi dal prenderlo in fica.

Per ritornare a quella sera, soltanto una fra le tante, dopo una mezzoretta circa, le chiesi: “Vuoi che faccia lo zoom, amore?”. “Sì, Gia, per favore. Ce l’hai così bella e rosea, tu, mentre la mia e quella delle mie compagne in fede è più, diciamo, abbronzata: vederla da vicino, specie se luccicante perché bagnata, ha sempre il potere d’eccitarmi moltissimo”.

Abbandonai per un attimo il mio seno per restringere il campo della webcam sulla mia patatina. Mentre, dispiaciuta per aver lasciato da sola la mia tetta, stavo pensando a quanto utile potesse essere una terza mano che il buon Dio non ci aveva dato, infervorata dalla sua immagine, ripresi a infondermi piacere con crescente e convinta energia; più le dita si muovevano, più la mia frenesia cresceva. La mia immaginazione volava a come si sarebbero svolte le cose se lei fosse stata insieme con me, sul mio letto, immaginandomi le sensazioni che avrei provato a contatto della sua calda pelle. Infatti, se la vista e l’udito erano soddisfatti, così non era per il tatto, l’olfatto, e il gusto.

Mi concentrai per fantasticare che fosse Nourhan a farmi godere, e trassi una maggior ispirazione guardando sovente l’immagine del suo corpo languido, palpitante di piacere, che riempiva lo schermo: i suoi seni erano di una forma perfetta, pieni, bruni; come color di biondo tabacco, era anche il corpo di quella mia adorata amante mediorientale. Come dicevo, le sue mammelle erano più grandi delle mie, credo portasse una quarta misura di reggiseno, e avevano una forma assolutamente rotondeggiante: dei deliziosi meloncini, che, visti di profilo, apparivano lievemente concavi nella parte superiore, e splendidamente convessi e paffuti in quella sottostante. Quelle sue splendide bocce non erano molto distanziate l’una dall’altra, ed io m’immaginavo il mio naso scorrere nel solco, avvolto nel calore di quell’accogliente carne, per poi portare le mie labbra a baciarlo, e la lingua a raccogliere l’afrore del sudore che di certo vi era racchiuso: adoro, riempirmi i polmoni con ogni femminina fragranza delle mie amanti.

A potergliele accarezzare, palpare, stringere, quelle splendide tette avrebbero dovuto essere ardenti come dei vulcani: quegli oscuri capezzoli, legittimamente orgogliosi della loro prominenza, svettavano superbi sopra delle ampie areole color bruno scurissimo. Quei seni, io li trovavo molto diversi dai miei, e non soltanto per il diafano colore della mia pelle e per la grandezza, ma anche per la forma. Oddio, non che i miei siano piccoli o sciatti; infatti, io porto una terza, che non è male: molto apprezzate dalle amanti che ho avuto, io sono sempre andata orgogliosa delle mie tette. Tuttavia, si sa: l’erba del vicino, o per meglio dire, della “vicina”, è sempre più verde, e soprattutto più bramata.

La consapevolezza che al nord del continente africano anche Nourhan si stava facendo godere nello stesso momento, mandava a mille la mia libido. Più guardavo le immagini in movimento di quello splendido e lascivo corpo brunito, con quel nero boschetto regolare e riccioluto da cui, timida, s’intravvedeva la fessura, mistero da svelare, e più le mie dita scivolavano dentro e fuori di me, aumentando a profusione il piacere che mi andavo largendo.

Gemevo, e sentivo tutta me stessa che moriva dalla voglia di venir presa da lei, d’essere sua, d’averla dentro di me. Sottovoce, io mormoravo continuamente il suo nome, immaginandomi che lei fosse lì, insieme con me. Intanto che le dita d’una mano venivano dentro e fuori di me con una cadenza che diveniva a poco a poco più ossessiva, abbandonata la tetta, le dita dell’altra impazzavano sulla clitoride. Entrambe le mani erano ormai fradice: la voluttà mi colava lenta ma inesorabile, bagnando e intridendo le lenzuola del letto su cui stavo con il notebook, appoggiato sopra di esse.

Erano delle lenzuola che usavo soltanto quando facevo l’amore con la mia Nourhan; quante cose, avrebbe potuto raccontare quella leggera stoffa, da qualche tempo sistematicamente decorata dei miei vischiosi fluidi d’amore. Infatti, mi dispiaceva cambiarle per buttarle nella lavatrice: sarebbe stato come cancellare con un colpo di spugna ogni piacere scambiato con il mio amore virtuale; la mia Nourhan.

Nell’afflato che ormai ci univa, salvo per i gemiti e i sospiri, né lei né io avremmo detto qualcosa d’intellegibile sino a quando non avessimo avvertito l’arrivo dell’alta marea a strapparci dalla banchisa per portarci in cima all’onda; non volevamo distrarre la fonte di quel piacere: la nostra immaginazione focalizzata sull’altra. Come ogni sera, per quanto possibile, noi ci eravamo proposte di ritardare l’arrivo di quell’onda per farci cullare a lungo dalla soave risacca. Con l’auspicio d’arrivare sincrone all’orgasmo quando il maroso sarebbe arrivato, la prima che ne avesse avvertito il fragore avrebbe gridato forte, approssimativamente, qualcosa del tipo: “Amore! Sto per venire! Ci sei anche tu?”.

Io la vedevo, e sapevo che anche lei stava vivendo la mia stessa estasi; ero conscia che pure lei, fissandomi sul desktop del suo computer, oltre che al proprio piacere, stava pensando a me. Me lo sentivo, che anche per lei l’orgasmo era a un soffio dall’arrivare, potente, a travolgerci per trascinarci insieme in un vortice sfrenato e malauguratamente non infinito.

Dopo un tempo che m’impegnai a rendere il più lungo possibile, infine quell’onda iniziò a montare, soave, pregnante, e sconvolgente allo stesso tempo. Mentre le mie dita impazzavano a darmi piacere, decisi che sarebbe stato ancor meglio se il mio orgasmo si fosse terminato in una maniera visivamente clamorosa, così come accade ai maschi.  Atteggiando la punta delle dita come a dire a qualcuno, “Vieni qui”, presi a sollecitarmi anche vicino all’imbocco dell’uretra, là, dove avvertivo qualcosa di nodoso, ovverossia, quel che è chiamato “punto G”[4]. Dopo qualche tempo, nella mia mente, la sua immagine mi scatenò il desiderio di potergliela urlare, di fargliela leggere nel mio corpo e nei miei occhi, di rendergliela tangibile con le mani e la bocca, di fargliela gustare nella sua, di bocca, quell’estasi estrema che mi prese travolgendomi anche nell’anima, sincrona a una serie di potenti spruzzi che andarono a inzuppare finanche la tastiera.

Quando mi calmai e riapersi gli occhi, fui certa che anche il mio amore fosse riuscito a eiaculare[5], così com’era accaduto a me; infatti, anche lei andava leccandosi avidamente le dita bagnate da quanto la femminina prostata[6] aveva eiaculato. Sì, femminina prostata, ho detto, perché, come molti credono, non si tratta d’una prerogativa dei soli maschi.

Provavo l’irresistibile ma impossibile desiderio di tuffare il mio naso nelle sue profondità, per fondere le mie narici nel suo afrore femminino. L’impulso travolgente di sentire le sue mani sul mio corpo, ad accarezzarmi la pelle e stringermi la carne sino a farmi male, mi si era scatenato nel sangue; avrei voluto suggere avidamente tutti i suoi succhi, il cui bouquet m’immaginavo marcato, mediterraneo, e non meno che divino: l’idea di sentirmi indosso i suoi umori fusi ai miei, mi fece impazzire.

Quanto avrei voluto che non fossero state le mie dita, a darmi quell’orgasmo che mi aveva portata nello spazio siderale nel quale ancora fluttuavo, bensì la sua lingua dentro di me, inesorabile nel negarmi ogni tregua mentre, inutilmente, io tentavo di protrarre il giungere dell’acme.

Come per ogni gioia terrena, come l’onda che ritorna al suo mare, anche quel nostro potente, sensuale e sfinente orgasmo ebbe una fine, lasciandomi vuota e priva d’ogni energia; ma felice. Dopotutto, se anche lei non era lì con me in carne e ossa, a farmi venire, era stato il suo spirito.

Dopo, quando il mio corpo permise alla coscienza d’affiorare, tra noi corsero soltanto poche, essenziali parole: “Ti amo”. Infatti, tra di noi c’era intesa; mai, né l’una né l’altra, avevamo sentito il bisogno di chiederci banalità del tipo “Sei venuta bene?”, “É stato bello, amore?”. Tanto, non avevamo mica bisogno di conferme: che fosse avvenuto e fosse stato splendido, già lo sapevamo; e questo, perché lo sentivamo»… (Continua nel romanzo).


[1] Trombador, ossia, chi tromba: trombare, nel linguaggio gergale veneto indica un rapporto sessuale.

[2] Libido, secondo la teoria freudiana, la libido rappresenta la pulsione principale, se non l’unica dell’uomo: quella sessuale. Nella sua teoria, la libido si contrappone alla Destrudo. Secondo la teoria junghiana, inoltre, la libido è una forma di energia psichica che costituisce per l’uomo una vera e propria “spinta vitale”, la quale non si limita solo all’ambito sessuale. Fonte: Wikipedia.

[3] Si rimanda al 6° Libro della Collana «Gia Erotica».

[4] Punto “G”, secondo alcune diffuse interpretazioni, si tratterebbe di un punto particolarmente sensibile della parete anteriore della vagina. Tuttavia, la questione è controversa. Da un lato, nonostante ricerche ed esami approfonditi, la quasi totalità degli studi condotti smentisce l’ipotesi della sua esistenza. Secondo la ricercatrice australiana Helen O’Connel, sarebbe in realtà la parte terminale della struttura interna della clitoride, che può raggiungere una complessiva lunghezza interna di dieci centimetri. Sembrerebbe pure che recentemente la scienza abbia dimostrato non trattarsi per nulla di un punto, ma una superficie di maggiore innervazione, e quindi molto sensibile.

[5] Eiaculazione femminile, consiste nell’espulsione di liquido dai condotti parauretrali attraverso e intorno all’uretra della femmina umana durante o prima di un orgasmo. È colloquialmente nota anche con il termine inglese “squirting”.

Si tratta di un fenomeno in merito al quale non esiste ancora un consenso unanime nella comunità medica e scientifica. La sua esistenza è stata riconosciuta da molti, ed è stato accertato che in alcune donne vi sono manifestazioni eiaculatorie che si qualificano come straordinarie rispetto ai normali fenomeni di lubrificazione connessi all’eccitazione sessuale, ma a tutt’oggi manca un consenso scientifico sulle modalità dell’eiaculazione stessa e sull’origine dei fluidi in questione. Fonte: Wikipedia.

[6] Prostata femminile, sono le ghiandole di Skene, considerate le omologhe ancestrali della ghiandola prostatica maschile. I fluidi prodotti durante l’eiaculazione femminile hanno una composizione simile al liquido secreto dalla ghiandola prostatica maschile, contenendo gli stessi marcatori biochimici della funzione sessuale, come la proteina di tipo 1 e l’enzima PDE-5 (fosfodiesterici di tipo 5). Fonte: Wikipedia.

LA SCRITTURA COME TERAPIA, OLTRE CHE UN PIACERE.

«Sei intrappolato dalle convenzioni e dai tabù, sia psicologici, che sociali? Il tuo inconscio preme? E allora, rendi “conscio” il tuo “inconscio”, e senza vergognarti di quel che ti suggerisce.

Liberati! Liberati! Liberati! Devi mettere nero su bianco qualunque impulso della tua Libido, e anche quelli della tua Destrudo, descrivendo ciò che t’indurrebbero a fare, o a essere, a prescindere da quello che in realtà sei; alla fine, si tratta soltanto di nero su bianco.

Eccola, la terapia efficace a liberarti: dare corpo con la scrittura soprattutto a ciò che mai faresti, che mai desidereresti fare, e che ti darebbe imbarazzo al solo pensarlo. E quindi, qualunque cosa ti saltasse alla mente, non importa quanto spudorata, tu scrivine, descrivendola; alla fine, la scrittura non ha mai fatto male a nessuno, se non alle menti immature o deboli, che non sanno discernere tra realtà e innocenti guizzi della fantasia.

Partendo da qualsiasi desiderio che l’inconscio fa emergere, anche il più innocente, tu, esagera! E così, turbato, ad opera del Super IO, il tuo inconscio si ribellerà, mettendoti finalmente in pace con te stesso».

Questa, l’ipotesi di lavoro che ha dato corpo ai miei romanzi erotici, che, al tempo stesso, vuole essere un suggerimento.

“SOGNO” ALLO STATO PURO.

Avulsa dagli abituali schemi delle fiction erotiche, in cui, solitamente, l’intento di rendere credibili i contenuti si rifà alla vita reale, la collana «Gia Erotica» si distacca da tutto ciò. Infatti, fuori da ogni comune logica, offre alla fantasia del lettore la facoltà di volare per cieli impossibili quanto incredibili. È per questo, che la collana si propone come alternativa “nobile” al comune porno a declinazione sadomaso. «Gia Erotica», quindi, è “Sogno” allo stato puro.

 

I SIGARI CUBANI.

Un passaggio tratto dal libro 6° della collana «Gia Erotica».

… in quel clima che, ad eccezione delle sottolineature di Penelope intorno ai rispettivi ruoli, tutto sommato era cordiale e sensuale, tra una portata e la successiva, così come il tempo, le chiacchiere correvano. Gia aveva portato con sé una scatola dei suoi famosi sigari cubani; a fine pasto, mentre, con una mano, palpeggiava il sedere della splendida ragazza che stava in piedi al suo fianco, offrendone a tutti, e a Penelope per prima: «Mi dispiace soltanto di non aver potuto portare con me la solita grappa barricata, che ben si accompagna con questi sigari confezionati da delle belle e giovani ragazze cubane… immagino, “abbronzate” come te ed Encarnación, Salma».

Prima di risponderle, lei guardò Penelope come per chiederle il permesso di rispondere, la quale, compiacente, le fece un cenno d’assenso. Quindi, a voce bassa, disse: «Grazie per il complimento, mia Signora».

Penelope: «Salma, da bambina intelligente quale sei, hai capito che cosa io desideri che tu faccia ora?».

«Certamente, mia Mistress; vado immediatamente».

Dopo un po’, ritornò portando con sé un vassoio con dei bicchierini e una bottiglia di grappa barricata, color dell’oro, d’una delle migliori marche friulane. Gia: «Non ci posso credere! La grappa italiana, e persino la migliore! Ma voi, da queste parti, non bevete l’Aguardiente?».

A sorpresa, dall’inglese, lei passò a parlare in un italiano perfetto: «Quella schifezza, Gia? L’aguardiente è la bevanda alcolica peggiore che tu possa trovare, e che ti regala il peggior post-sbornia che tu possa immaginare. Sai, bella scrittrice veneziana… un po’, anzi, molto osé, io passo molta parte del mio tempo in Europa, e specie nel tuo Paese, così ricco di bellezze ed eccellenze, dove, tra le altre disseminate nel mondo, possiedo una villa sul Lago di Como confinante con quella di George Clooney. Inoltre, mi ero informata con Camilla, la quale mi ha ragguagliata intorno ai vostri piaceri e preferenze; noi siamo molto, molto intime».

«Mi complimento per il tuo italiano, Penelope; neanche si sente l’accento spagnolo».

«Niente di straordinario per la gente di qui, Gia; da noi, nell’isola d’Aruba, quasi tutti parliamo un minimo di quattro lingue; ossia, l’olandese, la lingua locale, chiamata papiamento, ed anche l’inglese e lo spagnolo. Io, inoltre, parlo anche il tedesco, il francese, e il cinese; sai, di questi tempi, considerati i notevoli scambi commerciali e d’altro tipo, quest’ultima, è una lingua che non si può più ignorare».

«Sono veramente ammirata, Penelope; ogni minuto che passa, tu mi stupisci sempre di più… seducendomi. Sai, a me la bellezza non interessa, se non è accompagnata dall’intelligenza».

«E ancora non sai quanto di più ti stupirò e sedurrò a partire da questo tardo pomeriggio». Lo disse; ma, quantunque riferendosi chiaramente alle torture erotiche che le avrebbe fatto patire, il tono non conteneva alcunché di minaccioso.

Gia le spiegò: «Sai, Penelope, le foglie secche del tabacco sono fragili, perciò, prima d’arrotolare la foglia sulle loro cosce nude, le giovani operaie se la tengono per un bel po’ nella fica affinché s’inumidisca e non si spezzi.  È per questo, che i sigari sono speciali, poiché, in questo modo, s’impregnano d’un aroma unico… il migliore», terminò, sensualmente allusiva. 

Tirando una boccata, lei: «Lo so come siano confezionati, Gia; me ne aveva parlato Camilla; ed è proprio vero, quel che lei mi raccontava: a ogni tiro, ti sembra di sentire il profumo di passera cubana. Ti sono grata per avermelo offerto; tuttavia, il già gradevole aroma si può rinnovare». Detto ciò, fatto un cenno alle ragazze che stavano a fianco di ciascuna ospite: «Bambine, mi auguro che siate pronte; che mi dite? Rispondimi tu per tutte, Marisol».

«Mia Padrona, come per tuo desiderio, che è anche il nostro, noi siamo sempre pronte».

«Brava». Quindi, teso il sigaro alla ragazza, lei capì al volo: se lo inserì nella vagina, ovviamente, non dalla parte accesa. Dopodiché, rivolta alle donne italiane e ad Alegre, Penelope: «Fatevi rendere anche voi questo servizio dalla “bambina” che vi sta accanto, se volete; credo che un paio di minuti dovrebbero bastare».

Dopo qualche minuto, la ragazza le restituì il sigaro. Tirando una boccata e mostrando sul volto il suo gradimento, mentre anche le altre donne avevano ripreso a fumare il sigaro, per così dire, “arricchito” nel sapore, lei volse le sue attenzioni a ognuna delle altre convitate, che esortò a farsi conoscere meglio, senza mai però ritornare sull’argomento “sesso”; Alegre esclusa, naturalmente.

A fine pranzo, lei: «Bene; e quindi, oltre che una scrittrice di successo, qui abbiamo una psicologa, una architetta, una magistrata e una avvocata. E tutte, delle femmine fantastiche e di stile che, oltre ad aver fatto la migliore delle scelte rispetto al sesso e ai sentimenti, ossia d’essere discepole di Saffo, come me, hanno compreso quale sia il senso vero della vita: il piacere». E quindi, congedandosi, aggiunse: «So benissimo che non siete dedite ad assumere sostanze che vi sorreggano, tipo la cocaina o soltanto la marijuana, cosa che anch’io aborro, e perciò, scusate se mi ripeto, vi consiglio vivamente di riposare al fine di sostenere lucidamente ciò che avverrà più tardi… (Continua nel romanzo).

LA SPAGNOLA SA AMAR COSÌ.

Un passaggio tratto dal libro 5° della collana «Gia Erotica».

… «Lo sono, schiava, Gia, dell’amore che provo per te».

«Lo sai, che stai prendendo una china pericolosa, vero?».

«Perché?».

«Perché potrei convincermene anch’io, e quindi, trattarti anche più male di come già faccio».

«E non soltanto mi troveresti consenziente, ma molto appassionata… e servizievole. E dunque, per rimanere nel tema, ora possiamo riprendere con la terapia di coppia? Sebbene abbiamo scopato parecchio in un rapporto alla pari, negli ultimi giorni mi è mancato moltissimo sentirmi dominata».

Molto soddisfatta del lavoro di traduzione svolto, lei l’accontentò immediatamente, offendendola esattamente come lei si aspettava: «Certamente, stronzetta casalinga».

Naturalmente, lei stette nella parte, fingendosi umiliata: «Finirà mai, il mio castigo, Padrona?». Dopo una pausa, però: «Io spero di no».

Come spesso accadeva, spinta dell’inconscio ferito, la realtà si mischiò alla finzione: «Durerà quanto il dolore che mi desti, ossia, all’incirca trent’anni, se saremo ancora in vita. Tuttavia, anche i castighi possono avere un lato positivo: il piacere che ti largisco con la mia frusta… se pur non te lo meriti».

«Avrei un’idea, Padrona».

«Perché, oltre a farti fottere persino dai cani, sai anche pensare? Parla pure, comunque; te ne concedo la facoltà».

«Ma non so se tu…».

«Che c’è, puttanella? Hai bisogno che quell’idea te la tiri fuori con il cavatappi? E dimmi, no?».

«Oltre che per legarmi quando mi frusti, i pali che hai installato nel giardino, potrebbero servire per altro».

«E per che cosa?».

«Per più cose; ad esempio, potrei usarli per ballare nuda per te».

Fu lì, che, per eccitarla, Angela si inventò una storia: «Sai, dopo che ti ho lasciata, per guadagnare qualcosa, per un periodo ho fatto la Lap Dance in alcuni locali… per far tirare il cazzo ai maschietti, e anche a qualche femmina».

«Non mi risulta che le femmine abbiano il cazzo… a meno che non si tratti di trans, che dubito si arrapino vedendo delle donne nude».

Uscita dalla farsa, lei: «Quanto sei scema, Gia! Era solo un modo per dire che anche delle donne si eccitavano guardandomi; e quindi, o lesbiche, oppure bisessuali. Dunque, dicevo: poiché ho le tette grandi, il numero che andava per la maggiore consisteva nello stringermi il sottile, ma resistente, palo metallico tra esse, simulando una Spagnola[1]».

Ben cosciente che si trattasse d’una invenzione, Gia: «Lo sai che hai avuto un’idea eccellente? Mi piacerebbe vederti mentre ti scopi il palo tra le tette. A tale proposito, spesso mi sono chiesta come mai far venire i maschi tra le tette si chiamasse “Spagnola”. Ebbene, ecco che cosa ho trovato al proposito: come racconta il film francese “Sitcom” di Francois Ozon nel 1998, nella Parigi d’inizio ‘900 le famiglie altolocate avevano delle domestiche spagnole, e i ricchi dell’epoca si facevano venire da loro in questo modo per non rischiare di metterle incinte. Secondo una diversa ipotesi, invece, sembra che questa pratica fosse usata dagli spagnoli con le prostitute, per evitare gravidanze o malattie sessuali. Infine, secondo un’altra teoria, si dice che fosse un’abitudine dei mori, ossia, i musulmani berberi che popolarono la Spagna, con le prosperose donne spagnole. In realtà, in Spagna, non si chiamava “Spagnola”, ma “Cubana”, in Argentina “Turca”, e, nel Regno Unito e USA, “la scopata olandese”[2]».

«Lo vedi, dunque, come sono collaborativa, Gia? Inoltre ti fornisco sempre degli spunti per le tue ricerche scopativo-culturali».

Gia: «A proposito di Spagnola, mi viene in mente una vecchia canzone, che faceva: “Stretti, stretti, nell’estasi d’amor, la Spagnola sa amar così, bocca a bocca la notte e il dì”, che, nel tuo caso sarebbe: “Stretti, stretti nell’estasi d’amor; la spagnola sa amar così, un cazzo tra le tette dalla notte al dì”. E comunque, con riguardo alla tua presunta utilità, non fai nulla di più del tuo dovere di sottomessa, troietta da marciapiede».

