STRAVAGANTI SVAGHI SILVESTRI

+ 18

#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

Un passaggio tratto dall’Atto 4° della Saga Erotica Lesbo in corso d’ultimazione.

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

4°Atto

… in quella cavalcata che ci vedeva completamente nude e con la passerina infiammata per lo stretto contatto al ruvido pelo delle giumente, causa pipì, fu d’obbligo prenderci una sosta. Scese da cavallo, adempimmo nell’usuale maniera, mettendoci un bel po’ di tempo; infine, un’espressione paga sul volto, dopo essersi leccata con gusto le labbra, anche più accesa per lo scambio molto intimo che c’era appena stato fra noi, con un lampo di perversione nello sguardo, in maniera retorica Jessica chiese: «Gia, dopo di tanto strusciarsi sulla giumenta, la mia gnocca sta spasimando, e non può più aspettare; non è un caso, che mi sia fermata qui. Li vedi quegli alberi? Due di essi sono abbastanza vicini tra loro, e la corda che sta agganciata alla mia sella dovrebbe essere lunga a sufficienza per legarti in un’arrapante posizione atta a ricevere la tua dose mattutina; e così, i finimenti li potrò usare diversamente, a mo’ di cinghie. Oggi non mi sono portata dietro una frusta decente, ma soltanto la cintura dei pantaloni rimasti nella stalla, troppo morbida perché faccia le cose come si deve; ma se ti batto con i finimenti in cuoio, magari usati in doppio, non credo che ci sarà poi tutta quella differenza rispetto a una sferza seria. Allora, che ne dici? Chiedi al tuo sederino se gli sta bene di prendersi questo break».

Invaghita di lei, ma soprattutto vogliosa per quello che sarebbe seguito, con la voce che era un miele, risposi: «E me lo chiedi? Certo, che mi sta bene; salvo che dopo tu mi dia il cioccolatino che mi sarò meritata».

Quand’ebbe finito d’assicurarmi in quella posizione ritta e con le braccia tese tra i due tronchi, completamente depilato e serico, per effetto del controluce, il mio paffuto sesso disegnava tra le natiche una sorta di sinuoso motivo geometrico. A quella spudorata visione di me, che doveva trovare incantevole, Jessica si sentì intensamente avvincere, e la sua libido schizzò alta: da dietro di me, si spostò di fronte, e s’inginocchiò. Il volto a sfiorarmi una coscia nei pressi dell’inguine, con le narici a un palmo dalla fica, avida, una mano corse a fasciarmi le natiche: se dapprima io percepii delle ali di farfalla farmi rabbrividire, progressivamente lei prese a palpeggiarle e stringermele senza grazia. Il suo sguardo indugiò a lungo sul mio fiore dai petali così sfacciatamente dischiusi e imperlati d’opalescente rugiada: ero in preda a un forte eccitamento, cosa che sempre mi accade nell’attesa d’essere fustigata.

Io lo capivo: era con grande difficoltà, che Jessica si tratteneva dal pressante desiderio d’assecondare la sua libido, pulsione che l’avrebbe indotta ad abbeverarsi alla mia fonte, il cui acidulo nettare mi diceva di trovare delizioso. In realtà, di là dell’anelito, era in una maniera assai diversa, che quella mattina lei scalpitava per soddisfare la propria brama sessuale; ed io ne ero ben conscia.

Ormai, tutto era pronto per dare inizio agli spassi, me compresa. Non so, sarà stato per il costante amabile scrosciare del vicino ruscelletto, per la musica silvestre, per la suggestione di quella straordinaria natura, oppure per l’odore di stallatico proveniente dalle giumente; insomma, tutto questo mi metteva in uno stato di grazia particolare, che mi consentiva d’assorbire anche meglio il dolore che avrei dovuto inevitabilmente sopportare per godermi quegli orgasmi speciali cui anelavo, che secondo me erano grandiosi. Quel che so, è che quando lo facevamo nelle stalle, era bello, certamente; ma non la stessa cosa.

In realtà, quella mia parziale sottomissione era soltanto apparente: con il mio temperamento libero, figuriamoci, se avrei intimamente accettato di mettermi nelle mani di qualcuno. Stavo semplicemente accontentando la mia migliore amica, la mia fica, e lo facevo con il fondato auspicio che “lei” mi restituisse il massimo piacere ogni volta che sarei stata a scopare, oppure a masturbarmi con allegria.

Bene, per ritornare ai nostri sollazzi campestri, colei che, illudendosi, agognava di essermi “Mistress”*, si allontanò da me quanto bastava per muoversi comodamente, e afferrate saldamente le redini, brandendole a mo’ di frusta, incominciando dal mio impaziente culetto prese a flagellarmi con calma e metodo, prendendo al contempo ad accarezzarsi la passerina con la mano libera.

Ormai la conoscevo: sapevo che si sarebbe opposta all’orgasmo sino a quando non mi avrebbe appioppato l’ultimo dei colpi che aveva in mente di assestarmi. Quando la prima volta le chiesi una spiegazione, fissandomi come se io fossi una demente, ecco che cosa mi rispose: «Si chiama esercizio di volontà, Gia. Capisco, che abituata a fornicare a ripetizione come una lontra indiavolata, tu, femmina indisciplinata e disobbediente, non possa capirmi. Ma credimi: con tutta la pressione libidica che io accumulo seviziandoti amabilmente, dopo, quando infine mi ordino di venire, è qualcosa di un’intensità che non si può dire, ma soltanto provare. E neanche parlo della beatitudine che vivo nel sentirmi costantemente in una condizione di godimento pre-orgasmico; che più si protrae, e meglio è. Adesso lo capisci, perché io sia propensa a far durare il più a lungo possibile i dolci supplizi che tu accetti da me, mio bel tesoruccio?».

 Ricordo che pensai: «E brava, la “guru” dei miei stivali! Vorresti insegnarlo proprio a me, che nel sesso ne ho fatta quasi una regola di vita? Il problema è, bella mia, che per venire, alle volte tu ci metti anche un’ora, il che mi sembra davvero un’esagerazione, giacché a noi donne sono concessi gli orgasmi consecutivi».

“Io mi ordino di venire” ha detto! Ma come si fa, dico io? E lasciarsi andare sull’onda del desiderio, proprio no? Boh, contenta lei, felici tutti. Intanto che continuava a colpirmi, tra le mie sommesse grida e suoi ansiti, la “disciplinata” Mistress andava cercando il mio favore per garantirsi il migliore futuro più prossimo: «Bella gioia, pensi che raddoppiare il solito modulo sia troppo? Dimmi tu, quante vuoi che te ne infligga» mi chiese, falsamente disponibile a discuterne.

Questa, era una sceneggiata che Jessica non si stancava mai di replicare: pur desiderandolo ardentemente, lei sapeva bene che io non mi consideravo una sua sottomessa; e un tale atteggiamento non era da lei ben digerito. E allora, per non perdersi anche quanto fossi disposta a darle, ecco che ogni volta si sforzava d’apparire conciliante; ma intorno alle sue reali fregole, non me la dava certo a bere.

Comunque sia, ormai in preda a un eccitamento che mi mandava fuori di testa, tra un gemito e l’altro, dando ascolto alla mia, di fica, mi misi nelle sue mani; mormorai: «Fai tu, amore». Appresso, in un guizzo di ritrovata lucidità, fui generosa: «Vuoi che conti ad alta voce i colpi, e che ogni volta ti ringrazi? Quando mi va di farlo, io lo so, che ti piace tanto».

A occhi estranei, io sarei potuta sembrare fin troppo arrendevole; tuttavia, se lei mi veniva incontro simulando di rispettarmi, anch’io avrei dovuto concedere qualcosa; non vi pare? E poi, fingere talvolta di esserle sottomessa, l’avevo verificato, contribuiva a migliorare le copule.

Con il suo umore che schizzò alto grazie a quella mia risposta, lei: «No, mia incantevole figa, benché apprezzi molto la tua disponibilità, stavolta non desidero che tu mi ringrazi. Poiché nulla ti sarà risparmiato intorno a quello che desideri da me, riserva le tue energie per concentrarti sulla pena che ti vado largendo; e goditela tutta».

Dopo una premessa che, tuttavia, si apprestò immediatamente a sconfessare, aggiunse: «Anzi, sai che si fa? Non conteremo proprio, e la finiremo quando ci andrà di farlo. Guarda, però, che io non la smetterò sino a quando non sarai tu a chiedermelo; e perciò, fai la brava».

Ecco, che cade la maschera, pensai: dopo essersi mostrata accomodante, lei era ritornata a essere la solita Jessica! Infatti, io ben lo sapevo, che cosa lei volesse intendere dicendomi di “Far la brava”: che per non deluderla, avrei dovuto assecondare il desiderio che aveva prima espresso. Ossia, sorbirmi non meno di settantotto colpi tra sferzate e quant’altro la fica surriscaldata le avrebbe suggerito; cioé, due moduli da ben trentanove colpi ciascuno, con un break scopativo tra l’uno e l’altro. La cosa non mi sorprese, perché mai, lei era riuscita a opporsi al sopravvenire del suo orgasmo oltre i trentanove colpi. Era evidente, che uno soltanto non le bastasse; ed è chiaro che io parlo di quelli indotti dal fustigarmi, e non dagli altri che le inducevo io con le mani, la lingua, le tette, e così via.

Me ne aveva appioppate già più di trenta, e dopo qualche tempo che andava accanendosi, le mie grida di dolore si alternarono a degli ansiti frenetici, come se, invece di ricevere quei duri colpi di cinghia, stessi godendomi delle lubriche carezze. Sbalordita, lei pensò che stessi dando via di cervello a causa del dolore. Fece una sosta con l’intenzione d’accertarsi sulle mie condizioni psico-fisiche; ma la mia voce la esortò senza esitazioni. Infatti, quasi istericamente, ad alta voce io squittii: «Jessica! Non fermarti proprio adesso. Avanti, continua, che sto godendo; e alla grande, anche».