«Lo sapevo, che, nonostante i miei sforzi per compiacerti, non mi avresti gratificata, ma umiliata».

«È nel destino che ti sei data con le tue stesse mani sottomettendoti a me, stronzetta senza alcun amor proprio».

Per un attimo Angela uscì dalla sceneggiata: «Che nel role playing tu mi mortifichi, mi sta bene; tuttavia, è da un pezzo che volevo dirti una cosa, Gia».

Ritornata a essere dolce, come nella normalità del loro rapporto, lei: «Dimmi, tesoro; lo sai che tengo in conto i tuoi suggerimenti».

«Ebbene, Gia, tu sei piena di livore; e credo ti faccia bene scaricarlo contro di me. Lo considero un vantaggio aggiuntivo di questa nostra psicoterapia, che, a dire il vero, è talvolta un po’ crudele… verso di me».

Sorpresa, lei: «Livore? Verso chi?».

«Verso tutto ciò che non ti piace o ciò che disapprovi; un giorno sì, e l’altro pure, tu sbotti in un “Quanto odio questo, quanto mi sta sul cazzo quello”».

«Ti sbagli, Angela; c’è differenza tra odio e disapprovazione. Se il mio biasimo la esprimo veementemente, l’odio non mi appartiene; solo l’amore, che esprimo nell’unica maniera che mi piace e che so fare meglio: attraverso il sesso».

«E dimostramelo, allora, questo tuo amore: scopami; ma, una volta tanto, come la mia Gia, e non la mia Mistress: con dolcezza».

«Se vuoi, la Mistress possiamo mandarla via per sempre».

«No, Gia; ho bisogno d’entrambe. Ora baciami… (Continua nel romanzo)».


[1] Spagnola, è un atto sessuale che consiste nel far penetrare il pene fra i seni femminili. Comprimendo insieme i seni si creerà resistenza contro il pene, producendo una sensazione fisica ed erotica simile a quella della penetrazione sessuale. Questa attività può essere facilmente accostata o associata al sesso orale.

[2] Tratto da “www.parolacce.org”.

IL NITRITO DELLA GIUMENTA.

Un passaggio tratto dal libro 5° della collana «Gia Erotica».

… mai mancava, nei loro reciproci rapporti, il sale della celia, ingrediente indispensabile a mantenerle sempre spensierate, e con lo spirito leggero.

Tanto per far comprendere come si andava svolgendo quel loro fare scanzonato e privo di complicazioni sentimentali di sorta, ecco, uno dei numerosi episodi: al risveglio di una delle notti in cui si era giaciuta con Consuelo e Roberta, mentre consumavano la colazione, per le dinamiche amorose sviluppatesi durante la notte, Gia aveva capito che le due ragazze avrebbero gradito molto starsene un po’ da sole, in intimità.

Per nulla permalosa e sempre disponibile ad accontentare le sue belle “nipotine”, lei le favorì: «Beh, affascinanti gattine in calore, l’ho capito, che volete mischiarvi in un bel “caffelatte». In effetti, quando una di loro con la pelle chiara si giaceva con una che l’avesse molto abbronzata, il modo di dire “caffelatte” ricorreva sempre; e tale, era la carnagione della sorella di Veronica, pur non essendo creola.

Scesa dal grande letto, mentre si vestiva, ed è un modo di dire, Gia seguitava a parlare: «Adesso indosserò soltanto una leggera camicetta che nemmeno abbottonerò, così da non scottarmi al sole, sotto non mi metterò niente, e, tette e fica al vento, me ne andrò sulla spiaggia a farmi una sveltina con il cavallo, in modo da lasciarvi libere di scambiarvi delle coccole. Era da tanto, che non mi concedevo un orgasmo equino, e ne ho proprio voglia».

«Una sveltina con il cavallo?», aveva chiesto Roberta, stupita. Appresso, per burlarla, aveva seguitato: «Tu hai presente, come ce l’ha un cavallo quand’è in tiro? Può raggiungere quasi novanta centimetri di lunghezza, con un diametro di undici-dodici! Te lo sentiresti trapassare lo stomaco e affiorare sin nella gola. Neppure io, che nei miei trascorsi di “etero” ho ben apprezzato gli uccelli grossi e lunghi, potrei reggere una tal cosa».

«Scema! Intanto, non è un cavallo, ma una giumenta; e non ci voglio certo scopare… non come intendi tu, almeno».

Roberta non aveva desistito dal burlarla; mentre, dietro di lei, nella posizione cosiddetta “a cucchiaio”, Consuelo aderiva con il ventre al suo nudo sedere, accarezzandole intanto il seno, la bella bionda: «Io sarò pure scema; ma tu non mostri alcuna proprietà di linguaggio… e questo ti sminuisce agli occhi dei tuoi lettori arrapati. Se ho sentito bene, hai detto, “Me ne andrò sulla spiaggia a farmi una sveltina con il cavallo” … scrittrice dei miei stivali!».

Colpita in ciò cui più teneva, ossia, lo scrivere, Gia aveva accusato il colpo: «Touché! Effettivamente, sarebbe stato corretto che io dicessi, “Me ne andrò a cavallo sulla spiaggia, a farmi una sveltina grazie al pelo della giumenta”. Lo sai, quando hai ragione, che la zia lo ammette, no? In ogni caso, ricordi quando, da Camilla, cavalcavamo a pelo, tesoro? Senza sella e mutandine, dico. È anche meglio delle biciclette che ho approntato per voi al casolare, quelle con il sellino modificato per coccolare la passera durante la pedalata. Voglio proprio godermi una bella cavalcata: l’unico inconveniente è, che, lanciata al galoppo, causa l’arrapante strofinio con il crine, si viene a ripetizione».

Tra le risate, Consuelo: «Quando riporterai nella stalla la giumenta, stacci attenta, Gia. A sentire l’odore della tua fica che si diffonderà dal pelo, lo stallone potrebbe illudersi; e dopo, andando in bianco, innervosirsi».

Lei: «Ma che dici! Dubito che la fica d’una giumenta odori come quella umana».

A continuare a prenderla in giro, si era unita Roberta: «Vedi, godendo, di non finire con il culo per terra, Gia, che ne ho bisogno stasera».

«Bisogno di che?».

«Del tuo adorabile culetto, “zia”; è ovvio».

In effetti, quello di Gia, non era stata per nulla una celia; durante le vacanze estive tra il primo e il secondo anno del College, e quindi, all’età di soli diciassette anni, grazie a una delle ragazze che al tempo si portava a letto, la bella Ilona, quand’era sua ospite in Ungheria, lei aveva imparato a cavalcare benissimo. In seguito, già laureata da alcuni anni, ospite della fiera Jessica nella sua tenuta a Gasterij Kruisberg, vicino ad Amsterdam, lei aveva vissuto un’analoga, bizzarra esperienza sessuale, rimanendone molto soddisfatta, esperienza che poté ripetersi anche nella vacanza, sessuale e sadomaso, al castello di Camilla.

In realtà, a Gia piaceva moltissimo associare il sesso a qualcosa che avesse a che vedere con i cavalli; come ad esempio, fustigare selvaggiamente qualche bella donzella consenziente in una stalla, oppure essere lei a subire colà una fustigazione. E una tal cosa, mentre ascoltava il nitrito dei cavalli spaventati dagli schiocchi; tutto questo, aumentava di mille volte il suo piacere e la sua euforia, rendendola poi ancor più scatenata nell’amore. Gia amava talmente questa cosa, che ormai in lei era scattata un’associazione Pavloviana[1]; infatti, perciò che si eccitasse, le bastava avvertire un vago odore di stalla, e …. (Continua nel romanzo).


[1] Associazione Pavloviana, o condizionamenti Pavloviani, sono quei processi di modificazione del comportamento che avvengono con l’associazione di uno stimolo incondizionato a uno che ne sia condizionato, che agiscono sia sulla psiche, che sull’organismo. La scoperta è attribuita al fisiologo russo Ivan Petrovič Pavlov. Fonte: Wikipedia.

VIAGGIO IN AEREO

Un passaggio tratto dal libro 5° della collana «Gia Erotica».

… l’allegra brigata partì negli ultimi giorni di aprile, per fermarsi due mesi e ritornarsene in Italia prima dell’arrivo dei monsoni. Ci sarebbero volute diciotto ore di volo, all’incirca, e le chiacchiere servivano a far trascorrere più velocemente il tempo. Tra gli altri argomenti di conversazione, Encarnación: «Sei mai stata a letto con una donna con dei figli, Gia?».

«Purtroppo sì; ma è un errore che non si ripeterà».

«E perché? Forse perché il parto e l’allattamento le sfiorisce?».

«No, non per questo; quando una donna diviene madre, immediatamente si sente santa, perde ogni sex appeal, e la femmina scompare. Fatene tesoro, “nipotine” mie, che vostra “zia” non si sbaglia».

 Passate cinque, Francesca: «Cazzo… ben diciotto ore senza scopare! Io mi chiedo: ci danno da mangiare, bere, leggere, guardare dei film; e allora, perché no delle stanze da letto, sia pure microscopiche, tipo quelle degli alberghi giapponesi, che sembrano delle cripte? In tal modo, mi potrei scopare questa bella moretta che mi siede al fianco, la mia Mara, ad esempio».

Solidale in quel sfacciato anelito, Gia: «La questione è, che tu non sei organizzata, tesoro; guarda me, che sono a un passo dal venire per la seconda volta da quando abbiamo spiccato il volo».

«Hai tagliato le fodere alle tasche del soprabito, vero? E sotto sei nuda».

«È ovvio, tesoro; già te l’ho raccontato: quando prendevo il vaporetto per andare a Torcello, piuttosto che a Burano o altrove, mi sedevo di fronte a qualche bella figa per ispirarmi mentre, seduta, mi accarezzavo sforzandomi di non venire alla svelta. Ebbene, dopo quella lunga esperienza, ora non soltanto sono capace di protrarre l’orgasmo al fine di rimanere in quello stato di grazia più a lungo, ma anche di venire senza neppure darlo a vedere».

Con tono amorevole, la sua ragazza: «Se vuoi, Francesca, ho delle forbicine per le unghie nella borsetta; basta che tu vada nella toilette, ti spogli, tagli le fodere delle tasche, e poi, una volta messa la camicetta, la gonna e la biancheria nella borsetta, ritorni qui a tenere compagnia a Gia».

«Dammi, che vado… che proprio non ne posso più; voi mi capite, vero? Quando la passera urla, c’è un unico modo per tacitarla: farla esplodere».

Roberta non si perse l’occasione per sfotterla: «La questione è, tesoro, che, nel tuo caso, “lei” ritorna a urlare subito dopo essere stata tacitata».

Anche Gia la sfotté: «Voglio davvero vedere se sarai brava a non esprimere la tua, chiamiamola “gioia”, e specie nel momento topico».

«Che ti credi, nonnina? Di esserne l’unica capace?».

«Vedremo; a giudicare da come starnazzi ogni volta che stai per venire, ho dei fondati dubbi».

Mentre la ragazza era assente, Roberta: «Non so se l’abbiate notato, Encarnación ed io, invece, abbiamo trovato un altro sistema; ci strusciamo le cosce, e, senza dare nell’occhio, la mano infilata nello spacco della gonna… capisci, vero?».

Gia: «Perché non prendere in considerazione dell’altro? Avete visto com’è carina l’hostess che ci ha portato il prosecchino?».

Roberta: «Che c’è? Vorresti forse rimorchiarla qui, sull’aero? Per bella, certamente lo è; ma non credo proprio che ci riusciresti».

«Vogliamo scommettere? Da come ci guardava, penso che abbia gli stessi nostri gusti in tema di sesso».

«Dipende da che cosa vogliamo scommettere».

«Se riesco a scoparmela nella toilette, o da qualche altra parte, una volta giunte a destinazione, dove potremo scopare come dio comanda, tu e la tua fiamma sarete tenute a dedicarvi a me… mentre una mi scoperà in fica indossando uno strapless, l’altra mi sodomizzerà usandone un secondo».

Encarnación: «E se perdi, Gia, come paghi?».

«Sarò io a scopare voi due… allo stesso tempo, in fica con i miei graziosi piedini: che ne dite?».

«Oddio, sì! Quando, con i tuoi invadenti piedini, me lo fai, letteralmente vado in brodo di giuggiole; mi fa godere persino di più del fisting vaginale… e questo dice tutto».

Roberta: «Anch’io amo moltissimo questa cosa che a volte mi fai, Gia».

Lei: «Scommessa accettata, dunque; bene, ho a disposizione ben più di dieci ore, e state pur certe che m’inventerò qualcosa per scoparmi la bella hostess».

Mara: «E io? Come posso entrare nel gioco?».

«Dipende da quale parte vuoi stare, Mara».

«Dalla tua, Gia; ti conosco, e non ho dubbi che vincerai».

Francesca ritornò, e si sedette accanto alla sua Mara: «E tu, amore, non ti tagli le fodere?».

«Mi dispiace rovinare il vestito, tesoro; e comunque, non serve: Francesca e Encarnación mi hanno dato un’idea. Tu prendi pure a fare quel che ti piace, che, nel frattempo, con la borsetta a nascondermi le mani, prenderò ad accarezzarmi la passera mentre, come fanno loro due, ci strusciamo le cosce. Il contatto con la tua calda pelle, mi fa sempre un gran effetto alla patatina».

Un’ora più tardi: «Posso portarvi qualcosa da bere, magari con qualcosa di sfizioso da spiluccare?», chiese loro la hostess in questione, sciorinando un largo sorriso.

Voltandosi mentre, con nonchalance esibiva il seno dall’ampia scollatura, guardandola negli occhi, con tono sensuale, Gia: «Avete forse delle ostriche? Il mio palato richiede qualcosa di sfizioso e… cedevole», chiese, calcando l’ultima parola, e ricambiando il sorriso.

L’affascinante hostess non era certamente una sprovveduta, e capì all’istante: «Delle ostriche, propriamente, no», le rispose, con un sorriso complice.

«E qualcosa d’altrettanto carnoso e cedevole che le ricordi?». Immediatamente dopo, dal “lei”, passò a un “tu” molto confidenziale: «Sai, tesoro, il viaggio è molto lungo, e qui, se non troviamo qualcosa di piacevole con cui distrarci, rischiamo di morire dalla noia».

Anche lei passò al “tu”; con uno sguardo d’intesa, a bassa voce le rispose: «Vedo che cosa posso fare per compiacerti, bella passeggera. Aspettami, che ritorno tra un po’; quando mi vedi ritornare, tu fingi d’avere un malessere».

Mentre si allontanava, in una silenziosa risata, lei: «”Aspettami” … e dove mai potrei andare? A volare, al fianco dei gabbiani?».

Mara: «Anche se ti conosco, ogni volta tu riesci a stupirmi. Non ci posso credere! Gia, ma come fai? Tu sei davvero un mostro di seduzione».

«Come sempre ripeto, se c’è attrazione, concludere è sempre e soltanto una questione di sguardi, tesoro; e suoi, io li avevo colti da tempo. Non li avevi notati i suoi sguardi nei nostri scollacciati decolté? Inoltre, non ti sei chiesta come mai viene da noi ogni mezzora a chiederci se abbiamo bisogno di qualcosa, mentre gli altri viaggiatori neanche li caga? È chiaro che, fighe, come modestamente siamo, l’abbiamo colpita; no? Ora si tratta soltanto di tirare la rete in barca. Tuttavia, aspetta, a trarre le conclusioni, che non è bene mettere il carro davanti ai buoi».

Quando vide ritornare la bella hostess, a voce alta, in modo da farsi sentire da chi sedeva vicino, Gia: «Mi scusi, per favore; non mi sento molto bene. Dev’essere a causa del fuso orario; potrebbe fare qualcosa?».

Lei si avvicinò; aiutandola ad alzarsi, e stringendola al suo fianco: «Si appoggi a me, signora; venga, e non si preoccupi, che qualcosa troverò per farla sentire meglio».

La condusse in un piccolo vano adibito a dispensa: chiusa la porta alle spalle, senza profferir verbo, fameliche, le bocche delle due donne s’incontrarono, le lingue, si avvilupparono serpentesche, le mani corsero: «Ma sotto sei nuda. Ora capisco perché te ne stavi sempre con le mani nelle tasche», commentò lei, sorridendole complice, mentre, le vagine si strofinavano. Appresso: «Dicevi che hai voglia di ostriche; anch’io le adoro».

Tra un ansito e un gemito, Gia: «Specie quelle in cui non c’è bisogno di spremere un limone per capire se siano fresche; non è così, tesoro? Ne avrei una da farti gustare, bella hostess, tuttavia, non è fresca, ma bollente. Pensi che possa comunque piacerti?».

«Oh sì! Specie se è accompagnata da un buon sughetto, affascinante passeggera. Ma dimmi, come hai capito al volo che mi piacciono le ostriche bollenti?».

«Al volo, dici? Beh, mi sembra appropriato, data la situazione in cui siamo. Sai, non è difficile riconoscere chi fa parte della stessa squadra, tesoro… specie se lancia l’occhio alle mie tette. Ora mantieniti su la gonna dell’uniforme, per favore, che mi inginocchio davanti a te, o mia Dea dei Cieli: sento un’irreprimibile voglia di gustarmi questa bella ostrica, che, sicuramente, troverò cedevole, profumata, e molto, molto saporita».

«Dopo, però, mi farai gustare la tua; vero, bella passeggera?».

«Non avere dubbi; te la tengo in caldo. Sappi, però, che, se vuoi, ne avresti altre quattro da gustare; mi è parso di capire che ti piacciano anche le mie nipotine. Devi sapere che, tra loro, c’è un’ostrica piuttosto scura; e credimi: è molto saporita, oltre che carnosa e bollente».

«Come potrei farmi mancare tali ambite leccornie? Il viaggio è lungo, e sicuramente troveremo il momento giusto… se anche loro accuseranno dei problemi da fuso orario; a turno, però. Hai delle nipotine davvero belle, sai? Ma veramente sei la loro zia? A giudicare dall’apparenza, non si direbbe; sembri quasi una loro coetanea… e mia».

«Grazie per il complimento, tesoro. Per rispondere alla tua domanda, se lo fossero, saremmo incestuose; e quindi, la risposta è “no”; e ora basta parlare, che la bocca mi serve per dell’altro».

Al suo ritorno dalle compagne, Francesca: «Capisco dalla tua espressione che sei venuta da poco; te la sei fatta, quindi». Dopodiché, rivolta a Roberta: «Hai perso la scommessa, carina».

Gia: «Come sapete, la zia non è egoista, e pensa sempre alle sue care nipotine; e quindi, anche voi avrete un bonus di volo. Sapete, benché l’abbia ben soddisfatta, l’hostess ha ancora un gran desiderio di gustarsi dei cedevoli molluschi».

Encarnación: «Gia, sei veramente grande! Senti, lei come si chiama?».

«Non mica gliel’ho chiesto… avevo la bocca occupata».

Ognuna di loro, a turno, visitò lo sgabuzzino; al suo ritorno dal quello stretto ripostiglio dove aveva fatto sesso per una seconda volta con la bella hostess, a bassa voce, Gia: «Ragazze, non vi sarete mica scordate di portare con voi il vostro Cassiodoro, spero!».

Quasi in coro, il commento fu approssimativamente: «Forse ci hai preso per delle idiote?».

Encarnación: «Io, ovviamente no, purtroppo; quando eravate da Camilla, non mica ci conoscevamo… Dio, che occasione mi sono persa!».

Roberta: «Non abbatterti, amore; ci sono qua io, non ti pare?».

«Grazie, amore; ma, metti che mi capiti un’occasione come questa con la hostess, con te assente, che mai potrei fare?».

«Se tu fossi in grado di prevederlo, basterebbe che me lo chiedessi, no? Altrimenti, dovresti accontentarti degli strapless di silicone».

Mancava soltanto mezzora all’arrivo; già da qualche ora Gia si era accorta delle occhiate lanciate loro da un attempato viaggiatore dall’evidente aria d’un cascamorto. Quel fitto e continuo movimento, per il corridoio dell’aereo, doveva averlo insospettito; infatti, a uno dei passaggi della hostess, anche lui: «Senta, per favore; come le signore qui a fianco, anch’io devo avere dei problemi da fuso orario».

Un’occhiata corse tra Gia a l’hostess, la quale: «Non si preoccupi, che ora le porto qualcosa». Al che, quello lì: «Potrebbe portare anche me alla toilette? Sento che sto per vomitare».

«Lì c’è il sacchetto, signore; ora le porto una pillola».

Detto ciò, si allontanò; dopo qualche minuto, ritornata con un bicchiere d’acqua e dell’altro nell’altra mano: «Ecco, signore, prenda queste pillole; sono certa che risolveranno ogni suo problema».

Deluso, per non smascherarsi, quello le ingoiò. Con la scusa d’andare alla toilette, Gia si avvicinò all’hostess: «Che gli hai dato a quello stronzo?».

«Un buon lassativo, bella passeggera… che, una volta sceso dall’aereo, lo farà stare seduto per mezzora almeno».

«Ma capirà a che cosa sono dovute le scariche, e tu avrai dei guai con la compagnia».

«Non credo proprio; tra un quarto d’ora atterreremo, ed io prenderò un altro volo per New York. Chi mai potrebbe dimostrare che sono state le mie pillole? Spero di rivederti, bella figa; e, con te, anche le tue nipotine». E così, quel viaggio che, per la sua durata, avrebbe dovuto essere estremamente annoiante, si rivelò, invece, denso di piacevoli distrazioni e spunti comici.

Giunte a destinazione soddisfatte nei sensi, le cinque donne trovarono Veronica e la sorella Consuelo… (Continua nel romanzo).

DICHIARAZIONE D’INTENTI.

Un racconto tratto dalla Serie: «GIA EROTICA».

Photo by Liza Summer on Pexels.com

… sai che faccio adesso, Gia? Ora rimuovo dalla mia mente la fine del tuo racconto, e cerco d’immaginare te mentre Jessica ti sottometteva con misura nei boschi e nelle stalle… cosa che mi riscalda molto».

Anche Gia ritornava eccitandosi: «Lo sei?».

«Che cosa?».

«Calda, amore».

La voce roca, segno dell’eccitazione che era ritornata a possederla, Roberta: «Gia…».

«Ti ascolto».

«Come ho appena detto, a causa di quello che mi hai raccontato, e quindi, per tua grandissima colpa, ora sono di nuovo molto eccitata… moltissimo».

«Mi pare che ci sia un solo modo per porci riparo, non credi? Come vuoi che lo facciamo stavolta?».

«Non mi riferivo a quello; o meglio, certo, che mi va di scopare; ma ho voglia di sottometterti».

«Io sono tua, amore; e non diversamente di come lo sono stata per Jessica». Dopodiché, in un sussurro, la voce roca per l’eccitamento: «Cosa vorresti farmi?».

«Più cose; per incominciare, ti benderò in maniera che tu non possa guardarmi, dopodiché prenderò possesso del tuo corpo come mi andrà di farlo, e poi si vedrà».

Ben conoscendone la ragione, tuttavia, Gia le chiese: «Perché vuoi bendarmi?».

«Per lasciarmi andare, libera, alle mie pulsioni più morbose senza che debba sforzarmi di mascherarle, e così essere giudicata; per non interagire con il tuo sguardo e le tue espressioni, considerandoti soltanto un mero oggetto al servizio del mio piacere».