Sebbene sapesse che i supplizi avevano su di me l’effetto di farmi venire, ancora ansimante per la fatica e la voluttà, lei si sentì la coscienza bussare: lo sapeva bene, che mi stava colpendo molto duramente; un po’ preoccupata di non poter proseguire a prendersi il suo piacere, mi osservò con attenzione.

Sul mio volto, lei non scorse alcuna espressione d’afflizione o d’abbattimento, come si sarebbe aspettata: per opposto, i miei occhi esprimevano una sorta di celeste beatitudine. Ero provata, sicuramente; ma radiosa. E comunque, ritornate a palazzo, ben lo sapevo, che lei mi avrebbe amorevolmente spalmato il suo miracoloso balsamo sulle vesciche e i solchi, dopodiché, ogni mia pena sarebbe scomparsa; e così sarebbe stato anche per ogni livido ed ematoma, che si sarebbero sanati nel giro di un’ora al massimo.

Favorevolmente stupita e rassicurata da quel feed-back, l’irruente Jessica mi rispose: «Che stai godendo, si è sentito chiaro e forte, tesoruccio. Così, com’è evidente che stai colando lungo le cosce al pari di un rubinetto che perde. Allora, stando le cose in tal modo, tra un po’, dopo che con te sarò venuta anch’io, diverrai ancora più contenta; per variare, mi è venuta proprio una bella idea: prima di scendere da cavallo, ho notato che in riva al torrente vi sono quelle canne da cui ricavo le verghe che il tuo sederino ha già avuto il piacere di assaggiare. Dopo che sarai venuta ancora grazie alla frusta, ti slegherò da lì e ne andrò a prendere qualcuna: mi ci vorrà solo qualche minuto; tu ne approfitterai per riprendere le forze, che io farò in fretta. Intanto, potrai accarezzarti la passerina per mantenerla in tono; ma vedi di non venire da sola, perché sarebbe un peccato. Come sai, al mio ritorno ci faremo una bella scopatina. E in quanto alle canne, non preoccuparti: i colpi che ti regalerò con quelle, li metteremo nel conto del secondo modulo; e quindi, non si tratterà di un surplus rispetto al “numero astrale” cui tanto tieni».

Ormai, dibattuta tra la sofferenza e la voluttà da questa amplificata, io non ragionavo più. In delirio, risposi: «Sì, amore, vai; ma come dicevi tu, dopo che la tua cinghia mi avrà fatto venire. In effetti, anche le canne mi piacciono; ma soltanto sul sederino, e non sulle tette».

Più tardi, ormai slegata, ero seduta e appoggiata comodamente a un albero, e mi godevo l’aspro pizzicore dell’erba a contatto delle vesciche che costellavano le natiche. Mentre lubricamente andavo accarezzandomi la passerina e stringendomi un seno, guardando lasciva Jessica negli occhi, a contagiarla di tutta la libidine che mi permeava, la esortai: «Tesoro; adesso vai a prenderle, e muoviti, che mi aspetto di venire ancora non meno di altre due volte. Ma ricorda: soltanto sul culetto, le cosce e i fianchi, e non sulle tette».

Per una sorta di dovuta coerenza con il ruolo di dominante, cui con scarso successo ambiva, lei non mi appellava mai dolcemente; ma a me non importava. Replicò: «Certo, bella gnocca; tuttavia, non vorrai privarmi del piacere di veder oscillare le tue belle poppe… a colorarsi sotto i miei amorevoli colpi; non è vero? Vuol dire che dopo averti fatto gustare le canne, userò la cintura dei pantaloni che fortunatamente ho pensato di portarmi dietro; stai tranquilla, perché è più leggera dei finimenti, e pure abbastanza morbida. Batterò le tue dolci mammelle con quella; è ok?».

Lei era stata ragionevole; dovetti esserlo anch’io: «Okay, amore; ma lì vacci piano, per favore».

Quando Jessica ritornò, mostrandomi il suo raccolto, commentò:«Sono lunghe, fresche e verdi; e perciò flessibili e abbastanza resistenti allo stesso tempo. Ne ho prese parecchie perché, dopo cinque o sei colpi impartiti come si deve, si spezzano. Adesso scopiamo, che sono impaziente di legarti di nuovo nella posizione che avevi prima; ti va?».

Quel “ti va?”, per me fu magico, e specie perché detto da lei: me l’aveva chiesto con gentilezza; altrettanto garbata fui io: «Non aspetto altro, amore». Non è, che io la appellassi così perché la amavo; ma, santi numi: se ci vai a letto, se ti lasci frustare, se ci fai la pipì insieme, “golden shower” e “pee-drink” compresi, e che diamine, un minimo di tenerezza, io dico, non guasta! Vi pare?

Scopammo con uno scatenato “tribbing”, e lei, perfida, insistette per starmi di sopra; diletto a parte, la cosa mi fece soffrire ancora: avevo la schiena e le chiappe ancora dolenti, e istoriate da numerosissimi solchi, e strofinarmi sull’erba urticante, non era certo la cosa più indicata da fare. Venute entrambe, io avrei desiderato copulare ancora; però, bramosa di ritornare a battermi, e così godersi un’altra di quelle lunghe condizioni pre-orgasmiche che tanto adorava, Jessica affrettò le cose.

Intanto che mi legava, si preoccupò di ragguagliarmi intorno a quel che avrei sopportato ancora: «Sai, Gia, alla verga che usiamo nella stalla, io preferisco queste, perché con quella, tanto rigida e dura, non mi posso esprimere come vorrei. Con queste, invece, posso scatenarmi e metterci tutta la foga che voglio perché, di là dell’amara pena, non ti provocheranno alcuna conseguenza. Sebbene tu le abbia già provate, ti renderai conto da te, di quanto siano adatte a esagerare; o meglio, più di te, il tuo tenero culetto, il quale avrà il piacere di sentirle vivide. Naturalmente, non trascurerò l’alto delle cosce, e specie il loro interno, dove la pelle è molto delicata e perciò sensibile. Te lo dico prima perciò che tu sia preparata: là, vicino alla fica, sentirai molto male, certo; ma te la sentirai anche guizzare e pulsare da matti, perché è quello, l’effetto che ti renderà quel dolore molto acuto. Credo che sarà allora, che tu verrai di nuovo».

Ormai ripristinata la scena, assestandomi delle vergate che sistematicamente si abbattevano in aree diverse sui glutei così ben offerti, lei mostrò un rinnovato impeto. Battendomi con tanta foga, si eccitava da morire; tanto che, anche per la complicità della sua mano libera, per opposto al proposito, prossima a farsi esplodere in un orgasmo,  per ben due volte lei improvvisamente si arrestò dal fustigarmi, per poi, acquietata, riprendere.

Dopo qualche tempo che era a prendersi il suo divertimento, evidentemente vogliosa di cambiare, Jessica si spostò per starsene di fronte a me. Guardandomi negli occhi per gustarsi anche le mie espressioni sofferenti, con estrema crudeltà, prese ad assestarmi delle secche e ritmate vergate sulla vagina in fiore, che, dolorante, mostrò d’appassirsi.

L’occasione per farle intendere che su questo genere di cose la mia esperienza superava la sua, fu troppo ghiotta: benché lo gradissi, finsi che la cosa prendesse a piacermi  di meno; tra un urlo e un gemito, neanche fossi una verginella, le gridai: «Ma devi proprio colpirmi  con tanta forza anche sulla patatina? Qua, fa tanto male; e lo sai! Eppure, avevi detto che avresti usato la cintura di pelle morbida! E se poi me la depauperi? Me lo spieghi, come scopiamo?».

La mia protesta era stata una messinscena per farle godere anche di più quel che andava facendomi; quante volte, nella mia Venezia, e specie nel casolare, la mia fica aveva sopportato delle nerbate senza lagnarsi, ma gioendo! Nel mio “Luna Park”, però, nella cantina che avevo attrezzato così bene, si poteva fare molto meglio; ancora mi ricordo degli appassionati quanto sfrenati trastulli cui ci davamo nei weekend con le mie “nipotine”*, Francesca, Roberta, e le altre: sollevate in posizione capovolta, a gambe allargate allo spasimo, con la patatina ad altezza di bocca, frustarcela, rendeva davvero una grande goduria, e certo non comparabile con quella che stavo regalando a Jessica.

Se quella posizione era molto adatta a colpire con precisione, oltretutto forniva un’immagine assai arrapante. C’era, però, anche un altro vantaggio non da poco: tra una frustata e l’altra, quell’invitante frutto polposo, così a portata di mano e bocca, costituiva un irresistibile invito. Era sempre un sublime piacere, recar sollievo e voluttà alla passerina infuocata della fustigata, la quale, nel frattempo, il volto inondato dalle lacrime, non riusciva a esimersi dal restituire il piacere.

Quand’ero io a fustigare una delle mie “nipotine”, oddio, che sensazione magnifica era sentirmi bagnare lì anche da quel fluente, salato fiume di stille! Tra l’altro, giacché con quella particolare performance, impudiche, le natiche si mostravano dilatate allo spasimo, era possibile porre rimedio alla gelosia dell’altro buchino. Non con una sferza, si capisce, ma con una verga oppure uno scudiscio; e questo, per poterlo colpire con assoluta precisione.

Però, non fu in quel frangente, che misi a parte Jessica di quei pensieri che mi erano corsi per la mente, poiché le avrei tolto parte della soddisfazione che stava traendo da me; decisi che gliene avrei parlato di sera, a letto, prima di prendere a scopare, così lei si sarebbe mostrata anche più appassionata.

Pensai che in tal modo, oltre alla gnocca, le avrei infiammato la fantasia, e così lei avrebbe pensato a come sistemarmi a testa in giù e ben scosciata per il break che sicuramente ci sarebbe stato durante la cavalcata del mattino successivo, cosa che puntualmente avvenne.

Mentre quei pensieri mi vagavano per il capo, arrivò la risposta alle mie recitate rimostranze: fu lì, che il perverso egoismo di Jessica si manifestò nuovamente; di dieci anni più grande di me, di qualche anno avanti ai cinquanta, lei mi appellava molto spesso “bambina”, cosa che io odiavo.