«Ma io non ti giudico, tesoro».

«Non dire cazzate, Gia! O ci sei, oppure ci fai. È qualcosa che avviene anche se non lo vuoi… ma tu guarda questa! E ha pure la spudoratezza di definirsi una psicologa. Incomincerò giocando con il tuo corpo, toccandoti, stuzzicandoti, facendoti il solletico, accarezzandoti, e stringendoti qua e là, sin quando mi andrà di farlo, e tu non dovrai interagire in alcun modo, neanche con la voce; infatti, un oggetto, non mica si muove o parla! Quando mi stancherò, ti userò per farmi venire una prima volta… penso strusciandomi la fica sul tuo bel culetto, per poi ripetere, obbligandoti a succhiarmela. Dopodiché passeremo a un’altra fase. Ora solleva il culo da qui, che ti bendo, mia schiavetta, sudicia cagna in calore».

Lei stette al gioco: «Oh sì, mia padroncina; prendimi, possiedimi, fai di me la tua umile schiava… e anche la tua lurida puttanella».

Passato qualche tempo, durante il quale Roberta si prese il suo piacere per due volte, tolta la benda, Gia: «Cos’altro ti piacerebbe farmi?».

«E che altro? Emulare la crudele Jessica; ma senza giungere al sangue fluente, ovviamente. È da ore, che me ne stai parlando; e quindi, fustigarti con delle verghe che abbiano delle spine… tanto per incominciare in bellezza. E non soltanto, mia piccola troia; anche batterti legata su una Croce di Sant’Andrea, mi andrebbe… magari in posizione rovescia, con la tua fica all’altezza delle mie tette, per farti un regalo speciale tra un colpo e l’altro. So bene quanto ti piace che io te la accarezzi con un mio capezzolo; e dopo, per ringraziarmi, tu dovresti accettare che…».

Gia la interruppe: «”Accettare”? Che cavolo di Mistress sei se usi questo tipo di parole che implicano un ruolo attivo della sottomessa? Dominare, imporre, intimare, obbligare, correggere, punire, castigare: questi sono dei termini più consoni, non credi? Beh, adesso dimmi cos’altro vorresti fare alla mia povera fichetta».

 «Te la fustigherei con uno scudiscio da cavalli… ma con moderazione, perché non voglio certo demolirtela, visto che conto di servirmene ancora molto a lungo. E nota che ho detto “a lungo”, e non per sempre; il che, dato che non ci amiamo, implica che noi due non ci fidanzeremo mai. Potrei, mai, io, una giovane pulzella in fiore, mettermi con una vecchietta?».

«Vecchietta, vallo a dire a tua sorella».

«Non ne ho; e, anche se ne avessi, non te le presenterei, perché sicuramente, tu te le fotteresti».

«Su questo, non posso che darti ragione; andiamo, continua a fantasticare su di me… pulzella in fiore».

«Dopo, una volta che tu saresti scesa dalla croce, non mi vorrei perdere la soddisfazione di batterti anche le tette; come faceva Jessica, con te che te le tieni ferme con le mani. Userei lo stesso scudiscio impiegato per riscaldarti la fica».

Sebbene pronunciate in un contesto di reciproco, allegro sfottimento, le parole di Roberta aumentarono a dismisura l’eccitamento della donna veneziana; un acceso rossore sul viso dalla pelle chiarissima, la voce bassa, lei: «Vuoi che scendiamo in cantina? La croce non l’abbiamo, ma se vuoi frustarmi la fica e le tette, possiamo arrangiarci con altro, e magari, in seguito, potrò costruirne una in modo da calmare i tuoi… e miei bollori».

Anche lei eccitatissima: «Non mi va d’interrompere questo nostro speciale feeling, Gia; restiamo qui, che, sicuramente, non ci annoieremo. Ritornando al tema, non ti farei solo quel che ti ho già detto, Gia».

«E cos’altro?».

«Lasciando da parte i propositi per domani, o giù di lì, per giungere al concreto di questa notte, mi piacerebbe che tu fossi la mia sottomessa anche qui, proprio su questo letto dove siamo adesso».

«Potresti averlo già adesso, questo zuccherino, ti pare? Considerata la gran voglia che leggo nei tuoi occhi, sarei persino disposta a fare un sacrificio: perché non mi frusti le tette? Nel comò c’è un frustino».

«Gia; so che non ami molto essere battuta lì, e ti ringrazio per l’allettante offerta, ma no: con quello che mi sta passando per la testa, giacché lì sentiresti molto dolore ti farei gridare molto forte, e sveglieremmo questi due angioletti che ci stanno a fianco, dall’altro lato del letto. Sarà meglio che io ti domini un’altra volta, dopo che ti avrò sottomessa ai miei voleri nel Luna Park».

«Dominarmi? Vuoi dire scoparmi?».

«Non in senso stretto, Gia; significa che farei ciò che mi pare del tuo corpo senza chiederti alcun permesso, no? Come prima, per me saresti nulla di più che un caldo e morbido pezzo di carne… un pezzo molto bello». La situazione si faceva via via più calda.

«E che cosa mi faresti, se invece fossimo qui, dove siamo ora?». La donna non riusciva più a resistere, e aveva ripreso a toccarsi, emulando Roberta.

«Più cose; per incominciare, t’imporrei di disporti di traverso, a quattro zampe, e ti legherei i polsi alla pediera e alla testiera del letto».

«E poi?», sussurrò Gia, mentre aveva cominciato a masturbarsi con maggiore efficacia.

«Ti farei il culo nero con una di quelle verghe di cui dicevo… con le spine».

«E poi? Forza, cerca d’essere più efficace, che sono sulla buona via per venire», ripeté lei in un sospiro, accelerando il ritmo delle sue carezze.

«Giacché sarei la tua padrona, mi piacerebbe violentarti con uno strapless… quello più grosso, sai?».

«E come?».

«Cacciandotelo a fondo nel culo in una sola botta, Gia; e, nel frattempo, afferrata con le mie mani alle tue tette, te le strizzerei forte, sino a farti implorare: “Abbi pietà della tua povera schiava, mia padrona, e non demolire il suo povero culetto in una maniera tanto crudele; ne ha soltanto uno!”».

Pur a un passo dal venire, scoppiando in una risata fragorosa, Gia: «Non mi sembri tanto convincente nei panni di una dominatrice; e comunque, è tutto qui quel mi faresti? Andiamo, e mettici un po’ di fantasia, no? È un peccato sprecare il bel pezzo di carne che hai a tua completa disposizione».

Per effetto delle sue stesse parole anche Roberta era scoppiata a ridere; ricomposta, mostrandosi seria, cosa che non era per nulla, riprese con il lazzo: «No, Gia, perché, dopo averti fatto capire chi è la padrona e chi la schiava… sodomizzandoti a lungo con una bestiale brutalità sino a farti bruciare il culo, ti farei cambiare di posizione, legandoti supina, ossia, nella posizione solita, comunemente usata per dormire e scopare».

Ritornata a toccarsi con lenta dedizione, aspettando di ritornare in zona d’orgasmo, Gia tornò a volgerle la solita domanda: «E cosa mi faresti questa volta?».

«In piedi sul pavimento, vicino al bordo del letto, libererei le mie voglie più lerce, fustigandoti furiosamente le tette, le cosce e il pancino… fica inclusa, naturalmente. E dopo, ti metterei a pancia in giù, conciandoti per le feste anche la porzione posteriore delle cosce, i fianchi e il culo, incluso il tremulo buchetto posteriore; per affermare il mio ruolo di Mistress, mi sbaferei il pezzo di carne al completo, insomma».

In quel preciso istante: «Ah… Roberta! Vengo un’altra volta! E sto godendo più di prima», gridò la donna veneziana, mentre, ancora stringendosi un seno, il suo corpo s’inarcava.

Quando i suoi ansiti si calmarono, allegra, Roberta: «Come vedi, scrittrice dei miei stivali, anch’io me la cavo con la narrazione; infatti, sono riuscita a farti venire senza neppure toccarti».

«Vero; sei stata efficace: vuoi che adesso scendiamo in cantina, per riprendere con le tue manie di Mistress? Con queste storie mi sono svegliata del tutto, e avrei voglia d’altro… di più forte. Infatti, benché sia appena venuta, la mia carne grida».

«Hai la memoria corta? Te l’ho già detto prima! No, Gia, adesso è tardi; e poi, a farti gridare come una gallina scannata, sveglieresti le due piccioncine che stanno dormendo della grossa… (Continua nel romanzo).

GRATITUDINE.

Un racconto tratto dalla Serie: «GIA EROTICA».

… Gia: «Sentite, porcelline, e mi rivolgo a voi due, Roberta e Mara; oggi Francesca ci ha fatto un prezioso regalo, e perciò, penso, che dovremmo ringraziarla adeguatamente, non credete?».

«Era proprio quello che anch’io pensavo, Gia», rispose Roberta.

«Tu, che cosa desireresti, amore?», chiese Gia, rivolgendosi alla ragazza.

«Che, dopo aver fatto un po’ di sesso più propriamente lesbico, voi mi scopaste con gli strapless… nello stesso tempo, e in entrambi i miei nidi».

«Amore, ma siamo in tre, e, di nidi, tu ne hai soltanto due… se escludiamo la bocca, le narici, e i timpani».

«Non scherzare, Gia, che io parlo sul serio. Ne voglio uno in fica, e due altri bei cazzi nel culo; dopo che me lo avrete riscaldato con uno spanker. Comunque, se non volete, lo capisco; data la posizione scomoda in cui dovrebbero quelle che, tra voi, me lo dovrebbero mettere di dietro».

«Non sia mai, amore, che il tuo desiderio rimanga insoddisfatto! Stanotte, avrai tutto quel che desideri», le rispose Mara.

Dopo un’oretta abbondante, compiuto il loro “dovere saffico”, le tre si accinsero ad accontentare Francesca. Gia le chiese: «Quanti colpi vuoi sul culetto, amore?».

«Ma che domande fai! I soliti trentanove, no?».

«Ma oggi il tuo povero culetto ha già sofferto moltissimo».

«Non preoccuparti, che “lui” sta benissimo; così avrete ancor più evidente la prova che il balsamo ha funzionato; ve lo chiederei, se ancora mi facesse male? Comunque, stavolta me lo spalmerete soltanto prima di addormentarmi, che mi piace sentirmelo ardere mentre scopo».

Dopo che ebbero accontentato quel suo primo desiderio, mentre si vestivano con gli strapless, Gia: «Mara, ora tu sdraiati supina, che ora lei ti viene sopra per impalarsi nella fica; e tu, Francesca, scendi lentamente per assaporarne ogni centimetro. In tal maniera, mentre Roberta ed io ci occupiamo dell’altro tuo bel buchino, le tette a fare amicizia, voi due innamorate potrete baciarvi in bocca».

Una volta che lei si fu penetrata, inginocchiata ai lati del suo corpo, si abbassò su Mara, protendendo bene il suo sedere mentre la baciava.

Gia: «Roberta, dopo averla ben lubrificata, mettiti sopra di lei, poggiando i piedi sul materasso, con le gambe allargate ad accarezzarle i fianchi, e prendi a penetrarla nel culetto; quando le sarai ben dentro, da dietro di te, m’insinuerò io. Potrebbe sembra una manovra un po’ complicata, ma sono certa che andrà a buon fine. Quando saremo dentro di lei, ci muoveremo una per volta; lo capisci perché?».

«Per farle godere una forte dilatazione, penso: due, è meglio di uno, no?».

«Anche per questo; giacché questa notte lei si merita di godere al massimo possibile, è soprattutto affinché lei si senta stimolare alternativamente sia nella parte alta dello sfintere, che in quella bassa, sommando tale sublime sensazione a quella dovuta alla notevole dilatazione. Dobbiamo portare il suo piacere al settimo cielo, e non regalarle una delle solite penetrazioni; infatti, nel corso d’una sodomizzazione solita, l’anello anale, stretto intorno alla verga, viene stimolato in tutta la sua circonferenza, e, se questo è senza dubbio molto soddisfacente, si può fare di più, poiché, come dicevo, il gaudio è anche maggiore quando la stimolazione si attua in una zona molto molto più dilatata rispetto al solito».

Dopo un po’, Roberta: «Ecco, Gia, ci sono sino in fondo; sento le sue chiappe accarezzarmi amabilmente l’interno delle cosce. Ora tocca a te».

«Dio, che goduria, Ragazze, è sentirmi riempita anche di dietro, mentre mi sto muovendo per sentire bene nella fica l’uccello di Mara!», riuscì a dire Francesca, tra i gemiti di piacere.

«E questo è ancora niente, tesoro, poiché il meglio deve ancora venire; ora punto il mio uccellino a far compagnia a quello di Roberta», le rispose Gia, allegra, mentre, prendeva a farsi spazio nella stretta apertura serrata intorno alla verga di Roberta, dilatandola ancor di più».

La tecnica suggerita da Gia si rivelò assolutamente efficace, poiché, dopo qualche tempo, quando ebbe accolto dentro di sé le tre verghe insieme, Francesca sembrò dar di matto; infatti, oltre a godersi il piacere vaginale e clitorideo per opera di Mara, Roberta e Gia procedevano a darle quell’altro piacere in un accordo perfetto. Ossia, quando l’una era affondata completamente nel suo ano con la verga, si fermava, per dare modo all’altra di ricominciare ad ararla, dopodiché, si invertivano, e così avanti, ripetendolo di continuo. In questo modo, come aveva spiegato l’esperta donna veneziana, il suo sfintere anale veniva stimolato vieppiù, e ogni volta in zone differenti».

«Dio! Sto venendo di continuo… questo, credo, sia il sesto orgasmo consecutivo; ma non fermatevi, per favore, continuate così sino a farmi morire!», riuscì ancora a dire Francesca.

 Ma non soltanto cose del genere, uscirono dalla sua bocca, ma anche una serie d’indecenti sciocchezze, del tipo, “Mi sento la puttana più sudicia dell’universo; ma sono felice d’esserlo. Solo una cosa mi manca per raggiungere la piena beatitudine celeste: una profumata e gustosa fica nell’unico, tra i miei buchi, che è ancora libero… la mia sudicia bocca”, oppure, “Credo, a questo punto, che il mio buco del culo si sia convertito in una grotta, se non persino in un abisso… Dio, come sto godendo!”.

Se pur ben isolata, nessuno saprà mai se quella camera riuscì a non far udire le sue alte grida di piacere; fatto sta, che nessuno venne a disturbarle. Il festino sessuale in suo onore andò avanti a lungo; alla fine, estenuata, ma molto soddisfatta, Francesca: «Oddio, ragazze, mai, mi sono sentita scopare in una maniera così totale; durante tutto questo tempo mi sono sentita nulla di più che un buco da violare. Davvero! E, al punto tale, che tutto il mio essere si è identificato con esso. Mi fanno ridere quegli scienziati in fisica spaziale, che, da anni, vogliono svelare il mistero dei buchi neri; sono tentata di mettere a loro disposizione il mio, di buco nero, così da sfatare ogni mistero. Dio, com’è stato bello! Dobbiamo rifarlo spesso».

Una comune risata seguì ai suoi commenti; dopodiché: «Bene; e ora che si fa? Benché mi sia piaciuto moltissimo fotterti nel culo, sebbene mi sia bagnata come una fontana, io non sono ancora venuta», chiese Roberta, ancora ridendo, molto divertita da quelle sue estemporanee esternazioni, mentre si sfilava dalla vagina il plug inzuppato dello strapless.

«Ritorniamo a scopare, no? Voi due, più che stare a guardare, fate come noi», le rispose Mara, gettandosi sulla fidanzata, che ancora non era uscita dall’estasi… (Continua nel romanzo).

LA VACANZA – Parte prima.

Un racconto tratto dalla Serie: «GIA EROTICA».

… Come si accennava, il lungo soggiorno nella casa di campagna del veronese, non fu l’unica evasione che le quattro donne si concessero in quell’estate. Oltre alla breve vacanza a Caorle, per una volta nostalgica rispetto a qualcosa, sull’onda di un’indimenticabile esperienza vissuta quand’era al College, Gia propose di ritornare nei luoghi dov’era stata con un gruppo di lavoro, tra cui il suo amore orientale e il suo amato Maestro di Fotografia, l’unico uomo di cui portava nel cuore un inscalfibile ricordo, persona che per lei rimaneva un riferimento importantissimo; tant’è, che anche a distanza di molti anni, ogni tanto si sentivano.

Prima di partire propose loro: «Ascoltate la zia, piccine; a differenza di Caorle, poiché lì non dovremo stare seminude in una spiaggia, potremo continuare con i nostri particolari giochi. Tuttavia, ad eccezione di qualche strapless, non portiamoci dietro il nostro assortimento di fruste, canne, e altri giocattoli simili. Non dico che avremo la possibilità di concederci dei goduriosi supplizi, tipo quelli che ci godiamo qui grazie alle tante attrezzature che ci sono in cantina, è ovvio, ma di farlo con quel che potremo trovare in loco; così, allo scopo di variare un po’ le cose con qualche novità. In fondo, quando si va in vacanza, si usa gustare le specialità culinarie ed enologiche del luogo, e quindi, perché non fare lo stesso anche per trovare qualche modo diverso per riscaldarci vicendevolmente il sederino e dintorni?».

Oltre che piacevole, quella settimana di vacanza in un paesino che stava abbarbicato sulla cima di un alto fronte collinare, si rivelò essere molto soddisfacente e proficuo riguardo ai loro particolari diletti. La pensione scelta era situata in un’ala di un’antica casa padronale che stava al limitare dello storico, sparuto conglomerato urbano d’antiche origini; in seguito, seppero essere stata la residenza d’un signorotto del luogo caduto in disgrazia, che, all’accadimento, si era suicidato. Accuratamente restaurato, l’edificio principale era contornato da un bellissimo parco agricolo, dove spesso loro andarono a correre o a passeggiare.

Giacché non volevano dormire separate, le quattro donne si erano fatte assegnare una stanza molto grande, in cui avevano chiesto che fossero accostati due letti singoli ai lati di quello matrimoniale. La richiesta non ingenerò alcuna perplessità nella proprietaria della pensione, una donna avanti con gli anni e piuttosto bigotta, poiché lei fu anche più contenta che, a dormirci, fossero in quattro invece che in coppia. Gia le aveva raccontato d’essere la zia delle ragazze, e anche questo la tranquillizzò sul fronte della moralità; infatti, era lontana da lei l’idea che quattro donne insieme potessero fornicare come delle indiavolate scimmiette Bonomo[1].

In quell’antica costruzione le amanti si trovavano benissimo, poiché, dalle pareti assai massicce, la loro stanza era ben isolata acusticamente; ciò consentiva a loro d’esprimersi anche molto sonoramente negli svariati spassi che amavano scambiarsi, tantoché, già appena sistemate, Gia volle fare un test. Mentre le altre sistemavano i vestiti negli armadi, lei scese in cerca della signora che gestiva la pensione. Propinandole una spudorata menzogna, chiese: «Senta, signora Pia, la stanza che ci ha assegnato è molto bella, confortevole, e ci troviamo veramente bene; tuttavia, una delle mie nipoti è gravemente allergica alla polvere, e anche se sono certa dell’assoluta pulizia dei materassi, la poverina è abituata a batterli ogni mattina, e pure ogni volta che va a letto, cioè, nei pomeriggi e di sera. Lo fa per eliminare la polvere che inevitabilmente si accumula; altrimenti, anche per una questione psicologica, lei non riesce a prendere sonno. Perciò, le chiedo se ha da lasciarci un battipanni; le domando pure un’altra cosa: il rumore potrebbe disturbare qualcuno?».

«Poverina! Aspetti un momento, che guardo di là. E per il rumore, non si preoccupi; questa casa è costruita come si usava un tempo, e quindi ha le pareti di pietra, molto spesse. Inoltre, le finestre nuove che abbiamo fatto installare di recente isolano perfettamente; pensi che nella vostra stanza ha soggiornato persino una cantante lirica, che spesso cantava senza che nessuno si lamentasse per i suoi acuti».

Al suo ritorno, dentro di sé Gia gongolò: quasi per mostrarne l’efficacia, la donna brandiva con la mano un solido battipanni di spesso giunco, vetusto, ma in ottimo stato di conservazione. Porgendoglielo, le raccontò: «Credo che abbia più di cent’anni, ma fa ancora il suo lavoro. Ce ne fossero, di zie come lei, premurose e attente». Per conto suo, Gia ridacchiò…

«Altroché, se sono attenta; e specie, tanto premurosa… quando ho di fronte agli occhi quei graziosi culetti delle mie amate nipotine, così amabilmente sodi e reattivi alle mie premurose “carezze”. Non vedo l’ora di vedere come reagiscono ai colpi di questo bel battipanni d’annata… immaginando di vedere le loro belle chiappette tremolare a ogni mio colpo, mi sto arrapando già adesso».

Forse assalita da un sospetto, la signora chiese: «Come mai le sue nipoti la chiamano per nome, e non zia? E perché sui documenti appaiono dei cognomi diversi? Mi scusi se lo chiedo, ma sa, qui da noi si tiene moltissimo a che tutto sia chiaro; mi ha capito, vero? É per una questione di morale; infatti, noi viviamo nel “Timor di Dio”».

A sentire quella precisazione, mancò poco che Gia scoppiasse in una fragorosa risata. In virtù dell’educazione religiosa subita da bambina, lei sapeva bene come muovere certe leve: «Non lo dica a me, cara signora Pia! Lei non ha neppure idea, di quanto anch’io ci tenga. Sa, io non sono nuova in questi luoghi, e quindi ne conosco le benemerite usanze. Ora le racconterò perché: una quindicina d’anni or sono, insieme con un gruppo di studenti e il nostro Professore, sono stata ospite nella foresteria del vostro Convento per occuparmi d’un poderoso servizio fotografico sul vostro bel Paesello. Quella è stata per me anche un’occasione per adorare Nostro Signore in uno dei luoghi dove, certamente, si sente di più la sua presenza». Mentre le citava i nomi dei giovani prelati che al tempo aveva conosciuto, dentro di sé…

«Ovverossia, più che pregare “Nostro Signore”, io rendevo gloria alla mia, di Dea del tempo: la fidanzatina giapponese, l’adorabile Sumiko, che chiamavo Sushi per il profumo della sua passerina, il delicato dessert che mi godevo a mattina e sera d’ogni santo giorno».

A sentire ciò, un largo sorriso illuminò il volto dell’anziana pensionante: «Davvero? Lo sapevo, di questa vostra buona azione; tanto è vero, che ancora oggi le vostre belle fotografie ci sono molto utili per le finalità promozionali del nostro territorio. Chi l’avrebbe mai immaginato, che, nel gruppo, ci fosse anche lei! Da quando ve ne andaste, si è parlato per anni di voi e di quello che avete fatto. Insomma, signora Gia, lei qui è di casa: quasi una del Paese. Mi dispiace soltanto che i prelati che lei ha conosciuto non siano più al Convento; sarebbe stato bello per voi rivedervi».