 Convinta che per la minore età, io dovessi accettare d’essere educata alle sue voglie da “padrona”, per ferirmi, guardandomi con un’espressione di scherno, crudele, mi disse: «Tanto per essere precisi, ho detto che quella l’avrei usata sulle tette; e questo, è un piacere che mi riservo per dopo. In quanto a depauperartela, come tu dici, lo sai bene che poi ti ungerò il balsamo che te la farà ritornare “scopabile” senza dolore.  E comunque, non crederai che io ti fustighi soltanto per il tuo diletto, bambina! Sai, che tu venga oppure no, alla fine non me ne importa proprio nulla; quello che conta, è che a godere come dio comanda sia io, diritto di ogni mistress, quale tu dovresti sentire il dovere di concepirmi».

Se in una situazione diversa e con un’altra femmina, questo mi avrebbe offeso o fatto sentir male, conoscendola, non me la presi: l’aveva detto soltanto per ergersi in una posizione dominante rispetto a me. In effetti, io l’avevo capito da qualche tempo; ed era per questo, che talvolta recitavo: lei non poteva proprio farne a meno, giacché si sarebbe così smorzata la sua carica sessuale. Tant’è, che più fingevo di sottomettermi, tanto più lei si accendeva.

Comunque sia, dopo che finì d’assestarmi tutti i settantotto colpi, l’orgogliosa e affascinante olandese mi ripagò facendomi godere da morire: molto di più di com’era stato nel break, quand’era smaniosa di terminare in fretta per ritornare a battermi. Ricordo che oltre a quelli indotti dalla canna e dalla cinghia, ebbi altri tre intensissimi orgasmi, e ogni volta in coro con lei. Era stronza, certamente, ma una scopatrice eccellente! L’ultima volta, mentre eravamo a scambiarci un lungo e dolcemente estenuante sessantanove, un dito addentro, a muoversi nel più angusto dei miei pertugi, lei usò la bocca per schernirmi ancora. Levandosi dal mio madido grembo, spostandosi per fissarmi, come si fa con chi ti è sottomesso, commentò: «Beh, da come reagisce e palpita, non mi sembra di aver fatto dei grandi danni qui, dove la tua carne sta nutrendo il mio spirito. E il sapore del miele che sto succhiando da quest’arnia infuocata, è anche migliore del solito: se è questo, l’effetto che trai dalle frustate e dalle vergate, la prossima volta sarà bene che io te ne affibbi di più, così da migliorarne ancora il bouquet. Ovverossia, come già sai, nella cavalcata di domattina».  Detto questo, ritornò nuovamente ad affondare il volto tra le mie cosce oscenamente spalancate, e riprese con grande passione in quello in cui era affaccendata, cosa che feci anch’io: come dicevo, era stronza; ma il suo delicato sapore salino mi piaceva moltissimo… (Continua nel romanzo).

NESSUNO APPARTIENE A QUALCUNO.

+ 18

#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

Un passaggio tratto dall’Atto 4° della Saga Erotica Lesbo in corso d’ultimazione.

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

4°Atto

… parlando a proposito di quelle che vivono illudendosi d’essere intelligenti, mi ricordo di una alla quale, prima di darmela, piaceva fare la preziosa. Stanca di dover ogni volta combattere per convincerla ad ammollarmela senza fare tante storie, una sera la affrontai con un, “Beh, dimmelo chiaro: vuoi trombare, o no?”. Quasi incazzata, lei mi rispose: «Per te, c’è solo il bianco o il nero, Gia… hai mai sentito parlare delle cinquanta sfumature del grigio? Se mi vuoi, mi ci devi portare a poco a poco». Dio, quanto mi fece incazzare! E specie perché quella non era farina del suo sacco, ma solo un parafrasare il titolo del romanzo di una scrittrice mia concorrente! Mentre la gran generalità delle altre femmine, e specialmente le etero, propende per i brodi lunghi zuppi di romanticherie del cazzo, io mi rendo conto che in questo sono un po’ maschile: giacché non amo perdere il mio tempo, che è vita, mi piace andare per le spicce proprio per dedicarlo a fottere, piuttosto che a cianciare. Ditemi voi, se questo sia un difetto!

Le peggiori “frantuma-minchie”, tuttavia, sono quelle che non si accontentano di quanto, pur con tanta generosità, tu sia disposta a dar loro, e pretendono di più! Invece di ringraziarti, e ripagarti per quel sentimento che nessun medico ti ha ordinato di volger loro, vogliono ghermirti, fagocitarti anche l’anima: nella loro malata concezione del sentimento amoroso, quelle streghe pretenderebbero di possederti completamente; e non tanto nel corpo, cosa che potrebbe anche andare, ma nello spirito e nei pensieri. Pretendendo che tu facessi tue le loro malate concezioni esistenziali, quelle lì ti vorrebbero come un doppio esterno di loro stesse, insomma.

A loro non basta possedere te: vogliono pure il totale controllo sulla tua volontà; decidere del tuo destino. In breve: appropriarsi globalmente della tua vita. E tu non devi esitare a dir loro: «Vuoi divorarmi? Accomodati: ma è solo della fica, che dovrai accontentarti; e perciò, incomincia a darti da fare, che se riuscirai a farmi venire come dio comanda, dopo ti darò la pagella».

Loro neanche lo capiscono, che non si dovrebbe mai dire, e nemmeno pensare, “Tu mi appartieni”, ma, casomai, “Io sento d’appartenerti”.

E comunque, non c’è speranza: dopo reiterati tentativi per fagocitarti nelle loro intricate masturbazioni mentali, che nel loro intento vorrebbero essere sentimentali ed esistenziali ma che nella sostanza sono delle cagate belle e buone, nell’inutile, ultimo tentativo di riuscirci, lo sai che fanno quelle tipe lì? Usano il ricatto: pensando che quella sia l’arma migliore per incastrarti, improvvisamente prendono a negarti la fica. Neanche se ne rendono conto:  quando hai capito che si vogliono impadronire di te, ai tuoi occhi la loro passera prende a puzzare come il pesce marcio, e il desiderio più ardente che hai, non è quello di copularle, bensì di scappartene il più lontano possibile.

Tuttavia, quando sei attratta da una che ti guarda con gli occhi irresistibilmente appassionati e languidi, dovresti starci anche più attenta: invece che voglia di scopare, quegli sguardi potrebbero significare un compiacimento delle proprie deviate paturnie sentimentali, che lei vorrebbe partecipare a te. É arduo, a volte, comprendere per tempo il pericolo che stai correndo: quello che stringi tra le braccia e le cosce, un morbido e sensuale corpo di donna, in realtà è una granata già innescata per disintegrarti in mille pezzi. Se te ne accorgi, c’è un unico modo per difendersi: quando hai capito come stanno le cose, meglio presto che tardi, senza perifrasi devi dir loro: «Amore, quella che tu credi essere tua, è la mia vita; se la tua l’hai perduta, ebbene, là c’è la porta. Prendi le tue cose e vattene! Vai a cercarla… che, averla smarrita, non è una buona ragione per prenderti la mia. E ricorda: nessuno appartiene a qualcuno.

Un’ultima cosa… fammelo, questo grande piacere: non ritornare mai più da me a fracassarmi la minchia!».

Da più giovane, romantica e sicuramente ingenua, una volta ci sono cascata: in nome di un amore che non si capiva che cosa fosse e come si manifestasse, quella stronza avrebbe voluto impadronirsi di me nella mia totalità. Che poi, anche nel sesso, faceva semplicemente pietà: mano nella mano, bacini “smack”. E lacrime! Figurarsi, se con me avrebbe funzionato: le uniche donne in lacrime che io sopporto, sono quelle che piangono contente sotto la mia frusta.

In ogni giorno che il Signore, bontà sua, mandava in terra, lei si creava un nuovo problema che tale non era, se non nella sua zucca. E il sesso? Anche a causa della pudicizia ipocrita: poco, e da schifo! Parole? Pure quelle, poche; in pratica, solo le mie. Mai, che lei mi sorprendesse: si aspettava che ogni iniziativa partisse sempre da me; tranne quanto riguardava i suoi personali bisogni, naturalmente, giacché, senza lavoro, la sostenevo anche materialmente. D’altro canto, una ciofeca[1] così, chi l’avrebbe mai assunta, se non per fottersela? E ci sarebbe comunque rimasto male.

Quando stava per andarsene, in un rigurgito di patetica fierezza, lei proclamò, “E in quanto ai soldi che hai speso per me, non temere, che te li restituirò appena posso”. Sai quanto mi fregava del denaro; il mio desiderio più vivo, era che lei se ne andasse via; e subito. Tuttavia, non mi lasciai sfuggire l’occasione per prenderla per il culo, “Non ho dubbi, tesoro; infatti, è impossibile che tu lo faccia prima di poterlo fare”. Ma, stupida com’era, non credo che abbia capito l’assurdità insita nelle sue stesse parole vacue.

Io lo capisco, che sta nell’ordine naturale delle cose che una donna sia predisposta, e quindi incline, a “prendere”: ma una tal cosa funziona soltanto per quelle che hanno a che fare con degli uomini; e questo dovrebbe riferirsi nell’ospitare, cioè “prendere” il loro membro nella fica, o in altro diverso buio recesso. Tuttavia, in virtù di una tale predisposizione, fraintendendo, molte di loro ritengono di essere nel pieno diritto di succhiare l’uomo sino a esaurirlo. Se lo facessero solamente al loro uccello, andrebbe pure bene; ma quelle che stanno con me, non si dovrebbero approfittare della mia “carità cristiana” per prendersi la mia vita, e succhiarmi anche l’anima. Cazzo!…  (Continua nel romanzo).

[1] Ciofeca, letteralmente è la parte inferiore del carciofo con le prime foglie, tuttavia, dal gergale napoletano, non significa solamente schifezza, ma anche qualcosa riuscito male, dalla quale ci si aspettava di più, per poi rimanere delusi.

Il «Cappello di Gia» cambia cover.