«In un certo senso, è vero che io mi consideri un po’ a casa mia, signora Pia; io amo moltissimo i vostri luoghi, ed è lo stesso anche per la gente che ci vive, come per le eccellenti specialità che qui si possono gustare». Quella fu l’unica dichiarazione che non fosse menzognera. Gia seguitò a spassarsela nelle sue spudorate fandonie: «In ogni caso, la voglio tranquillizzare; riguardo ai cognomi, loro sono figlie delle mie tre sorelle, tutte molto più vecchie di me, e quindi portano il cognome del padre. In quanto a non chiamarmi “zia”, sa com’è, signora, le bambine dicono che una tal cosa non si usi più; e quantunque in cuor mio me ne dispiaccia, non le voglio forzare: come certamente lei saprà, non ci sono più le buone abitudini dei tempi andati, e specie in città».

Finalmente rassicurata pienamente, lei: «Ah… questa gioventù moderna; ma si vede subito, che sono delle brave ragazze timorate di Dio. Lei, però, si consoli; io credo che sia per non farla sentire vecchia».

«Vecchia io, ancora lontana dai quarant’anni, e con la fica in tiro perenne? Se non fosse che si tratta di una brava persona, un po’ sempliciotta e quindi poco accorta alle parole che usa, la manderei graziosamente a cagare».

Ridendosela per quella sceneggiata, ritornata su, in stanza, la donna veneziana richiamò l’attenzione delle “nipotine”: «Francesca, ricordati che da adesso tu sei una povera ragazza sventurata, giacché allergica alla polvere». E quindi, raccontò loro ogni cosa; dopodiché, tra le risate delle altre, seguitò: «E ora, ascoltate attentamente quello che di altro ha da dirvi la vostra vecchia zia, piccine».

«Su “vecchia”, siamo d’accordo; ma tu non ti approfittare: è stato soltanto per toglierti da dosso il pesante fardello degli anni, che abbiamo recentemente deciso d’accontentarti, considerandoti un’anziana zia invece che nonnina o suocera, come sarebbe più consono per la tua vetusta età», replicò allegra Francesca, sfottendola.

«Sei un’insolente! Oltre che allergica alla polvere, vecchia, sarai tu! Di là della questione che non mi sembra che ti dispiaccia leccare la fica a questa vecchia che ti sta davanti, il che ti qualificherebbe come gerontofila, se io avessi raccontato d’essere la vostra mamma, anche se tonta, secondo te, la signora l’avrebbe bevuta, la frottola? E ciò, proprio perché io non sono, come tu hai detto, “vecchia”. Lei lo sa benissimo, che dormiamo nello stesso letto; e quindi, “zia” è perfetto… (Continua nel romanzo).


[1] Scimmie Bonomo, sono dei primati antropomorfi per i quali il sesso è importante non solo ai fini della procreazione, sfatando così anche la credenza che “l’Homo Sapiens” sia l’unica specie a farlo ogni volta che lo desidera. Sembra, infatti, che per questi primati il sesso sia la chiave di tutta la vita sociale, e che siano addirittura in grado d’inventarsi una serie incredibilmente fantasiosa di giochi erotici. Sembra che tutta questa sensualità, se è senza dubbio rivolta al piacere, riconosca come funzione principale quella di bloccare l’aggressività pacificando gli animi. Fonte: Wikipedia.

LA MIA VITA, DI CHI È?

Un racconto tratto dalla Serie: «GIA EROTICA».

Photo by Tanya Satina on Pexels.com

… ovunque tu sia, se giri lo sguardo trovi: vietato qua, vietato là… e fanculo! Oltre a farle, le cose, perché in aggiunta a quel che non si può, non dire anche quel che si può? Che so, per esempio, segnalare: “Qui non potete scopare; ma palpeggiarvi e baciarvi, sì”.

Tuttavia, questo è poca cosa in confronto a quanto mi è capitato qualche giorno fa; te l’annuncio, mia affascinante colombella: oggi dovrai impegnarti molto. Per farmi sbollire la rabbia e togliermi il malumore, oltre a fustigarmi senza misericordia, dovrai farmi venire a ripetizione, e fino a raccogliermi con il cucchiaino. Devo dire che sono molto, moltissimo incavolata! Fannulloni del cazzo! Si fanno le seghe da mane a sera, e se c’è da lavorare per cinque minuti, neanche ti cagano; e questo, pagati con i nostri soldi!».

«Che ti è successo, amore? Non è frequente, vederti così adirata», le chiese Roberta, la quale, da dietro, s’interruppe dal baciarle il collo e accarezzarle il seno da sopra il vestito.

Con gli occhi lucidi per le lacrime, Gia si voltò. «Ma tu piangi! Tesoro, che c’è? E neanche ti sto fustigando», esclamò, dolce, la ragazza.

«Macché piangere… è la cipolla; sono loro che vorrei far piangere! E che cazzo! Sono veramente imbestialita, amore, e non triste».

«E allora? Raccontami, dai».

«L’altro giorno sono stata in ospedale a trovare la sventurata Nerina, un’adorabile signora che abita in un appartamento dello stesso mio stabile; poverina, lei è molto anziana, e pure ridotta male. L’hanno ricoverata nel reparto di Geriatria, e non si sa come andrà a finire. Mentre ero lì all’ora di pranzo, adoperandomi per farle mangiare qualcosa, improvvisamente lei ha incominciato a lamentarsi per un forte dolore all’addome. Molto preoccupata, io ho chiamato una giovane infermiera che come figa non sarebbe stata male; peccato, però, che fosse una troia di merda. In breve, quella entra in stanza, la guarda senza fare nulla, solleva le lenzuola, e mi dice: “Vede? Le abbiamo messo del ghiaccio sulla vescica: ha difficoltà a orinare”. Io replico: “Ma infilatele un catetere, no?”. Quella mi risponde: “É un medico, lei? Se ne stia calma, che qui badiamo a tutto quello che va fatto”.

Quando quella mignottona del cazzo fu uscita, poiché la poverina si lamentava anche di più, esco e mi metto ad aspettare davanti alla stanza dei medici. Mi si avvicina il puttanone, e mi dice: “Che ci fa qui? Ha già chiesto a me; di che cosa va ancora in cerca?”.

“Sta molto male, e poiché di là delle chiacchiere lei non ha fatto nulla, adesso provo a rivolgermi a un dottore”, le rispondo. “Quanta vita sta facendo, per una che è più di là che di qua!”. Sai, io non volevo esasperare la situazione per tema che quella stronza poi si vendicasse su Nerina; ma non ce l’ho proprio fatta a trattenermi, e le ho risposto: “Benché pagata per farlo, lei continui pure a non preoccuparsi della salute dei pazienti che dovrebbe accudire, e veda piuttosto d’aver cura della sua, di salute; e con particolare riguardo alle emorroidi sanguinolente di terzo grado, che grosse, gonfie e violacee come delle susine, insieme a delle lancinanti ragadi, le sto augurando le vengano a pendere da quel culo da baldracca che si porta dietro, abituale rifugio di mille uccelli infoiati”».

Una squillante risata di Roberta la lasciò interdetta: «Beh, che hai da ridere?».

«Perdonami Gia, ma sei incredibile! Scusa, se non sono riuscita a trattenermi; ma non è per la questione in sé. Hai appena detto che non volevi esasperare le cose per non scatenare delle ritorsioni su quella povera donna; ma, con quel terribile anatema che hai lanciato a quella stronza, non credo proprio che tu vi sia riuscita. Scusami ancora; vai avanti, ti prego».

«In quel momento si apre la porta, e una giovane dottoressa mi fa cenno d’entrare. Entro e le racconto, accennando pure all’ignavia di quella bastarda; anche quell’altra figlia di puttana mi risponde che stanno facendo il loro lavoro. Allora, faccio per uscire mettendo in atto una tattica surreale; prendo in mano lo smartphone, e annuncio: “Giacché anche parlare con lei è stato come farlo con questa porta, adesso chiamo il centododici, affinché la portino all’Ospedale”.

A causa del limitato acume, ben lontana dal cogliere la nota grottesca, con un sorrisino tipico dell’ebete che si crede d’essere intelligente, quella demente mi risponde: “Ma qui siamo già, all’Ospedale; quando chiederanno l’indirizzo, di certo non interverranno”, dimostrando in tal modo di non aver capito una beneamata minchia. Io replico: “Eccellente intuizione, tipica delle persone intelligenti! Grazie, per la precisazione, cui non avevo pensato. Stando così le cose, adesso telefono ai Carabinieri per sporgere denuncia, contro di lei e l’Ospedale, per omissione di soccorso e pure d’atto dovuto; ossia, per grave negligenza”. Finalmente con la stretta al culo, credo a causa dalle saette che i miei occhi le lanciavano, quella prende a occuparsene.

Non entro nei particolari, Roberta; ti dirò soltanto che dietro mia insistenza le hanno finalmente infilato un catetere, e voilà, immediatamente è stato riempito con ben ottocento cc di urina: ti credo, che la poverina soffrisse; e dev’essere stata proprio quella, la causa della febbricola, poiché, quando la pipì ristagna per troppo tempo nella vescica, può dar luogo a delle infezioni».

«Brava, Gia! Io mi chiedo come mai una così abbia potuto laurearsi. Che stronza, è stata pure l’infermiera! Ascolta, la prossima volta che vai a trovare la tua vecchierella, se quella bastarda dell’infermiera è di turno, tu leggi il nome sulla targhetta che deve obbligatoriamente portare sul camice; ma non solo: prima di parlare, imposta il telefonino sulla funzione di registrazione vocale, e quindi registra la conversazione, che dopo le facciamo una querela con i controfiocchi».

«Grazie per la dritta, avvocata».

«Se tu ti facessi passare il malumore, potresti trovare un modo migliore per ringraziarmi, Gia; ma non ora: i tuoi occhi stanno ancora mandando delle saette, e involontariamente potresti trafiggermi a fuoco».

«Adesso è ora di pranzo; ma, non temere, Roberta, che, dopo la siesta pomeridiana, riposerai ben poco. Come ho detto, nel tardo pomeriggio, prima di cena, voglio essere fustigata, e così mi riscalderò il motore per quel che di più tosto seguirà».

La visita che Gia aveva fatto all’infelice Nerina le aveva lasciato un segno profondo, perché, il giorno successivo, parlando con Roberta, lei tirò di nuovo fuori l’argomento: «Sai, amore, tu che studi legge, mi dovresti fare un altro piacere. Non c’è fretta, o almeno lo spero; si tratta di questo: dovresti andare a cercare se c’è un modo affinché un medico possa prescrivermi legalmente delle sostanze particolari, tipo il cloruro di potassio. Ora ti spiego».

«Molto volentieri, Gia; dimmi».

«Parto da una premessa: assodato che la vita è una gran puttana poiché comunque vadano le cose non se ne esce vivi, quantomeno, io voglio salvare la mia dignità di persona. E dunque, dopo aver toccato con mano nel reparto di Geriatria quanto d’ignobile il destino riservi a ognuno quando si trova al finire del suo terreno viaggio indipendentemente da come si sia comportato e chiunque sia stato, ebbene, mi sono fiondata dalla mia dottoressa, alla quale ho posto, e quasi invocato, una richiesta di collaborazione. Le ho chiesto: “La tua missione di medico è quella di salvare le vite; ma sei davvero certa che tutti desiderino d’essere salvati? Se così non fosse, tu sei sicura che sia giusto andare contro la volontà delle persone rifiutandoti d’aiutarle a porvi fine? Ascoltami bene: ci conosciamo da molto tempo, siamo persino state a letto insieme, e tu sai che io amo la vita, che sono sempre in movimento, non soltanto con il corpo, ma anche con la mente, e che non so che cosa sia la noia; e questo, perché mi vivo ogni giorno come se fosse il primo, con l’orgoglio di non averne sprecato neppure uno.

Se mi fosse dato di vivere per altri duecento anni, neppure uno di quelli, io ne sprecherei. Ma questo, con la coscienza di quel che io sono e posso; ovverossia, se conservassi almeno un minimo d’autonomia nelle mie funzioni mentali e corporee basilari. In breve, mai vorrei perdere la mia dignità agli stessi miei occhi.

E dunque, io rivendico la facoltà d’esercitare la prima delle libertà che mi spettano per censo di nascita: d’essere io, a decidere se voglio vivere o terminare la mia vita quando verranno meno le condizioni di cui parlavo; in altre parole, io invoco il mio sacrosanto diritto all’autodeterminazione, giacché la mia vita appartiene soltanto a me. Infatti, essa mi viene da chi mi ha concepito, e non da una vaga quanto improbabile entità celeste, come molti coglioni si sforzano di darci a bere. E quindi, giacché mi appartiene, lo ripeto, credo d’avere ogni diritto di disporne come meglio desidero.

Chiarito questo, chiedo a te d’aiutarmi, giacché hai le cognizioni e la facoltà di prescrivere quanto può servire. Quel che cerco, è un sistema pratico, veloce, e indolore per addormentarmi senza mai più svegliarmi. E questo, quando sarà arrivato il momento, per andarmene alla chetichella senza disturbare chicchessia e senza suscitare dello scalpore. Per ore, sul web, a cercare inutilmente un sistema utile, mi sono fatta convinta che, su tale tema, vi sia una censura, oppure un ipocrita quanto colpevole timore a parlarne. Naturalmente, io spero d’aver bisogno di questo il più tardi possibile, o addirittura mai, se dovesse capitarmi di morire d’un colpo.

É ovvio, che avrei molte possibilità alternative, quali una scarica elettrica mentre sono nella vasca da bagno, l’impiccagione, l’avvelenamento da ossido di carbonio, una poderosa iniezione di nicotina che posso ottenere dal liquido per le sigarette elettroniche, farmi un drink di sbianca per viraggi fotografici costituita da ferrocianuro di potassio, tagliarmi le vene dei polsi con un taglierino, e così via; ma, questi sistemi, oltre a essere dolorosi, sono pure troppo chiassosi. Mi serve qualcosa tipo una pillola o un drink; un sistema, come dicevo, che non susciti imbarazzi e sconcerto nelle persone che mi sono care, e che io possa usare nonostante mi trovi immobilizzata in un letto d’ospedale.

Ora, io capisco la tua posizione; ma stai certa: quel che uscirà dalla tua bocca rimarrà tra noi, poiché mai io rivelerei il nome di chi mi ha aiutato in questo, un angelo del cielo cui sarei perennemente grata persino dall’al di là… se ce ne fosse uno”».

Roberta: «Accidenti, Gia; mi spaventi! Che cosa tosta mi stai dicendo. Di solito il suicidio è considerato un atto di vigliaccheria; ma questo, detto da quelli indottrinati da principi sbagliati e dalla coda di paglia. Ed è soprattutto il Potere, a osteggiarlo con ogni mezzo, poiché ne ha una paura del diavolo. Hai presente come quelli hanno reagito quando alcuni di quegli sventurati imprenditori rovinati dalla crisi economica e dal comportamento di alcune banche, non avendo altra scelta, si sono uccisi? A parte qualche scarno trafiletto che non sono riusciti a bloccare, per il resto: silenzio di tomba! Ma ti capisco perfettamente, e al punto, da condividere la tua stessa scelta: senti, e lei come ti ha risposto, Gia?».

«Non ne parliamo, Roberta: dopo tante chiacchiere inutili, è andata a finire che l’ho mandata a cagare, e ora mi sto cercando un altro medico con cui farmi curare e scopare; femmina, è ovvio. É stata una pusillanime di merda! Mi ha snocciolato tutta una serie di motivi cercando di dimostrarmi che la mia scelta sarebbe sbagliata, tirando in campo delle cazzate del tipo “Il coraggio di vivere”, che la mia vita non apparterrebbe a me ma al Signore, e altre stronzate del genere. Così, oltre ad aver insultato la mia intelligenza, ergendosi a “filosofa” delle mie ovaie, mi ha pure dimostrato di non aver capito un beneamato cazzo di quel che le ho spiegato. Avrei dovuto capirlo da come si era comportata a letto con me quell’unica volta che abbiamo scopato: una vera delusione. Il che conferma ciò che da sempre penso: è a letto, che si può comprendere di che pasta siano fatte le persone. D’altro canto, io posso pure comprendere la faccenda; fintanto che la Società italiana, inzuppata dalle stronzate clericali, non prenderà una posizione laica intorno alla questione dell’Eutanasia, non si arriverà a una beata minchia di niente. Perciò, rimandando la questione a tempi futuri, adesso cantiamo un inno alla vita, gioia mia: scopiamoci in allegria».

«Ti voglio bene, Gia, e mi dispiace vederti rattristata; ma, adesso ci penso io a rasserenarti, amore. Lo facciamo qui, in cucina o preferisci a letto?».

«Qui e adesso, tesoro; sposta quei piatti, e siediti sul bancone, vicino al lavello, e allarga le cosce, che voglio farmi un buon antipasto consolatorio aromatizzato dal profumo di soffritto di cipolla che c’è nell’aria».

«Ok, come vuoi; ma poi lo faccio io a te, Gia. Più che io, sei tu a dover essere consolata».

«Va bene; magari mentre il ragù sta cuocendo» … (Continua nel romanzo).

NELL’INTRICATA TRAMA DELLA GELOSIA.

Un racconto tratto dalla Serie: «GIA EROTICA».

… in una squillante risata, Roberta: «I pasticcini che più ci piacciono, vengono dopo; prima voglio chiederti una cosa».

«Dimmi».

«Senti, nonostante che Francesca e Mara siano fidanzate, quando facciamo sesso tutte insieme, oppure con una di loro due sotto gli occhi dell’altra, mai io ho visto in quest’ultima della gelosia. Giacché non si può negare che si tratti d’un sentimento naturale, dimmi: tu, come ne sei uscita?».

«É facile: non ci sono mai entrata. Comunque, tu sbagli nella premessa, gioia: non si tratta d’un sentimento naturale, ma istintivo; d’una reazione, d’un meccanismo di difesa che scatta quando ti senti minacciata; e questo, sì, che avviene naturalmente. Nasce dalla preoccupazione che qualcuno ti porti via quel che tu consideri appartenerti; ed è qui, che sta l’elemento anomalo, sbagliato, e, a mio parere, persino deviante.

Prende forma, in generale, dall’anelito alla proprietà esclusiva di qualcosa o qualcuno, e, riferito al caso in questione, dalla convinzione che l’amore sia possibile soltanto tra due persone, e non di più. E allora, una volta che te lo sei conquistato, sia con le buone, che con le cattiva maniere, prende corpo in te la voglia d’assicurarsi che quel bene di cui disponi, e che ti godi, ovverossia l’altra, rimanga a te, e a te soltanto; e tutto questo, senza considerare che, a differenza dei beni mobili e immobili, nessuna persona può essere considerata proprietà di un’altra.

E quindi, è chiaro che non si tratta più d’amore, ma d’un anelo al possesso esclusivo: un sentimento ingiusto, sbagliato, che è pure molto stupido; se non capisci e accetti che si possa condividere chi ami, continuando per quella via, va a finire che l’amore della tua amata lo perdi per davvero. E aggiungo: come tu sai, quando una coppia ha un figlio, dopo, quando ne arriva un altro, il primo tende a essere geloso. Ebbene, poiché sovente accade che i genitori si adoperino per fargli capire che ciò sia sbagliato, ovverossia, che l’avvento dell’altro non significa essere amati meno, pur in buona fede, loro neppure si accorgono d’entrare in palese contraddizione. E questo, davanti gli occhi del figlio stesso: infatti, nessuno dei due accetterebbe che il coniuge si facesse un’amante, oppure che andasse a scopare da qualche altra parte. E quindi, loro predicano ai figli quello che non razzolano. Ora, dimmi: quale metodo d’insegnamento potrebbe essere peggiore di questo, dato che instilla nel discente il sentimento opposto a quello desiderato? Come sempre, è dare l’esempio, il metodo più efficace.

Per venire a me, contrariamente a quanto ho detto per amor di battuta, certo, che anch’io l’ho provata, la gelosia; mica vengo da Marte! Tuttavia, già verso i diciassette anni, dopo averci riflettuto ho capito, e non ci sono cascata più. Dopo tale riflessione “sull’ingiusto possesso”, se posso condividere la mia donna con altre che siano affidabili sul piano della salute e della zucca, questo non può che rendermi contenta. Quando amo, se non si tratta di solo sesso, io m’immagino di stare dentro la mia donna, e, se lei è felice, per esempio provando del piacere sessuale occasionale con delle altre, giacché sono nel suo corpo e nella sua testa, in quello stesso piacere ci sono anch’io; infatti, per noi, che ci amiamo, non è un caso, che ci piaccia definirci “poliamorose”».

«Gia, trovo bellissimo, quel che hai detto; tuttavia, vi noto una contraddizione».

«E cioè?».

«Definendo chi ti sta accanto come “la mia donna”, implicitamente tu ti riferisci a un possesso».

«Cacchio! E brava, la mia avvocata. Noto con piacere che tu sei molto attenta all’uso dei termini; tuttavia, io ti fotto sullo stesso tuo terreno: in questo caso, “mia”, non sta per indicare una proprietà, ma il godimento d’un bene».

«Gia, che ti succede? Problemi con la tua età avanzata, forse? Non capisci che ti stai contraddicendo ancora? Un “bene” si riferisce a una cosa, e non a una persona». Fu con quella disfida verbale che anche tra loro si rinforzò ancor di più il piacevole clima improntato alla burla. Gia si voltò di scatto, le sollevò una gamba poggiandola sul proprio fianco; la sua mano corse tra le calde, umide cosce scostate: «Siamo in pieno contraddittorio giudiziario, eh, futura avvocata? Non intendevo in quel senso, scema! E, vecchia, vai a dirlo a tua sorella!».

«Non ho sorelle; e anche se le avessi, non te le presenterei, poiché, certamente, te le fotteresti. Non che la cosa mi sconcerterebbe, ma sarei io, quella che non potrebbe più scopare con te, e questo, mi dispiacerebbe moltissimo».

«Grazie, cara; ritornando alla tua osservazione, se ci trovassimo in un’aula di tribunale, avrei dovuto dire “della donna con cui abitualmente scopo”, ma io ho usato quel termine come sinonimo d’amore. E malgrado tu sia tonta, mi godo ugualmente il tuo “bene” migliore: questo qui». Replicò, in tono bonario, colmandosi il palmo della sua carnosa vulva bagnata, prendendo a scrollargliela a piena mano. Dopodiché, senza smettere, precisò anche meglio: «Volevo dire “bene” come amore che ti è dato, no?».

«Dai, che l’avevo capito; stupida! Comunque, ancora una volta sei entrata in contraddizione: non dici sempre che il mio bene migliore è il culo?».

«Migliore, non è un concetto univoco; infatti, sono tante, le cose che possono essere “migliori”».

«Nelle nostre scaramucce, non ti dai mai per vinta, eh? Ma tu continua pure a goderti il tuo “bene”, che ne godo anch’io. Mi piace, se me la agiti come stai facendo adesso; ma stai attenta: non manca molto, perché il tappo della bottiglia di champagne schizzi via!».

Seguitando a infonderle del piacere genitale, lei: «Di là delle celie, tu, Roberta, come sei messa con la gelosia?».

«Dopo quanto ho appena sentito dire da te, Gia, la penso nello stesso modo; e adesso non parliamo più, ma “facciamo”. Usa la bocca per qualcos’altro, che hai parlato a sufficienza, amore… non soltanto mio».

«Non era un tribbing, che volevi, Roberta?».