Mi piacerebbe conoscere l’opinione dei lettori su questa nuova copertina. Volete assegnare una valutazione in una scala da uno a dieci? Grazie per la collaborazione. Gia.

I would like to know the readers’ opinion on this new cover. Do you want to rate on a scale from one to ten? Thanks for collaboration. Gia.

1°Atto Icona

BRUNHILDE.

+ 18

#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

Un passaggio tratto dall’Atto 4° della Saga Erotica Lesbo in corso d’ultimazione.

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

4°Atto

… «Dio mio! No… no! Che mi fai? Non è possibile! Non sei mai stata così; mi stai facendo morire: Brunhilde… oddio! Non sono passati neanche venti minuti, che vengo già un’altra volta…».

«Ti sei meritata tutta la mia dedizione, “padrona”; scusami… volevo dire “Gia”. Finalmente ti ho sentito battermi come dio comanda!» rispose lei, senza smettere, ricoprendo una parte attiva nel corso della copula a seguire della fustigazione. Un siffatto comportamento, fu sorprendente per Brunhilde, da sottomessa come si sentiva d’essere.

Era da più di un’ora che andavano accarezzandosi e baciandosi dappertutto sui loro corpi infuocati. Molto soddisfatta per la durezza che Gia aveva messo nel frustarla, dopo, nel sesso, Brunhilde si era rivelata davvero una furia. Sebbene la rossa teutonica sapesse incassare anche in silenzio, nell’appartamento di Venezia non si poteva esagerare con il rumore provocato dal sibilo di una frusta o dall’impattare di una canna: un tale frastuono avrebbe scandalizzato il vicinato. Perciò, mai abbastanza soddisfatta di soffrire, e vogliosa di gridare il suo dolore a pieni polmoni, avendo saputo della sua casa di campagna, lei aveva chiesto a Gia di recarsi colà in maniera da potersi sfogare per bene senza nulla dover temere. A quel tempo, il restauro non era ancora stato fatto; tuttavia, la cantina era attrezzata abbastanza bene, con un palo e altri sistemi per disporre acconciamente colei che desiderava ricevere la sferza, una canna, o altro.

Incitata in maniera esacerbata dalle sue invocazioni, tra frustate e vergate, Gia le aveva inflitto ben settantotto colpi distribuiti un poco dappertutto, mammelle, vagina e regione perianale compresi; non c’era parte del corpo di Brunhilde che non recasse delle vesciche, degli ematomi o dei solchi aperti, tant’è, che con lei in quello stato, Gia era un po’ indecisa se fare o no ancora del sesso più tranquillo in stanza da letto, cosa che solitamente seguiva ogni supplizio: in effetti, frustandola, lei aveva già avuto tre orgasmi spontanei; e lo stesso, all’incirca, era stato per la sua vittima consenziente.

«É così, che mi piace di più farlo, Gia; lo sai che il dolore mi fa godere, e tanto più quello è forte, più lo è la voluttà che io provo» la spronò lei, ancora in preda ai singhiozzi, inginocchiata ai suoi piedi, prendendo a baciarle con dovizia l’interno delle cosce prossimo alla vagina, mentre, con le mani sulle natiche, la traeva forte al suo viso dilavato dalle lacrime.

Sentirsi bagnare da lei il Monte di Venere depilato, provocò a Gia un insolito piacere; tuttavia, trovò la forza di distaccarle il volto: «Ma stai piangendo, amore!» esclamò, commossa e un po’ pentita per la foga che ci aveva messo nel batterla.

«Certo, sono lacrime, Gia; è il dolore che provo, a farmele venire… ma se tu sapessi, quanto sono felice che finalmente tu mi abbia battuta come si deve! Di solito sei una mammoletta» le rispose.

Ritornate su dalla cantina, qualche minuto più tardi, a letto, con Gia distesa supina, Brunhilde aveva preso a manipolarle la vagina in una maniera che prima non aveva mai fatto: affondate tre dita a entrare e uscire da lei ciclicamente nel basso dell’umida guaina, con l’altra mano prese a sollecitarla in corrispondenza della clitoride; era come se stesse ritmicamente e incessantemente tentando di sgusciare un lupino[1]. Dopo qualche tempo in cui si dedicò a quel particolare “massaggio”, immerse il capo tra le sue cosce, e come un’idrovora affamata, la sua bocca prese a prosciugarla di ogni fluido che le sollecitava ad affiorare. Premendosi forte il suo capo al ventre, Gia si muoveva come un ossesso; dopo un po’ di quel trattamento, Brunhilde la indusse a girarsi prona, e una mano a tenerla ferma per il collo contro il cuscino, prese a strofinarsi con il ventre ai suoi prominenti e chiari glutei, sfregandosi la clitoride per trarre piacere dalla sua calda e soda carne. Uscita da quel primo orgasmo, una sua mano scivolò tra il suo corpo e le lenzuola, a impadronirsi del suo carnoso frutto: dapprima prese soltanto ad accarezzarla lì, e poi, incominciò a penetrarle ripetutamente l’orifizio anale con due dita dell’altra mano, mentre prendeva a tormentarle anche la clitoride.