«Quello, dopo; prima lubrifichiamoci a modo, in maniera da scivolare come dio comanda. Con me di sopra, allora, arzilla vecchierella del mio cuore, così non ti stanchi troppo»… (Continua nel romanzo).

LA SORPRESA PASQUALE DI GIA.

Visto il successo del primo e secondo libro, annuncio con piacere che è stato pubblicato nella versione italiana il Libro 3° della Serie «Gia Erotica».

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Grazie a voi, lettrici e lettori, per aver scelto i miei romanzi, e Buona Pasqua!.

LIBRO 3° DELLA SERIE «GIA EROTICA».

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AUDACI TRASTULLI.

Un racconto tratto dalla Serie: «GIA EROTICA».

… nel weekend che seguì, con Mara e Francesca nei panni di assistenti, le due si accordarono; Francesca le propose: «Ti andrebbe se c’impegnassimo in una sorta d’arrapante sceneggiata con te come interprete principale?».

«E sarebbe?», chiese Roberta.

Spudorata, senza mezzi termini, lei: «Io sosterrei il ruolo d’una seviziatrice che, oltre a fustigarti, ti fotte a fuoco, e tu quello della seviziata». Dopo una pausa, fissandola negli occhi per studiarne la reazione, aggiunse: «Chiavandoti anche da dietro».

«Alla pecorina, dici? Perché no? Mi piace».

«No, nel culo».

«Sei ben cazzuta, però! Noto che vai per le spicce; bene, sappi che io lo sarò altrettanto: l’idea mi piace, e quindi, ok. Tuttavia, non metterti in testa delle strane idee, tipo sottomettermi, perché, presto o tardi, stai sicura che ti ricambierò con la stessa moneta». Dopodiché, con un sorriso che lasciava trasparire la lussuria di cui era preda: «Alla fine, se si tratta di sola finzione, perché non giocare? Tanto, siamo tra donne, ti pare?».

Ascoltando la solita frase, che altro non era se non un alibi per la propria coscienza, mentre le tre si misero a ridere, comprendendo, anche Roberta si unì; Francesca le rispose: «Stanne sicura, tesoro: ogni regalo che farò a te, tu lo potrai fare a me. Bene, nude, noi lo siamo già, e quindi, ora ti faccio spogliare dalle mie concubine… che, nel frattempo, guardandovi, mi accarezzo la passera per riscaldarmi i motori. Dio! Non vedo l’ora di trastullarmi con il tuo bel culetto».

Per le donne fu un vero tripudio dei sensi: vedere quello splendido corpo scuotersi e dimenarsi sotto le scandite sferzate di Francesca, le mandò in visibilio. Gli occhi rapiti dalla scena, fu inevitabile: spostatasi dietro a Gia, Mara le aderì con il corpo nudo; una mano a stringerle un seno, l’altra andò alla sua vagina, prendendo ad accarezzargliela. Sentendo il suo caldo e morbido corpo aderirle, e i suoi generosi seni schiacciarsi contro la sua schiena, la donna veneziana non si ritrasse; sporse i lombi contro il suo bacino per godersi il calore del suo ventre madido. Nemmeno Francesca fu immune dalla lussuria che emanava dalla scena, perché, facendo delle lunghe soste tra un colpo e il successivo, prese a masturbarsi. Di punto in bianco, non bastandole più, ancora brandendo la frusta con una mano, si avvicinò a Roberta e infilò una coscia tra le sue: «Ora, baciandoci la fica con le cosce, ci strusciamo sino a venire, tesoro, che poi continuiamo; mi sono eccitata al punto di non poterne più. Penso che sia così anche per te».

«Oh, sì, Francesca! Nonostante il vivo dolore, sono arrapata da morire e anch’io non desidero altro che venire un’altra volta… con te», le rispose lei, in un sussurro.

Al termine di quella preliminare fustigazione utile a eccitarsi vieppiù, interpretando ad arte il fittizio ruolo della seviziatrice, Francesca la liberò dai legacci e la possedette vestendo uno strapless, da dietro, alla pecorina. Dopodiché, per prepararla al successivo step, dopo averle leccato a lungo l’orifizio anale, la sodomizzò senza tanti complimenti.

Durante lo svolgersi dello “stupro” anale, arrapate come non mai, Mara e Gia non rimasero inerti; dapprima le bocche si unirono e le lingue s’intrecciarono avide, dopodiché anche loro si sdraiarono, impegnandosi in uno scalmanato tribbing che le condusse a un altro gridato orgasmo.

Quando ne furono uscite, calmate, i loro occhi ritornarono a Roberta e Francesca; era passato del tempo, e lo strapless aveva lasciato il posto alla mano di quest’ultima. Agli occhi delle due spettatrici, la scena si stava facendo via via più emozionante: sdraiate lascivamente sulla penisola del grande sofà, a poco a poco, Francesca andava insinuandosi nella carne di Roberta con la mano conformata a cuneo. Fedele al suo personaggio, mentre continuava a entrare nelle sue viscere, le chiese: «Senti fastidio o dolore, sudicia puttanella bionda?».

«Un pochino di dolore; ma il piacere lo supera… mi sta piacendo, e molto».

In quel momento Francesca avvertì il suo sfintere contrarsi, risucchiandole la mano, abbondantemente lubrificata con l’olio di mandorle, sino al polso; commentò: «Caspita! Me l’hai risucchiata d’un colpo solo; molto bene, è esattamente per questo, che prima ti ho rotto il sedere con lo strapless. Con il servizietto che ti ho reso, il tuo buco del culo è diventato un antro; ora, tra te e le più sudice bagasce di tutti i porti di mare, non c’è alcuna differenza. D’altra parte, da una zoccola come te, me l’aspettavo, che avresti goduto nel farti rompere il culo». E aggiunse, sempre fingendo: «Che ne diresti se ti entrassi dentro con tutto il braccio, sino a uscire con la mano dalla tua gola?».

Ben sapendo che si trattava di sola finzione, Roberta non si offese, e fu brava nel sostenere la sua parte, perché le rispose: «Da gran troia quale sono, non mi aspetto nulla di meno».

Quando la mano di Francesca sparì completamente nel tratto terminale delle viscere della giovane, la sua “stupratrice” chiuse la mano a pugno, prendendo poi a dispensarle quel godimento piacevolmente esasperante dovuto alla protratta stimolazione delle terminazioni nervose e allo stress sfinterico. Assistendo, Mara e Gia si sentirono un po’ invidiose; infatti, a loro sarebbe piaciuto molto, trovarsi al posto di Roberta. Nulla avrebbe impedito alle due donne d’imitarle, ma, quella sessione era dedicata a lei, e si astennero persino dal parteciparselo tra loro. Affascinate, si avvicinarono a loro, non soltanto per godersi da più vicino i dettagli di quell’emozionante passaggio, ma anche per coadiuvare Francesca; infatti, per Roberta, quella avrebbe dovuto essere un’esperienza di godimento totale, che, a partire dalla testa, coinvolgesse ogni suo senso, per includere in primis la bocca, e ogni parte del suo corpo. L’espressione dipinta sul volto della giovane, la diceva lunga sull’estasi che si stava vivendo. Alla ragazza sembrò che quel piacere non dovesse mai finire; intanto che si godeva lo “stupro”, nei pensieri dell’incantevole bionda… (Continua nel romanzo).

SOFISMI SEMANTICI.

Un racconto tratto dalla Serie: «GIA EROTICA».

Photo by Evelyn Chong on Pexels.com

… «Ecco, appunto! Non ti scordare mai del potere di suggestione che hanno le parole; lei studia legge, e perciò, è abituata a dare molta importanza ai termini. Per darle la soddisfazione che cerca, tu usa pure degli aggettivi; e, con quelli, all’opposto, puoi anche esagerare. Fai attenzione a non scadere nella volgarità gratuita; ma neanche a cercare delle ricercatezze ipocrite e farisee. Con riguardo ai termini, l’esempio che faccio non c’entra con la questione di cui stiamo parlando, ma, per dire, sul tema della cacca, se invece che merda, tu la definisci massa fecale, non è, che la cosa diviene più carina. Per esempio, se vuoi mandare a fanculo qualcuno e gli dici: “Vai a deporre la tua massa fecale”, non è lo stesso di “Vai a cagare”».

Non avendo capito bene se lei parlasse seriamente o scherzasse, Francesca, la interruppe: «Gia, mi stai forse prendendo per il culo?».

Fingendosi seria, lei: «E lasciami finire, no? Dicevo, in tal caso, è forse meglio rimanere sull’opzione più diretta, la quale, se pronunciata con veemenza, può sortire un beneficio catartico. In ogni caso, tieni sempre ben presente un aspetto importante: Roberta deve avere chiaro che le nostre usanze sessuali sono un’arte erotica, nobile, e d’alto livello, che non va mai confusa con quanto di becero e tediante si trova sui siti porno».

«Eccola, la scrittrice dei miei stivali che si svela! E va bene, ho capito. Vai avanti sulle cose pratiche, che, per le altre, mi so gestire da me».

«E dopo, Francesca, potresti passare al palo: una siffatta postura scatena molto quel di cui sopra, ovverossia, la suggestione; infatti, evoca le… (Continua nel romanzo).

UOMINI E OMOSESSUALITÀ.

Un racconto tratto dalla Serie: «GIA EROTICA».

Photo by Gabby K on Pexels.com

… ma dimmi, tesoro, ora che hai scoperto dei nuovi orizzonti, che cosa pensi di fare della tua vita? Sentimentale e sessuale, voglio dire».

«Devo riflettere, Gia; oltre che bello, è stato tutto così improvviso e turbinoso, che, al momento, sono disorientata. Per coglione che sia, ho pure un fidanzato che non immagina neanche, che io possa essermi stufato di lui perché ho scoperto, come hai detto, degli altri orizzonti. Oltre alla questione che mi dispiace lasciarlo bruscamente, ci sono anche delle faccende pratiche che ci legano, tipo condividere le spese per l’appartamento, le bollette, e così via. In ogni caso, ora che, sulla via di Damasco, la luce mi ha illuminata, concedendomi un po’ di tempo, penserò che fare e quali decisioni prendere».

Contenta che la ragazza considerasse l’opportunità di dare una decisa svolta alla sua vita chiudendo con gli uomini, Gia stemperò l’atmosfera: «Di Damasco! Sulla via della passera, vorrai dire! La mia, in questo caso».

Dopo un’altra comune risata, Roberta: «Sai, Gia, per quel che ho accettato, fare sesso con te, intendo, forse io mi dovrei sentire colpevole, in contraddizione con me stessa. Ma non mi riesce; al contrario, ne sono felice, e persino orgogliosa d’aver superato questo tabù che avevo. Tu che ne pensi? Sono io a esser strana, oppure…».

«Quanto sei tenera… e buffa! Strana tu, perché ti sei goduta un rapporto omosessuale? Non sto qui a rifare la mia solita concione, postulando che tutti lo siamo quantomeno per via della comune esperienza della masturbazione, la qual cosa significa fare l’amore con un corpo dello stesso tuo sesso. Tu devi pensare che noi donne accettiamo l’omosessualità serenamente, e certo meglio degli uomini; e questo che dico è vero anche per una particolare ragione: che lo ammettano o no, quelli sono sempre in competizione tra di loro, e giocano a dimostrare quanto siano l’uno più virile dell’altro. A parole, beninteso, e non nei fatti, giacché ben di rado sanno soddisfare pienamente noi donne.

Nel rapporto tra uomini, uno dei due deve necessariamente ricoprire un ruolo passivo; il che significa prendersi nel sedere quello che, per loro, è il simbolo di un’arma, della forza: è così, che considerano il loro uccello. E, oltre che piegati a novanta gradi, se ne devono stare pure in ginocchio, in una posizione subalterna, e quindi umiliante, per servire a un proprio consimile un bocchino. E quindi, molti di quelli che si sentono d’essere omosessuali, non manifestano la loro vera natura perché il loro orgoglio vince sulla pulsione; infatti, se loro si dichiarassero apertamente gay, si sentirebbero diminuiti innanzitutto nella propria autostima. Naturalmente, io sto parlando di coloro i quali, pur avendone la disposizione, non si dichiarano apertamente omosessuali.

Noi donne, invece, sappiamo capirci intimamente, e non dobbiamo dimostrare niente a nessuno; né tantomeno ritenerci superiori a colei con la quale il destino ci ha dato il dono di scopare, o persino d’intrattenere una relazione sentimentale. Ti sembrerà curioso, ma, da alcuni attendibili sondaggi, sembra che, ad acquistare degli strapless, siano soprattutto degli uomini: ti dice niente?».

«Che se lo vogliano far cacciare nel sedere dalle loro compagne, dici?».

«Esattamente; e così, la loro coscienza si tacita, perché è sempre con una donna, che loro fanno del sesso. Una donna alla quale loro hanno già dimostrato d’essere virili, e, che quindi, non può in nessun modo mettere in dubbio la loro mascolinità. Altri ancora vanno a prostitute trans; in gran segreto e vergognandosene, naturalmente. Dovrebbero capirlo, che, nel ricercare il piacere anale, non c’è nulla di disdicevole».

Quasi come se fosse a parlare a sé stessa, Roberta commentò: «Sai Gia, mi fa un po’ strano concepirmi per la prima volta in vita mia omosessuale; una lesbica, insomma. All’Università, no davvero; ma, al ginnasio, quando se ne parlava tra ragazze, c’era sempre un accenno di disprezzo».

«Strano, dici? Avrei mille argomentazioni da buttare sul piatto per portare l’acqua al mio mulino, per convincerti che è la nostra, a essere la normalità; ossia, per spiegarti come il sesso omosessuale sia del tutto naturale, e che sarebbe persino auspicabile che tutti si esprimessero sessualmente proprio così. Tuttavia, ti farò presente una sola questione, che trae le radici dalla storia dell’umanità.

Ascoltami con attenzione, e, quanto ho affermato, sarà chiaro anche a te, Roberta: se tu guardi all’arte classica, scoprirai che, il più delle volte, nei dipinti, come nelle sculture, piuttosto che quello delle donne, è stato rappresentato il nudo maschile; e, degli uomini, vi sono raffigurate, enfatizzate, le fattezze, la maschia potenza, e la virile bellezza. Se si potrebbe pensare che questo sia stato dovuto alla sola sensibilità dell’artista che ne è autore, spesso omosessuale, come si dice di Michelangelo, ad esempio, si commetterebbe un lapalissiano errore.

Infatti, al tempo, i pittori e gli scultori facevano della propria arte una professione, e non certo un hobby; e chi erano coloro i quali commissionavano i lavori? Di sicuro non delle ricche donne arrapate, con la voglia di lustrarsi gli occhi con delle immagini mascoline, per dopo, ammirandole, regalarsi un soddisfacente ditalino; ma gli uomini, i quali, al tempo, in quelle società maschiliste, erano i soli a disporre intorno a delle questioni di denaro. E quindi, erano soltanto loro, a decidere su ogni cosa; ed è ovvio, che lo facessero secondo il proprio piacere.

E dunque, capisci da te, come il loro sogno più ambito non fosse scopare con una donna, ma scoparsi o farsi scopare da un uomo, che pensavano rappresentare la bellezza perfetta; e questo, perché, una siffatta concezione di perfezione, era associato alla forza, alla gloria, e così via. In effetti, si dice che, al tempo, anche la pederastia, ossia, la pratica di penetrazione anale d’un giovinetto, fosse un costume consueto, e persino accettato, da quelle società maschiliste, che, anche in tal modo, celebravano senza remore morali il trionfo della mascolinità.

Un tanto, si può comprendere anche da una prospettiva psicologica; infatti, quella, altro non era, che una trasposizione dell’amore edonistico, ossia, dell’amor di sé; in psicologia, siffatto meccanismo è oggi definito “proiezione”. E neanche vado a ritroso, al tempo dell’Impero Romano; lo sai, all’epoca, che cosa dicevano gli uomini in tema di Eros? “La donna è la famiglia, l’uomo è l’amore, il giovinetto è l’estasi”! Bene, anzi, male! Neanche mi soffermo su quest’ultima parte dell’enunciato, perché m’incazzerei di brutto; infatti, io odio con tutte le mie forze la pedofilia, così come chi vi è dedito o la diffonde, e anche chi soltanto la sogna. Tuttavia, al tempo dei Greci e dei Romani, si parlava di “giovinetti”, e non di “giovinette”. Capisci, Roberta?

Venendo a tempi più recenti, di là dell’ufficialità e delle ipocrisie, in molte delle organizzazioni in cui si celebra l’uomo nelle sue peggiori manifestazioni, per intenderci, quelle di tipo fascista, mossa dall’ammirazione e dal desiderio d’emulazione, sotto sotto, c’era, e continua a esserci, una potente spinta omosessuale. In effetti, non è un mistero, che, tra simili, ci sia attrazione; lo dimostra l’enfatizzazione del rapporto tra soli maschi, sovente edulcorato con il termine “cameratismo”, e lo dice la storia, che, non di rado, questo sfoci nella sodomia. In un tale scenario, il disprezzo ostentato per le qualità di noi donne è ovviamente implicito, dato che ci consideravano nulla di più che delle vacche da riproduzione.

Tale fenomeno, se così vogliamo definirlo, non è dovuto solamente a un effimero quanto folle concetto eroico che questi bei tipi hanno per l’uomo, ma pure a un’avversione verso tutto ciò che è diverso; e quindi, ebrei, rom, immigrati, e non ultime, noi donne. Quei mentecatti ci sopportavano e continuano a farlo per un’unica ragione: senza di noi, con il cazzo, che possono procreare; e scusami per il bisticcio dovuto al cazzo, un gingillo, appunto, che non vale una beata minchia».

Gia si stava facendo conoscere da lei anche per l’inarrestabile veemenza nel manifestare quanto non le sfagiolasse. Molto divertita per la coda alla sua esternazione, Roberta scoppiò in una risata. Ancora ridendo osservò: «Non so se te ne sia accorta, ma pur con epiteti diversi hai nominato per ben tre volte il loro arnese».

Colto il plauso, sorridendo, l’indomabile donna veneziana seguitò come un ariete: «Non è un caso, se, nel fascismo di casa nostra, il termine “maschia/o” comparisse in ogni dove; che so, la maschia determinazione, le maschie virtù, e così via. Pensa, nella mia vita ho persino avuto la sventura di conoscere un beota, il quale, riferendosi al colore della “Polo” che indossava, la definì “rosa maschio”! Più coglioni di così, dico io! E comunque, non c’è da stupirsi, perché, lo ripeto, sono quelli, gli unici omosessuali da biasimare, giacché, nascondendosi per quel che sono, invece, sono proprio loro a condannare l’omosessualità. Di facciata, s’intende, perché quella riferita a loro stessi, invece, la praticano; eccome!

E lo sai perché, da sempre, in apparenza, beninteso, l’omosessualità sia stata censurata e persino messa alla gogna da quelli stessi viziosi che la praticavano di nascosto, preti cattolici in primis? Per un’esigenza, allora “giustificata”, di perpetuazione della specie, sì da mettere al mondo della carne da macello; in effetti, sino a non troppo tempo fa, c’era bisogno di braccia per lavorare la terra, e di poveri diavoli da arruolare forzatamente per poi mandare al massacro nelle guerre. Ecco, perché un’espressione del sesso che non portasse a delle nuove nascite era ferocemente osteggiata, come ancora fanno quegli psicopatici assassini, i terroristi islamici, i quali hanno bisogno di nuovi “martiri”, come li chiamano loro. Parlo in particolare di quegli assassini dementi che si fanno morire esplodendo insieme a decine di vittime innocenti, con la prospettiva di scoparsi le settantadue vergini che, nel paradiso, li aspetterebbe a braccia e fica aperti.

Per venire all’altra cosa di cui mi parlavi, al “disprezzo” mostrato nei riguardi delle ragazze lesbiche al tempo del tuo ginnasio, devo osservare che la cosa non mi sorprende per nulla: da parte dei ragazzi, ciò si spiega con l’impossibilità a fotterci, cosa che li fa incazzare. Da parte delle ragazze, invece, devi considerare che quella è un’età in cui si vuole rimarcare con decisione la propria identità sessuale, la quale dev’essere conforme a quella che di facciata mostrano gli adulti; e questo accade soprattutto per non essere tagliate fuori dal gruppo».

«E tu, Gia, al tempo del ginnasio?».

«Mi sforzavo di farmi i cazzi miei… evitando, per l’appunto, degli incontri ravvicinati con gli stessi, amore; infatti, mandavo gentilmente a cagare chi mi squassava le ovaie. Avevo le mie fidanzatine; una per volta, sai, e, in tema di cazzi, ci facevamo i nostri, e…».

Ridendo, la bella Roberta la interruppe: «Non credo esista al mondo un termine con una semantica tanto polivalente, Gia».

«Se ti riferisci a “cazzo”, hai perfettamente ragione, tesoro; in effetti, il significato cambia a seconda del contesto. Tuttavia, già che siamo sul filo della semantica, vorrei farti riflettere su degli altri modi di rappresentare tale termine quando si riferisca all’uccello; non è un caso, che lo si chiami anche “pene”, ossia, sinonimo di “dolori”. E non basta, poiché un altro suo sinonimo, “fallo”, la dice lunga anche su altro, giacché trattasi di “difetto”».

«Vero, Gia; ma ritorna a parlarmi di te adolescente, ti prego».

«Per farla breve, le mie fidanzatine ed io ce ne fregavamo delle chiacchiere, e scopavamo come delle coniglie; e anche a scuola, nel ripostiglio usato per riporre le scope, il che implica una certa coerenza in termini: “Scopare-scope”, capisci la mia battuta scema?

Beh, dopo, al College, questo problema non ci fu più, poiché era frequentato da ragazzi dalla mente aperta. Devi pensare che… (Continua nel romanzo).

STUPORE.

Un racconto tratto dalla Serie: «GIA EROTICA».

… lei, però, ben lontana da voler riposare, era un fiume in piena: «A parte il fatto che, prima d’ora, non ho mai avuto degli orgasmi tanto straordinari quanto con te, io non avrei mai pensato che, accarezzare e stringere un corpo femminile, il tuo, potesse essere tanto travolgente, e, insieme, soave e tenero. Ho goduto veramente tanto, Gia. Anche baciarti, e, come dici tu per scherzare, divorarti, mi ha mandata in orbita. Sai, prima di farlo, ero un po’ ritrosa e non credevo che sarei riuscita a farlo; ma ora so che amo il tuo odore, e mi piacciono pure i tuoi sapori. E neanche parlo di quando, fino a poco fa, innumerevoli volte e in ogni maniera possibile, mi possedesti con quei grossi dildo; se l’hai fatto alla maniera degli uomini, ciò è stato mille volte meglio che con loro, perché, al tempo stesso, ho avuto anche il conforto di sentirmi toccare e stringere da un morbido corpo femminile. E c’è dell’altro che sento e che voglio dirti, Gia… se non sei stanca d’ascoltarmi».

«Come potrei non ascoltarti? Tu stai accarezzando il mio ego, tesoro; ti prego, continua, che la mia anima assurge al cielo».