Gia era già sul punto di venire, quando, interrotto bruscamente ogni massaggio e quell’ardita penetrazione, lei la indusse a rivoltarsi nuovamente supina, e tra le sue cosce allargate, aiutandosi con una mano a dirigere una propria mammella, fece scorrere quella carne morbida a stretto contatto della vagina, insistendo con l’erto capezzolo a vellicarle vieppiù la clitoride. Brunhilde si strinse talmente forte la mammella, che, pur non avendo lei mai figliato, il suo capezzolo inturgidito stillò degli spruzzi lattiginosi che resero più fluido lo strusciamento. Accortasene, per infiammarla ancor di più, si spostò, e prese a irrorarla anche nella bocca, per poi ritornare a farlo là, dov’era prima.

A Gia, una cosa del genere era già capitata prima con altre femmine, e talvolta era accaduto pure a lei di secernerne; perciò non si sorprese più di tanto. Quella sensazione di essere allattata, però, come pure quel sapore, ebbene, tutto ciò aumentò a dismisura la sua voluttà.

Dopo qualche tempo, non contenta abbastanza, mentre gli sfregamenti del capezzolo alla clitoride ripresero accentuandosi, con la mano libera Brunhilde incominciò a stringere forte una mammella; non più la propria, però, ma quella dell’amante. Ormai condizionata a godere maggiormente sotto l’influsso di una sofferenza fisica, fu a quel punto che, dagli ansiti, Gia passò alle invocazioni, esclamazioni, e grida, esplodendo in un lungo, spasmodico orgasmo.

Intanto che lei veniva come una forsennata, la focosa, lentigginosa rossa teutonica prese nuovamente a strusciarsi con frenesia la vagina contro la sua coscia, giungendo anche lei, qualche tempo dopo, a un secondo orgasmo…  (Continua nel romanzo).

[1] Lupino, è una leguminosa nota in botanica come Lupinus albus L., appartenente alla famiglia delle Leguminose Papilionacee ed originaria dei Paesi Orientali. I lupini sono legumi molto energetici; normalmente si mangiano come uno snack, strizzando la sottile buccia per far uscire il baccello.

QUANDO LE PAROLE FANNO PENSARE AD ALTRO.

+ 18

#letteraturaerotica #romanzierotici #Lesbo

Un passaggio tratto dall’Atto 4° della Saga Erotica Lesbo in corso d’ultimazione.

«Dal Cappello di Gia».

(Kindle and E-pub format, da leggere con iPhone, Blackberry, iPad, Android).

Sovrapposti per png

… quando la vasca sarà colma quasi fino all’orlo, m’immergerò e me ne starò lì almeno per un’oretta, poi, bella profumata, mi distenderò a letto per ritemprarmi completamente. La giornata non è di certo terminata, e come credo, neppure le piacevolezze che ancora mi aspettano: a giudicare dai loro sottintesi, queste, non dovrebbero essere cosa da poco.

Caspita, che fame mi è venuta! Ma non voglio scendere in cucina per spiluccare qualcosa, perché così non mi godrei le prelibatezze arabe che le mie tre gioie stanno preparando per me. Dio, quanto sono care…’.

Un attimo dopo, però, presa dai morsi della fame, Gia non resistette, e così, nuda com’era, scese in cucina, dove trovò Rashida affaccendata ai fornelli. Sorpresa di vederla, lei  chiese: «Beh? E tu, che ci fai qui? Non avresti dovuto essere a letto?».

«Mmm, che buon profumo! Mi fa venire ancora più fame: mi divorerei un salame intero, Rashida».

Per sfotterla bonariamente, lei rispose in rima: «Qui, ben lo sai, che di salami mai ne troverai; ora ti cucino alla svelta una buona frittata con le erbe».

Mentre acquietava le esigenze dello stomaco, Gia chiese: «E Nourhan e Nahed, dove sono?».

«Erano qui fino a un quarto d’ora fa, poi, all’improvviso sono corse di sopra: penso che tra un po’ verranno».

Trascorsa una ventina di minuti, con la bocca piena, Gia: «Come mai non vengono ancora?».

«Erano con me a cucinare quando tua moglie, casualmente strusciandosi la fica al culo della mia, ha avuto, chiamiamolo, un impeto di passione; e così, non volendo mischiare sesso a gastronomia, se ne sono salite nella stanza da letto. Salendo, una mano sul culo di Nahed, la tua Nourhan ha detto: «Rashida, non preoccuparti, che veniamo subito», ma io non le ho creduto. Sai, spesso a mia moglie piace tirare la scopata per le lunghe; ma non preoccuparti, perché non vi è dubbio che alla fine verranno» rispose lei, con un sorriso malizioso, equivocando con intenzione.

«Che vengano pure con comodo, e che buon pro gli faccia!» esclamò Gia, contenta per entrambe.

A pancia parzialmente piena, risalita nel suo appartamento, intanto che la vasca andava riempiendosi, ancora incredula, la scrittrice veneziana si guardava allo specchio per cercare una minima traccia delle… (Continua nel romanzo).