«Ecco, voglio parlare di “stupore”: se dovessi definire con una sola parola il mio stato d’animo del momento, che, più che tale, è uno stato di grazia, quello che ho citato sarebbe il termine più consono. Dio, quale poesia è stato rimirarla… è chiaro che stia parlando della tua fica. Non che sia stato qualcosa di nuovo per me, giacché ne ho una anch’io. Mai, però, neanche quando mi è capitato di masturbarmi davanti a uno specchio, ho…».

Gia la interruppe: «Davanti allo specchio?».

«Sì. Perché?».

«Anch’io lo faccio, e molto spesso, specie durante gli esercizi di Yoga; ma tu guarda che combinazione!».

«Credo che noi siamo delle anime gemelle, Gia».

«Incomincio a pensarlo anch’io, amore; scusami se ti ho interrotta. Dicevi?».

«A contemplare la tua così da vicino, ho potuto apprezzarne la sua complessa bellezza, la vitalità… la dolcezza. Con gli occhi a un palmo da “lei”, ho potuto vedere com’è viva, pulsante; nel contemplarla in preda a delle onde di piacere… allargarsi ritmicamente rivelando le sue rosee profondità carnali, ebbene, un pensiero mistico ha occupato la mia mente, ed eccolo: non c’è dubbio che la fica sia il massimo capolavoro del Creato. E scusami se mi ripeto, Gia: di te, mi è piaciuto tutto. E quando dico tutto, non mi riferisco soltanto alla tua bellezza, al temperamento, alla tua propensione a non prenderti sul serio e a scherzare, al tuo vivo acume e al talento, ma… e scusami se scendo di livello, anche al tuo odore, al sapore della tua gustosa fica, alle tue magnifiche tette, al tuo fantastico culetto, e a ogni altra parte del tuo corpo».

«Hai fatto bene a specificare che saresti scesa di livello, ossia, dal volto, all’incrocio delle cosce», commentò lei in una risata.

«Tu scherza pure, ma io parlo seriamente, Gia; e non avevo finito, perché, oltre a tutto questo, non posso omettere di parlare delle tue labbra carnose, della tua grande bocca, che, a baciarla, sembra una seconda fica».

«Anche se potrebbe essere interpretato in maniera opposta, lo prendo per un complimento», la prese in giro lei bonariamente.

«Insomma, Gia, tu mi hai stregata, io non sono più la stessa donna d’un giorno fa, e sono convinta che non ritornerò indietro».

Per tema che la scrittrice veneziana equivocasse, un momento dopo aggiunse: «Non temere, comunque, che io ti crei dei problemi; anche se un’empatia olfattiva è segno di forte attrazione, io non voglio dire che mi sto innamorando di te. Tuttavia, travolgendomi con la tua femminilità libera da ogni insensato tabù, sei riuscita a farmi innamorare delle donne. Penso, Gia, che tu ci rappresenti tutte, anche per lo spirito libero che dovremmo mostrare: fiero, e scevro da paure e preconcetti; insomma, come sei tu».

«Grazie, amore; le tue parole rallegrano il mio cuore».

Dopo un’altra pausa, come se si vergognasse di mostrarsi così esplicita, Roberta riprese: «Passando a cose più materiali, lo sai che altro mi è piaciuto tanto?».

Gia si stava gustando molto quelle carezze che lei largiva alla sua anima; e anche lei, le piaceva un sacco: quante donne aveva incontrato, incapaci o restie a mostrarle della gratitudine per quanto di piacevole lei aveva saputo donare loro! E quella dedizione, lei l’aveva sempre data in tutta spontaneità, senza che vi fossero dei secondi fini. La incoraggiò: «E dai, spara, che adoro ascoltarti».

«Quando mi leccavi lì; e il modo in cui lo facevi».

«Sulla passerina, tesoro?».

«Anche là, certo; ma io intendevo riferirmi all’altro…». Continua nel romanzo.

PENSIERO STUPENDO.

Un racconto tratto dalla Serie: «GIA EROTICA».

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… senza mostrarsi invadente, cautamente la incalzò: «Per quanto concerne le tue preferenze in tema di rapporti, me l’hai già detto chiaro e tondo, che tu ti consideri etero; ma dimmi, tesoro, adesso che siamo entrate in confidenza, per entrare nel vivo, hai voglia di raccontarmi quali siano le tue esperienze in tema di…».

Roberta non lasciò terminare: «Di sesso, Gia?».

«Precisamente. Non è per immischiarmi nei fatti tuoi, ma soltanto per capire come mi devo regolare con te; giacché, come sai, a me piacciono le donne, ho bisogno di sapere sino a che punto mi posso spingere senza urtare la tua sensibilità. L’hai detto tu prima: quel che andremo a fare investe anche la sfera genitale, e caspita, se hai ragione! In effetti, il confine che separa la pura eccitazione indotta dal dolore da un potente eccitamento sessuale è molto vago, ed io immagino che tu non abbia mai avuto delle esperienze sessuali con delle femmine. E quindi, mi domando: come mi dovrei comportare, se, eccitata per effetto dei colpi di spanker che riceverai, tra di noi le cose dovessero volgersi a una piega imprevista? Te lo sto chiedendo ora, che sei ancora fuori dalla condizione emozionale, in maniera che tu non pensi che io ne voglia approfittare; e specie dopo che mi hai precisato con tanta chiarezza di sentirti etero», mentì spudoratamente.

L’attraente seno nudo di Gia, e non soltanto quello, era inconsciamente diventato per Roberta come una calamita; mentre le rispondeva, nella sua mente…

«Che accidenti mi prende? A me piace sentirmi dentro un pistolone di grosso calibro stantuffarmi a modo sino a farmi dolere le ovaie; ma, con lei, mi stanno nascendo delle insolite voglie. Che tu non stia morendo dalla voglia di portarmi a letto, bella Gia, non lo credo neanche se me lo giuri su tua madre; tuttavia, a sentirmi come mi sento, non è escluso che questo accada. Mi sta venendo la voglia di sapere come sarebbe scopare con una bella femmina, e, per sperimentarlo, quale occasione sarebbe migliore di questa? Oltretutto, la trovo bellissima e oltremodo seduttiva; avverto tra noi un eccezionale feeling, e, inoltre, lei m’infonde serenità e sicurezza.

Mi piace la sua voce, quel che dice, e il modo in cui parla. Ha delle tette da sogno, e dei capezzoli grandi dalle areole gonfie, che non mi vergogno a pensare quanto mi piacerebbe succhiare; e la candida carne delle sue cosce, ebbene sì, attira da morire la mia mano e la bocca. Non sono una fraschetta, e li ho notati, i suoi discreti sforzi affinché io le scorga la passera; ma, seduta accanto a lei, il mio sguardo non è potuto andare oltre la sommità delle cosce. Chissà se è depilata con cura come lo sono io?

Quando mi trovo a concedere un bocchino a quello stronzo con cui mi accompagno, che non si depila mai, dato che ce l’ha lungo, e il pelo lo ha soltanto sui coglioni, non corro dei rischi; ma, con una donna, leccandole la fica, finendo sul palato e nella gola, i peli possono certo procurare un notevole fastidio.

Cara Roberta, con tutti questi inverecondi pensieri che ti stanno passando per la zucca, credo proprio che stasera farai un balzo in uno scenario erotico che ti era ignoto; che, dopotutto, questa mia voglia d’essere sculacciata da una donna anziché da un uomo, avrà pure le sue ragioni profonde, ti pare? E chi se ne importa? Basta che sia bello, dolce; e soprattutto, senza complicazioni di sorta. Beh, cara Gia, indipendentemente da quel che accadrà quando mi sculaccerai, tu non lo sai ancora, ma ti sei già guadagnata la mia passera; ora vediamo se saprai essere abbastanza seduttiva da meritartela per davvero».

Alla sua domanda rispose: «No Gia, hai detto bene; non sono lesbica, e non sono mai stata con una donna neanche occasionalmente. Come già ti accennavo, in ambito etero non mi sono fatta mancare quasi niente; sia chiaro: esclusa ogni sorta di stomachevole devianza sessuale, naturalmente. In ogni caso, per impostazione mentale, è bene che tu sappia che io sono abituata a non escludere nulla a priori, e, in genere, non mi dispiace vivere delle esperienze diverse dal solito. E perciò, riguardo a come ti dovresti comportare, questo non centra con la questione che io sia etero. Adesso, però, è ancora presto perché io possa avere le idee chiare; vedi, riguardo a questo genere di cose, non mi piace programmare nulla; preferisco seguire le mie pulsioni a mano a mano che queste affiorano. Quel che so per certo, è che, nelle situazioni che mi attraggono, io preferisco non opporre dei limiti dettati dal preconcetto; e quindi, tutto e niente sono entrambi possibili.

In merito alle mie esperienze in tema di sesso, in questi tre anni che siamo insieme, non m’imbarazza dire che con il mio ragazzo abbiamo provato di tutto: dalle posizioni del Kama Sūtra, al sesso orale e anale; e quindi, a proposito dello scopare, fatta salva la salubrità, io non mi creo dei problemi. Come adesso hai sentito, di quel che è consueto, non mi sono fatta mancare nulla; è forse per questo, che desidero vivere questa nuova esperienza con te. Quel che dico è vero se s’inquadra in una cornice d’attrazione e accettazione, è ovvio».

La coppetta di cristallo, prima colma di cioccolatini, era ormai vuota; da quanto Gia aveva potuto sentire, le premesse erano d’eccellente auspicio, e perciò la donna non volle perdersi ulteriormente in chiacchiere. La afferrò per mano allo scopo di stabilire il primo contatto fisico; mostrandole la rassegna di canne e spanker che aveva esposto in bella vista a portata di mano, vicinissimo al sofà, chiese: «E quindi, consapevole che da cosa nasce cosa, devo arguire che tu ti senti pronta per quest’avventura. Vuoi che incominciamo, Roberta?».

Già a quelle parole, la giovane si sentì eccitare: «Per me va bene, Gia; quando vuoi».

Ormai levate dal sofà, lei: «Per entrare di più in confidenza e riscaldarci, incomincerò sculacciandoti con le mani; quindi, per aiutarti a sopportare qualcosa di più strong, passerò a uno spanker flessibile, così sarai pronta per assaggiare qualche canna leggera, per poi arrivare a quelle più rigide… quelle che ti marcheranno in maniera decisa le cosce e il sedere». Scelse una verga e gliela fece osservare da vicino: «Vedi? Quando sarai divenuta ben calda, incominceremo con questa morbida, e via via la sostituiremo con altre più hard. Riguardo ai segni che ti rimarranno sulla pelle, non ti devi preoccupare, poiché ogni escoriazione e vescica spariranno in breve tempo; ti puoi fidare, e ora te lo dimostro». Come se fosse un repentino cambio di scena, si sciolse la cintura e si tolse da dosso l’accappatoio, lasciandolo cadere sul pavimento di legno lucido; completamente denudata si volse, e le indicò le natiche. Guardandola negli occhi per studiarne la reazione, disse: «Guarda qui, sono appena passati tre giorni da quando Francesca mi ha fatto nero il culo; dimmi che cosa vedi; per capire meglio, passaci le dita sopra».

Dissimulando il suo eccitamento, lei obbedì e si chinò; dopodiché: «Beh, le tracce si vedono appena, e sfiorandole, non sento nulla in rilievo». Mentre rispondeva, per conto suo…

«Dio, che bel culo! Quant’è seducente questa donna: ha la pelle liscia come la seta, e profuma di buono; piacerebbe anche a me, dare qualche energica pacca a questo bel sedere, oltre che a farmi conciare per le feste il mio, cosa che, a quanto pare, accadrà tra non molto».

Quando si sentì scorrere, leggere sulle natiche, le dita di Roberta, la donna veneziana rabbrividì. Anche se miscredente, in lei fluì un pensiero…

«Dio dei cieli, dimmi: oltre che scopare come una lontra in calore, che cosa ho fatto di buono nella vita per meritarmi di possedere una gran figa con un culo così bello? E poi dicono che tu non esisti! Uno di questi giorni dovrò venire da te, in chiesa, ad accenderti una candela».

Ritornata in sé, seguitò: «E quindi, come stai costatando, è esattamente come volevo dirti; devi tener conto che quando Francesca mi ha… (Continua nel romanzo).

QUANDO IL LINGUAGGIO INDUCE L’EQUIVOCO.

Un racconto tratto dalla Serie: «GIA EROTICA».

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… ok; se sei tu a rassicurarmi, io mi fido. Tuttavia, giacché questa Roberta me la dovrai pur far conoscere, a me sembra che dovresti esserci anche tu; non credi?».

«Sicuro, che ci sarò; ma soltanto per presentarvi, e dopo ve la vedrete tra di voi. Te l’ho detto; con me lei si sente in imbarazzo a parlare di certe cose, e figuriamoci a farle».

Quando sentì usare il termine “imbarazzo”, a Gia venne da ridere. Infatti, ricordava quando per la prima volta Francesca l’aveva usato alla presenza di Veronica, la sua amante venezuelana. Nel periodo in cui stettero insieme nella casa di campagna, dovendo sostenere due colloqui in lingua straniera per l’Università, Francesca approfittò di lei per imparare un po’ di spagnolo; e così, capitava spesso che i loro discorsi talvolta si mischiassero in lingue diverse. Una sera, durante la consueta seduta di masturbazione condita da chiacchiere, accadde che sbagliando e intendendo dire, “non so… sono un po’ imbarazzata”, invece che tradurre, “No sé… estoy avergonzada”, Francesca le rispondesse mischiando due lingue: «No sé… I’m un poco embarrassed». Scandalizzata, la bella Veronica le replicò: «Che cosa? Questo mi stupisce molto, tesoro; da te non me lo sarei mai aspettato. E, in ogni caso, o lo sei, oppure non lo sei: mica puoi essere incinta soltanto un po’!». Infatti, se in lingua inglese “Sono imbarazzata” si dice “I’m embarrassed”, in lingua spagnola, essere incinta si traduce “Estoy embarazada”.

Dopo quel ricordo piacevole che le aveva riportato alla memoria l’amata Veronica, Gia rispose a Francesca: «Ok, allora puoi combinare. Dobbiamo mettere in conto che, per la prima volta a scopare con una femmina, lei… (Continua nel romanzo).

CHIACCHIERE DA LETTO.

Un racconto tratto dalla Serie: «GIA EROTICA».

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… in occasione dei loro incontri settimanali, prima d’addormentarsi, le tre donne parlavano a lungo di un po’ di tutto, e benché lo facessero in mezzo al sesso, l’argomento spesso non era quello. Come una volta in cui Gia aveva esordito: «Compiango le nuove generazioni di ragazzi, che si massacrano la mente ed i coglioni passando la maggior parte del loro tempo sui social; la loro unica abilità motoria, spesso consiste nel muovere un touchpad, un mouse, o un joystick. Le conoscenze e le capacità non si trasmettono com’è per le trasfusioni sanguinee: serve lavorare, e duramente; ma sembra che la fatica non sia contemplata in ciò che sono disposti a dare».

Al che, Francesca, per stuzzicarla, aveva commentato: «Dimentichi una delle loro attività motorie più frequenti, Gia».

«E sarebbe?».

«Farsi delle seghe, se maschi, o dei ditalini, se femmine; lo sai quante ore passano, in media, guardando filmetti porno sul web? Moltissime; almeno leggessero i tuoi libri, in maniera che, oltre a farsi le seghe, imparerebbero qualcosa d’utile».

«Ti ringrazio per l’elogio, tuttavia dissento: meglio sarebbe, se studiassero, ed esercitassero le loro abilità manuali… e non mi riferisco alle seghe. In aggiunta, utile sarebbe se si relazionassero al di fuori dei social, la vera e propria droga di questi tempi, che, oltre a loro, ha contaminato anche la maggior parte dei politici, i quali misurano il consenso sulla base dei “mi piace” che raccattano sparando delle stronzate cosmiche! Dio, come li detesto, quei miserabili assetati di Potere! Sto parlando dei politici disonesti, ovviamente. Non che io sia contro il Potere quando questi sta al servizio della gente, sia chiaro; non sono un’ingenua, e capisco che, per incidere sulla realtà, lo devi avere. Ma non per perseguire i tupi lerci scopi personali».

Tuttavia, di là dei discorsi su dei temi seri, spesso, spossate per i reiterati coiti, accadeva che le loro conversazioni divenissero vacue, come quando, nella stessa notte in cui Gia aveva pontificato sul ruolo della fantasia, Mara aveva giocato su quello dell’entusiasmo: «Che atroce squassamento ovarico! Quanto mi stanno sul cazzo, quelle che non sanno viversi la vita con ottimismo. Ad esempio, quando ammiri il popò di un’avvenente figa che sculetta davanti a te, non devi pensare che anche lei, se regolare, quella mattina sia andata di corpo; vi pare? Devi metterci della poesia; e che cazzo!», esclamò infine, parafrasando Gia, e palpeggiando le natiche alle due donne che stavano di fianco riverse.

«Ti capita spesso, Mara?», aveva chiesto Gia, protendendo i glutei per gustarsi pienamente la carezza.

«Sì, solitamente di mattina; grazie al cielo, al cesso sono abbastanza regolata».

«Non quello, scema! Di mettere della poesia nel culo, dico».

«Dipende dal culo in questione, ossia, se ne è meritevole; guarda te, infatti: ogni volta che ti sculaccio, tu dici che la mia mano sia una vera poesia». Come la sua fidanzata, anche Mara gradiva molto quelle facezie che correvano quand’erano a fare del sesso.

Gia aveva cambiato argomento: «A prescindere dagli scherzi, Mara, in tema di donne del cazzo, hai proprio ragione. Lo sai, oltre a quelle di cui dici tu, quali altre mi stanno sulla minchia? Quelle che se non soffrono, non godono; e non sto parlando di frustate. Tra le altre stronze, me n’è capitata una, etero, la quale, benché sposata e con dei figli, affranta perché da sempre non era riuscita ad avere un rapporto decente con suo padre, mi confidò: “Mio marito non mi comprende più; quando scoppio a piangere, e questo capita ogni giorno, mi esorta a smetterla. Mi dice che devo crescere, lo stronzo!  Eppure, nei primi anni del nostro matrimonio sembrava capirmi; quando piangevo, mi porgeva sempre un fazzoletto. Ma io rimango la bambina d’un tempo; meno male che ho te, Gia. Tu lo sai, che io ti sento unita a me, nel mio dolore”.

Ma ci pensate? Etero, sposata con dei figli, quella lì ancora non aveva risolto il suo problema edipico! E che avrei dovuto dire io, giacché mio padre mi cacciò da casa quando avevo soltanto sedici anni? Dovrei sommergere il mondo in un diluvio universale di lacrime, stuprando il condotto auricolare della gente con le mie lamentazioni? E lo credo, che il consorte si sia rotto le balle: dopo aver lavorato duro tutto il santo giorno, ritornato a casa, che ti trova? La Madonna Addolorata in lacrime, che, a causa della sofferenza interiore del piffero, non trovando in lui consolazione, per ritorsione neanche gli dà la fica… cercandosi poi una spalla di donna su cui piangere! La mia, secondo lei.

«“Ti sento unita a me, nel mio dolore”, si è permessa di dirmi quella sciroccata. Cazzo! “Unite nella gioia”; perché no, invece, unite in un godurioso sessantanove, per esempio, che oltre ai sensi, ti soddisfa anche il gusto? Che la vita ti presenti dei problemi, questo è inevitabile; ma che te li debba inventare da sola, questa mi pare la più stupida espressione del masochismo. E poi qualcuno ha il coraggio di criticare noi perché amiamo farci ardere il culetto da una canna. “Immorali”, ci appellano, dimostrando così anche la loro crassa ignoranza verbale: “Amorali”, casomai, giacché, la morale, noi la respingiamo; quella loro, si capisce.

Quanto le detesto! Ragazze mie, ascoltate me: oltre a diffidare di quelle che hanno il culo piatto e stretto, prendete le distanze anche dalle altre, che, lacrime a colare, dopo averti sciorinato sulla minchia le loro disgrazie, stringendoti forte la mano, ti vomitano addosso baggianate di quel tipo; sventure di cui, peraltro, a essere responsabili, solitamente sono loro stesse. Vogliono scaricare su di te delle angosce che, il più delle volte, sono frutto della loro nevrosi; per aprire le cosce, quelle lì hanno sempre bisogno del dramma. Quando ve ne dovesse capitare qualcuna, dovreste dirle: “Ma vedi d’andartene a pigliarlo in culo, allora; e non da me! E smamma, che oltretutto mi porti sfiga”. E che cazzo! Sono una vera e propria spina nel culo!

Ultimo ma non meno importante: mandate a cagare anche quelle che vi dicono baggianate del tipo: “Ero in preda a un’angoscia insostenibile, e non sapevo che fare; a un certo punto mi è apparsa un’intensa luce bianca, e dopo, la Madonna o Gesù Cristo, oppure la Santa tal dei tali, mi ha presa per mano e mi ha parlato”. Ma, dico io: si può essere più beoti? O ti sei fatta di LSD, oppure, al minimo, sei sbronza. Ecco: questo è un altro segno dello sconfinato egocentrismo umano, che ti fa credere d’essere tanto più importante delle altre specie viventi, le quali non hanno certo bisogno della cosiddetta “spiritualità da baciapile”. Cazzo, dico io, se la tua Fede è convinta, forte, che minchia di bisogno hai di credere ai miracoli? Secondo me, quelle che si aspettano degli eventi soprannaturali, sono le peggiori “figlie di Dio”.

Ammesso che Lui e il suo variegato entourage esistano, ed io sono convinta di no… perlomeno per come ci presentano le cose, se proprio dovesse decidersi a muovere il sedere, Egli dovrebbe rivolgersi a quei tanti, bambini e donne, che soffrono per varie cause. E, riguardo alle donne di cui parlavo, ve ne sono tante, di quelle bigotte allucinate, che neanche immaginate! Parlando di loro, ho proprio bisogno di rifarmi l’umore, e quindi, per passare a cose più liete, Francesca, Mara, tra voi c’è chi mi farebbe uno struggente ditalino? Oppure, o in aggiunta, qualcos’altro d’utile affinché io possa addormentarmi, mie adorabili lupacchiotte… dai denti aguzzi».

«Perché dici “aguzzi”?», chiese Mara, allegra.

«Perché, quando, con quelli, mi addentate le labbra della fica per sollevarle, altroché, se li sento».

«Non ti dispiace, però; almeno a giudicare dai tuoi guaiti».

«Non c’è dubbio».

«Bene, ora ritornerai a sentirli; spalanca le gambe, e rimani distesa, che ora devo pasteggiare… giusto sentivo un languorino».

Francesca: «Ascoltandovi, anche a me è venuta appetito; ma poiché il piatto forte è già prenotato, mi accontenterò del contorno; ti va bene se, nel frattempo, ti strizzo le tette e ti e succhio i capezzoli, Gia?».

«Buon appetito a entrambe» … (Continua nel romanzo).

QUANDO LA TRASGRESSIONE È SOLTANTO FINZIONE.

Un racconto tratto dalla Serie: «GIA EROTICA».

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Tratto dal Libro 3°.

… Francesca: «Gia, stasera vogliamo giocare alla mamma e la bambina? La mamma la fai tu, naturalmente, che sei più vecchia».

Lei finse d’inalberarsi: «Vecchia, vallo a dire a tua sorella, Francesca».

«Non ne ho! E dai, non sclerare… che piace anche a te fingere d’essere incestuosa; per il valore aggiunto della trasgressione, no?».

«E va bene, Francesca; salta sulle mie ginocchia, che adesso ti riscalderò il culetto».

Accadeva spesso che la giovane ventenne chiedesse loro di fingere d’esserle madri, e sia Veronica, che Gia, ci stavano volentieri. Per le tre donne, in effetti, il sesso era qualcosa verso cui si doveva avere un atteggiamento disincantato e giocoso; insomma, un piacere non dissimile dal gustarsi un cioccolatino o bersi un aperitivo. E così, a volte accadeva che qualcuna di loro, nel corso dell’abituale masturbazione plenaria della sera, dopo essersi procurata un primo orgasmo, avesse voglia di compartire il sesso con qualcun’altra. Spesso accadevano delle cose curiose, come quando, rivolta a Francesca, Veronica: «Bambina, ora che anche tu hai adempiuto ai tuoi doveri verso il tuo corpo facendoti giubilare una prima volta, salta sulle ginocchia della tua “mammina”, che ti faccio un po’ di calde coccole».

Lei, che aveva ben inteso: «Sul culetto, “mamma”?».

«Sì, tesoro; ma questa sera con le mani, e non con la racchetta del ping pong come qualche giorno fa».

«Come sai capirmi, “mammina”; il mio culetto mi stava giusto dicendo che desidera un contatto, ma carnale».

«E la fichetta, che ti dice, bambina?».

«Avrebbe voglia di baciarsi alla tua morbida coscia, mamma; mi metto nella posizione dell’ultima volta? Ho voglia di sfregarmela per tutto il tempo in cui mi sculaccerai; mi suonerai il culetto fin quando vengo? Anche se mi bagnerò moltissimo, prima di venire cercherò di resistere a lungo, sai; così non ti toglierò la soddisfazione».

«E allora non metterti nella posizione dell’altra volta, amore; io me ne starò seduta, tu mettiti a cavallo d’una mia coscia, e appoggiati con le tette all’altra, in maniera che la tua fichetta stia bene a contatto della mia coscia destra. Anch’io ho voglia di sentirmela bagnare mentre ti arrosso il culetto».

Di fronte a loro, stravaccata sull’altro sofà, e sconciamente scosciata, Gia: «Sebbene il mio dovere serale l’abbia appena compiuto, a sentirvi, mi è ritornata la voglia: «Buona sculacciata, allora, e fate le cose per bene, che così ne trarrò la dovuta soddisfazione per la seconda venuta di questa sera».

Mentre si gustava le sculacciate, Francesca: «”Mamma”, che dici, il mio culetto è finalmente pronto per essere sverginato? Non le chiappette, dico, ma il buchino».

Interrompendosi dallo sculacciarla, con due dita lei afferrò… (Continua nel romanzo).

LE FAVOLE EROTICHE DI GIA: ecco qualcosa intorno alle sue fantasiose teorie.

Un racconto tratto dalla Serie: «GIA EROTICA».

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… un lampo di giubilo attraversò gli occhi di Gia: finalmente avrebbe potuto riprendere con i giochi che più la eccitavano. Felice, la padrona di casa guardò Francesca: non ci fu bisogno d’altro, perché quest’ultima afferrò per mano Mara, e tutte e tre si trasferirono nella cantina restaurata a nuovo, che ancora odorava di vernice. La scena che si presentò agli occhi della studentessa d’architettura non poteva lasciare dubbi: i pali, le corde, le catene, le fruste, e altro ancora, tutto ordinatamente esposto, non potevano che rimandare a una conferma di quel che lei aveva immaginato. Da parte sua non vi fu alcuna reazione negativa, ma, per opposto, potente, un’insolita eccitazione s’impossessò di lei.

Intanto che la sua fantasia correva a rappresentarsi gli svaghi che potenzialmente si potevano consumare in quel luogo, Gia prese a spiegarle: «Amore, non devi lasciarti ingannare dalle apparenze; è ben vero, che questa sembra una sala delle torture, ma sappi che noi non abbiamo nulla a che spartire con il sadomasochismo o il BDSM*. Infatti, nulla può essere più lontano da me e Francesca dalla filosofia che li caratterizza; ossia, la sottomissione e la dominazione.

Per noi, i supplizi erotici non sono che un mezzo per aumentare a livelli stratosferici il piacere sessuale, tant’è, che le fustigazioni si svolgono in un clima di totale consenso, rispetto, e, perché no, d’allegria, oltre che d’una potente voluttà. Il termine “imposizione”, neanche fa parte del nostro vocabolario. A testimoniare quanto dico, sappi che è colei che subisce la tortura, a guidare i giochi; infatti, mai le viene sferrato un colpo di frusta o altro, se non è lei a chiedercelo. Inoltre, per evitare dei possibili fraintendimenti, dobbiamo metterci d’accordo sulla semantica di alcuni termini; mi spiego meglio: quando noi usiamo i termini “Tortura” e “Supplizio”, non ci riferiamo certo a delle ributtanti pratiche sanguinarie o comunque truculente, ma soltanto a delle moderate fustigazioni, oppure, a farci nero il culo con delle canne, spanker, cinghie di cuoio, e così via. Sai, non è un caso se, vicino al termine “tortura”, noi aggiungiamo “erotica”: neanche puoi immaginare quanto esaltante sia fare sesso con la suppliziata durante e dopo il suo supplizio. E sai che cos’è che ci fa sentire bene, e che tacita la nostra coscienza?  Per colei che riceve, di là d’una moderata sofferenza, il piacere che ne ricava è ancor più sublime. È ben vero che, talvolta, per divertirci di più, improvvisiamo delle sceneggiate dove fingiamo d’essere crudeli, e che il tutto sia riconducibile a degli stupri e sevizie; ma lo facciamo soltanto per aumentare la temperatura erotica. Ti ricordi, Francesca, di quando lo facevamo con Veronica, ad esempio simulando la confessione tra monache?».

«Non ricordarmelo, Gia, che sennò vengo all’istante! Dio, che momenti magici! Dovremmo ripeterli con la mia Mara, magari inventandosi qualche nuova sceneggiatura».

Mara aveva percepito molto bene: le due erano preoccupate di sapere come l’avrebbe presa. In linea con l’aria sempre scherzosa e burlona che connotava quella loro parentesi di vita insieme, ascoltando Gia, aveva voluto divertirsi mostrando per tutto il tempo un’espressione cupa, quasi di disapprovazione. Timorosa, quasi nel panico, Francesca le chiese: «Allora, amore, che mi dici? Vedo dalla tua espressione che sei sconcertata; se non vuoi, guarda che non ne facciamo niente».

Lei portò una mano a nascondersi il viso che mostrava l’espressione cupa; dopodiché, come se fosse una tenda scorrevole, la mano scese a riscoprirlo, ed apparve un’espressione ben diversa, sorridente e molto intrigata, che rincuorò le due donne. Dopodiché, disse loro: «Non avresti avuto neppure bisogno di spiegarmelo, Gia. Ormai vi conosco, e mai, neanche lontanamente, avrei pensato delle cose simili; alla fine, si tratta soltanto di riconsiderare in una nuova prospettiva qualcosa di molto erotico che la mia Francesca mi permise di fare», Dopodiché, rivolta a Francesca; «Ricordi, amore, di quando mi concupisti a casa di Gia? Mi chiedesti di sculacciarti, qualcosa che ci è piaciuto ripetere molto spesso, vero?».

Riprendendo il solito colore del volto, che, nel frattempo si era sbiancato, Francesca: «Amore, per alcuni momenti mi hai gettata nel panico più profondo; mi si era fermato il respiro. Hai bleffato, e, per questo, dovrò punirti sculacciandoti: sono scherzi che tu non devi farmi più».

«Il mio culetto è sempre a tua disposizione, amore; ma se è questo il castigo, mi vedrò costretta a bleffare ancora».

Lei: «Scema!». Dopodiché, rinfrancata, rivolta a Gia: «Nel vedere com’è cambiato il nostro Luna Park, sono veramente rimasta di stucco; la cantina è diventata un incanto, Gia! Neanche sembra quella di prima. E nemmeno parlo della… (Continua nel romanzo).

COME FOTTERE LE ZANZARE.

Un racconto tratto dalla Serie: «GIA EROTICA».

… nella cantina, invece, aveva decorato soltanto tre pareti; e rigorosamente di bianco. Infatti, per una vecchia abitudine, in tal modo lei poteva facilmente individuare le zanzare entrate clandestinamente, e quindi ucciderle con uno dei tanti sistemi che il suo odio aveva elaborato. Uno di questi, era costituito da un semplice bicchiere di plastica trasparente, sul cui fondo aveva praticato un forellino utile a farci entrare una comune cannuccia da bibita. Assodato per esperienza che la zanzara non avvertiva l’avvicinarsi del bicchiere contro la parete dove stava aggrappata, lei la imprigionava infilando con cautela una cartolina all’imbocco del bicchiere. Dopodiché, poggiato il tutto su di un piano, pur non fumatrice abituale, lei si accendeva uno dei suoi amati sigari cubani per soffiarne il fumo attraverso la cannuccia. Statisticamente aveva assodato che la zanzara moriva nell’arco di dieci secondi; da cui, ebbe conferma che era vero, che il fumo fosse nocivo per la salute.

Se, invece, la zanzara l’aveva fatta arrabbiare molto, oppure ne aveva sentito il ronzio nell’orecchio, o l’aveva punta, lei decideva di castigarla infliggendole una morte più lenta; e allora, non soffiava il fumo, lasciandola al suo destino, che solitamente si compiva nell’arco di dodici ore. Tale era l’odio provato per quegli insetti, che era questo, l’unico lato sadico dell’animo della donna; una tale affermazione potrebbe sembrare strana, e persino significare un controsenso, se riferita a una donna che amava infliggere dei supplizi erotici alle amanti, ma, paradossalmente non lo è. Infatti la sua propensione verso tali pratiche sessuali non aveva nulla a che vedere con il sadomasochismo; il suo unico scopo, infatti, non era d’arrecar del male o di compiacersi nel riceverne, ma d’elevare la tensione erotica per giungere a delle copule d’impagabile intensità.

La quarta parete della cantina, invece, lei la fece rivestire del solito legno d’Iroko; aveva bisogno che rimanesse libera per avvitarci dei marchingegni utili a rendere più efficaci e spettacolari le… (continua nel romanzo).

FESTA PER IL VENTESIMO COMPLEANNO.

Un racconto tratto dalla Serie: «GIA EROTICA».

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… dopo la prima prova del “regalo”, infine arrivò la serata del festeggiamento; dopo un aperitivo gustato sedute nel bar centraledella piazza del paese, le tre donne se ne andarono a cena in un ristorantino rustico, molto intimo e carino. Tra pettegolezzi e squillanti risate, già lì le sue amanti avevano preso a riscaldare la ragazza, poiché, tra un bicchier di vino e un boccone, spesso la mano dell’una o quella dell’altra correva sotto il tavolo ad accarezzarle le cosce, oppure all’inguine, a insinuarsi nelle mutandine, che, differentemente dal solito, la bella Francesca aveva indossato per sentirsi più sexy. Con i pochi mezzi economici che le passava la famiglia, il guardaroba della ragazza era economico e prevalentemente “casual”; per l’occasione, lei aveva attinto a profusione in quello ricco di Gia, bardandosi così di tutto punto. Oltre all’elegante quanto sensuale lingerie, lei indossava un tailleur blu scuro dalla gonna piuttosto corta, che le metteva in risalto le lunghe e splendide gambe fasciate da calze autoreggenti appena velate di scuro.

Negli antipasti, la donna veneziana aveva voluto includere delle ostriche: guardandola mentre, con la punta della lingua sollevava il frutto dalla valva, Veronica: «Mi stai facendo arrapare, sai? Lo stai facendo come se mi succhiassi la patata».

«Se non ti taci, la prossima volta, ovvero, stanotte, prima di leccartela, ti spremo dentro un limone, così come sto facendo con le ostriche che mi sto sbafando per verificare che si muovano, e quindi, che siano fresche», le replicò lei, allegra.

Terminato di cenare, la festeggiata domandò: «Ora che si fa? Andiamo in discoteca a ballare? Magari riusciamo pure a rimorchiare; anche se per prudenza siamo state costrette a usare il Dental Dam, tutto sommato, scoparci la frizzante mora caraibica mi era comunque piaciuto molto. Dio! Che spreco, non aver potuto mangiarle la patatina senza quella cosa di mezzo! Così carina, con quelle labbra magnifiche, grandi, orlate di scuro».

«No, amore; non stasera: a casa c’è la torta di compleanno che ti aspetta; e pure un bel regalo da parte nostra», rispose Gia. Dopodiché, pagato il conto, un po’ brille a causa dell’eccellente Prosecco[1] che si bevvero per aperitivo, del Malvasia[2] che seguì durante la cena, e al Picolit[3] che accompagnò il dessert, salite sul fuoristrada, ritornarono a casa percorrendo il solito stretto tratturo fangoso.

Arrivate, mentre si spogliavano reciprocamente dagli abiti eleganti e dalle lingerie, non mancarono le sensuali carezze che le ex “mamme” profusero alla loro ex “bambina” ormai cresciuta, con il fine d’incominciare a riscaldare l’atmosfera; ma non esagerarono, poiché non era ancora giunto il momento di farle avere un orgasmo. Si misero comode indossando soltanto una leggera sottoveste, e sedute vicine sul sofà, Gia aprì le danze: «Francesca, adesso Veronica ed io andiamo per qualche minuto di là per preparare la tua torta con le candeline; ci spiace lasciarti da sola per un po’, ma vedrai che non ci vorrà molto».

«E perché di là, e non in cucina? La torta l’avrete messa nel frigo, penso».

«Non è una di quelle torte che si comprano in pasticceria, amore: l’abbiamo preparata noi per te; e non è un semifreddo, ma un tutto-caldo», scherzò Veronica.

Quando Gia si fu tolta la sottoveste, sotto la quale non portava biancheria, le due donne replicarono esattamente la sequenza seguita nella prova. Ormai esercitata, Veronica non ci impiegò molto a prepararla. Alla fine, com’era stato nella prova, così disposto, il suo corpo sembrava… (Continua nel romanzo).


[1] Prosecco, è un vino bianco frizzante a Denominazione di Origine Controllata prodotto in Veneto e Friuli-Venezia Giulia. È il vino italiano più esportato all’estero. Nel 2014 ha superato per la prima volta lo Champagne per numero di bottiglie vendute nel mondo. Dal 2019 le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene sono inserite nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Fonte: Wikipedia.

[2] Malvasia, prodotto in alcune località italiane, l’origine del nome è da attribuirsi ad un vino che era prodotto a Malta; si trattava d’un prodotto di pregio commercializzato da Venezia. Dopo la conquista da parte degli Arabi dell’isola, nell’870 dopo Cristo, i commerci si interruppero. Fonte: Wikipedia.

[3] Picolit, è un vitigno a bacca bianca autoctono del Friuli conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo. La particolarità di questo vitigno sta nel fatto che, a causa d’un difetto d’impollinazione, sui grappoli si sviluppano pochi acini. La scarsa quantità di chicchi su ogni grappolo fa sì che, a maturazione raggiunta, diventino particolarmente dolci. La successiva vinificazione dà luogo ad un vino dalla spiccata dolcezza che può essere anche affinato in barrique. Fonte: Wikipedia.

LUSSURIA.

Un racconto tratto dalla Serie: «GIA EROTICA».

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… di là dei vari spassi e lascive chiacchiere, tra una copula e l’altra, correvano anche conversazioni d’altro tipo, come quando Gia: «La lussuria! Termine che, il più delle volte, porta in sé una connotazione negativa, peccaminosa, al punto da essere stato compreso nei sette vizi capitali da chi, impossessandosi del brand di Dio, ne ha dato la seguente definizione: “Irrefrenabile ricerca del piacere del corpo a discapito del piacere spirituale”. Ma, dico io, ammesso, e non concesso, che un Dio esista, e che sia la massima espressione del bene, in quanto nostro creatore, come avrebbe potuto dotarci d’una pulsione negativa? E poi, notate il controsenso: “A discapito del piacere spirituale”, quando, quello carnale, dipende proprio da esso! Ora vi chiedo: quando, spinte dalla, appunto lussuria, scopate, vi sentite affondare nella melma del peccato?».

«Noto che, dopo aver scopato, la tua vena filosofica emerge; se qui emergesse qualcos’altro, sarei più contenta. Mi è ritornata la lussuria, appunto», la sfotté Veronica, mentre le carezzava la vagina per fargliela risvegliare.

«Se Gia si sente nel peccato, qui ci sono io, Veronica», celiò Francesca.

Gia: «Noto che non avete capito un bel niente di quello che stavo dicendo; e allora, sapete che facciamo? Un bel trio; Francesca, prendi gli strapless, e così tu ed io potremo scopare la calda Veronica». Appresso, rivolgendosi a lei: Come preferisci, tesoro? Alla missionaria, o alla pecorina?».

«Siccome hai introdotto un tema spirituale, per questa volta facciamo alla missionaria; e, per non incorrere in un altro dei sette vizi capitali, l’avarizia, considerato che… (Continua nel romanzo).

SAREBBE SADOMASOCHISMO? MA NIENTE AFFATTO!

Un racconto tratto dalla Serie: «GIA EROTICA».

… povera Veronica, quanto stai soffrendo per amor mio. E per te non è ancora finita, perché il più bello viene adesso; per me, almeno», le disse Francesca, mentre ne sceglieva uno più severo.

«Sono qui per te, amore; non deludermi», rispose lei.

Anche se potrebbe apparire, le parole di Francesca non erano dettate da ipocrisia. Infatti, i blandi supplizi erotici che loro amavano erogarsi vicendevolmente, altro non erano, che una manifestazione spinta al parossismo dell’ardore sessuale; una tal cosa andava considerata in una visione del piacere strettamente connessa a una tenue sofferenza fisica, ma non a quella emotiva o spirituale. In altre parole, ormai avvezze a praticare del sesso fantasioso e senza limite alcuno, per le donne si trattava di portare il proprio corpo oltre l’estremo limite delle già sperimentate percezioni sensitive, con il fine ultimo di scoprire una nuova dimensione del piacere in cui perdersi, così da fluttuare in una voluttà ancor più intensa. In una siffatta prospettiva, oltre alla frusta, per merito dell’insegnamento di Gia, era la parola, ad assurgere a un ruolo cruciale. E alle tre donne non importava, se quanto andassero dicendo in quelle circostanze potesse sembrare malvagio: oltre a esser consce che si trattava di pura scena, loro avevano l’assoluta certezza dell’amorevole sentimento che le legava.

Francesca non l’aveva ancora rivelato alle sue complici in amore, ma oltre alle ben note motivazioni concernenti la sua maturazione sessuale, lei intendeva sfruttare quell’esperienza per dei fini di studio, raccogliendo del materiale e delle esperienze che sarebbero state preziose per la sua tesi di laurea in psicologia sessuale. Gestendo ad arte quel mix di bambinesca ingenuità, ritrosia, tenerezza e cinica cattiveria, atteggiamenti che spedivano potentemente alle stelle l’eccitamento erotico di loro tutte, ancora una volta lei dimostrò quanto fossero stati efficaci gli insegnamenti del suo mentore riguardo all’espressione verbale. Infatti, giunta al sessantesimo… (Continua nel romanzo).

LA CONFESSIONE.

Un racconto tratto dalla Serie: «GIA EROTICA».

… per tutto il giorno seguente, un sabato, Veronica e Francesca videro Gia soltanto fugacemente. «Ho da fare; e perciò, voi trastullatevi senza di me», detto questo, la donna si preparò un toast nella cucina, si mise nelle tasche una tavoletta di cioccolato, una lunga zucchina, una bottiglietta d’acqua minerale, e fece per andarsene addentando una mela.

«Che te ne fai della zucchina? Non mica te la mangerai cruda!», le fece notare Veronica.

«Il toast e il cioccolato sono per il mio stomaco, e la zucchina per la gnocca; per tutto il giorno non potrò scopare, vorrai lasciarmi almeno questa consolazione, quando farò una sosta per riposarmi, no?».

«Con l’abbondanza di passera che hai a disposizione qui, contenta te! E dopo, ammesso che ne rimanga qualcosa, che ne facciamo? La cuciniamo?».

«È ovvio; non si butta via niente. Ben condita come sarà, saprà ancor più di buono».

«Tu sei tutta fuori! Spero soltanto, nell’impeto della passione solitaria, che tu non la usi anche dall’altra parte; non credo che conferirebbe un buon sapore alla minestra», le rispose, ridendo.

«Quanto sei scema!».

Fu soltanto all’ora di cena, che lei si fece viva. Quando la vide, Veronica: «E allora, dove hai messo la tua amante?».

«Quale amante?».

«La zucchina, no?».

«Vai a fanculo, Veronica; io lavoro tutto il giorno per voi, e tu mi prendi per il culo? Eccola, la zucchina; è un po’ frollata, ma, per il minestrone è ancora buona».

«Dammela che la taglio a pezzetti». Portandosela alle narici, per prenderla in giro: «Mmm, che buon aroma! È un peccato mischiarlo con quello della cipolla».

Francesca, che nulla sapeva: «Di che state parlando, voi due?».

«Chiedilo a Gia».

«L’ho usata a mezzogiorno, per farmi venire; beh, che c’è?».

«Figurati! Mi sembra un buon ripiego; come sai, io mi ci sono persino sverginata».

Senza dismettere l’espressione di sfottimento, Veronica: «E comunque, un po’ di verdura fa bene anche alla fica, no? Anche “lei” ha bisogno di vitamine».

Benché sino allora si era sforzata di rimanere seria, Gia non poté rinunciare a scherzare: «Vitamone[1], vorrai dire, ossia “vita per le fiche”, dal momento che è di questo, che si tratta».

Le prese in giro continuarono sino alla fine del pranzo. Com’era uso, terminato di mangiare, le tre amanti si trasferirono nel salotto. Mentre Veronica e Francesca si stavano togliendo di dosso l’una con l’altra i vestiti per stare comode durante la masturbazione di rito, indicando qualcosa d’ingombrante occultato alla vista da un lenzuolo bianco, raggiante, come se si trattasse dell’inaugurazione d’una scultura, di colpo Gia levò il drappo, ed esclamò: «Voilà! Ecco, la sorpresa. Che ve ne pare?». Ad eccezione del gradino molto alto e dei montanti disposti in senso obliquo, la sua realizzazione sembrava veramente un inginocchiatoio. Lei era stata davvero abile, perché l’aveva pure dipinto con una prima mano d’impregnante per legno che lasciava trasparire la bellezza delle venature, e dopo l’aveva rifinito con una vernice lucida trasparente, ecologica a rapida essicazione, che non emanava più alcun odore. Infatti, sempre molto attenta alla loro salute, aveva scelto di fare così perché le superfici sarebbero venute in contatto con la pelle nuda delle donne.

Pur non avendo potuto usare il legno di quercia, il noce che Gia aveva trovato era altrettanto bello, e l’aspetto che rendeva il manufatto riportava all’antico; inoltre, con del broccato rosso a foderare della morbida schiuma poliuretanica, lei aveva pure imbottito le sedi per gli appoggi. Il sistema per bloccare i seni era anch’esso costruito in legno; e lei era stata bravissima anche nel riprodurre la finestrella grigliata, che, oltre alla grata in lucido ottone dalle maglie molto larghe, portava anche uno sportellino di legno a mo’ di finestrella, che ricordava perfettamente quelli dei confessionali.

Orgogliosa, spiegò: «Al mondo c’è chi scopa, come voi due, che oggi di sicuro ci avrete dato dentro come due conigliette, e chi invece è costretta a faticare; ma se anche mi sono persa qualche scopatina, sono egualmente contenta».

«Hai ragione, è proprio così, che è andata; e, tra le altre cose, Veronica mi ha scopata anche alla pecorina… e anche dall’altra parte», la interruppe Francesca, vezzosa, per scherzare.

«Brave, avete fatto bene! Ogni lasciata è persa, si dice. Per quanto mi concerne, ho lavorato duro per tutto il giorno, saltando anche il pranzo e accontentandomi d’un toast, una mela e del cioccolato; ma credo che ne sia valsa la pena. Vedete? La cosa è concepita in maniera che il culetto possa stare ben alto, e il busto molto inclinato; inoltre, il supporto per le ginocchia non è esattamente come i soliti che si vedono nelle chiese, che hanno un unico elemento, ma è costituito da due appoggi piuttosto distanziati, che obbligano colei che ci si accomoda a rimanere con le cosce in un’acconcia profferta». Dopo una pausa, durante la quale colse le loro espressioni intrigate, compiaciuta, lei seguitò: «Così, le chiappe possono starsene ben aperte; in questo modo è agevole battere la fica da dietro, e anche il pertugio più stretto può prendersi la sua parte con una canna soft, oppure con la nota frusta dalla coda di sottilissimo nylon. Si può anche usare una cinghia di pelle; molto morbida, naturalmente. L’unica variazione che ho portato riguarda il sistema per serrare le tette e la finestrella per comunicare con colei che sosterrà la parte del confessore.

Prima di mettermi al lavoro mi sono documentata, sapete? Non sono andata, però, a vedere quelli delle chiese; ho tratto l’ispirazione da quanto trovato su alcuni siti porno che trattano di caning e d’attrezzature specifiche per il bondage[2]. Tuttavia, diversamente dai modelli che ho visto, questo che ho costruito io, salvo che per le tette, non prevede alcun sistema di costrizione; una puttanata che ideologicamente non ci appartiene, anche perché nessuna di noi ha intenzione di filarsela. Veronica: a te, l’onore che ti spetta».

«Lo voglio ribadire, Gia: sei proprio grande! Ti voglio bene», esclamò lei.

Francesca: «Sentite, mi è venuta un’idea; hai lavorato tanto, Gia, che sarebbe un peccato non mettere su un’arrapante sceneggiata».  

«E sarebbe?».

«Poiché si è proposta, Veronica sosterrebbe il ruolo d’una peccatrice che sta confessando a te, o a me, le proprie colpe… sessuali, ovviamente, mentre l’altra assumerebbe il ruolo di comprimaria nell’infliggerle le penitenze relative ad ogni singolo peccato che lei andrà confessando. Che ne dite? E potremmo concludere somministrandole l’assoluzione… a modo nostro, si capisce».

«Splendida idea», commentò Veronica.

Gia: «Ne convengo; ma, aspettate, ora che mi ricordo, in quel baule ci sono degli abiti da suora che, con delle amiche, avevamo usato un carnevale di tanti anni fa. Che ne direste se, Francesca ed io indossassimo i cappelli da suora badessa? Soltanto quelli, ovviamente, completi del collarino che copre la fine del collo e si allunga sopra le spalle nascondendo parzialmente le tette, poiché, per il resto, saremmo come al solito, ossia, nude.

«Che bello! Dai, Gia, prendili, che non vedo l’ora di vederti così sexy; al solo pensarci, già mi sento piangere la patatina», squittì Francesca, contenta che il suo suggerimento avesse riscosso successo.

Trovato il necessario, mentre anche Gia si toglieva i vestiti da dosso, già nuda, la donna latino-americana si accomodò sull’inginocchiatoio, commentando: «È anche confortevole; ci hai messo pure l’imbottitura per le ginocchia e i gomiti. Non soltanto nell’amore, tu sei geniale, Gia; ma anche come artigiana. E neanche ricordo la fotografa, la scrittrice, la psicologa, e così via. Io non so davvero come tu faccia, a essere così eclettica».

Con l’ego raggiante per il plauso, mentre le serrava strettamente i seni nei relativi alloggiamenti, lei: «Te l’ho pur raccontato, che è merito del mio Maestro di Fotografia, l’unico uomo per cui sento una sconfinata ammirazione. In prossimità dei miei vent’anni, lui è stato per me un modello; e, a prescindere dalla Fotografia, tra le altre cose che gli devo, mi ha fatto comprendere che i limiti non esistono, e che la conoscenza sta lì, a disposizione di chi la vuole e la sa prendere».

«Se di tuo sei già bellissima e sexy, oddio, quanto sei arrapante messa in questa posizione, Veronica!», esclamò Francesca, irretita, accarezzandosi intanto al ventre. Dopodiché, anche lei bardata da suorina come Gia, propose: «Ecco, secondo la mia idea, tu, Gia, dovresti sostenere il ruolo di Madre Superiora, o meglio, “di confessatrice”; ma si può dire?».

«No, tesoro; nella lingua italiana anche Word lo segnala come un errore d’ortografia».

Veronica: «Non nella mia lingua, lo spagnolo, però; infatti, ogni ruolo o professione si può declinare al femminile».

«È vero, amore; tuttavia, da noi, in Italia, esistono ancora delle morchie discriminatorie, e, per di più, nella nostra Chiesa, maschilista, neanche si concepiscono le donne prete; e così, con riguardo a questo temine, è ammessa soltanto la declinazione maschile».

Francesca: «Merda al quadrato! Comunque, non distraiamoci incazzandoci, altrimenti si affloscia la voglia. Allora, la confessi tu, Gia?».

«Se per te va bene, volentieri».

Francesca: «Allora, facciamo così; lei ci racconta i suoi peccati, ma a uno a uno, e, per ciascuno, le infliggiamo la penitenza. Per te va bene, Veronica? Naturalmente, stiamo parlando di peccati inventati».

«Inventati, dici? A contenuto sessuale, di autentici, ne ho a iosa, piccola, anche se noi non li consideriamo tali; e quindi, possiamo incominciare».

Gia si portò dalla parte della grata metallica; aprì lo sportellino di legno, e incominciò con la farsa: «Sia lodata la fica, figliola; cos’è che ti ha portata qui?».

Veronica: «Sempre sia lodata, Madre; perdonatemi, perché ho gravemente peccato».

«Sento dal tono della tua voce che il peso delle tue colpe ti affligge molto, figliola. Ti ascolto, apriti a me».

«Con la fica, o con altro, Reverenda Madre?».

Benché si sentisse scoppiare dal ridere, Gia si sforzò di rimanere seria: «Con l’anima, figliola; e allora?».

«Recentemente ho scopato troppo poco, Santa Madre; lo so, che è grave».

«Lo è, figliola».

«Sono veramente pentita; posso scontare una penitenza, Santa Madre?».

«Sì, figliola, ti è concesso. Suor Francesca, infliggi dieci colpi di canna al culetto di questa peccatrice».

«A penitenza comminata, Gia: «E poi, figliola, cos’altro opprime la tua coscienza?».

«Beh, mi vergogno a dirlo, ma ho perso la mia seconda verginità soltanto quando avevo diciotto anni; quando, per la prima volta, una donna mi ha esplorata nel culo con il suo pugno. lo so che è grave non averlo fatto prima, Santa Madre».

«Molto grave, figliola; Suor Francesca, per favore, venite a sostituirmi, che, data la gravità di questa colpa, è necessario che io stessa infligga il giusto castigo a questa povera peccatrice… mentre voi le frustate le tette, comprendendo i capezzoli».

Invertiti i ruoli, Gia si spostò dietro di lei, e, mentre Francesca le frustava i seni con un frustino da monta, senza alcuna grazia, lubrificandola soltanto con la saliva, le praticò un cocente fisting anale. Dopodiché, ritornata dalla parte della grata, si riprese il suo ruolo: «E poi, figliola, quali altre colpe hai commesso?».

«Beh, recentemente… molto recentemente, questa mattina, ho nuovamente peccato di lussuria fottendomi la suora che sta dietro le mie natiche; ma soltanto quattro volte, nella fica. È molto grave, Madre?».

«Lo è, figliola; moltissimo. Hai trascurato il suo culetto, e non si deve fare. Ora la mia consorella ti farà scontare la relativa penitenza; Suor Francesca, punisci questa peccatrice con dieci colpi di cinghia sulle cosce».

Comminata quell’altra penitenza, Gia: «E poi, figliola?».

«È qualcosa di cui mi vergogno moltissimo poiché fui codarda; cresciuta, dopo essere stata sverginata anche di dietro, all’età di circa vent’anni, finalmente vidi la luce; compresi che cosa m’intrigasse di più: ansioso, non passava giorno che il mio culetto non me lo chiedesse, e così, il piacere anale si rivelò a me in tutta la sua sacrale aura».

Gia, alias Suor Gia, la interruppe: «Figliola, non dicevi d’aver già perduto anche quella verginità?».

«Fu soltanto per una volta, due anni prima, Santa Madre; nell’attesa di trovare una seconda femmina che potesse soddisfarmi appieno, per essere pronta quando ciò sarebbe accaduto, presi ad esercitarmi impalandomi con il culo su uno dei quattro terminali a sfera del mio letto. Ed è qui, che sta il mio peccato: fui pavida! Mi limitai a ingurgitare nel mio culetto soltanto la sfera da otto centimetri di diametro, e non quella da dieci. Avevo paura di godere troppo, e così impazzire dal piacere; è molto grave, Santa Madre?».

«Molto, figliola; questo merita un castigo ancor più severo: Suor Francesca, mi porga il frustino da monta; sono obbligata a fustigare nuovamente le tette di questa peccatrice. Nel frattempo, lei si occupi della sua schiena e fianchi, usando un flagello multi code».

La pantomima si protrasse molto a lungo; a ogni “peccato” confessato, “Suor Francesca” o “Suor Gia” le fecero scontare la relativa penitenza, consistente in dieci colpi di frusta, canna, spanker e cinghia di cuoio sulle cosce, natiche, fianchi, schiena, e seni. Nemmeno la vagina e l’ano, palpitanti, le furono risparmiati, poiché, brandendo una canna sottilissima, arrapata da morire, Francesca imperversò anche lì. Alla fine, sofferti ben settanta colpi in totale, la giovane: «Questo trabiccolo è anche perfetto per scoparla alla pecorina, Suor Gia; sia in fica, che nel culo. Lei, Madre, che cosa preferisce degustare?».

Scorrere con gli occhi quelle seducenti nudità, marcate dalla loro lussuria così selvaggiamente scatenata, l’aveva eccitata da morire; infatti, non potendo resistere a possederla così com’era, calda, sudata, dolorante e fremente di piacere, la donna veneziana non aveva indugiato, e già si stava già inserendo nella vagina il plug d’uno strapless. Le rispose: «Il culo, Suor Francesca; infatti, questo che mi sto mettendo in fica, è lo strapless più piccolo, da otto pollici. La fotteremo all’unisono, così da farle vedere, oltre le stelle, anche la luce della redenzione».

Alla fine delle numerose penitenze, Gia: «Ora che hai scontato la giusta penitenza, figliola, dovrai meritarti l’assoluzione dai tuoi gravi peccati; per cacciare il male da te, dovremo scoparti a fondo, e sodomizzarti un’altra volta. Infatti, il male si annida nei recessi più profondi… tutti. E dunque, vuoi tu, figlia mia, essere redenta, così da meritarti il Paradiso?».

«Non chiedo altro, Madre; soltanto che…».

«Dimmi, figliola».

«Ecco, vorrei pagare più amara la mia assoluzione dal peccato; e allora, pensavo che potreste scoparmi una per volta, Santa Madre. E ciò, mentre la tua consimile mi frusta ancora le tette con un frustino da monta».

«Il tuo pentimento ti onora, figlia mia: te lo concedo».

Alla fine di quell’ennesima violazione del suo corpo, Gia: «Ego te absolvo a peccatis tuis, amen. Vai in pace, figliola; e ricordati: se non vuoi macchiare più la tua anima, fotti in ogni maniera possibile. Mai, però, con degli uomini, che sono la trasfigurazione del male».

Durante l’orgia sessuale, che, unita a chiacchiere e scherzi, seguì la sceneggiata, Francesca: «Dio, come sei sexy con quel cappello da badessa, Gia; per favore, mentre scopiamo, non te lo togliere. E neanche parlo di quanto mi arrapi guardarti con la pettorina nera, che, lasciandoti scoperte le coppe delle tette, mi fa venire una voglia matta di mangiartele».

«E che aspetti, allora? Buon appetito, amore».

L’orgia andò avanti per parecchio tempo, dopodiché, esauste, le donne si trascinarono a letto, e senza nemmeno prendersi l’usuale benefit della buonanotte.

Naturalmente, nei giorni a seguire, anche Gia e Francesca sostennero il ruolo della peccatrice sistemata sull’inginocchiatoio, rendendo così a Veronica i piaceri che si era ben meritata… (continua nel romanzo).


[1] Vitamone, per comprendere la battuta, si ricorda che, in dialetto veneziano, la vagina si può chiamare “mona”.

[2] Bondage, sotto questo termine è indicato un insieme di pratiche sessuali e/o voyeuristiche basate su costrizioni fisiche realizzate con legature, corsetti, cappucci, bavagli, o più in generale sull’impedimento consenziente della libertà fisica del movimento, di vedere, di parlare, di sentire. Fonte: Wikipedia.

CHE NE SAREBBE DEL SESSO SENZA LA FANTASIA? Parte Prima.

Un racconto tratto dalla Serie: «GIA EROTICA».

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… la replica che Francesca le diede, la sconcertò: «Ho pensato di trafiggermi i capezzoli, Gia; farmi dei piercing. O meglio, bucarli da parte a parte per infilarci due vere d’oro bianco».

Sconvolta per il possibile deturpamento di tale bellezza, lei cercò di farla ragionare: «E perché vuoi rovinare quello che hai di più bello? Dopo la tua adorabile fica, si capisce».

«Beh, intanto sarebbe una sorta di simbolo a indicare il mio “imperituro” legame sentimentale con voi due: insomma, come la vera che ci s’infila al dito in un matrimonio; ma stai tranquilla, perché non vi voglio certo sposare! Tra madri e figlie una tal cosa sarebbe quantomeno considerata incestuosa», scherzò. Dopodiché, più seria, le spiegò la vera ragione: «Vorrei poter collegare alle vere dei piccoli carichi o dei lacci, così da tirarli fortemente in modo da provare del sensuale dolore; e, grazie a quello, starmene in un costante stato di sofferente godimento.

Ho anche pensato che se facessi lo stesso in prossimità della clit o delle piccole labbra, con un unico laccio passante per i tre anelli potrei mantenermi in una costante e dolorosa trazione anche la fica. E così, un giorno dopo l’altro, io potrei tendere il laccio sempre più forte, fino all’estremo della mia resistenza. Di là di questo, mi potrei far applicare un piercing a chiodo pure sulla clit, cosi, nel tribbing, potrei darvi un maggiore godimento. Sai, su tale tema, viaggiando per il web, ho visto anche dell’altro: delle cinture di castità in cuoio e metallo; le trovo molto carine e sexy, e non mi dispiacerebbe indossarne una; naturalmente, regalando a voi due la chiave, in maniera che mi sentiate vostra nella maniera più totale».

Ad ascoltarla, Gia rimase costernata; oltretutto, si sentiva responsabile, poiché, in qualche modo, era stato per causa sua che Francesca aveva preso ad amare la sofferenza fisica. E non soltanto per questo, lei si sentì in colpa; in una delle serali sedute di masturbazione, aveva raccontato alle sue partner sessuali di come Brunhilde, un’amante del passato, amasse fare una cosa simile; evidentemente questo aveva sollecitato in Francesca un desiderio d’emulazione che la facesse meglio apparire agli occhi della sua Gia. Infatti, smodata amante del sesso sofferente, non era raro che, dopo l’ultimo coito con Gia, la giovane teutonica trascorresse l’intera notte raccolta a uovo, con i seni e la vagina in forte trazione reciproca. Pur non approvando, in quelle circostanze Gia non riusciva a rifiutare, perché, suadente, lei la implorava d’aiutarla a sistemarsi.

Per Gia, il corpo era sacro: un tempio in cui pregare da mane a sera, certo, ma da non violare con qualcosa che l’avrebbe stravolto e persino rovinato; tant’è, che neanche i tatuaggi, lei approvava. Cercò di persuadere Francesca a desistere: «Non ti bastano le scopate fantasiose che ti godi con noi due? Di che diavolo vai ancora in cerca?».

«Sì, che per adesso mi basta; ma prima o dopo, per le vicende della vita, e spero il più tardi possibile, lo so che sarà inevitabile separarci. Ascoltami, Gia: voi mi avete dato tanto; ma io voglio superare i miei attuali limiti. Inoltre, non so che cosa mi abbia preso: a mano a mano che proseguo in questo percorso, il corpo mi chiede una sofferenza sempre maggiore. È come nel sesso, che più ne fai, più ne vorresti; per quanti modi insoliti tu possa sperimentare nel farlo, ci sarà sempre qualcosa di nuovo che ancora non conosci. E neanche penso a come farò a vivere senza di te e Veronica; accidenti! Quando non saremo più insieme, dove diavolo la troverò una compagna disposta a sculacciarmi prima di fare sesso?».

«Una sofferenza sempre maggiore, dici: ecco! È proprio questo, che devi evitare, tesoro mio. Bisogna imparare a capire quando sia tempo di fermarsi, altrimenti non vi sarà mai una fine; e questo, può diventare estremamente pericoloso. La cosa funziona come per la droga o per le perversioni sessuali, devianze che a noi non appartengono, ma che potrebbero condurre dei coglioni sprovveduti persino a qualcosa di ripugnante. E parlo delle infami tendenze all’incesto e alla pedofilia autentiche, e non delle sceneggiate che facciamo noi allo scopo d’eccitarci vieppiù; e ti risparmio altre opzioni che pur esistono, purtroppo. La ragionevole sculacciata erotica che noi amiamo somministrarci senza che vi siano delle conseguenze per la salute, amore, va considerata l’estremo limite, la frontiera che non va oltrepassata. Lo capisci?

Inoltre, secondo me, riguardo al nostro futuro insieme, hai esagerato: è ben vero, che tra pochi giorni non saremo più riunite; tuttavia, quest’autunno tu ritornerai a Venezia per studiare, ed io sarò lì per te, per darti ogni cosa desideri.

E comunque, nel frattempo, perché invece di viaggiare con la mente tra cose folli, non ti guardi intorno nella tua Roma? Con Mara hai dimostrato che non ti è difficile rimorchiare; e dunque, perché non ti prendi cura di qualche graziosa figa giovane come te, insegnandole quello che hai imparato da noi? Se non a Roma, magari quando sarai ritornata a Venezia, con qualche compagna d’Università, ad esempio; in questo modo, invece di vagare con la mente per dei sentieri assurdi e pericolosi, potresti giocare con lei. Vedi, le novità non stanno nel ricercare dei modi sempre più estremi e strambi di fare sesso, ma piuttosto con chi. Di fighe spaziali è pieno il mondo, e la loro gnocca è qualcosa di sempre nuovo per l’aspetto, gli odori e i sapori; delle novità, appunto, da scoprire costantemente.

Oltretutto, se tu riuscissi a rimorchiarne una, ed io sono certa di sì, a ottobre-novembre, a Venezia potremo essere di nuovo in tre, magari nel mio appartamento, dove potresti abitare, risparmiando così un po’ di spese; che te ne sembra? Anche se la Casa dello Studente non ti costa molto, ci sono altri costi da sostenere, quali quelli per la spesa alimentare, i prodotti per il corpo, e così via; e quindi, che si viva in uno, in due, oppure in tre, per me non fa differenza. Naturalmente, amore, la mia proposta vale anche se tu non ti dovessi trovare una ragazza».

In rotta di collisione con i genitori, faticando per mantenersi agli studi, lei fu felicissima di quell’offerta. Abbandonato l’atteggiamento serio, rientrò nel suo ruolo erotico di sapore incestuoso: «Gia, dolce mammina mia… sei proprio un amore! Tu sai sempre consigliarmi, e soprattutto farmi ritrovare fiducia in me stessa. Hai ragione, sai? A causa della pena che già provo al pensiero che ci dobbiamo dividere, il mio pensiero vagava su delle brutte cose; ma, come sempre, tu sei capace di farmi ritrovare la giusta via. Grazie per ospitarmi da te; non te l’avevo fatto capire perché non sono una che si approfitta delle situazioni, ma mi va proprio di lusso. E c’è un’altra cosa che ti voglio dire; sempre più spesso mi capita di pensare a Mara: tu saresti contenta se noi ci mettessimo insieme? Anche se il nostro rapporto madre-figlia è una finzione, io ti sento veramente come una mamma… eccetto quando scopiamo, s’intende».

E questo fa capire la vera natura del loro rapporto, come pure l’apertura mentale di Gia rispetto, non soltanto al sesso, ma anche ai sentimenti. Infatti, felicissima per lei, le rispose: «Non contenta, ma di più, tesoro mio! E sai qual è la ragione? Che sei innamorata, tesoro, e questo ti farà star bene».  

«Tu non sarai gelosa, spero, Gia; sappi che comunque questo non cambia nulla di quello che c’è tra noi. E non mi riferisco certamente alla pantomima “madre-figlia”, che, parlandoci chiaro, non è nulla più d’una cazzata, ma ai sentimenti veri che provo per te».

«Ti pare che io lo sia? Tu prova ad offendermi un’altra volta insinuando che io provi della gelosia, e ti sculaccio per tre giorni di seguito senza nemmeno chiavarti!», scherzò. Dopodiché, seria, riprese: «Alla luce di questo, ancora una volta rifletti: come pensi che lei la prenderebbe vedendoti con quella ferramenta alle tette e alla fica? Non pensi che ne rimarrebbe inorridita, e sino al punto di rifiutarti?».

La donna veneziana aveva finalmente trovato la corda più sensibile della ragazza, la quale: «Come sempre hai ragione, Gia; che stupida sono stata a non averci pensato! Ascolta, non parliamo più, ok? Anzi, farò di più: con gradualità, cercherò di portare anche Mara, oppure delle altre fighe che avessi a rimorchiare, ad amare anche le sculacciate; e sarei lieta di condividere con te le mie eventuali conquiste amorose».

Gia era contentissima per averla distolta da quei pensieri devianti; ma era pure speranzosa che lei seguisse il consiglio di rimorchiare. Sarebbe stato così assicurato un futuro promettente anche per sé stessa; le rispose: «E adesso, butta via definitivamente questi cattivi pensieri intorno ai piercing, che, alla tua “mamma”, non sono piaciuti per niente; e mantieni la tua promessa, che la mia “Clitty”, come la chiami tu, è molto contenta di non essere trafitta da un chiodo infisso nella tua, ed è pure smaniosa di godersi un party in compagnia di … (Continua nel romanzo).